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	<title>Comitato di solidarietà con il popolo palestinese &#187; agricoltura</title>
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		<title>Chi non muore di fame muore di terrore</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Apr 2010 18:12:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[agricoltura]]></category>
		<category><![CDATA[colonie]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>
		<category><![CDATA[Occupazione]]></category>

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		<description><![CDATA[di Caterina Donattini
L&#8217;esercito israeliano uccide due ragazzi palestinesi nel villaggio di Awarta. Li hanno spacciati per terroristi, raccoglievano metallo per vivere.
Awarta è un piccolo villaggio di contadini sulle pendici di antiche colline, incorniciato da ulivi che non hanno la voce per raccontare le storie di queste valli in Cisgiordania, a otto chilometri da Nablus. Awarta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h5>di Caterina Donattini</h5>
<p>L&#8217;esercito israeliano uccide due ragazzi palestinesi nel villaggio di Awarta. Li hanno spacciati per terroristi, raccoglievano metallo per vivere.<br />
Awarta è un piccolo villaggio di contadini sulle pendici di antiche colline, incorniciato da ulivi che non hanno la voce per raccontare le storie di queste valli in Cisgiordania, a otto chilometri da Nablus. Awarta è il villaggio natale di due ragazzi, Mohammad e Salah Qawariq, entrambi 19enni.<span id="more-2149"></span></p>
<p>Mohammed e Salah erano cugini, cresciuti insieme tra questi campi, uccisi insieme a sangue freddo sulla terra rossa, su cui il loro sangue si è sparso, la mattina del 21 marzo 2010. E la macchia rimane. La prima versione fornita dalla stampa israeliana parlava di ragazzi travestiti da contadini che brandivano forconi e bottiglie rotte contro i soldati in modo minaccioso, come riportato dal sito Ynet News lo stesso 21 marzo scorso. Il giorno dopo, però, lo stesso giornale doveva ammettere : &#8220;E&#8217; stata aperta un&#8217;indagine militare sull&#8217;incidente dei forconi vicino a Nablus. Ricerche circa gli eventi di sabato rivelano discrepanze nei rapporti militari. Solamente a 24 ore dall&#8217;incidente di Awarta è già chiaro che la dinamica dei fatti non pare lineare come descritto dai soldati&#8221;.<br />
Sono stata ad Awarta sabato scorso. Siamo in piena West Bank: il villaggio sorge sulle pendici di una dolce collina e rimane chiuso tra da due insediamenti -Itamar e Gideon-, un grosso check point che chiude la strada principale, e una base militare. Osservando dal promontorio dove sorge il cimitero si vedono i due grandi insediamenti israeliani sovrastare quelle terre che appartenevano fino agli anni Sessanta interamente ai contadini palestinesi e sono oggi confiscate al 60 percento: in parte perché occupate dalle due colonie israeliane, in parte perché i coloni e l&#8217;esercito ne impediscono l&#8217;accesso agli abitanti.</p>
<p>Il capo del consiglio comunale di Awarta mi spiega che oggi i contadini devono richiedere un permesso speciale alle autorità israeliane in modo da poter coltivare i propri campi o raccoglierne i frutti. Quel permesso Mohammed e Salah lo avevano ottenuto e per questo quella mattina si erano recati di buon mattino a raccogliere le olive dei propri alberi, muniti di due piccole bottiglie di plastica che contenevano l&#8217;acqua per la giornata. Avevano inoltre approfittato per raccogliere alcuni pezzi d&#8217;acciaio e di ferro nelle terre adiacenti, un tempo usate come discarica dal paese. Molti ragazzini si occupano della raccolta dei metalli abbandonati e da essi ricavano pochi spiccioli con cui sostenere le spese di famiglie ridotte alla fame per via di un tasso di disoccupazione che è al 70 percento. In particolare dagli anni Ottanta in poi, quando l&#8217;insediamento di Itamar fu costruito, gli spostamenti dei contadini divennero molto difficili e ostacolati da diversi attacchi dei coloni e dalla presenza costante dei militari israeliani. Da allora molte famiglie persero la propria principale fonte di sostentamento e vivono strangolati in un villaggio che non da vie d&#8217;uscita. Sulle pendici delle colline alcuni ragazzini vagano tra la spazzatura, cercando pezzi di metallo: un&#8217;immagine assurda, se si pensa che queste sono terre fertili di coltivazioni il cui accesso viene negato ai proprietari.</p>
<p>Il padre di Mohammed ci ha accolti distrutto dal dolore nella propria casa spoglia di ogni ricchezza. Quasi cieco, il volto deformato, i piedi portano i segni della mina che l&#8217;ha colpito quando aveva 13 anni. Attorno a lui la sua famiglia, che racconta degli attacchi dei coloni, che almeno una volta al mese invadono il villaggio per visitare un luogo nel centro del villaggio che loro ritengono sacro. In quell&#8217;occasione arriva l&#8217;esercito e dichiara il coprifuoco. Dopo due ore arrivano i coloni, invadono la cittadina e distruggono le tombe del cimitero, adiacenti al luogo sacro, sparano contro la scuola vicina al sito, che oggi è stata spostata per motivi di sicurezza. Un altro parente, Mohammad Abed Ar-Rahman Qawariq, è stato ucciso. Il 22 ottobre 2009, mentre tornava dai propri campi, la sua gip venne spinta in un dirupo da un gruppo di militari israeliani. Sulla sua morte sono ancora in corso indagini. Raccontano di Mohammed e Salah, della loro povertà, entrambi figli di disoccupati. Ci raccontano della macchia di sangue sulla terra, che loro hanno visto, e delle due bottiglie di plastica ritrovate appoggiate al tronco di un ulivo, insieme ad un mucchio di pezzi di ferro. I loro corpi sono stati colpiti diverse volte: i militari hanno continuato a sparare anche dopo averli uccisi. Sono state trovate almeno venti pallottole sul luogo dell&#8217;omicidio. Secondo la famiglia i medici dell&#8217;ospedale di Nablus hanno certificato che gli hanno sparato dall&#8217;alto in basso, a neanche un metro di distanza. Raccontano degli sforzi di Mohammed e Salah per studiare all&#8217;università di Nablus e allo stesso tempo lavorare nei campi, raccogliere metalli nelle discariche. La madre di Mohammed ci accoglie in un&#8217;altra stanza. Dimentico le mie domande, lei scoppia in lacrime e mi mostra i pantaloni nuovi che gli aveva comprato il giorno prima della morte, un paio di jeans neri: disperata vi affonda il volto. Il figlio più piccolo la ferma e lei si lancia contro l&#8217;armadio e scaraventa fuori due libri di letteratura araba, ancora nuovi, intonsi, li apre e piange: &#8220;Vedi, non è nemmeno riuscito a studiarli!&#8221;.</p>
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		<title>Risorse idriche e risorse naturali</title>
		<link>http://www.palestinalibera.org/2010/03/risorse-idriche-e-risorse-naturali/</link>
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		<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 23:32:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[agricoltura]]></category>
		<category><![CDATA[Muro Gaza/Egitto]]></category>

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		<description><![CDATA[Lo stupro israeliano delle risorse naturali di Gaza. Parte 3
di Peter Eyre
Quando si osserva questa carta della zona marittima risulta facile comprendere che la popolazione di Gaza non è in grado di sviluppare un industria della pesca commercialmente praticabile. Al momento essa è completamente in rovina in quanto si è esaurita l’intera riserva di pesce [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;"><span style="color: #b40404;">Lo stupro israeliano delle risorse naturali di Gaza. Parte 3</span></h3>
<p>di Peter Eyre</p>
<p>Quando si osserva questa carta della zona marittima risulta facile comprendere che la popolazione di Gaza non è in grado di sviluppare un industria della pesca commercialmente praticabile. Al momento essa è completamente in rovina in quanto si è esaurita l’intera riserva di pesce lungo la costa.<br />
&#8230;.. <a href="http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1626&amp;Itemid=42">leggi su Associazione Amicizia Italo-Palestinese</a></p>
<h3 style="text-align: center;"><span style="color: #b40404;">Gli esperti affermano che il muro dell’Egitto  distruggerà la falda idrica di Gaza</span></h3>
<p style="text-align: justify;">Gaza – Ma’an – Domenica, durante un simposio intitolato <em>Il Muro di Metallo tra l’Egitto e Gaza</em>: <em>ripercussioni e conseguenze, di tipo ambientale ed umano</em>, tenutosi a Gaza, gli esperti hanno stabilito che il muro sotterraneo di acciaio dell’Egitto porterà alla distruzione della falda acquifera di Gaza.</p>
<p>Esperti e specialisti hanno fatto appello a università e a centri di ricerca  perché compartecipino agli studi sull’impatto del muro di acciaio dell’Egitto lungo i confini di Gaza.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8230;.<a href="http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1704&amp;Itemid=75">leggi su Associazione Amicizia Italo-Palestinese</a></p>
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		<title>Gli agricoltori palestinesi sono trattati come criminali</title>
		<link>http://www.palestinalibera.org/2010/01/gli-agricoltori-palestinesi-sono-trattati-come-criminali/</link>
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		<pubDate>Mon, 25 Jan 2010 00:35:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[agricoltura]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>

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		<description><![CDATA[di Amira Hass

Coperto dall&#8217;incessante rumore delle strade del distretto di Hebron, un arabo anonimo sta perpetrando un grave crimine: con un piccolo martello sta scavando una cisterna così potrà raccogliere l&#8217;acqua piovana che cade sulla sua terra rocciosa. Altri criminali hanno altri metodi per attuare i loro progetti malefici, cioè: preparare il terreno per la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Amira Hass</em></p>
<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --></p>
<p style="text-align: justify;">Coperto dall&#8217;incessante rumore delle strade del distretto di Hebron, un arabo anonimo sta perpetrando un grave crimine: con un piccolo martello sta scavando una cisterna così potrà raccogliere l&#8217;acqua piovana che cade sulla sua terra rocciosa. Altri criminali hanno altri metodi per attuare i loro progetti malefici, cioè: preparare il terreno per la coltivazione di verdure, cereali, vigneti o mandorli.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">“Quando qualcuno realizza una terrazza sulla sua terra, lo fa prendendo una pietra dal terreno e aggiungendola al muro di sostegno una volta al mese o una volta alla settimana al massimo, così che sarà difficile individuarne il cambiamento”, dice un abitante di Hebron, spiegando uno dei metodi.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;esperienza mostra che utilizzando attrezzature pesanti per sistemare la terra, essi attrarranno immediatamente gli ispettori della Amministrazione Civile e i coloni locali e a ciò seguirà a breve l&#8217;ingiunzione di blocco dei lavori.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-1085"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Nello spirito del detto popolare di “dare a un uomo una canna da pesca piuttosto che un pesce”, l&#8217;unione Europea negli ultimi anni ha rivolto attenzione e dato finanziamenti agli agricoltori palestinesi. Questi progetti sono disegnati per incrementare le entrate nelle famiglie povere del settore agricolo consentendo loro di bonificare le loro terre e di espandere l&#8217;area coltivata. La logica del “dare la canna da pesca” incontra anche la necessità del ritorno ai metodi agricoli tradizionali, compatibili con l&#8217;ambiente e della conservazione del patrimonio genetico delle specie coltivate, mentre si fa il migliore uso dell&#8217;acqua – contrastando così anche la desertificazione.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">“E noi siamo stati realmente convinti che palestinesi e israeliani avessero un interesse comune: lo sviluppo dell&#8217;Area C,  come supporto dell&#8217;economia palestinese e di progetti convenienti a entrambe le parti in termini di ambiente”, disse un diplomatico europeo – che si è scoperto aveva torto.</p>
<p style="text-align: justify;">Negli ultimi due anni, l&#8217;Amministrazione Civile dell&#8217;area di Hebron ha emesso dozzine di ordini di blocco dei lavori ad agricoltori palestinesi che cercavano di bonificare, ripristinare e preparare la terra sulla loro proprietà. È in questo modo che i funzionari europei, rappresentanti delle nazioni donatrici, hanno scoperto che ai palestinesi “non è consentito muovere una pietra, piantare un albero  o raccogliere l&#8217;acqua piovana sulla loro terra senza l&#8217;approvazione della Amministrazione Civile”, così uno di loro ha riferito ad Haaretz.</p>
<p style="text-align: justify;">I palestinesi hanno diverse associazioni di agricoltori veterani che sono attive sin dai primi anni &#8216;80; essi non avevano la necessità che gli europei inventassero la ruota per loro, ma essi hanno bisogno di supporto economico.</p>
<p style="text-align: justify;">Il sistema funziona così: gli europei trasferiscono denaro alle agenzie non-governative, che sono collegate alle organizzazioni locali. Una di queste agenzie è la Union of Agricultural Work Committees, una delle più vecchie organizzazioni non-governative palestinesi. Questa organizzazione ha ricevuto 2,25 milioni di euro dalla EU per un progetto di tre anni finalizzato a bonificare e ripristinare 2000 dunum di terra agricola nel distretto di Hebron. Ciò significa rimuovere rocce e pietre, livellare il terreno, realizzare terrazze e recinti di pietra, scavare cisterne e migliorare le strade di accesso ai campi. Questo progetto coinvolge diverse centinaia di famiglie tutte quante d&#8217;accordo su una delle condizioni principali: pagare il 25% del costo del lavoro sulla loro terra.</p>
<p style="text-align: justify;">Circa il 70% della terra agricola palestinese è localizzata nell&#8217;area che Israele ha definito come Area C, che è sotto il totale controllo israeliano. Perciò, per le organizzazioni no-profit, recuperare la terra è parte della lotta popolare e politica contro la annessione di terra agli insediamenti e avamposti israeliani. Ma per gli agricoltori stessi questa battaglia comporta anche molti rischi che molti preferirebbero non avere.</p>
<p style="text-align: justify;">Come conseguenza della marea di ingiunzioni di blocco dei lavori che sono arrivati nel 2008, dice un funzionario europeo, pochi agricoltori hanno voluto unirsi al progetto di recupero della terra nell&#8217;Area C. Alcuni hanno preso in prestito del denaro allo scopo di pagare la loro parte dei lavori. Poi sono arrivate le ingiunzioni. I lavori sono stati fermati, ma i loro debiti sono rimasti o i loro risparmi si sono prosciugati. In molti casi, i macchinari affittati per realizzare i lavori sono stati confiscati dalla Amministrazione Civile. Per questi macchinari è necessario un permesso, poiché il loro uso è considerato “costruzione”. I loro proprietari sono stati lasciati senza la loro fonte di guadagno per diversi mesi. Alcuni operatori di scavatrici sono stati arrestati per diversi giorni. L&#8217; Union of Agricultural Work Committees ha confermato: alcuni di loro che erano stati segnalati per il progetto hanno cambiato idea.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Ordine di fermo</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Nessuno vuole fare esperienza di ciò che è accaduto quattro mesi fa alla famiglia di Rabi&#8217;a Jaber. Ad ottobre, i soldati israeliani dell&#8217;<em>Israel Defense Forces</em> (IDF) e l&#8217;Amministrazione Civile hanno fatto irruzione nel campo della famiglia, di 10 dunum, secco e roccioso, a sud-est di Hebron. Un bulldozer dell&#8217;IDF ha disperso le pietre delle terrazze, ha rivoltato il terreno e distrutto la cisterna.</p>
<p style="text-align: justify;">I lavori nel campo molto roccioso sul pendio della montagna di fronte alla casa dei Jaber, sono cominciati a maggio 2008. Una grossa scavatrice palestinese ha rimosso e frantumato le rocce e scavato una cisterna per raccogliere l&#8217;acqua; una scavatrice più piccola ha sminuzzato le rocce frantumate in pietre più piccole e iniziato a formare le terrazze sul pendio. La famiglia – quattro fratelli, 35 persone – avevano pianificato di piantare vite, olivi e mandorli, tutte colture che non necessitano di irrigazione. Ma ad ottobre 2008, quando i lavori erano quasi ultimati, è arrivato l&#8217;ordine di fermo.</p>
<p style="text-align: justify;">Dall&#8217;ordine è venuto fuori che l&#8217;Amministrazione Civile aveva stabilito che i Jabers stavano invadendo terra che non era loro, anche se i Jabers avevano i documenti che riportavano le tasse pagate sulla terra dal tempo del governo giordano e anche i loro vicini, proprietari dei terreni adiacenti, hanno sempre saputo che quella è la loro terra.</p>
<p style="text-align: justify;">La demolizione ha sollevato un polverone dopo i reports scritti e filmati apparsi su siti web pro-coloni. L&#8217;ultimo sosteneva anche entusiasticamente di identificare i partner di questa invasione delle terre: l&#8217;UE e l&#8217;Oxfam (Belgio).<strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><br />
</strong>Khader Shibak di Halhoul ha ricevuto il suo ordine di blocco nell&#8217;agosto 2008, quattro giorni dopo aver cominciato i lavori. Fino a dieci anni fa lui e suo fratello avevano sulla loro terra vigneti e mandorleti. Nel 2000 inoltrato, un campo militare fu montato sulla cima della montagna. Questo e le restrizioni agli spostamenti durante l&#8217;Intifada che cominciò in quell&#8217;anno, non consentirono alla famiglia di accedere sia al vigneto che al frutteto. Nel 2008 il campo militare è stato rimosso e la famiglia ha deciso di bonificare e ripristinare la loro terra e di piantare nuovi alberi.</p>
<p style="text-align: justify;">Sia i Jabers che gli Shibaks – entrambi beneficiari del progetto dell&#8217;<em>Union of Agricultural Work Committees</em> &#8211; sono stati chiamati a presentare alle autorità israeliane i documenti che provano la  proprietà della terra e il loro diritto a coltivarla. Si tratta di un processo dispendioso, che richiede tempo e comporta tasse, avvocati, viaggi a Beit El, direzione dell&#8217;Amministrazione Civile, scavare negli archivi con il risultato che spesso le autorità israeliane non sono soddisfatte, con la loro definizione molto flessibile di terra di stato e terra privata. Entrambe le famiglie sono impantanate nel mezzo.</p>
<p style="text-align: justify;">Hani Zema&#8217;ara di Halhoul, 56, voleva sistemare tre dunam della sua terra. Anche il suo lavoro è stato bloccato. La terra di  Zema&#8217;ara, fra l&#8217;altro, era stata coltivata prima del 1993, ma le sue colture furono distrutte quando fu realizzata la <em>bypass road</em> di Hebron. Egli, a dire il vero, ha fornito tutti i documenti necessari per dimostrare agli israeliani che è il proprietario della terra – includendo una mappa dettagliata e un pianta schizzata da un geometra appositamente per lui. Ha investito 3.500 NIS, che non ha, per ottenere tutti i documenti necessari. É trascorso più di un anno ed egli  sta ancora aspettando il permesso. Le terrazze quasi complete sul suo campo rimangono lì nella loro</p>
<p style="text-align: justify;">aridità, sul pendio della montagna. “Per Israele, quando noi lavoriamo nella nostra terra, è come se uccidessimo un israeliano”, è ciò che esprime un membro della <em>Union of Agricultural Work Committees</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">I funzionari europei che sono coinvolti nel processo di finanziamento sono convinti che l&#8217;Amministrazione Civile è diventata più severa negli ultimi anni nelle azioni contro gli agricoltori palestinesi, sotto la pressione dei coloni in generale e della associazione Regavim in particolare. Regavim, che si autodefinisce “il movimento per la conservazione delle terre della nazione”, sta espandendo assiduamente il suo lavoro di individuazione delle “violazioni” palestinesi nell&#8217;Area C.</p>
<p style="text-align: justify;">Un portavoce della Regavim ha riferito ad Haaretz che l&#8217;organizzazione “ sta eseguendo un approccio molto serio riguardo l&#8217;acquisizione illegale da parte degli arabi di terre nell&#8217;Area C in Giudea e Samaria, anche per mezzo di coltivazioni agricole realizzate solo per questo scopo.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">“Regavim sta seguendo con preoccupazione l&#8217;aumentato coinvolgimento di Paesi ed entità estere unilateralmente, violando le leggi dello Stato di Israele minando sfacciatamente la sua sovranità&#8230; Regavim chiede al Ministero degli Esteri di inviare un messaggio univoco alle parti internazionali e dichiarare che Israele è molto infastidito dal loro comportamento e pretende che essi desistano immediatamente.</p>
<p style="text-align: justify;">“Il movimento Regavim è compiaciuto di sentire che l&#8217;Amministrazione Civile ha risposto alle sue richieste e che sia stata rafforzata la legge in maniera egualitaria, anche tra gli arabi”</p>
<p style="text-align: justify;">Al momento della pubblicazione, l&#8217;Amministrazione Civile non ha risposto alle domande di Haaretz.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.haaretz.com/hasen/spages/1144286.html"><em>da Haaretz</em></a></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Traduzione To.DG</em></p>
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		<title>Le fragole più dolci e più rosse del mondo&#8230;</title>
		<link>http://www.palestinalibera.org/2010/01/le-fragole-piu-dolci-e-piu-rosse-del-mondo/</link>
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		<pubDate>Mon, 25 Jan 2010 00:28:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[agricoltura]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>

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		<description><![CDATA[Le fragole di Gaza hanno sapore di Europa
da Gaza Gateway

A partire dalla fine di dicembre 2009, è stato permesso a 36 camion carichi di fragole e fiori di garofano di lasciare Gaza per il porto israeliano di Ashdod, dal quale sono stati imbarcati per l&#8217;Europa. Questa è la prima volta che le fragole hanno potuto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;"><span style="color: #008000;">Le fragole di Gaza hanno sapore di Europa</span></h3>
<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --><a href="http://www.gazagateway.org/2010/01/gaza%E2%80%99s-strawberries-taste-europe/"><em>da Gaza Gateway</em></a></p>
<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } 		A:link { so-language: zxx } --></p>
<p style="text-align: justify;">A partire dalla fine di dicembre 2009, è stato permesso a 36 camion <a href="http://www.reliefweb.int/rw/rwb.nsf/db900SID/MUMA-7ZD4HJ?OpenDocument">carichi di fragole e fiori di garofano</a> di lasciare Gaza per il porto israeliano di Ashdod, dal quale sono stati imbarcati per l&#8217;Europa. Questa è la prima volta che le fragole hanno potuto lasciare i 41 km della Striscia. I fiori sono stati un po&#8217; più fortunati &#8211;  già prima di dicembre 2009 Israele ha permesso l&#8217;esportazione di 19  carichi di fiori nel corso degli ultimi 2 anni e mezzo di chiusura (ndr della Striscia di Gaza), principalmente durante il periodo di San Valentino.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-1083"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Prima della chiusura di giugno 2007, 30-35 carichi di prodotti agricoli erano esportati ogni giorno lavorativo nel corso della stagione di esportazione agricola (novembre – marzo). Questi carichi sono parte di un <a href="http://gisha.org/UserFiles/File/Paltrade_Oct_Nov09.pdf">totale medio giornaliero di 70 carichi di merci di esportazione</a>, principalmente  mobili, vestiario, prodotti agricoli destinati al mercato, verdure, prodotti dell&#8217;industria alimentare, materiali metallici, prodotti artigianali e altri tipi di beni. L&#8217;esportazione da Gaza, ora bloccata con l&#8217;unica esigua eccezione delle fragole e dei fiori, costituiva in media il 10,8% del prodotto interno lordo, stimato a $330 milioni. Ciò ora è perso. Si stima che la perdita annuale relativa alla mancata esportazione dei soli prodotti agricoli  ammonta approssimativamente a $32 milioni e decine di migliaia di persone del settore agricolo hanno perso i loro mezzi di sussistenza.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">L&#8217;esportazione di fiori e fragole è parte di un programma di un milione di euro, <a href="http://www.minbuza.nl/en/News/Newsflashes/2009/February/Verhagen_pleased_with_resumption_of_exports_from_Gaza">sponsorizzato dal governo olandese</a> per supportare gli agricoltori di Gaza. Il governo olandese ha premuto affinché Israele consentisse che fiori e fragole raggiungessero i mercati europei, facendo un&#8217;eccezione al divieto su tutte le altre esportazioni da Gaza, un divieto che ha forzato altri sostenitori a convertire i programmi di sviluppo in programmi di <a href="http://www.gazagateway.org/2009/11/is-increased-aid-to-gaza-good-news/">aiuto umanitario</a>. Se i confini di Gaza fossero pienamente aperti per le esportazioni e se gli abitanti di Gaza avessero la possibilità di agire in condizioni di vita dignitose, i cittadini europei, che pagano le tasse, potrebbero spendere meno soldi in aiuti e più nell&#8217;acquisto delle fragole coltivate a Gaza, che si dice siano tra le più dolci e le più rosse nel mondo.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Traduzione To.DG</em></p>
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