Perché Hebron

Hebron è situata a circa 30 km a sud di Gerusalemme. Fondata intorno al XXXV secolo a.C., è una delle città più antiche della Palestina. La zona di Al-Khalil, nome arabo della città che significa “l’amico”, è famosa per i frutteti e le vigne. Lungo le sue strade strette e tortuose si trovano numerose fabbriche artigianali di ceramica e di vetro, i prodotti tipici di questa città.

Nella parte bassa, fra le case di pietra bianca dai tetti piani e quasi in mezzo ai vecchi mercati, si trova Al-Masged Al-Ibrahimi, la Moschea di Abramo – la Grotta dei Patriarchi, luogo di pellegrinaggio per ebrei, cristiani e musulmani: qui sono sepolti Abramo, padre fondatore delle tre religioni monoteistiche ed altri patriarchi biblici.

Abitata da più di 5000 anni, agli inizi del secolo scorso contava quasi 17.000 palestinesi a fronte di una comunità ebraica di circa 600 persone che godeva di buoni rapporti instaurati da tempo sia con la popolazione araba che con i suoi rappresentanti.

Nel secolo scorso la storia di Hebron segue le stesse sorti del resto della Palestina: colonizzazione, distruzione e tentativi di trasferire i palestinesi lontano dalla propria terra. Il 4 Aprile 1968, dopo la Guerra dei Sei Giorni, il rabbino Moshe Levinger e un gruppo di 30 ebrei decidono di stabilirsi nella città per rivendicare quella che per loro è una parte importante della Terra Promessa e occupano il principale albergo nel centro storico. Nel 1970 il governo israeliano autorizza il gruppo a costruire una nuova città sui resti di una vecchia base militare alla periferia di Hebron: è la colonia Kiryat Arba. Nel 1979 Miriam Levinger, la moglie del rabbino, con un gruppo di 40 donne e bambini di Kiryat Arba, occupa un altro edificio all’interno del centro storico di Hebron. L’azione viene approvata dal governo e dall’esercito israeliani diventando così la prima enclave ebraica nel cuore di una città palestinese.

Il 26 febbraio 1994 Baruch Goldstein, un colono israeliano, medico, proveniente da Brooklyn, ed ex ufficiale dell’esercito, supera i controlli davanti alla moschea, il cui ingresso è solitamente presidiato dall’esercito israeliano, e spara sui fedeli musulmani in preghiera. É una strage. Nei Territori Occupati esplode la rabbia dei palestinesi: sassi, fuoco e altri morti. Il bilancio a fine giornata è di oltre 60 vittime, di cui 29 nella moschea. Dopo il massacro, Al-Masged Al-Ibrahimi viene diviso in un’area per i fedeli musulmani e un santuario ebraico, entrambi con ingressi e posti di blocco separati. Inoltre, l’esercito israeliano adotta il “principio di separazione” per “proteggere” i coloni. Intere aree limitrofe agli insediamenti vengono “sterilizzate”, cioè diventano completamente interdette ai palestinesi. Vi possono accedere solamente i residenti ed i loro parenti in visita previo l’ottenimento di un permesso rilasciato dalle autorità militari israeliane. Al-Shuhada Street (via dei Martiri) ed il mercato delle verdure, i principali centri commerciali di Hebron, vengono chiusi e centinaia di commercianti palestinesi sfrattati. L’intera zona, elegantemente pavimentata grazie a fondi statunitensi, diventa inaccessibile per pedoni e veicoli palestinesi.

Nel 1997, la firma del Protocollo di Hebron da parte di Benjamin Netanyahu e di Yasser Arafat ufficializza questa realtà. La città viene divisa in due settori: H1, sotto il controllo dell’Autorità Nazionale Palestinese, equivale all’80% della città e comprende le periferie, mentre H2, sotto il controllo israeliano, comprende circa il 20% di Hebron ed include la città vecchia, la tomba di Abramo e sette insediamenti: Abrham Avino, Bet Hadasah, Bet Romano, Ramat Yashai, Tel Rumaida, Nashum Horse/YehudaBarqousha, Rachel Salonique.

Attualmente la zona H1 è abitata da circa 140.000 palestinesi. Le colonie della zona H2, composte da piccoli raggruppamenti di edifici, sono occupate da circa 500-600 coloni, protetti da 2000 soldati israeliani, a cui occorre aggiugere i 7000 coloni dell’insediamento di Qiryat Arba alle porte della città. I palestinesi che risiedono in questa zona sono 35.000 e la loro libertà di movimento è fortemente limitata: strangolati da una sessantina di posti di blocco, sono costretti a sottostare ad uno stretto regime di permessi e controlli per accedere a servizi o semplicemente alle proprie abitazioni. In questo contesto, dal 1994 ad oggi, più della metà delle attività commerciali ha chiuso i battenti. Da luogo frenetico e pieno di attività di un tempo, oggi il centro storico ha assunto le sembianze di una città fantasma.

La colonizzazione ebraica di Hebron ha superato ormai i 20 insediamenti tra città e dintorni, soprattutto sulle colline nella periferia sud, e ha iniziato a svilupparsi anche in “senso verticale” in quanto i coloni, sostenuti dall’esercito, hanno preso ad occupare i piani superiori degli edifici palestinesi nel cuore della città. Sventrare le case dei loro “vicini” palestinesi, sparare o semplicemente sputar loro addosso è diventato il loro sport preferito. Nei vicoli del suq arabo sono sempre più numerose le reti protettive collocate per evitare che i rifiuti, che i coloni normalmente gettano da balconi e finestre, cadano sul mercato stesso.

L’occupazione di Hebron è ormai un’attività quotidiana per miltari e coloni il cui obiettivo è quello di conquistarne ogni giorno un metro in più. Qualsiasi atto quotidiano dei palestinesi di Hebron si trasforma per tanto in un atto di resistenza e la città stessa si ritrova ad essere uno dei punti più caldi dell’intera regione.

É in questo contesto che si inserisce l’attività del Centro Sanitario del Health Work Committees – HWC (Comitati di Lavoro per la Sanità) che si trova nella zona H1 all’ingresso della H2, e quindì facilmente accesibile ai residenti di entrambe le zone senza dover ricorrere alle autorità israeliane. Il Centro, aperto per 12 ore al giorno (dalle ore 8,00 alle ore 20,00) per 7 giorni alla settimana, offre servizi di medicina generale, di odontoiatria, di emergenza, di ortopedia, di urologia, di dermatologia e di ginecologia. Inoltre, è in grado di garantire assistenza fisioterapica, di svolgere vari esami di laboratorio e un’adeguata formazione sanitaria alle mamme e ai bambini. In quattro anni il numero dei beneficiari di questo presidio è raddoppiato: quotidianamente presta sevizi a circa 45 pazienti.

Vista l’enorme importanza tattica e strategica di questo presidio sanitario, il Comitato di Solidarietà con il Popolo Palestinese di Torino ha deciso di accogliere la richiesta di sostegno inoltrata dal HWC per garantire la continuità del Centro e potenziare le sue attività per supportare e rafforzare la tenacia dei palestinesi di Hebron contro l’occupazione israeliana in tutte le sue manifestazioni.

Share