Il progetto

SHU’FAT REFUGEE CAMP PROJECT

Mi ricordo della gente del campo:
proveniva da vari paesi e città della Palestina
vestiva di stracci di vari modelli
mandati in regalo dagli altri Paesi
ma ho sempre nel cuore
i bei vestiti di orgoglio che aveva.

Mi ricordo della mia gente,
la gente del campo,
povera e brava gente
che viveva nella speranza
del ritorno alle proprie case.

da Piango la mia terra, di Khalil Mustafa


Indice

1. Il Campo profughi di Shu’fat

2. Aree di intervento e modalità di lavoro

3. I Progetti
3.1 Progetto Nursery (Asilo nido)
3.2 Progetto Kindergarten (Scuola per l’infanzia)
3.3 Progetto Toys library (Biblioteca dei giocattoli)
3.4 Progetto Emergency room (Pronto soccorso)
3.5 Progetto per la formazione di operatori sociali per minori

4. I partners palestinesi
4.1 Il Social Women Center
4.2 Il Local Committee for Rehabilitation Centre
4.3 Lo Youth Centre

5. La rete di collaboratori in Palestina

6. La rete italiana di sostegno
6.1 I Centri Rousseau
6.2 Il Comitato di Solidarietà con il Popolo Palestinese


1. Il Campo profughi di Shu’fat

“Sono un bambino palestinese che vive nel campo profughi di Shu’fat su 213 dunums di terra che devono bastare per 22.000 persone. Mi guardo intorno e vedo alti muri neri. Non posso fuggire se non guardando il cielo. La mia casa è piccola, io faccio fatica a giocarci e mia mamma mi sgrida se vado a giocare in strada. Non vedo piante verdi intorno a me, le strade sono piene di immondizie. Vorrei vivere come tutti gli altri bambini del mondo, in pace. Mi piacerebbe avere una mia cameretta, dei giocattoli, come tutti gli altri bambini”.

Shu’fat Refugee Camp. Situato a 5 km a nord di Gerusalemme, il Campo profughi di Shu’fat è l’unico Campo sotto il diretto controllo israeliano. Prende il nome dal villaggio limitrofo (Shu’fat village), con il quale però non esistono comunicazioni stradali dirette. La politica di Israele su questo Campo ha oggi un unico principale obiettivo: l’isolamento e lo smantellamento dello stesso per far spazio ai quattro insediamenti colonici che lo hanno accerchiato e lo stanno soffocando.

Il Campo è una sorta di gemmazione demografica di Gerusalemme. Fu costruito nel 1965 e già nel 1966 circa 500 famiglie, per un totale di 3.000 persone, furono trasferite dalla città vecchia. Dopo la Guerra dei Sei giorni (1967) ospitò i profughi gerosolimitani, in particolare quelli del quartiere maghrebino spazzato via per la costruzione della spianata antistante il Muro del Pianto. Negli anni successivi, fino ad oggi, il Campo ha visto crescere la propria popolazione in misura ben maggiore del normale tasso di natalità (peraltro già molto alto): ai profughi del 1967 si è aggiunto infatti un flusso continuo di esuli da Gerusalemme che venivano drasticamente espropriati delle loro case, o che venivano da esse indirettamente espulsi con la politica di progressiva depauperizzazione ed esclusione sociale cui è uniformata la gestione israeliana di Gerusalemme est.

Questo flusso ininterrotto, non solo mette continuamente in discussione l’identità ‘esclusiva’ di rifugiati della popolazione del Campo, ma soprattutto contribuisce ad aggravare di giorno in giorno le condizioni di vita. Si tratta infatti di un cantiere sempre aperto, dove i nuovi arrivati versano in condizioni (economiche, psicologiche e culturali) piuttosto gravi: il 90% di loro vive sotto il livello di povertà e il campo profughi per loro è l’ultima spiaggia, l’ultima possibilità. È ovvio che i problemi che queste persone portano si sommano e spesso fanno da moltiplicatore ai già profondi disagi esistenti, innescando un processo di disgregazione e degenerazione che avanza rapidamente senza che si riescano a mettere in atto – nonostante gli sforzi e l’impegno della comunità – le necessarie azioni di arginamento e di recupero.

Ma quanti sono gli abitanti del Campo? I dati sono discordanti. Secondo i censimenti dell’UNRWA (Agenzia delle Nazioni Unite per i Profughi Palestinesi) i rifugiati ufficiali erano 8.684 al 1999. A questi bisogna aggiungere le migliaia che, per non perdere il diritto di risiedere a Gerusalemme, si sono riversati nel campo. La stima approssimativa è di un totale di 20/22.000 persone. La media di componenti per ogni famiglia è pari a 7,73 con circa 2,45 persone per stanza. Però i nuclei famigliari con tre o più membri per stanza sono il 30,6%.

La popolazione aumenta: il tasso di natalità è di 6,3 per 1000 abitanti (con un’età media di 17 anni). Nel contempo non è pensabile alcuna estensione territoriale del Campo stesso, mentre al contrario sono gli insediamenti colonici ad avanzare. Ne deriva, fra le altre negative conseguenze, un impatto deleterio con l’ambiente e con l’organizzazione dello spazio, collettivo e privato.

Le case sono tutte estremamente povere e in cattivo stato e le condizioni igieniche sono a dir poco problematiche: un’abitazione su cinque non ha la stanza da bagno (18,1%) e solo 2/3 sono connesse alla rete fognaria (66%). La viabilità è sacrificata ed estremamente difficile: c’è un unico ingresso al Campo – per ovvi motivi di controllo da parte israeliana – un ingresso che chiaramente risulta sempre sovraffollato ed è soggetto a continui imbottigliamenti. Qualche anno fa, grazie ad un aiuto di 4.000$ da parte dell’Arabia Saudita, si è tentato di migliorare la rete viaria, ma il percorso che può portare a risultati consistenti è ancora lungo, anche perché, anziché attenuarsi e stabilizzarsi, il degrado aumenta in proporzione geometrica giorno per giorno. Le uniche altre realtà che in Palestina possono competere in quanto a primati negativi con Shu’fat sono il quartiere di Silwan in Gerusalemme e la Striscia di Gaza. Sono altresì molte e profonde le analogie con il Campo Profughi di Chatila in Libano.

La prima e più immediata conseguenza è, ovviamente, sul piano della sopravvivenza materiale quotidiana. Una popolazione povera, isolata, senza capacità professionale da spendere, se non come bassa manovalanza che veniva sfruttata in Israele, oggi si scopre costretta nei confini sorvegliati del Campo. È questo il primo dato da prendere in considerazione, la prima esigenza cui dare risposta: il bisogno di formazione e di creazione di posti di lavoro, per i giovani ma non solo. Inoltre la disoccupazione non è soltanto un problema di sopravvivenza, ma è fonte di una lunga serie di ripercussioni negative di ampia portata sul piano personale e relazionale e innanzitutto all’interno della famiglia. L’inattività forzata e la permanenza nell’area domestica degli uomini, abitualmente lontani da casa per tutto l’arco della giornata, altera infatti il normale equilibrio familiare e introduce inusuali elementi d’interferenza e di controllo in ritmi tradizionalmente scanditi dalle attività ‘femminili’ e pertanto definiti e gestiti dalle donne. Controllo che si esercita pesantemente su moglie e figli, nel maldestro tentativo di ristabilire un prestigio profondamente minato appunto dalla sopraggiunta ‘incapacità’ di provvedere ai bisogni economici della famiglia. Quindi un controllo autoritario, che spesso sfocia nella violenza, le cui vittime prime sono proprio le donne. Va poi sottolineato il fatto che questa violenza rimane nella maggior parte dei casi coperta dal silenzio complice e/o spaventato delle vittime.

La condizione dei bambini e dei giovani in questo contesto appare ogni giorno più buia. La forte densità abitativa fa sì che i bambini abbiano pochissimi spazi di gioco sia all’interno che all’esterno delle case. Non esiste un parco giochi pubblico nel Campo e i bambini passano la maggior parte del tempo nei vicoli, esposti alla violenza ad ai pericoli della vita di strada. Non ci sono programmi educativi, sociali e terapeutici che vadano incontro alle loro specifiche esigenze. Proprio per questo insieme di difficoltà i bambini manifestano una serie di disordini comportamentali, che vanno dall’iperattività al comportamento aggressivo e violento. Inoltre risultano diffusi fra i giovani casi di depressione, fobie e timidezza.

I ragazzi, dal canto loro, sono completamente abbandonati a se stessi e senza prospettive. La criminalità è alta. La repressione, inesorabile e spietata, da parte dell’occupazione israeliana aggrava ulteriormente la situazione. A pagarne il prezzo maggiore sono i giovani, che in seguito alla loro protesta, sono ripetutamente soggetti a vari periodi di detenzione nelle prigioni israeliane con tutte le conseguenze che questo comporta sia sul piano psicologico (delle persone coinvolte), sia a livello della comunità che deve fronteggiare i rientri, i reinserimenti e le lacerazioni del tessuto sociale.

La protesta contro Israele può assumere anche altri volti, può imboccare altre strade e aprire ad esempio gli argini dell’intolleranza e del fanatismo. Spesso diventa anche voglia di fuga: attraverso l’emigrazione, quando questa è possibile, altrimenti, come succede più frequentemente, in quel mondo irreale e protetto che offre la droga. Lo stesso confine del Campo, che si chiude ermeticamente davanti ai lavoratori, può essere invece estremamente poroso e lasciare ampie brecce per l’ingresso di quella subdola morte e dei suoi corrieri. È significativo che la diffusione della droga sia più accentuata qui che negli altri campi profughi, nei villaggi o nelle città (fatta salva la Città Vecchia di Gerusalemme). La tossicodipendenza nei fatti colpisce fasce sempre più vaste della popolazione giovanile, con evidenti conseguenze su tutta la comunità. Nel Campo o nelle sue vicinanze non esiste nessun centro di riabilitazione o di assistenza: l’unico centro per il trattamento della tossicodipendenza in Palestina è quello dell’Associazione Al Sadiq al Taieb, situato ad Al-Ezarie, a Gerusalemme.

Come al solito, in questi contesti di disagio generalizzato, le specifiche difficoltà delle donne tendono a scomparire: le donne non si annoverano nei gruppi dei tossicodipendenti e la loro condizione di disoccupazione comparata a quella maschile perde rilievo. Ma sono invece le donne che patiscono più intensamente le conseguenze della situazione sopradescritta nel suo complesso: le violenze in famiglia, i matrimoni precoci indotti dalla povertà ed i divorzi sempre più frequenti, paradossalmente per le stesse ragioni. Come in ogni situazione di povertà inoltre sono le prime a dover abbandonare la scuola.

L’organizzazione del Campo e la sua gestione sono completamente demandate alla comunità locale. L’Autorità politica e amministrativa israeliana – quella legalmente e territorialmente competente – non è interessata a farsi carico delle contraddizioni, dei problemi e dei servizi che il Campo richiede.

L’Autorità palestinese non è territorialmente competente e quindi non può garantire neppure quel livello minimo d’intervento di base, di assistenza elementare e generica che fornisce alla popolazione della West Bank e della Striscia di Gaza.

La solidarietà internazionale si riduce sempre di più, nella restrizione generale della possibilità d’interventi nell’area, e l’anomala situazione del Campo certamente non facilita l’approccio e la scelta.

L’UNRWA rimane il punto focale delle risorse del Campo. Non bisogna però dimenticare che, per statuto, si occupa pressoché esclusivamente di quel 50% della popolazione del Campo annoverato fra i rifugiati (cioè quelli censiti come tali dall’ONU all’epoca dell’esodo ed i loro discendenti). Nei loro confronti garantisce tutti gli interventi di emergenza, quali: le vaccinazioni, il pagamento delle spese per l’acqua e per l’elettricità. Tutte le Istituzioni del Campo qui di seguito elencate sono di sua emanazione o sotto la sua tutela:
1. un Comitato di Servizio Pubblico formato dalle figure più rappresentative di tutte le classi sociali e politiche, che agisce nel Campo a nome dell’UNRWA2. il Social Women Center (cfr. paragrafo 4.1)

3. un servizio di assistenza sociale

4. una clinica

5. un centro per disabili (cfr. paragrafo 4.2)

6. una nursery (cfr. paragrafo 3.2)

7. una scuola per l’infanzia (cfr. paragrafo 3.1)

8. una scuola elementare femminile

9. una scuola elementare maschile

10. un centro per i giovani (cfr. paragrafo 3.5)


2. Aree di intervento e modalità di lavoro

2.1 L’occupazione e la formazione professionale

È prioritaria un’inchiesta – definita, circoscritta ed essenziale – sulle esigenze e sulle risorse locali in modo da individuare una scala di possibili settori su cui intervenire.

Si tratta di mettere a fuoco:

  • i caratteri della forza lavoro locale,
  • le abilità professionali disponibili in loco alle quali attingere per la formazione,
  • le richieste del mercato locale, interne al Campo e nelle zone limitrofe, sia in Israele che nella West Bank.

Molti dati sono noti: le fasce d’età della manodopera disponibile, l’estensione della disoccupazione e la ripartizione per genere. Altri dati non sono di difficile reperimento, laddove ovviamente, lasciata ogni pretesa di esaustività, si proceda per campionamento mirato. Sarà fondamentale conoscere il livello medio di istruzione e il tipo di abilità acquisite e di esperienze professionali accumulate, ad esempio, da quella parte della popolazione che prima delle chiusure sistematiche dei Territori Occupati, lavorava in Israele. Principalmente si tratta di manovalanza generica, ma certamente sarà possibile individuare competenze preziose da riversare sulla comunità attraverso l’attivazione di un circuito formativo indirizzato in primo luogo ai giovani. È fondamentale per la riuscita del progetto infatti agire su questo tipo di risorse che certamente il Campo può offrire e valorizzare il più possibile. Terminata l’inchiesta (che, in condizioni di vita ‘normali’, può essere condotta in una decina di giorni), si dovranno integrare le risorse locali del Campo con quelle della regione. Le parti carenti dovranno essere colmate dalle capacità organizzativo-formative italiane attraverso uno specifico sostegno destinato alla predisposizione/integrazione di materiali e di eventuali macchinari necessari.

Il primo obiettivo sarà ovviamente quello di costruire e sperimentare in dimensione congiunta – palestinese e italiana – un percorso formativo, in grado poi di riprodursi autonomamente. A questo fine un’attenzione specifica dovrà essere posta sulla metodologia da seguire e, prima ancora, sulle competenze e sulle abilità del partner o dei partners individuati. Nei loro confronti dovrà essere preliminare e imprescindibile una valutazione del loro livello di capacità d’intervento, finalizzata ad un’eventuale integrazione formativa ad hoc: questo per coniugare in modo equilibrato le loro capacità tecniche e professionali con le metodologie formative, come con le loro capacità di lavorare in rete e di valorizzare le risorse disponibili in loco.

Si dovrà procedere per piccole sperimentazioni pilota, fino ad ottenere vere e proprie esperienze modello, estensibili ed esportabili (è già ipotizzabile, per espressa dichiarazione del Consiglio di gestione del Campo, una priorità delle iniziative che favoriscano soprattutto le abilità manuali, di tipo artigianale).
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2.2 Attività di ricomposizione del tessuto sociale

Sotto questo titolo s’includono tutte quelle azioni che contribuiscono a dare forza, sicurezza e visibilità alle varie componenti della società del Campo di Shu’fat, partendo dalle fasce più a rischio, da quelle più deboli, e soprattutto da quelle che possono, per la loro stessa natura intrinseca, costituire un nucleo di cambiamento. Si tratta innanzitutto dei bambini, dei giovani e delle donne, ma anche di quei gruppi di persone che hanno svolto un ruolo fondamentale in quella società e che hanno spesso pagato e continuano tuttora a pagare prezzi smisuratamente alti, come gli ex-prigionieri politici, la cui importanza numerica è direttamente proporzionale ai disagi imposti da Israele ed alla repressione in atto.

Quali settori privilegiare e come procedere? Al di là della scelta tematica, di lavorare con i bambini piuttosto che con gli handicappati, o sulla droga piuttosto che sull’ampliamento dell’utenza alla biblioteca, anche sul terreno della collaborazione sociale è necessario e preliminare un chiarimento di metodo e di obiettivi.

Uno dei problemi che più frequentemente incontrano le associazioni e le ong – palestinesi, ma non solo – è quello di non riuscire a coniugare la validità delle idee e delle iniziative con la realizzazione pratica. Senza voler sottovalutare la carenza di risorse umane (ad es. le competenze insufficienti) ed economiche, non bisogna infatti neppure sottacere la scarsa capacità di valorizzare e di mettere completamente a frutto le risorse disponibili. La dispersione di energie e di denaro, con le frustrazioni che ne conseguono, sembra infatti essere una costante nella storia della società palestinese.

In qualsiasi settore conviene perciò introdurre un’attività preliminare di verifica delle capacità di elaborazione di percorsi da parte dell’ong partner e un eventuale intervento formativo di supporto là dove risulti necessario. In altre parole si tratta di individuare e costruire insieme gli strumenti necessari (una sorta di kit metodologico) affinché il progetto abbia il più alto grado di possibilità di successo. Un kit che fornisca le capacità di: analizzare i bisogni, enucleare le priorità, progettare, individuare gli strumenti, valorizzare l’esistente ed integrarlo, scegliere con cura le eventuali nuove apparecchiature, imparare a lavorare in rete (attingendo sia alle analoghe esperienze in corso, sia a quelle che, similari, possono costituire un sostegno) e rendere visibili i risultati (attraverso un uso sapiente dei media e delle risorse informative), favorendo così non solo l’aumento dell’utenza ma anche e soprattutto l’attivazione di nuove risorse per sperimentazioni più estese o più avanzate. Si può pensare ad un vero e proprio modulo di verifica e di formazione da cui nessuna iniziativa dovrebbe andar disgiunta e da cui l’ong potrebbe trarre benefici aldilà del singolo progetto.

Per quando riguarda gli specifici settori d’intervento, si sono individuati alcuni filoni di lavoro, che si possono raggruppare intorno a 4 poli:

a. Interventi a favore dell’infanzia e del mondo della scuola
La situazione di oppressione, di violenza e le difficili condizioni socio-economiche se influiscono sulle relazioni familiari e sulla società palestinese in generale, condiziona anche pesantemente la crescita dei bambini. Ci sono pochissimi spazi di gioco sia all’interno che all’esterno delle case (fatta eccezione per poche scuole materne), a causa della forte densità abitativa e delle ristrettezze economiche delle famiglie. Non esistono parchi giochi pubblici all’interno del Campo ed i bambini passano la maggior parte del loro tempo nei vicoli, esposti alla violenza ed ai pericoli della vita per la strada. Questo difficile accesso alle attività creative, essenziali per lo sviluppo delle attitudini sociali, emotive e cognitive, ha portato i minori ad una condizione di deprivazione ed emarginazione, il tutto aggravato dall’assenza di programmi educativi, sociali e terapeutici, che vadano incontro alle loro specifiche esigenze. Per questo insieme di difficili circostanze i bambini manifestano una serie di disordini comportamentali, che vanno dalla iperattività al comportamento aggressivo e violento. Sono diffusi anche atteggiamenti improntati a depressione, timidezza e paura. Si tratta perciò di lavorare in diverse direzioni partendo dalle strutture esistenti (scuola materna, asilo nido e scuole elementari), che vanno aperte innanzitutto il più possibile anche a quei bambini che attualmente non possono usufruirne. Da un lato si seguirà l’ormai consolidato schema che comprende: l’intervento strutturale (manutenzione, risistemazione e restauro, ampliamento, migliorie alle strutture interne ed esterne, arricchimento dei giochi e dei materiali didattici), l’intervento formativo (formazione e aggiornamento insegnanti), gemellaggi e scambi con insegnanti e scuole italiane. Dall’altro si creeranno intersezioni in grado di coinvolgere anche chi la scuola non la frequenta (accesso alle librerie, ad alcuni momenti formativi, ai summer camps, etc.). Inoltre si lavorerà per aumentare l’affluenza scolastica e soprattutto per ostacolare in tutti i modi il lavoro minorile, nuova piaga sociale, in crescita non solo nel Campo di Shu’fat.

b. Interventi a favore dei giovani, soprattutto in ambito extrascolastico (tempo libero, occupazione, droga, ex-detenuti politici)
Si tratta di impostare una collaborazione volta a promuovere attività di tipo culturale e di scambio, anche per uscire dalla secca della competizione sportiva come unica possibilità.

Il percorso dovrà essere strettamente collegato alle attività volte alla qualificazione professionale, alla creazione di posti di lavoro e alla lotta alla disoccupazione.

La creazione di siti internet, con adeguati e correlati percorsi formativi potrebbe essere un altro connettore delle varie attività.

Non è superfluo sottolineare che tali attività potrebbero risultare di grande importanza nel processo di reinserimento dei tossicodipendenti, che oltre allo specifico percorso di trattamento necessitano di un’ampia rete di appoggio e di sostegno.

Non è secondario infine il ricorso a tali attività da parte degli ex-detenuti. In questo caso avrebbero una finalità plurima: l’aiuto ai diretti interessati, il sostegno alla comunità nel percorso di recupero e reinserimento e la capitalizzazione della loro esperienza. L’obiettivo finale deve essere quello di trasformare un’esperienza devastante in un patrimonio culturale e formativo per l’intera comunità. Molti ad esempio hanno imparato la lingua ebraica in carcere e possono trasmetterla alla comunità, come strumento aggiuntivo di comunicazione e conoscenza. La conoscenza dell’altro, pur se acquisita in maniera così traumatica e con profonda sofferenza, può diventare un modo – difficile, ma pur necessario – per imparare a conoscere la controparte e per predisporre utensili per futuri ponti, per lo meno culturali.

c. Sostegno alle iniziative a favore delle donne o promosse dalle stesse
Si tratta innanzitutto di consolidare il rapporto con il Women’s Department, sostenendone, orientandone e consolidandone le attività, sia per quanto riguarda il lavoro con l’infanzia (v. punto 1), sia sui programmi nell’ambito informatico (v. punto 2), sia le altre attività che il Women’s Department ha messo in agenda, verificandone il livello di realizzazione, l’impostazione, la scientificità e contribuendo, là dove necessario, con supporti tecnici, metodologici e di materiali. L’obiettivo è quello di far sì che il Dipartimento diventi realmente un centro polifunzionale, che sarebbe d’enorme utilità per tutta la comunità di Shu’fat.

d. Lavoro in ambito sanitario
Si tratta in questo caso di agire a vari livelli.

Innanzitutto si registra la necessità di ampliare e consolidare la struttura esistente, integrandone la strumentazione e fornendo attrezzature mancanti. È particolarmente urgente la creazione di un’area di pronto soccorso, visto che la popolazione del campo, pur avendo diritto di usufruire delle strutture israeliane (gli abitanti del campo hanno la carta d’identità di Gerusalemme), spesso non può accedervi a causa dei coprifuoco e dei posti di blocco.

Si rende necessario altresì un incremento del personale con diversi livelli di specializzazione (corsi in Palestina presso le strutture esistenti, con personale locale e personale italiano). In aggiunta al personale regolare si prevede altresì la formazione di un’equipe di volontari capace di intervenire nei purtroppo numerosissimi casi di emergenza e di prestare cure sul posto in caso di incidente.

Un’attenzione particolare sarà rivolta ai portatori di handicap e soprattutto ai giovani.


3. I Progetti

3.1 Progetto Nursery (Asilo nido)

Titolo: Nursery (Asilo nido)
Destinatari: bambini da 0 a 3 anni
Numero di beneficiari diretti: 20 bambini, 3 insegnanti
Numero di beneficiari indiretti: 200 persone circa (i familiari)
Partner: Shu’fat Women’s Centre
Costo: 2.096 $

Premesse e descrizione
L’Asilo nido è la sola istituzione nel campo ad offrire un servizio alle donne che lavorano. È noto per la sua buona qualità, per i prezzi contenuti e pure per la sua posizione strategica al centro del campo, che facilita l’accesso alla popolazione.

La superficie della nursery è di circa 40 mq. La nursery è composta da una piccola camera da letto, una stanza per i giochi, un piccolo bagno ed una cucina.

Attualmente sono tre le insegnanti preparate e qualificate che lavorano con i bambini.

La principale fonte d’entrate è costituita dalle tariffe pagate dai genitori, a cui si aggiunge occasionalmente un contributo dell’UNRWA per alcuni giochi educativi e per qualche mobile.

Il governo tedesco ha contribuito alla costruzione dell’edificio e all’acquisto di alcuni mobili.

Ogni bambino paga una somma che va da 150 a 250 NIS all’anno.

Le spese ordinarie annue si aggirano intorno ai 7.000 $, di cui oltre 5.000 per gli stipendi ed i restanti 2.000 per i costi di gestione (elettricità, provviste alimentari, materiali per le pulizie, etc.).

Il Progetto Obiettivi e contenuti
Il progetto mira allo sviluppo della nursery e ad ampliare la sua attuale struttura per far fronte all’alta domanda da parte dei residenti.

Gli interventi richiesti sono sostanzialmente di tipo strutturale: concernono alcune riparazioni, ma soprattutto un ampliamento della zona cucina e la sistemazione del bagno. È prevista altresì l’integrazione delle attrezzature e dei materiali educativi esistenti. Il costo totale è di 2.278 $ (per i dettagli vedi budget allegato).

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3.2 Progetto Kindergarten (Scuola per l’infanzia)

Titolo: Kindergarten Project (Scuola per l’infanzia)
Destinatari: bambini dai 3 ai 6 anni
Numero di beneficiari diretti: 75 bambini
Numero di beneficiari indiretti: le famiglie, per un totale di circa 700 persone
Partner: Shu’fat Women’s Centre
Costo: 8.515 $

Premessa e descrizione dell’Istituzione
La scuola materna si chiama Atfal al-Quds Kindergarten, cioè Asilo dei bambini di Gerusalemme.

È la settima scuola materna del campo dal momento che ne esistono altre 6 (private e pubbliche), però Atfal Al-Quds Kindergarten viene ritenuta la numero uno, per l’elevato livello di servizi che fornisce. Va sottolineato che le scuole materne del campo non sono sufficienti per tutti i bambini di età inferiore ai 6 anni.

La Scuola ha una superficie di circa 100 mq. ed è composta da 3 grandi aule, un ufficio per l’amministrazione, una piccola sala multifunzionale, bagni e cortile. I bambini che la frequentano sono 75, di cui 50 in età fra i 5 e i 6 anni e 25 fra i 3 e 4 anni.

Atfal Al-Quds Kindergarten si distingue dalle altre scuole materne per i seguenti motivi:

a. l’ubicazione strategica. La scuola materna è situata al centro del campo e perciò è facilmente raggiungibile da tutti i bambini.

b. l’edificio. È nuovo, in buone condizioni, progettato come scuola materna e quindi idoneo alle attività dei bambini. È dotato di tutto il necessario.

c. l’attrezzatura. Mobilio, giochi educativi e giocattoli sono relativamente in buone condizioni. L’arredamento è adeguato.

d. l’area esterna. Vi è un grande spazio, protetto e sicuro, in ottime condizioni, fornito di una grande tettoia di zinco e attrezzato con vari giochi. È stato rinnovato e migliorato l’anno scorso con il contributo dell’ARCI-Milano all’interno del progetto Welfare-PMO e World Bank Trust Fund.

e. le tariffe. Sono molto contenute.

f. la gestione. Tutti gli insegnanti sono specializzati.

La Scuola Materna sviluppa il proprio programma didattico attraverso il gioco, la scoperta e la ricerca. Il piano educativo prevede la divisione in settori: ognuno di essi comprende un certo numero di attività che rispondono alle esigenze dei bambini e ne promuovono la crescita cognitiva e psicologica. Inoltre gli insegnanti operano per preparare i bambini al successivo periodo scolastico, dando loro i concetti di base.

Vi lavorano 5 insegnanti, le cui mansioni, titoli di studio e salari sono qui di seguito indicati:

Nome

Specializzazione

Stipendio (US$)

Mansione

Mrs.Majeda Ibrahim Educatrice Prima Infanzia

Volontaria

Supervisore educativo

Nawal Badareen Diploma letteratura Inglese

209

Direttore Scuola Materna

Hiam A’lqam Diploma Scienze Sociali

157

Insegnante

Umima al-Baia’ Diploma Scuola Superiore

157

Insegnante

Razan Abed Al-Rahman Educatore Prima Infanzia

157

Insegnante

TOTALE

680 US$

La principale risorsa finanziaria è costituita dalle tasse scolastiche, che sono considerate entrate fisse:

  • ogni bambino paga 170 Dinari giordani all’anno (1 DG= $ 1.25)
  • il totale delle tasse per 75 bambini ammonta a 12.750 Dinari Giordani (quasi $16.000)
  • inoltre in passato la Scuola Materna ha ottenuto diversi contributi finanziari da parte dei seguenti enti:
    • UNRWA (per giochi educativi e per la costruzione del muro esterno intorno al cortile)
    • Progetto Asili (per stipendi e riparazioni)
    • Associazione ARCI Milano – Progetto Asili (per la completa ristrutturazione del cortile esterno)
    • governo tedesco (per la costruzione dell’edificio e per il mobilio).

Le spese correnti annue superano i 7.400 $: 6.800 $ sono destinati agli stipendi previsti per 10 mesi ed il resto alle spese di gestione ordinaria (elettricità, cancelleria, riparazioni, materiale per la pulizia, sorveglianza).

Il progetto. Obiettivi e contenuti
Il progetto si ispira ad un concetto di complementarità, piuttosto che di novità. In altri termini, il progetto intende rispondere alle esigenze già esistenti, estremamente vitali ed importanti per i bambini.

Più nello specifico si intende rifare l’impianto di riscaldamento centrale, rivedere gli scarichi esterni dei rubinetti, ristrutturare i bagni, risistemare il playground esterno (ricambio di sabbia) e acquistare un computer, per un totale di 8.515 $ (per il dettaglio vedi budget allegato).

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3.3 Progetto Toys Library (Biblioteca giocattoli)

Titolo: Toys Library (Biblioteca giocattoli)
Destinatari: bambini dai 5 ai 14 anni
Numero di beneficiari diretti: alcune centinaia di bambini
Numero dei beneficiari indiretti: le famiglie dei bambini, nell’ordine di alcune migliaia di persone
Partner: Shu’fat Women’s Centre
Costo: 25.530$
Durata del progetto: un anno

Premessa
Le condizioni di vita della maggior parte dei bambini del campo di Shu’fat sono contrassegnate da una serie di difficoltà, che vanno dalla critica situazione socio-economica delle famiglie (alto tasso di disoccupazione, alta densità abitativa…) alla scarsa attenzione alle esigenze dei bambini e quindi alla mancanza di opportunità che li mettano in grado di sviluppare le loro attitudini creative.

I fattori sopra menzionati spesso producono un tipo di bambino instabile, con disordini comportamentali e psicologici, che possono essere così sintetizzati:

a. senso di rifiuto. La maggioranza dei bambini proviene da famiglie numerose. Le madri non hanno il tempo sufficiente per occuparsi in modo adeguato di tutti i figli. La situazione economica deteriorata aumenta le tensioni all’interno delle famiglie. I bambini, non trovando risposta alle loro “normali” richieste (e quindi sentendosi rifiutati) spesso agiscono accentuando la loro ricerca d’attenzione da parte degli adulti e acutizzando la competizione tra di loro per dare risalto alle proprie azioni.

b. aggressività. Molti bambini mostrano una forte tendenza a comportamenti aggressivi, sia fisici che verbali. Le ragioni di questo atteggiamento vanno ricercate in una serie di fattori concomitanti, fra i quali l’aggressione cui sono sottoposti in casa da parte dei genitori, in strada e a scuola e, non per ultimo, da parte dell’esercito israeliano onnipresente. La frustrazione e la rabbia che ne derivano, non trovando un adeguato ascolto, vengono represse ed emergono in varie forme di aggressività.

c. incapacità di esprimere i propri sentimenti. Questo è molto simile al problema precedente. In questa situazione così critica i bambini non vengono incoraggiati ad esprimere ciò che sentono perché i genitori sono troppo occupati, spesso non tengono abbastanza in considerazione l’emotività dei propri figli e molti non comprendono l’importanza di trascorrere del tempo con loro ad ascoltare i loro problemi.

Tutti i fattori sopra descritti hanno portato i bambini ad assumere comportamenti disturbati, ad essere più competitivi tra di loro, a perdere il senso della cooperazione e a non fidarsi facilmente degli altri.

Pertanto, sostanzialmente i bambini necessitano di un orientamento sotto l’aspetto sociale, psicologico e comportamentale.

La Toys Library, che è il primo progetto di questo genere nel campo, potrebbe diventare un utile strumento per raggiungere i bambini del campo e quindi aiutarli attraverso “la cura del gioco” ad apprendere nuovi metodi per rapportarsi coi propri problemi, a sviluppare una nuova immagine di se stessi e delle proprie capacità sociali che possano essere loro utili nei rapporti con gli altri.

Il progetto. Obiettivi e contenuti
Il progetto mira a ridurre la pressione psicologica sui bambini, attraverso la creazione di una Toys Library, cioè un ambiente alternativo e sano dove far crescere i bambini al sicuro, lontano dai rischi della strada. Inoltre questo progetto vuol dare loro la possibilità di esprimere le proprie paure, la propria rabbia, le proprie frustrazioni, ma anche aspirazioni, sogni e talenti per incoraggiarli ed orientarli verso un futuro migliore.

La Toys Library è finalizzata a sviluppare un modello terapeutico innovativo di attenzione all’infanzia, destinato ai bambini, emarginati e privi di mezzi, del Campo di Shu’fat. Il progetto intende:

a. creare e sviluppare una biblioteca dei giocattoli come modello di assistenza ai bambini del Campo, per sopperire alla mancanza di un ambiente d’orientamento e per andare incontro alle specifiche esigenze di quelli più emarginati e privi di mezzi;

b. promuovere l’importanza del gioco come strumento di apprendimento e di cura nella vita dei bambini;

c. fornire, attraverso attività ludiche, prospettive ed orientamento a quei bambini carenti di relazioni positive con l’adulto e di attenzioni sufficienti da parte dei genitori;

d. rispondere con un lavoro d’aiuto, individuale o di gruppo, a delle specifiche esigenze dei bambini;

e. sviluppare le attitudini sociali dei bambini e metterli in grado di affrontare efficacemente il proprio ambiente e prima di tutto la propria famiglia;

f. far emergere nei bambini le loro capacità e potenzialità nascoste e favorirne lo sviluppo;

g. offrire, ai genitori ed alle madri, attraverso degli incontri gli strumenti necessari per poter affrontare i bisogni dei bambini e le problematiche relative allo sviluppo, rendendoli in grado di partecipare attivamente alla progettazione dell’educazione dei propri figli;

h. dare ai bambini un’educazione in materia di alimentazione, salute ed igiene attraverso delle lezioni adatte a loro.

Per attuare questo progetto, il Centro delle Donne, che si trova al centro del Campo e quindi facilmente accessibile a tutti i residenti, metterà a disposizione un ampio locale dove situare la biblioteca dei giocattoli.

Metodi di gestione
Un comitato di gestione, composto dalla Direzione del Centro delle Donne, dalla direttrice del Centro, da un assistente sociale e da una bibliotecaria professionista (questi ultimi da assumere), sarà il referente per tutte le decisioni professionali, amministrative e finanziarie relative al progetto, sia nella gestione ordinaria che per la programmazione a lungo termine.

Le loro responsabilità includeranno inoltre le seguenti competenze:

1. installare la biblioteca dei giocattoli all’interno del Centro delle Donne. I giocattoli dovranno essere classificati in modo professionale secondo i criteri della biblioteconomia, per rendere la scelta facile ed accessibile ai bambini. Inoltre la biblioteca dei giocattoli dovrà essere dotata di un settore particolare dove saranno disponibili giochi complessi da utilizzarsi sotto la supervisione dei professionisti. Un singolo bimbo o un gruppo di bimbi potranno giocare in questo settore, mentre altri potranno prendere in prestito giocattoli e giochi da portare a casa. Dovrà essere stabilito un programma di prestiti con una minima tassa di assicurazione per incentivare i bambini a prendersi cura dei giocattoli e a restituirli dopo un periodo definito. Per impostare tutto quanto sopra descritto, la bibliotecaria e l’assistente sociale avranno a disposizione un periodo di due mesi.

2. predisporre per l’utilizzo un angolo del cortile del Centro delle Donne (adiacente alla biblioteca). Qui verrà installata una tettoia di protezione e costruita una toilette. Questo spazio verrà usato dai bambini con dei giocattoli adatti all’esterno, soprattutto durante le vacanze estive.

3. pubblicizzare la Toys Library. L’assistente sociale imposterà uno specifico lavoro con le varie istituzioni educative del Campo, dalle scuole materne (partendo da quella del Centro delle Donne) alle preparatorie e a quelle elementari, con l’obiettivo di pubblicizzare la biblioteca dei giocattoli ed invitare i bambini a visitarla ed a prendere in prestito i giocattoli.

4. predisporre un piano di accoglienza per i bimbi all’interno della struttura. Al loro arrivo, i bambini saranno incoraggiati a prendere in prestito i giocattoli più consoni alla loro età, tenendo sempre conto delle loro preferenze. L’assistente sociale e la bibliotecaria daranno dettagliate spiegazioni sull’utilizzo dei giochi ai bambini che verranno invitati ad usarli e provarli all’interno della struttura. Con questa preventiva supervisione, l’assistente sociale avrà l’opportunità di cominciare a prefissare parte degli obiettivi della “assistenza attraverso il gioco”. Infatti il prestito dei giochi, così come il loro utilizzo all’interno della struttura, permetterà all’assistente sociale di proporre ai bambini nuove modalità di comportamento e di azione.

5. progettare un piano di lavoro all’interno della struttura. Le attività e soprattutto i giochi didattici, verranno stabiliti dall’assistente sociale. Questi giochi hanno lo scopo di migliorare le capacità sociali, cognitive, creative e motorie dei bambini. L’obiettivo è quello d’insegnare loro a giocare insieme, a seguire o stabilire le regole, a rispettare il proprio turno, a seguire le istruzioni dei giochi, eccetera… I giochi didattici dovranno comprendere: il racconto di storie, l’esercitazione della memoria, gli scacchi, la costruzione di figure con oggetti di plastica ed altri ancora…

6. stimolare il lavoro di gruppo. Per raggiungere questo obiettivo i bambini verranno divisi in gruppi di lavoro secondo l’età e/o gli interessi. Si stimoleranno le relazioni di gruppo attraverso vari giochi psicologici su diverse tematiche: il concetto di sé, il rapporto tra ragazzi e ragazze, gli stereotipi relativi ai ruoli e alle caratteristiche sessuali, le relazioni familiari, ecc.

7. programmare un’attività, a cadenza mensile, di proiezione cinematografica (con un proiettore a muro e un computer DVD). I film saranno utilizzati per dare un’occasione di svago ai bambini, ma anche per sviluppare la loro creatività e immaginazione. Non ci sarà l’obbligo di vedere le pellicole, quelli che lo vorranno, potranno continuare a giocare a condizione di non disturbare la visione del film.

8. fornire assistenza educativa ai genitori. Ai genitori, ed in particolare alle madri, oltre alle istruzioni sull’utilizzo dei giocattoli presi in prestito dai loro figli, verranno dati tutti gli strumenti necessari per comprendere l’importanza del gioco, quale mezzo indispensabile per lo sviluppo del bambino e per la soddisfazione dei suoi bisogni.

9. organizzare corsi di formazione. Sono già previsti due seminari sul tema dello sviluppo e dei bisogni dei bambini e sul concetto di “educazione attraverso il gioco”, indirizzati agli insegnanti delle scuole materne, preparatorie ed elementari, per illustrare l’importanza del gioco come modalità d’approccio ai problemi. Fra le altre tematiche avranno uno spazio particolare il problema della violenza all’interno della famiglia e le possibilità di soluzione pacifica e democratica dei conflitti con i bambini sia a scuola che in casa.

10. dare visibilità alla Toys Library. È già prevista la stampa di due manifesti e di due adesivi promozionali che sottolineano l’importanza del concetto di “Educazione attraverso il gioco”. Verranno distribuiti soprattutto tra i bambini e all’interno delle varie istituzioni educative del Campo.

Risultati attesi del progetto

1. La creazione di un ambiente protetto migliorerà le attitudini socio-emotive dei bambini e li renderà capaci di interagire meglio tra di loro e con gli adulti.

2. I bambini impareranno ad esprimersi più liberamente attraverso il gioco ed altre modalità di terapia espressiva.

3. I bambini accresceranno la fiducia in se stessi, come risultato dell’esperienza di partecipazione alle attività e ai programmi della biblioteca.

4. I bambini con esigenze particolari saranno seguiti con metodi di apprendimento attivo, che svilupperanno la loro volontà di apprendimento e li aiuteranno a superare le loro difficoltà.

5. Oltre mille bambini diventeranno membri della biblioteca dei giocattoli e centinaia di altri la frequenteranno in modo saltuario.

6. L’intera comunità, compresi i genitori, sarà più sensibile e si accorderà di più alle esigenze di sviluppo dei bambini.

La gestione del progetto
Saranno necessarie le seguenti figure:

  • un Direttore: la Direttrice del Centro delle Donne impiegherà il 30% del suo lavoro nella biblioteca dei giocattoli
  • un Assistente sociale: questa figura dovrà avere un diploma BA in Scienze Sociali, oltre a 3 anni di esperienza lavorativa con bambini e famiglie. Verrà assunto a tempo pieno.
  • un addetto alla gestione del prestito: dovrà avere almeno un diploma in attività di biblioteca e almeno 3 anni di esperienza lavorativa. Verrà assunto a tempo pieno.

Inoltre è prevista la presenza di altri insegnanti provenienti da vari ambiti educativi e psicologici, assunti su base oraria a seconda delle necessità.

Il finanziamento da parte italiana servirà a coprire le spese della struttura (una scrivania, scaffali e armadi per giocattoli, giochi educativi, tavoli e sedie, un computer con DVD, una fotocopiatrice, la costruzione dei bagni esterni, la tettoia nel cortile), per un totale di 25.530 $ (per il dettaglio vedi budget allegato).

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3.4 Progetto Emergency room (Pronto soccorso)

Titolo: Emergency room (Pronto soccorso)
Destinatari: tutta la popolazione del campo e delle zone limitrofe
Partner: Local Committee for disable Rehabilitation
Costo: 82.719$

Premessa
Il progetto risponde all’esigenza di un Pronto Soccorso, dal momento che non ne esistono all’interno dell’area del Campo. Occorre anche sottolineare il fatto che il Servizio Sanitario Israeliano non copre né ha l’intenzione di coprire questa area, per motivi politici.

Il Comitato Locale per la Riabilitazione provvederà a fornire lo spazio necessario per il Pronto Soccorso.

Il progetto. Obiettivi e contenuti
Il progetto mira a creare un Pronto Soccorso per tutti gli abitanti del Campo di Shu’fat (portatori di handicap, donne, uomini e bambini) ed a fornire assistenza sanitaria a tutti gli abitanti. La popolazione che ne usufruirà è di circa 25.000-35.000 persone. Si tratterà di un Pronto Soccorso che supplirà alle carenze causate dall’assenza di un servizio d’emergenza in tutta l’area.

Oltre ad assicurare l’assistenza medica alla popolazione il progetto contribuirà a creare nuovi posti di lavoro. S’intende inoltre prevenire le complicazioni derivanti da malattie contagiose ed aiutare i più disagiati ad ottenere le cure mediche di cui necessitano.

I risultati attesi del progetto
1. Fornire servizi ed assistenza alla popolazione dell’area riducendo i livelli di sofferenza dei pazienti, soprattutto delle donne e dei bambini.

2. Prestare cure sul posto in casi di incidenti e feriti.

3. Formare una équipe di volontari per l’emergenza.

4. Equipaggiare la struttura con medicinali e attrezzature mediche.

5. Prevenire invalidità.

6. Migliorare le condizioni igienico-sanitarie.

7. Offrire un miglior servizio medico stabilendo i collegamenti necessari con gli altri centri sanitari e ospedalieri della zona.

Fasi del progetto

Prima fase (tempo previsto 3 mesi)

  • Costruire ed aprire un Pronto Soccorso che garantisca assistenza medica dalle 4.00 pm alle 12.00 am.
  • Predisporre le necessarie attrezzature mediche e fornire i medicinali necessari.
  • Assumere personale preparato per la gestione del Pronto Soccorso.
  • Procurare il seguente equipaggiamento (qui elencato in ordine alfabetico) per allestire nella maniera più efficiente il Pronto Soccorso:alcool, un analizzatore portatile di glicemia, antisettici, armadietti sanitari, barelle, 2 bombole grandi d’ossigeno, 2 bombole piccole, cancelleria, carrelli, cerotti, cestini per spazzatura, clip per sutura, coperte, cotone, disinfettanti generici, elettrocardiografo, forbici, un frigorifero per medicinali, garza, guanti, lampade da tavolo, lenzuola e federe, un manometro, medicinali, un nebulizzatore per aerosol, oftalmoscopi, otoscopi, scaffali, sedia a rotelle, set per sutura, sterilizzanti, uno sterilizzatore, termometri, un’unità C.P.R, vassoi e bacinelle.

Il Comitato si incaricherà di procurare quanto segue:

  • locali ( cucina, bagni, sala d’attesa)
  • letti, lettini operatori e divisori di ambienti
  • tutto il mobilio necessario.

Seconda fase (tempo previsto 3 mesi)

A. Preparare ed allestire un piccolo laboratorio per le diagnosi ed i trattamenti d’emergenza

B. Allestire una clinica dentistica fornita di poltrona ed attrezzatura dentistica (verrà procurata dal Comitato Locale attraverso le sue relazioni con altre organizzazioni).

Terza fase (tempo previsto 6 mesi)

A. Aprire sezioni specialistiche all’interno del Pronto Soccorso: ortopedia, pediatria, ginecologia ed ostetricia e clinica interna. Attraverso queste sezioni specialistiche si svilupperanno contatti e relazioni con gli ospedali locali.

B. Dotarsi di un’ambulanza per l’emergenza con una équipe medica specializzata a bordo.

Il costo previsto per la realizzazione del Progetto è di 110.000$ circa. Parte di questi costi saranno coperti dalla Comunità stessa di Shu’fat e per ora la richiesta specifica concerne l’ammontare di 82.719$ (per il dettagli, vedi budget allegato).
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3.5 Progetto per la formazione di operatori sociali per minori

Titolo: Progetto per la formazione di operatori sociali per minori
Destinatari: formatori
Beneficiari: giovani fino ai 17 anni
Partner: Youth Centre
Durata del progetto: un anno
Sponsor italiano: Centri Rousseau

Il progetto è stato ideato dai Centri Rousseau di Milano (v. scheda)

Obiettivo del Progetto
Identificato ad oggi è quello di formare il personale idoneo a gestire un centro giovani (da ubicare nelle strutture già esistenti, costruite grazie all’aiuto del governo canadese). Si ritiene che il personale debba provenire prioritariamente dal Campo, perché l’esperienza insegna che nessuno è in grado di leggere le dinamiche come chi le vive in prima persona. Ci si propone di formare persone adulte per metterle nelle condizioni di poter progettare e gestire il Centro Giovani e quindi avviare un intervento organico sui giovani.

Programmazione:

Fase 1:
missione esplorativa da parte di un’équipe costituita da 6 persone (composta da tre dirigenti della cooperativa, tra cui la presidente, e da tre educatori esperti, tutti con esperienza di lavoro educativo con minori dai 6 ai 17 anni) che si occuperà di:

1. svolgere una ricerca qualitativa sulla percezione dei bisogni, delle risorse e dei punti critici dei giovani di Shufat (lavoro, affetti, uso/abuso di sostanze stupefacenti, livello d’istruzione, eccetera) in maniera principalmente interattiva, ossia a partire dalla proposizione di attività dimostrative ed esplorative rivolte a differenti fasce d’età, con l’obiettivo sia di verificare dal vivo la situazione del campo sia di iniziare a individuare alcuni possibili adulti a cui proporre il percorso di formazione;

2. realizzare una serie di incontri con soggetti significativi del Campo Profughi (singoli o enti), allacciando con loro rapporti e collaborazioni;

3. realizzare incontri con organizzazioni esterne al campo profughi ma ugualmente significative per analogia di esperienze fatte (altri Centri Giovani).

Tempi: 7-30 agosto 2002

Fase 2:
elaborazione di un progetto a partire dal materiale raccolto ed elaborato. Successivamente avverrà la selezione e la formazione del personale locale che dovrà lavorare nel progetto del Centro Giovani. Occorre stringere una collaborazione con l’università di Gerusalemme sia a livello di percorsi e di metodologie di ricerca, sia in vista della selezione del personale cui verrà poi proposta la formazione. Infine verranno realizzati degli incontri con organizzazioni esterne al Campo Profughi ma ugualmente significative per la loro conoscenza del territorio, delle sue risorse e dei suoi bisogni (es. il Medical Relief).

Tempi: settembre 2002/primavera 2003 (da verificare durante l’attuazione).

Fase 3:
progettazione del Centro Giovani o di altre attività rivolte ai giovani.

Tale proposta è da discutere e da elaborare con i responsabili del Campo ed i diretti interessati, nei modi e nelle forme che la popolazione individuerà come più opportune e rispondenti alle esigenze locali, da realizzare congiuntamente dagli operatori dei Centri Rousseau e dai nuovi operatori palestinesi appositamente formati, a partire dalla formazione teorica e pratica ricevuta e dalle esperienze pratiche conseguenti (anche a Shufat).

Tempi: a partire dalla primavera 2003 (durata da verificare durante l’attuazione).

Fase 4:
promozione e sostegno per l’avvio di attività rivolte ai giovani. Pure tale proposta è da discutere e da elaborare con i responsabili del campo ed i diretti interessati.

Tempi: estate/autunno 2003 (da verificare durante l’attuazione).

NOTA BENE. La prima fase si è conclusa positivamente.


4. I Partners Palestinesi

4.1 Il Women Centre, il Centro delle donne

Il Centro delle Donne di Shu’fat, fondato nel 1997, fa parte del Centro di Sviluppo della Comunità.

L’UNRWA, in collaborazione con il governo tedesco, ha costruito il Centro, che è un edificio ben disegnato e strutturato.

Il Centro è stato gestito fin da allora da uno staff amministrativo composto da 9 membri, tutte donne. L’équipe, che lavora su base volontaria, viene eletto direttamente dall’assemblea generale, aperta a tutta la popolazione del Campo di Shu’fat, secondo criteri stabiliti.

Gli obiettivi del Centro delle Donne sono i seguenti:

  • innalzare il livello d’istruzione e le capacità professionali delle donne
  • rendere le donne parte attiva della società
  • sostenere le famiglie che si trovano in gravi situazioni socio-economiche
  • rafforzare la consapevolezza delle donne rispetto ai loro diritti, al ruolo sociale e al loro coinvolgimento nella società
  • contribuire a migliorare l’ambiente educativo per i bambini.

Il Centro delle Donne è composto dalle seguenti sezioni:

  • una sala multifunzionale finalizzata ad attività educative e sociali. Viene anche utilizzata per incontri pubblici, spettacoli e attività ricreative
  • un club sportivo attrezzato, dove si tengono diversi corsi sotto la supervisione di un istruttore specializzato
  • una sala dove le donne possono apprendere la professione di pettinatrice. Le donne del Campo e dei villaggi vicini possono usufruire dei servizi del salone a prezzi nettamente inferiori rispetto a quelli dei saloni commerciali. Gli introiti di questa attività costituiscono un’altra entrata per il Centro delle Donne. Il salone viene gestito da una parrucchiera professionista, che funge anche da insegnante, insieme ad altre due assistenti
  • una biblioteca pubblica fondata grazie a diverse donazioni. È aperta al pubblico, secondo orari che rispettano il contesto culturale. La biblioteca è modesta e quindi non contiene molti libri di letteratura e di consultazione
  • una stanza per i bambini (nursery), adiacente alla sala multifunzionale. Ulteriori informazioni riguardanti le attività della nursery verranno fornite più avanti
  • un asilo infantile ubicato al primo piano. Altri dettagli verranno forniti più avanti
  • un ufficio amministrativo
  • un laboratorio informatico con 12 computer.
4.2 Il Local Committee for disabled rehabilitation

Il Comitato Locale per la riabilitazione dei disabili è un comitato volontario che è stato fondato nel 1993 in collaborazione con l’UNRWA. È uno dei comitati più attivi sia nel Campo di Shu’fat che nell’intera area.

Il Comitato Locale garantisce in tutta la zona (Campo e dintorni) diversi servizi destinati a varie categorie sociali: in particolare ai bambini e ai portatori di handicap, come pure ai feriti dell’Intifada.

Informazioni riguardanti i programmi e le attività del Comitato:

1. Un locale per la fisioterapia a uso pubblico e per portatori di handicap, con un fisioterapista ed un assistente. Il locale è dotato di moderne attrezzature e vengono trattate le seguenti patologie: reumatismi, problemi muscolari, problemi alla schiena e al collo, discopatie, fratture, malattie croniche, traumi da incidenti stradali e altri trattamenti del dolore. L’utenza varia dai 60 ai 100 casi al mese.

2. Programma di visite a domicilio. È iniziato nel 1997 con una media di circa 300 visite al mese. Il numero complessivo dei disabili e dei portatori di handicap seguiti e monitorati da questo programma è circa 400. Il numero è in costante aumento, anche grazie all’espansione dei diversi servizi che il comitato locale sta realizzando nelle città e nei villaggi dei dintorni. L’obbiettivo di questo programma è seguire e soddisfare ogni esigenza relativa all’handicap, inclusa l’attrezzatura necessaria.

3. Una classe destinata a ragazze provenienti da famiglie disagiate, alle quali viene insegnato l’allevamento dei polli, la lavorazione della lana ed altre attività, con un numero iniziale di 12 ragazze.

4. Una biblioteca pubblica che contiene 1.910 volumi su differenti argomenti. Un gruppo di insegnanti ha iniziato a tenere delle lezioni extra a studenti che presentano problemi di comprensione.

5. Una classe destinata a ragazzi dai 6 ai 12 anni che presentano ritardi intellettivi, per aiutarli a diventare autonomi, insegnare loro a leggere, a scrivere e a svolgere lavori manuali di vario tipo.

6. Incontri pubblici su varie tematiche relative alla salute, basandosi su dispense che vengono distribuite tra i residenti del campo (ad es. sul fumo, sull’AIDS e sui loro effetti nocivi sugli individui e sulla società nel suo insieme). Un’assemblea generale su Gerusalemme e sui diritti civili è stata organizzata da alcuni avvocati.

7. Campi estivi. Ogni anno viene realizzato un campo estivo della durata di due settimane, a cui partecipano molti ragazzi, compresi i portatori di handicap, e che prevede lo svolgersi di varie attività. Viene inoltre tenuto un campo estivo speciale a Tabgha nella città di Tiberiade in Galilea, della durata di 10 giorni, con varie attività ricreative.

8. Un programma di recupero educativo rivolto a ragazzi e ragazze del livello elementare.

9. Gite con lo scopo di far conoscere ai ragazzi luoghi turistici e storici.

10. Celebrazione delle giornate internazionali dei disabili e di altri eventi storici e religiosi.

11. Accoglienza ed ospitalità di delegazioni di amicizia e solidarietà presso il centro.


5. La rete di collaboratori in Palestina

Per la loro realizzazione, i vari progetti si avvarranno della cooperazione di Istituti e Ongs, di volta in volta individuati: dall’Università al Medical Relief, da Burji Alaqlaq al Centro per la tossicodipendenza di Al-Ezarie. Per ognuno di questi collaboratori sarà preparata un’apposita scheda.


6. La rete italiana di sostegno

I Centri Rousseau

I Centri Rousseau sono nati nel 1968 per occuparsi in maniera innovativa del tempo libero dei minori. Quello che propongono non è semplicemente un modo per occupare il tempo libero, ma è un progetto che vuole facilitare la graduale crescita e maturazione dei ragazzi.

  • Non alloggiano i minori in strutture in muratura, ma in campeggi a contatto con la natura e strutturati a loro misura.
  • Non hanno ruoli differenziati (assistenti, educatori, sorveglianti notturni, direttori, eccetera), ma lavorano in équipe di educatori polivalenti, tutti diplomati, formati dalla cooperativa sui bisogni generali e specifici dei bambini e dei ragazzi in relazione alle fasce di età e alle caratteristiche personali.
  • Le mansioni pratiche della vita comunitaria vengono gestite a rotazione da tutti, adulti e ragazzi, in proporzione alle proprie capacità (corvé).
  • La socializzazione è un aspetto fondamentale, pertanto ogni attività è tesa a creare esperienze di relazione e di vita associata tra i giovani in un contesto che sia anche divertente grazie all’utilizzo di laboratori (manuali, teatrali, eccetera), giochi, animazioni, gite.

Al centro dell’esperienza sono posti:

  • il riconoscimento al minore di una propria personalità (benché in formazione),
  • il rifiuto di atteggiamenti emarginanti,
  • la rinuncia dell’autoritarismo in favore di una conduzione della vita comune partecipativa, basata su norme autorevoli perché riconosciute dal gruppo.

Da tali presupposti i Centri Rousseau hanno maturato, tra i primi, la convinzione che l’ampliamento delle radici democratiche dell’esperienza educativa comportasse l’accettazione e l’inserimento a pieno titolo anche di individui soggetti ad emarginazione, quali minori disabili o disadattati, per i quali non viene previsto un percorso separato di inserimento nel gruppo. Piuttosto, si procede rafforzando l’équipe in termini numerici, senza per questo individuare un unico referente fisso per il minore, ma responsabilizzando l’intera équipe a garantirgli l’attenzione particolare di cui ha bisogno per un esito positivo dell’esperienza.

Le principali attività della cooperativa sono:

  • l’organizzazione e la gestione di campeggi e centri di vacanza per minori dai 3 ai 17 anni,
  • l’organizzazione e la gestione di centri di aggregazione giovanile,
  • la collaborazione con comunità terapeutiche per minori e case famiglia,
  • attività integrative nella scuola dell’obbligo (laboratori, percorsi con gruppi-classe, attività di prescuola e giochi serali, eccetera),
  • animazioni e manifestazioni di piazza,
  • laboratori,
  • gite, feste e cineforum per bambini e ragazzi,
  • programmi radiofonici per bambini,
  • convegni, seminari, corsi di aggiornamento per animatori del tempo libero e operatori scolastici.
Comitato di Solidarietà col Popolo Palestinese di Torino

Creare dei ponti fra singoli soggetti, circoli, gruppi d’interesse, cooperative, collettivi, centri sociali, mondo sindacale, scuole… con altrettante realtà esistenti palestinesi è un compito fondamentale che ci proponiamo da sempre. È indispensabile per far sentire al Popolo Palestinese che non è solo nella sua lotta“.

Il Comitato di Solidarietà col Popolo Palestinese di Torino è un comitato indipendente ed autonomo, composto da vari soggetti italiani e palestinesi di diversa estrazione politica.

Quasi tutti hanno alle loro spalle una lunga storia di solidarietà a fianco del Popolo Palestinese.

Nel settembre del 2000, con lo scoppio della Seconda Intifada, si è reso necessario ed indispensabile un loro maggior coinvolgimento con un lavoro più organizzato, definito e coordinato.

Fin dall’inizio si è posto, come nodo fondamentale, il problema dell’informazione e della controinformazione, dal momento che le notizie che circolano sui mass media non solo sono ampiamente deformate, ma falsificano completamente la realtà della lotta e della resistenza in atto in Palestina.

Il Comitato si è preso quindi l’impegno di riportare e sostenere le istanze di chi quotidianamente lotta contro la campagna di annientamento condotta dallo Stato d’Israele.

Con il continuo aggravarsi della situazione economica nei Territori Occupati, il Comitato di Solidarietà col Popolo Palestinese non ha potuto esimersi dal sostenere economicamente una serie di progetti inviati di volta in volta dalla Palestina, scegliendo quelli ritenuti più urgenti.

Il sostegno economico viene coperto organizzando sottoscrizioni, incontri, vendita di materiale informativo e cene di autofinanziamento…

Da pochi mesi è stato completato, in collaborazione con altre realtà, l’impegno a favore del Progetto di Salute Mentale nella Striscia di Gaza.

Concretamente sul territorio il Comitato organizza dibattiti, assemblee, cortei, presidi cittadini, incontri nelle scuole…

Di recente, insieme ad altre realtà socio-politiche della città, è stata lanciata una Campagna per il Boicottaggio dei prodotti israeliani.

Attualmente il Comitato dispone di un ricco archivio di materiale informativo: mostre, materiale audiovisivo, volantini, libri…

Tutte queste informazioni e tante altre, così come le attività aggiornate del Comitato, si possono ritrovare sulla pagina web: http://www.lacaverna.it/palestina/index_pal.htm, nel sito del Torino Social Forum.

Torino, settembre 2002