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	<title>Comitato di solidarietà con il popolo palestinese &#187; Apartheid</title>
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		<title>Sheikh Jarrah: palestinesi senza casa tra 45 giorni</title>
		<link>http://www.palestinalibera.org/2010/06/sheikh-jarrah-palestinesi-senza-casa-tra-45-giorni/</link>
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		<pubDate>Thu, 10 Jun 2010 22:30:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le famiglie Kanabi and Siyam-Idkadk si vedranno occupare l’abitazione dai coloni israeliani.
di Barbara Antonelli
Gerusalemme Est 09 giugno, Nena News
Da 42 anni, Karim Siyam-Idkadk vive con sua moglie, due figli e la madre vedova nella sua casa di Sheikh Jarrah, a Gerusalemme Est, ma un avvocato israeliano gli ha consegnato una notifica di sfratto esecutivo, per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4>Le famiglie Kanabi and Siyam-Idkadk si vedranno occupare l’abitazione dai coloni israeliani.</h4>
<h5>di Barbara Antonelli</h5>
<p><a href="http://www.nena-news.com/?p=1467">Gerusalemme Est 09 giugno, Nena News</a></p>
<p>Da 42 anni, Karim Siyam-Idkadk vive con sua moglie, due figli e la madre vedova nella sua casa di Sheikh Jarrah, a Gerusalemme Est, ma un avvocato israeliano gli ha consegnato una notifica di sfratto esecutivo, per conto della compagnia legale Eitan Gabay. Se non lasceranno la loro casa entro 45 giorni, dovranno pagare una multa di 350 shekels al giorno alle autorita’ israeliane e subiranno lo sfratto forzato da parte della polizia. <span id="more-2710"></span>Sull’ordine di sfratto non compaiono ovviamente i nomi di chi reclama la proprietà; inoltre come nei casi precedenti, per motivare legalmente lo sfratto, gli avvocati israeliani adducono il mancato pagamento dell’affitto e la rivendicazione che le case sono costruite su terra di proprietà ebraica.</p>
<p>Quello degli Idkadk non è certo il primo caso di famiglie palestinesi sfrattate a Sheikh Jarrah: gli Al Kurd a novembre del 2008, poi gli Hanoun e gli al-Ghawi, tutte famiglie le cui case sono state occupate nel giro di poche ore da intere famiglie di coloni israeliani. Alcuni componenti delle famiglie Al Kurd e Al Ghawi, hanno anche scontato alcuni giorni di carcere per aver opposto resistenza agli sfratti o per aver partecipato alle manifestazioni ormai settimanali contro il processo di ebraicizzazione forzata di Sheikh Jarrah, come di altri quartieri arabi di Gerusalemme Est. Si tratta di 28 famiglie profughe della guerra del 1948, che tramite un accordo tra autorità giordane e Unrwa (l’agenzia dell’Onu che assiste i profughi palestinesi), hanno ricevuto delle abitazioni a  Sheikh Jarrah con la successiva promessa di entrarne in possesso dopo tre anni (a fronte di una rinuncia dello status di profughi).</p>
<p>«Facciamo quel che possiamo – dice Karem Idkadk –  anche il nostro avvocato fa quel che può, ma non possiamo cambiare la realtà. Staremo qui fino alla fine, non ce ne andremo. Dopo la scadenza dei 45 giorni useranno la forza, verrà la polizia e le forze speciali. In quel caso cosa potremo fare? Finiremo sulla strada».</p>
<p>Giusto dietro l’angolo, la famiglia Kanabi ha ricevuto lo stessa notifica, lo stesso giorno. Due dei componenti della famiglia, padre e figlio sono fisicamente disabili.</p>
<p>Tutte e due le case hanno una parte in comune con una terza proprietà, abbandonata quando l’affittuaria, una donna anziana palestinese è morta, circa 10 anni fa. Nel 2009, alcuni coloni israeliani ci si sono insediati con il supporto dell’organizzazione Bayit Echad (in ebraico «Una casa»), un movimento di coloni fondato da Benny Raz, ex agente del Mossad. Attualmente una barriera di metallo circonda la proprietà. Non è certo un caso che proprio le due case confinanti con la proprietà abbandonata e poi occupata, abbiano ricevuto notifiche di sfratto.</p>
<p>L’espropriazione delle case è solo uno dei tanti tasselli delle politiche discriminatorie portate avanti da Nir Barkat, il sindaco di Gerusalemme, e dalle precednti amministrazioni comunali, con il supporto del governo israeliano. Un report rilasciato dall’associazione ACRI a inizio maggio, mette in luce i drammatici dati relativi alla questione «casa» per la popolazione palestinese: dal 2007, 50.197 appartamenti sono stati costruiti per la popolazione ebraica (su terra espropriata) e nessuna per quella palestinese che ha dovuto far ricorso solo a permessi individuali rilasciati con il contagocce del comune.</p>
<p>Non solo: le discriminazioni di cui sono vittime i palestinesi si applicano a tutti i settori della vita pubblica e sociale e soprattutto nell’accesso alle infrastrutture e ai servizi della municipalita’. Per fare qualche esempio significativo: il budget allocato per le scuole elementari di Gerusalemme est è di circa cinque volte inferiore a quello della parte ovest (ebraica); il 65 % delle famiglie palestinesi vive sotto la soglia di povertà contro il 31 % delle famiglie ebraiche. Nella zona est il comune mette a disposizione solo 3 strutture per i servizi sociali, contro le 20 presenti a ovest. Nena News</p>
<p>vedi anche:<br />
Palestine Monitor: <a href="http://www.palestinemonitor.org/spip/spip.php?article1439">Two More Families To Be Evicted From Sheikh Jarrah</a><br />
Alternative Information Center:<br />
<a href="http://www.alternativenews.org/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=2654:four-palestinians-stripped-of-jerusalem-residency-&amp;catid=119:english&amp;Itemid=878">Four Palestinians Stripped of Jerusalem Residency</a><br />
<a href="http://www.alternativenews.org/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=2664:israel-issues-demolition-evacuation-orders-to-three-palestinian-families-in-jordan-valley&amp;catid=119:english&amp;Itemid=878">Israel Issues Demolition, Evacuation Orders to Three Palestinian Families in Jordan Valley </a></p>
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		<title>MESSAGGIO DA PARTE DEI COMITATI POPOLARI  NELL&#8217;AREA DI BETLEMME</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Apr 2010 16:25:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Apartheid]]></category>
		<category><![CDATA[Iniziativa internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Occupazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Lettera scritta dai comitati popolari e rivolta ai partecipanti della marcia per la pace che si è svolta domenica qui a Betlemme e  che prevedeva, tra l&#8217;altro, l&#8217;incontro tra  pellegrini italiani (400) e il ministro del turismo israeliano (dall&#8217;altra parte del check point). Tale iniziativa faceva parte di tutta una serie di attività [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Lettera scritta dai comitati popolari e rivolta ai partecipanti della marcia per la pace che si è svolta domenica qui a Betlemme e  che prevedeva, tra l&#8217;altro, l&#8217;incontro tra  pellegrini italiani (400) e il ministro del turismo israeliano (dall&#8217;altra parte del check point). Tale iniziativa faceva parte di tutta una serie di attività previste da un accordo tra opera romana pellegrinaggi e Ministero del Turismo Israeliano.<span id="more-2268"></span></em></p>
<p><em>La lettera è stata distribuita il 24 aprile 2010 durante durante la cena di benvenuto ai 400 partecipanti (tutti italiani) della marcia per la pace che si è tenuta il giorno successivo (Programma: partenza alle 7 del mattino dalla chiesa della natività, attraversando il check point, incontro con il ministro del turismo israeliano).</em></p>
<p><em>L&#8217;iniziativa viene organizzata grazie al sostegno logistico della Fondazione Giovanni Paolo II, con sede a Gerusalemme e a Firenze (presidente ne è un frate molto famoso, Ibrahim Faltas.. presente durante tutto l&#8217;assedio alla chiesa della natività nel 2002), e fa parte di una serie di iniziative legate ad un accordo tra il Ministero del Turismo Israeliano e all&#8217;Opera Romana Pellegrinaggi volta alla collaborazione nella gestione del grosso e redditizio business dei pellegrini.</em></p>
<p><em>La Ministra del Turismo Palestinese (Dehibe) ha denunciato i dimostranti palestinesi presenti la sera del 24 aprile (ciò mostra il modo in cui purtroppo sempre più spesso questo governo non rappresenta più la società civile ma finisce col reprimerne tristemente le richieste).</em></p>
<p>&#8220;Sappiamo che vi trovate qui per impegnarvi in un&#8217;iniziativa che cerca di promuovere la pace e la riconciliazione tra noi e i nostri vicini israeliani. La pace è qualcosa che noi tutti vogliamo e ricerchiamo, ma questo particolare evento non ci farà avanzare di alcun passo. Queste solo solo alcune delle molte ragioni:</p>
<ol>
<li>I palestinesi (cristiani e musulmani) non hanno la libertà di muoversi da Betlemme a Gerusalemme per motivi religiosi, sportivi o di qualunque altro genere. Siamo ristretti da “permessi” che vengono concessi solo a pochi e questa realtà è peggiore persino del sistema di permessi in Sudafrica durante l&#8217;apartheid, come disse anche il vescovo Desmond Tutu. L&#8217;evento a cui partecipate viene presentato come se non ci fossero queste restrizioni e non considerate il fatto che voi in quanto turisti avete una maggiore libertà di movimento rispetto alla popolazione locale. È importante che vi chiediate: perché tutti i palestinesi non possono correre con noi? Perché solo pochissimi cristiani palestinesi posso avere il permesso per andare a pregare a Gerusalemme?</li>
<li>L&#8217;esercito e il governo israeliano sono impegnati in un&#8217;enorme confisca, un vero furto, di terra palestinese nell&#8217;area di Betlemme, per costruire il Muro e gli insediamenti, entrambi illegali. Nello stesso momento in cui voi correte per sport, bulldozers nel distretto di Betlemme stanno lavorando per sradicare ulivi, distruggere case e vite. Questo avviene anche nel distretto di di Betlemme, dove ora abbiamo accesso a meno del 20% dell&#8217;ampiezza originale dell&#8217;area e si prevede diminuire fino a meno del 13%. Questa terra appartiene a famiglie cristiane e musulmane a cui ora è stata rubata. La vostra iniziativa riconosce e accetta questa realtà, suggerendo che ci sia parità e desiderio di “pace” (senza definire meglio cosa questo significhi) tra i due “lati”. Questo non è un conflitto tra israeliani e palestinesi, ma tra coloro che privano e rubano la terra e impongono politiche coloniali di apartheid e persone di buona volontà che resistono a queste politiche (e questo comprende palestinesi, israeliani e internazionali).</li>
<li>La vostra iniziativa si svolge vicino a due dei campi profughi di Betlemme (Azza e Aida). Sono circa 7 milioni i profughi e rifugiati palestinesi a caausa delle politiche coloniali israeliane negli ultimi 62 anni. Per voi, ignorare questa pulizia etnica di massa e la povertà e indigenza sarebbe come avere un&#8217;iniziativa sportiva vicino a un campo di concentramento ancora attivo in Europa orientale.</li>
<li>La vostra iniziativa mostra il vostro passaggio tra Betlemme e Gerusalemme come se fosse un passaggio tra due stati. Sarete accolti da una delegazione ufficiale del governo israeliano come se aveste passato il confine di un paese. Questa è una falsità. I territori in cui vi sposterete da Betlemme a Gerusalemme sono aree occupate nel 1967 e sono considerate dal diritto internazionali come Territori Occupati Palestinesi, soggetti alla 4° convenzione di Ginevra. La vostra iniziativa riconosce dunque il controllo israeliano su queste aree come qualcosa di legittimo e come se voi stesse attraversando il confine di due paesi. Tutto questo legittima l&#8217;occupazione israeliana.</li>
<li>Nel 2009 il ministero israeliano del turismo ha avviato una campagna mediatica internazionale per promuovere il turismo verso Israele. A differenza del passato, il ministero composto da membri estremisti ha privato completamente la Cisgiordania e qualunque area palestinese (inclusa Betlemme) dalle proprie risorse. Queste sono le persone che incontrerete dall&#8217;altra parte: essi nemmeno riconoscono che esistiamo come esseri umani. Questi sono gli individui che hanno promosso una pulizia etnica e continuano ad attuarla. Rafforzerete il controllo di questo governo estremista di destra.</li>
</ol>
<p>Questi sono alcuni tra i tanti punti che possono spiegare perché questa iniziativa non aiuterà la pace. Vi chiediamo di rivedere l&#8217;organizzazione di questo evento. È importante che voi protestiate contro l&#8217;occupazione e la distruzione di terra palestinese. Betlemme vive ora il suo peggior assedio nella storia e questo evento mostra solo al mondo che tutto va bene e il governo israeliano approfitterà di questo evento per dare questa immagine. Vi chiediamo di domandare a voce alta la fine dell&#8217;occupazione per creare una vera pace. Non unitevi agli atleti israeliani, non accettate la presenza del ministero del turismo israeliano, state con le persone di Betlemme e chiedete la libertà per tutti di pregare e correre a Gerusalemme.</p>
<p>Parlate con noi se volete lavorare con palestinesi e israeliani che collaborano mano nella mano per far terminare l&#8217;occupazione e contribuite a far rispettare il diritto internazionale sul diritto dei profughi al ritorno alle loro case e terre.&#8221;</p>
<h5>I Comitati Popolari dei villaggi e città dell&#8217;area di Betlemme</h5>
<h5>segnalato da Caterina Donattini</h5>
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		<title>La Giornata della Terra in Israele: L&#8217;Apartheid pitturato di verde</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Apr 2010 13:31:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Acqua]]></category>
		<category><![CDATA[Apartheid]]></category>
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		<description><![CDATA[di Stephanie Westbrook
Il 22 aprile, nell&#8217;ambito delle celebrazioni globali per la Giornata della Terra, case, uffici ed edifici pubblici in 14 città israeliane hanno spento le luci per un&#8217;ora con lo scopo di &#8220;aumentare la consapevolezza della necessità vitale di ridurre i consumi di energia&#8221;. Le celebrazioni per la Giornata della Terra comprendevano proiezioni di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h5>di Stephanie Westbrook</h5>
<p>Il 22 aprile, nell&#8217;ambito delle celebrazioni globali per la Giornata della Terra, case, uffici ed edifici pubblici in 14 città israeliane hanno spento le luci per un&#8217;ora con lo scopo di &#8220;aumentare la consapevolezza della necessità vitale di ridurre i consumi di energia&#8221;. Le celebrazioni per la Giornata della Terra comprendevano proiezioni di scene di prati verdi, generatori eolici e arcobaleni sulle mura della Città Vecchia di Gerusalemme, la premiazione Green Globe per &#8220;eccezionali contributi per la difesa dell&#8217;ambiente&#8221; e un concerto in Piazza Rabin a Tel Aviv alimentato da generatori ad olio vegetale, nonché dall&#8217;elettricità prodotta, pedalando, da 48 ciclisti.<span id="more-2258"></span></p>
<p>L&#8217;ironia di tutto ciò non è passata inosservata al milione e mezzo di abitanti di Gaza che convivono da quasi tre anni con blackout giornalieri della durata di ore a causa dell&#8217;assedio israeliano. Il Coordinatore delle attività del governo israeliano nei Territori (COGAT) riferisce che ha permesso l&#8217;ingresso di oltre 100 milioni di litri di carburante a Gaza nel 2009, però, come fa notare Gisha, ammonta a solo il 57% del fabbisogno. Con l&#8217;avvicinarsi dell&#8217;estate e la domanda di picco, c&#8217;è una disperata necessità di pezzi di ricambio e di attrezzi per la riparazione delle turbine. Attualmente ci sono più di 50 camion carichi di materiale elettrico in attesa di essere autorizzati ad entrare a Gaza delle autorità israeliane.</p>
<p>Le costanti interruzioni delle furniture elettriche hanno portato molte famiglie a Gaza a contare su generatori di scarsa qualità limentati con combustibili di scarsa qualità, entrambi importati attraverso i tunnel dall&#8217;Egitto, provocando un forte aumento di incidenti con feriti e morti. Secondo l&#8217;Agenzia delle Nazioni Unite OCHA, nei primi tre mesi del 2010, 17 persone sono morte in incidenti legati ai generatori, tra incendi e asfissie da monossido di carbonio.</p>
<p>Il sindaco della cittadina israeliana di Ra&#8217;anana, di cui il 48% del suo territorio è riservato a parchi pubblici, si è impegnato a piantare migliaia di alberi come parte del suo piano per una città sostenibile. Anche i contadini palestinesi del villaggio Qaryut vicino a Nablus hanno piantato alberi per ricordare la Giornata della Terra, solo per poi scoprire che i 250 alberelli di ulivo erano stati sradicati dai coloni israeliani dell&#8217;insediamento Givat Hayovel. Altri 300 erano stati sradicati nella notte del 13 Aprile fuori dal villaggio palestinese di Mihmas dai coloni provenienti dal vicino avamposto Migron. Il Centro palestinese per la ricerca sulle terre stima che oltre 12.000 ulivi sono stati sradicati nella Cisgiordania nel 2009, di cui il 60% da parte delle autorità israeliane per liberare il terreno per gli insediamenti e la costruzione del muro, e il restante 40% da parte dei coloni.</p>
<p>A Gaza, la Giornata della Terra ha visto bulldozer blindati scortati da carri armati israeliani distruggere campi di grano invernale, segale e lenticchie nella località di Al Faraheen vicino a Khan Younis nella terra di nessuno imposta da Israele. I soldati israeliani hanno così tolto il sostentamento a una famiglia palestinese perché, come ha spiegato Max Ajl , che ha filmato l&#8217;intero vergognoso episodio, &#8220;Semplicemente possono&#8221;. (<a href="http://www.maxajl.com/?p=3482">http://www.maxajl.com/?p=3482</a>).</p>
<p>Ma il terreno di Gaza era già tutto compromesso. La Mine Action Service delle Nazioni Unite ha scoperto e rimosso 345 ordigni inesplosi, tra cui 60 bombe al fosforo bianco, residuati bellici dell&#8217;assalto israeliano. Circa la metà sono stati trovati sotto le macerie dei palazzi distrutti.</p>
<p>Mentre il Ministero della Protezione Ambientale israeliano stava lanciando il programma &#8220;Coste Pulite 2010&#8243; per la Giornata della Terra, circa 60 milioni di litri di liquami non trattati o parzialmente trattati venivano versati nel Mar Mediterraneo dal depuratore di Gaza, sovracarico, con le casse vuote e senza manutenzione. A causa dei danni da attacchi aerei israeliani e dalla mancanza di energia elettrica e di pezzi di ricambio dovuta all&#8217;assedio, il depuratore non riesce a far fronte alla domanda dei 1.5 milioni di abitanti di Gaza; i liquami non trattati finiscono così nel mare ogni giorno con gravi pericoli per la salute.</p>
<p>Oltre ai Green Globe, il Ministero della Protezione Ambientale ha tenuto a marzo una sua propria annuale premiazione in cui assegna dei riconoscimenti a unità militari, singoli soldati e comandanti dell&#8217;esercito israeliano i quali hanno &#8220;dimostrato eccellenza nella tutela di ambiente, risorse naturali e paesaggio&#8221;. Il tema di quest&#8217;anno è stato l&#8217;acqua e comprendeva progetti per la &#8220;protezione delle fonti d&#8217;acqua&#8221; e il &#8220;risparmio idrico&#8221;.</p>
<p>Per i palestinesi residenti in Cisgiordania, la &#8220;protezione delle fonti d&#8217;acqua&#8221; è stata documentata nella relazione di Amnesty International Troubled Water: &#8220;La distruzione da parte dell&#8217;esercito israeliano degli impianti idrici palestinesi &#8211; sistemi per la raccolta dell&#8217;acqua piovana, cisterne di accumulo, vasche agricole e fonti &#8211; effetuata perché costruiti senza i permessi dell&#8217;esercito è spesso accompagnata da altre misure che mirano a limitare o eliminare la presenza dei palestinesi da specifiche aree della Cisgiordania&#8221;.</p>
<p>Il rapporto di Amnesty International rileva inoltre che per decenni, i coloni israeliani hanno invece &#8220;avuto un accesso virtualmente illimitato all&#8217;approvvigionamento idrico per sviluppare e irrigare le aziende agricole di grandi dimensioni che contribuiscono a sostenere l&#8217;economia degli insediamenti israeliani illegali&#8221;. In nessun altro luogo è più evidente che nella Valle del Giordano. Occupata per il 95% da insediamenti, piantagioni e basi militari israeliane è dove &#8220;l&#8217;estrazione di acqua da parte di Israele all&#8217;interno della Cisgiordania è la più elevata&#8221;.</p>
<p>Una delle aziende che contribuiscono a sostenere l&#8217;economia illegale degli insediamenti è la Carmel Agrexco, il più grande esportatore di prodotti agricoli freschi di Israele. I suoi stessi rappresentanti hanno ammesso che la società, per metà proprietà dello Stato di Israele, esporta il 70% dei prodotti coltivati negli insediamenti israeliani in Cisgiordania. L&#8217;Europa è di gran lunga il suo mercato più grande, anche se i suoi prodotti arrivano fino nel Nord America e nell&#8217;Estremo Oriente. Agrexco si spaccia per una società ecologica, con un&#8217;attenzione all&#8217;uso di materiali ecologici e prodotti ortofrutticoli biologici, anche se il trasporto dei peperoni biologici da Israele agli Stati Uniti non è proprio ecologico. L&#8217;Agrexco vanta anche delle &#8220;navi verdi&#8221; che utilizza per trasportare i prodotti freschi in Europa i cui nomi, Bio-Top e EcoFresh, prentenderebbero di rifarsi all&#8217;ecologia.</p>
<p>Ma non c&#8217;è nulla di ecologico nell&#8217;occupazione e nella colonizzazione, niente di verde nella violazione dei diritti umani e della dignità. Ed è proprio per questo che una coalizione internazionale a sostegno dell&#8217;appello palestinese per il boicottaggio dei prodotti israeliani si è posto l&#8217;obiettivo di far sparire i prodotti della Carmel Agrexco da supermercati &#8211; e porti &#8211; in tutta Europa.</p>
<p>La Giornata della Terra ha le sue origini in delle mobilitazioni dal basso, proteste pubbliche per promuovere il cambiamento e la consapevolezza politica. Nelle celebrazioni della Giornata della Terra in Israele, la pittura verde non riesce a nascondere l&#8217;apartheid.</p>
<h4>Originale in inglese: <a href="http://www.commondreams.org/view/2010/04/24-2">http://www.commondreams.org/view/2010/04/24-2</a></h4>
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		<title>Agli occhi dello stato, noi, qui, non esistiamo</title>
		<link>http://www.palestinalibera.org/2010/04/agli-occhi-dello-stato-noi-qui-non-esistiamo/</link>
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		<pubDate>Sun, 25 Apr 2010 11:38:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Occupazione]]></category>

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		<description><![CDATA[di Nora Barrows-Friedman*
Mercoledì 14 aprile, le Forze Israeliane hanno portato a termine le operazioni di demolizione di alcune case di maggiori dimensioni all’interno di tre aree distinte nella West Bank occupata. Le demolizioni hanno lasciato senza casa dozzine di persone ad Hares (vicino alla città settentrionale di Tulkarem); e nelle cittadine di Beit Sahour e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h5>di Nora Barrows-Friedman*</h5>
<p>Mercoledì 14 aprile, le Forze Israeliane hanno portato a termine le operazioni di demolizione di alcune case di maggiori dimensioni all’interno di tre aree distinte nella West Bank occupata. Le demolizioni hanno lasciato senza casa dozzine di persone ad Hares (vicino alla città settentrionale di Tulkarem); e nelle cittadine di Beit Sahour e al-Khader vicine a Bethlehem. Ah Hares, pure alcuni negozi di proprietà di palestinesi sono stati ridotti in un cumulo di macerie, mentre ufficiali israeliani hanno minacciato gli abitanti di future demolizioni nell’area.<span id="more-2252"></span></p>
<p>Jonathan Pollack degli Anarchici Contro il Muro e del Comitato di Coordinamento di Lotta Popolare in un comunicato stampa ha scritto: “Un enorme bulldozer israeliano ha demolito la casa di Ali Mousa [in al-Khader], che fungeva da abitazione per nove persone, compreso un bambino di un anno di età, mentre i soldati impedivano a chiunque di avvicinarsi alla casa – incluso l’avvocato della famiglia, che aveva mostrato ai soldati una ingiunzione [contro] la demolizione, emessa dal tribunale nel 2006.”</p>
<p>Questi attacchi di mercoledì evidenziano la crisi in corso dell’espansione della confisca israeliana delle terre palestinesi – ma queste pratiche non si limitano alle sole zone di confine della West Bank occupata e della Striscia di Gaza. Martedì, nel deserto del Negev, la polizia israeliana ha invaso il villaggio beduino di al-Araqib, distruggendo tre case. Nello stesso momento, a Twail Abu Jarwal le Forze Israeliane hanno raso al suolo, una volta ancora, tutte le tende, le baracche e i contenitori per la raccolta dell’acqua, con una operazione che il portavoce del Consiglio Regionale dei Villaggi Non-riconosciuti nel Negev ha dichiarato essere questa la “quarantesima volta in quest’ultimi pochi anni” in cui erano state demolite case e  strutture.</p>
<p>E lunedì 12 aprile, nel villaggio di Dhammash, un villaggio non-riconosciuto lontano dal Negev e dall’attenzione dei mezzi di informazione, la polizia israeliana aveva distribuito 13 ordini di demolizioni di case  ad altrettanti proprietari di abitazioni palestinesi.</p>
<p>Dhammash si trova tra due delle città più grandi tra quelle che, in Israele, vengono dette “città miste”, Lyyd e Ramla. A dieci minuti di distanza dall’aeroporto internazionale Ben Gurion, quest’area è uno dei siti nel Medio Oriente più antichi e abitati con continuità. Durante gli ultimi 62 anni i palestinesi hanno dovuto combattere per poter restare a Dhammash, sulla loro terra, dato che il governo israeliano continua a mettere in pratica provvedimenti draconiani per eliminarli.</p>
<p>Insieme ai 13 ordini di demolizione di case di questa settimana, la polizia israeliana sta tentando di chiudere da sud la strada per il villaggio di Dhammash, tra l’adiacente ferrovia e la città di Ramle. “Questo è un passo ulteriore per costringerci ad andarcene,” ha chiarito il portavoce della comunità di Dhammash, Arafat Ahmed Ismayil . “Gli abitanti [israeliani] di Dhammash risultano cittadini israeliani. Pagano le tasse. Votano durante le elezioni nazionali. Parlano sia l’arabo che l’ebraico. Ma come per tutti i cittadini palestinesi di Israele, nei loro confronti vengono fatte sistematicamente discriminazioni per costringerli a partire,” ha sostenuto Ismayil, “ proprio come se fossero cittadini di decima classe”</p>
<p>Ha precisato, “Noi non siamo provvisti di un sistema fognario o di una fornitura sufficiente di elettricità o di un servizio idrico. Siamo stati costretti a rivolgerci al tribunale diverse volte per ottenere che il governo procuri ai nostri figli degli autobus scolastici. Il sistema scolastico stesso per i giovani palestinesi è di per sé completamente discriminatorio – la qualità dell’istruzione è ben al di sotto del livello di quella dei ragazzi ebrei.”</p>
<p>Mentre stavano camminando attraverso il villaggio di Dhammash, responsabili della comunità hanno raccontato ad Electronic Intifada che le autorità israeliane hanno distrutto strategicamente un terreno agricolo pubblico, rendendolo sterile, per impiantare nel bel mezzo del villaggio un centro altamente inquinante per la lavorazione all’aperto di rottami metallici. “Ora, quello è l’unico posto dove la gente può trovare un lavoro a Dhammash,” ha aggiunto uno dei responsabili.</p>
<p>Ismayil ha detto che a Dhammash ci sono circa 600 palestinesi che vivono in 70 case. Molte delle case esistevano fin da prima della Naqba del 1948, quando circa tre-quarti dei palestinesi vennero cacciati o fuggirono dalla Palestina storica. Tutte le case – ha affermato – sono, e lo sono state per molti anni,  sul ceppo per la decapitazione. Sei case vennero demolite fin dal 2005, ed ogni pochi mesi gli abitanti devono fare petizioni ai tribunali israeliani e firmare una istanza dopo l’altra per far ritirare i bulldozer che sono entrati nel villaggio.</p>
<p>“Loro vogliono costruire in quest’area un complesso condominiale per soli ebrei,” ha chiarito Ismayil. “Questo è il motivo per cui vogliono che ce se ne vada il più presto possibile.”</p>
<p>Secondo le statistiche più recenti, ci sono circa 110.000 palestinesi e beduini che vivono nei cosiddetti “villaggi non-riconosciuti” all’interno dello stato di Israele, l’80 % dei quali vivono nella regione del Negev. Questi villaggi non sono reperibili in alcuna mappa e tutti debbono confrontarsi con la prassi della continua demolizione delle abitazioni e con la mancanza totale di servizi di base.</p>
<p>Ismayil ha raccontato che sulle loro carte d’identità israeliane il governo si è rifiutato di indicare Dhammash come loro luogo di residenza. “Loro ci suddividono entrambi fra Lydd o  Ramle,” ha detto. “Secondo loro noi non facciamo parte di nessun luogo. Agli occhi dello stato, noi, qui, non esistiamo.”</p>
<p>Mercoled’ 14 aprile, gli abitanti di Dhammash e i responsabili della comunità si sono recati in due diversi tribunali – per la questione della strada bloccata, alla corte suprema di Gerusalemme e, per il problema degli ordini di demolizione, al tribunale regionale di Petah Tikwa. “Loro hanno ascoltato i nostri casi ed hanno detto che sarebbero stati messi a ruolo per la prossima settimana,” ha spiegato più tardi quella sera. “Ma non ci hanno detto quando sarà quella data. E’ tutto molto oscuro. Noi non siamo certi su ciò che accadrà.”</p>
<p>Ismayil ha asserito che le politiche di demolizione delle case imposte ai palestinesi all’interno di Israele sono esattamente le stesse che vengono applicate nei Territori Occupati, compresa Gerusalemme Est, e nella Striscia di Gaza.</p>
<p>“Non c’è alcuna differenza,” ha affermato. “Quando vogliono demolire una casa, impongono il coprifuoco, chiudono l’area, portano centinaia di poliziotti e di soldati con cani. Elicotteri si librano sulla testa. Portano con loro comitive di coloni estremisti ebrei per svuotare le case dei mobili ed arrestare le persone che si rifiutano di essere sfrattate.”</p>
<p>“Noi stiamo sperimentando qui, nelle terre del ’48 [Israele], le stesse pratiche di apartheid che sono operative nei Territori Occupati,” ha aggiunto Ismayil. “La gente di fuori pensa che noi stiamo godendo del dono della democrazia di Israele. Mentre noi siamo esattamente nella stessa situazione. Qui, non c’è alcuna pace, né alcuna democrazia.”</p>
<h4>*<strong>Nora Barrows-Friedman</strong> è conduttrice associata e produttrice di grado elevato di Flashpoint, una trasmissione di inchieste di attualità su Pacifica Radio. E’ pure corrispondente per Inter Press Service. Ella invia regolarmente articoli dalla Palestina, dove tiene corsi di giornalismo per giovani nel campo profughi di Dheisheh, nella West Bank Occupata.</h4>
<h4><a href="http://electronicintifada.net/v2/printer11213.shtml">da Electronic Intifada</a><br />
Traduzione di Mariano Mingarelli</h4>
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		<title>Decreto apartheid, espulsi i primi due palestinesi</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Apr 2010 11:05:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Michele Giorgio
Non ha frenato le autorità di occupazione israeliane la manifestazione unitaria Hamas-Fatah dell&#8217;altro giorno ad Erez (Gaza) contro il recente «decreto militare 1650» che potrebbe causare la deportazione di migliaia di palestinesi della Cisgiordania descritti come «infiltrati». Poche ore dopo il corteo, due palestinesi sono stati espulsi verso Gaza.
Mercoledì Ahmad Sabbah, che aveva [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h5>di Michele Giorgio</h5>
<p>Non ha frenato le autorità di occupazione israeliane la manifestazione unitaria Hamas-Fatah dell&#8217;altro giorno ad Erez (Gaza) contro il recente «decreto militare 1650» che potrebbe causare la deportazione di migliaia di palestinesi della Cisgiordania descritti come «infiltrati». Poche ore dopo il corteo, due palestinesi sono stati espulsi verso Gaza.<span id="more-2250"></span><br />
Mercoledì Ahmad Sabbah, che aveva appena finito di scontare un periodo di 10 anni di reclusione in un carcere israeliano, si preparava a tornare a Tulkarem (Cisgiordania) ma al momento del rilascio è stato trasferito a Erez. «Non potete farlo, è mio diritto andare a casa, dai miei familiari», ha protestato Sabbah, «reo» di possedere una carta di identità emessa a Gaza. A nulla sono servite anche le proteste di Saber al Beyari che da 15 anni viveva a Giaffa con la moglie, una palestinese israeliana. L&#8217;uomo è stato prelevato in un ospedale, dove era ricoverato da alcuni giorni, e portato a Erez, dove ieri sera era ancora bloccato. Il governo di Hamas ha negato il suo ingresso spiegando che Gaza non diventerà il «contenitore» degli espulsi da Israele.<br />
È da escludere che il decreto militare 1650 rientri nei temi al centro dei colloqui che l&#8217;inviato americano George Mitchell, atteso ieri sera a Tel Aviv, avrà con i dirigenti israeliani. Mitchell è giunto senza nuove idee Usa e, alla vigilia del suo arrivo, Netanyahu ha respinto nettamente le richieste di Washington di sospendere la costruzione di colonie ebraiche nel settore palestinese (est) di Gerusalemme. Obama negli ultimi giorni, in varie occasioni, ha ribadito la stretta alleanza strategica tra Usa e Israele ma le polemiche tra le due parti non cessano come conferma la presenza nello Stato ebraico anche del massimo esperto in Medio Oriente della Casa Bianca in appoggio ai colloqui che porterà avanti Mitchell.<br />
L&#8217;Amministrazione Usa al suo interno appare divisa. Accanto a chi preme per contenere i dissensi con Netanyahu, c&#8217;è chi critica apertamente il governo dello Stato ebraico. Come l&#8217;ex ambasciatore a Tel Aviv Martin Indyk, oggi consigliere di Mitchell, che ha invitato il premier israeliano a rilanciare il negoziato con i palestinesi. In una intervista radiofonica e in un articolo pubblicato sul New York times, Indyk ha spiegato che «se Israele è una superpotenza e non necessita della protezione degli Usa, che pure isolano e premono sull&#8217;Iran, allora faccia quello che crede. Ma se ha bisogno degli Stati Uniti &#8211; ha aggiunto l&#8217;ex ambasciatore &#8211; allora deve tener conto degli interessi americani».</p>
<h4><a href="http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20100423/pagina/08/pezzo/276743/">da il Manifesto del 23 aprile 2010</a></h4>
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		<title>Un razzismo che esula dal linguaggio: l’Apartheid di Israele</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Apr 2010 09:38:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Saree Makdisi*
Sebbene l’Apartheid del Sud Africa può rappresentare il precedente storico più vicino al sistema Israele-Palestina, scrive Saree Makdisi, il trattamento che lo stato israeliano somministra al popolo palestinese sotto molti aspetti eclissa le sofferenze imposte dal governo dell’apartheid del Sud Africa alla popolazione “non bianca”. Sebbene i suoi sostenitori a livello mondiale si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h5>di Saree Makdisi*</h5>
<p><em>Sebbene l’Apartheid del Sud Africa può rappresentare il precedente storico più vicino al sistema Israele-Palestina, scrive Saree Makdisi, il trattamento che lo stato israeliano somministra al popolo palestinese sotto molti aspetti eclissa le sofferenze imposte dal governo dell’apartheid del Sud Africa alla popolazione “non bianca”. Sebbene i suoi sostenitori a livello mondiale si rifiutino di ammettere che Israele perpetri ogni  forma di sistematico razzismo, Makdisi mette in rilievo che il razzismo del paese è ‘messo in pratica nella condotta  piuttosto che nel linguaggio’ ed il trattare i palestinesi semplicemente non come inferiori, ma addirittura come subumani, ha messo radici profonde.</em><span id="more-2110"></span><br />
Tra i momenti salienti  dei mio viaggio recente in Sud Africa c’è stato un giro al Museo dell’Apartheid di Johannesburg e nel centro del sobborgo di Fordsie con i miei intimi amici Hanif e Salim Valley (che vi sono cresciuti durante gli anni dell’apartheid – un’esperienza che portò entrambi ad impegnarsi nella causa della giustizia), così come una camminata attraverso i paraggi del sobborgo mezzo demolito di Fietas.<br />
Come Sophiatown, a Johannesburg e il Distretto Sei di Città del Capo, Fietas negli anni ’70 venne liberata in gran parte della sua popolazione “non-bianca” ( alcuni dei suoi precedenti abitanti furono trasferiti di forza a Lenasia, altri all’Eldorado Park) e poi sistematicamente demolita. I suoi inquietanti spazi aperti con l’erba cresciuta oggi appaiono come  aridi ricordi  del passato violento della città, a ricordare che in determinate circostanze la progettazione  della città, la pianificazione e la zonizzazione nell’immediato sono attività violente. Malgrado il suo aspetto apparentemente inoffensivo, la burocrazia può essere devastante come una bomba. Ciò che era avvenuto a Fietas sta sicuramente ad attestarlo: intere famiglie furono costrette ad andarsene, un sobborgo venne fatto a pezzi, case furono polverizzate dai bulldozer che manifestavano materialmente una nozione razzista della burocrazia per ciò che riguardava la distribuzione appropriata della gente e delle identità etniche in spazi sociali. La logica della divisione per razze è di per sé violenta; spaventosa come può apparire la sua attuazione, il crimine effettivo sta nella logica stessa.</p>
<p>La violenza della burocrazia e della logica razzista è ovviamente uno dei temi centrali nel Museo dell’Apartheid. Di tutte le prove, quella che io ritenni essere la più impressionante fu probabilmente una delle più inconsistenti dal punto di vista visivo: un elenco, che decorava una parete, delle diverse leggi e dei regolamenti che costituivano il sistema sudafricano dell’apartheid. Quella parete, e diverse altre prove, mi fecero capire realmente la portata della forza della quale l’apartheid del Sud Africa aveva fatto continuamente mostra di sé nel campo della parola e in quello delle immagini, tramite un’infinità di cartelli, insegne, parole, leggi, nomi, classificazioni &#8211; una serie senza fine di binomi concepiti attorno a quello definitivo “bianchi/mai bianchi”. Uno degli aspetti più convincenti riguardanti l’apartheid africano consiste nel fatto che non fu assolutamente un sistema logico invisibile o impenetrabile o anonimo, esso osò avere un nome vero e proprio. Dopo tutto, insistette nel richiamare l’attenzione su di sé con il suo sistema di inequivocabili cartelli, etichette ed evidenziatori – su ogni autobus, all’ingresso di ogni bagno.</p>
<p>Naturalmente non ebbi la possibilità di considerare l’apartheid sudafricano senza valutare la sua importanza per la comprensione dell’odierna situazione in Israele-Palestina. Per chiunque è andato in Palestina, l’area desolata di Fietas sulla quale cresce l’erba appare familiare per una buona ragione: ha il suo equivalente in ogni rovina coperta d’erba di ciascuna delle centinaia di città e di villaggi in Palestina la cui gente, nel 1948; venne trascinata fuori dalle loro case a causa di una logica razziale che stabiliva che essi non potessero vivere in uno spazio destinato presumibilmente (da Dio e dalle Nazioni Unite) ad un altro popolo; come pure in ogni  area desolata di Gaza, scompigliata dal vento, dove molte di quelle case degli stessi profughi erano state demolite una volta ancora dai bulldozer dell’esercito israeliano per sgomberare la visuale e fare spazio per zone di fuoco aperto; ed anche in ogni angolo della Gerusalemme Est occupata, dove bulldozer israeliani avevano demolito case di famiglie palestinesi, deliberatamente e con metodo, nel vano tentativo di conservare il rapporto tra ebrei e non ebrei per ciò che riguarda la popolazione della città (di 72 contro 28 se si è interessati agli squallidi particolari), che era stato stabilito negli anni ’70 dai pianificatori della città – che fino ad ora è stato mantenuto negando ai palestinesi residenti della città il permesso di costruire, demolendo con il bulldozer le loro case nel caso in cui loro avessero costruito ugualmente,  privandoli del loro status di residenti ed espellendoli dalla città tutte le volte che è stato possibile. Dal 2003 soltanto, 2.162 palestinesi gerosolimitani hanno subito questo destino, in quanto espulsi nei sobborghi della West Bank e privati del loro diritto a ritornare nella città ove erano nati, mentre ebrei provenienti dalla Moldovia, da Londra, da Melbourne e da Brooklyn, che mai prima d’allora avevano posto i loro occhi su Gerusalemme, occupavano il loro posto.</p>
<p>E’ divenuto un luogo comune usare casualmente il termine di apartheid per fare riferimento alle forme di discriminazione che Israele conserva nei Territori Occupati: due diverse reti per i trasporti, due diversi sistemi abitativi, due diversi complessi educativi, e perfino due diversi sistemi legali e amministrativi per i due popoli, l’ebraico e il non ebraico.</p>
<p>Tuttavia, esattamente la medesima logica discriminatoria è all’opera dalla parte opposta rispetto alle linee armistiziali del 1948 e del 1967, all’interno della stessa Israele. E nonostante la resistenza che si produce quando si applica il termine ai Territori Occupati, risulta praticamente impossibile impostare una conversazione razionale sul sistema dell’apartheid all’opera all’interno di una Israele pre-1967. Molti di coloro che sostengono Israele in Europa e in America, e perfino alcuni dei suoi critici liberali – uno che accetta il giudizio che il sistema di separazione che Israele ha imposto sui Territori Occupati abbia superato una determinata linea di demarcazione – respingono in modo categorico di approvare la possibilità che ci sia una qualche forma sistematica di razzismo nel sedicente stato ebraico. Per loro, la Risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 1975 che denunciava il Sionismo essere pari ad una forma di Razzismo – la sola risoluzione delle Nazioni Unite ad essere successivamente annullata – era essa stessa una pericolosa forma di razzismo.</p>
<p>Quando viene posta allo stesso livello di Israele allora, l’accusa di apartheid non produce alcuna contro-argomentazione avallata da  contro-evidenza, ma piuttosto muraglie di vere e proprie smentite dure, se non esplosioni indistinte di rabbia cieca, come se  la smentita o il mero furore   potessero impedire definitivamente la discussione. E’ un fatto sbalorditivo che, ad oggi, correnti politiche dominanti, giornalisti e normali cittadini negli Stati Uniti e ovunque, perfino nello stesso Sud Africa – ne ho avuta testimonianza io stesso mentre svolgevo le mie lezioni al Wits nel febbraio del 2010 – si rifiutino di impegnarsi nella discussione, sulla testimonianza e i fatti relativi a questa questione; si aggrappino testardamente ad una ripetizione, come fosse un mantra, di miti resi completamente inutilizzabili dall’eccessivo uso. “Il popolo ebraico sa che cosa vuol dire essere oppressi, subire delle discriminazioni, e perfino essere condannati a morte a causa della loro religione,” disse Nancy Pelosi, il portavoce della Camera dei Deputati degli Stati Uniti, in un debole tentativo di contestare la principale affermazione  contenuta nel libro del 2006 del Presidente Carter ‘Palestina: pace non apartheid’ ( il quale aveva addirittura escluso esplicitamente dalla sua analisi Israele all’interno dei suoi confini anteriori al 1967, limitandola ai soli Territori Occupati). “Essi sono stati leader nella lotta per i diritti umani negli Stati Uniti e ovunque nel mondo. E’ sbagliato insinuare che il popolo ebraico sosterrebbe un governo in Israele o da qualche altra parte che istituzionalizza l’oppressione su base etnica e respinge i democratici che avanzano accuse con vigore.” Un tale rifiuto ad annotare un argomento razionale, e di ripiegare su un piano equivalente alla superstizione – Gli ebrei sono degli esseri sovrumani,  incapaci di fare del male – non è limitato solo agli Stati Uniti. “ Se si bollerà Israele come stato di Apartheid, allora si attaccheranno anche…….i valori del Canada,” ha affermato il parlamentare canadese Peter Shurman in una sdegnata denuncia dell’annuale Israeli Apartheid Week degli universitari canadesi, che era stata condannata dal parlamento di Ottawa. “L’uso di espressioni quali ‘Israeli Apartheid Week’  si equivalgono approssimativamente a frasi di odio che si possono dire senza essere arrestati, ma non sono certo che ciò in realtà non oltrepassi tale  linea di demarcazione,” ha ribadito Shurman.</p>
<p>Né tali forme di smentite sono limitate ai politici. Qui, ad esempio, Roger Cohen, redattore agli esteri del The New York Times, è colui che, dapprima ha criticato la politica di Israele nei Territori Occupati, per scrivere poi, proprio l’altro giorno, sul Washington Post: “L’Israele di oggi e il Sud Africa di ieri non hanno quasi nulla in comune. Nel Sud Africa, la minoranza bianca della popolazione governò con durezza la maggioranza nera del popolo. Ai non-bianchi erano negati i diritti civili e, nel 1958, venne tolta loro perfino la cittadinanza. Al contrario, gli arabo-israeliani, circa un quinto della popolazione del paese, hanno gli stessi diritti civili e politici degli ebrei-israeliani. Arabi seggono alla Knesset e prestano servizio militare nell’esercito, sebbene la maggior parte sia esentata dalla leva. Qualsiasi cosa sia  – e ciò appare in modo sospetto equivalente ad una democrazia liberale – non può essere apartheid.”</p>
<p>Ho saputo da diverso tempo, naturalmente che, non importa quante volte giornalisti come Cohen ripetono l’affermazione che gli “arabo-israeliani” – cioè i cittadini palestinesi di Israele – hanno gli stessi diritti civili e politici degli ebrei-israeliani, quello semplicemente non è il caso. Una cieca recitazione può essere confortante, ma nei fatti non muta la realtà. Ciò che ho appreso dal mio viaggio nel Sud Africa è, ciononostante, che il parallelismo tra le due situazioni (Sud Africa da una parte e Israele con i Territori Occupati dall’altra) è molto più consistente di quanto venga pubblicamente ammesso negli interventi, sebbene esistano alcune notevoli differenze.</p>
<p>Una cosa che ho imparato nel mio viaggio è che ogni singola legge importante dell’Apartheid sudafricano che ho visto riportata sulla parete del Museo di Johannesburg ne ha una totalmente equivalente  nell’Israele di oggi.</p>
<p>Il famigerato Population Registration Act del 1950, che assegnò ad ogni sudafricano una identità razziale in base alla quale lui o lei aveva accesso (o era negato) ad una diversa serie di diritti, ha un diretto equivalente nelle leggi israeliane che assegnano ad ogni cittadino dello stato una distinta identità nazionale. Secondo la legge israeliana, non esiste nulla che stia a indicare la nazionalità israeliana. Come sentenziò la Corte Suprema negli anni ’70, “Non esiste una nazione israeliana distinta dal popolo ebraico.” In tal modo, i cittadini ebrei dello stato vengono classificati possedere “nazionalità ebraica”, ma i non-ebrei, anche se possono essere cittadini dello stato, non sono esplicitamente membri della “nazione” – ad esempio, per gli ebrei di tutto il mondo, che vogliano essere riconosciuti o no, lo stato di Israele afferma di essere il loro. Di conseguenza, l’identità nazionale dei cittadini palestinesi di Israele – che costituiscono il 20 % della popolazione reale piuttosto che solo  di quella teorica dello stato – è negata e cancellata ad ogni livello istituzionale. A differenza dei cittadini ebrei, ai quali è riconosciuto il possesso di una identità nazionale, la legge israeliana priva metodicamente i cittadini palestinesi della loro identità nazionale e li riduce ad una mera  espressione etnica, che rappresenta il motivo per cui è stato inventato il termine di “arabi-israeliani” per far riferimento a loro. (Tale termine non è stato mai utilizzato per indicare gli ebrei-arabi che compongono una parte considerevole della popolazione ebraica di Israele – gli effettivi arabo-israeliani – perché nel loro caso, ovviamente, Israele vuole cancellare la loro identità araba ed assimilarli in quanto ebrei, dal momento che nel caso dei cittadini palestinesi resta valido il contrario: essi non possono essere assimilati come ebrei, così viene messa in rilievo la loro indigesta arabicità).</p>
<p>Questo gioco di prestigio è molto difficile da scacciare. Ho avuto diversi diverbi infruttuosi con la redazione del Los Angeles Times sull’uso da parte del giornale del termine di “arabi-israeliani” per far riferimento ai cittadini palestinesi di Israele. Bene, non propriamente delle discussioni – Io sostengo, offro la prova di mostrare la formulazione artificiosa dure e fuorviante del termine e il punto fin dove i palestinesi all’interno di Israele lo rifiutano totalmente e  chiamano sé stessi palestinesi. ma gli editori del giornale alzano le loro spalle e dicono che la mia può essere una buona idea, ma………</p>
<p>Naturalmente, questo pretesto linguistico serve ad uno scopo: è ciò che consente alle persone altrimenti perfettamente razionali come Roger Cohen o i redattori di Los Angeles Times di venire e di fare un uso  spensierato del discorso dello stato di accettare la cancellazione da parte di Israele dell’identità palestinese nella totale e beata inconsapevolezza che questo è ciò che essi stanno facendo, e d’altra parte di venirsene fuori miracolosamente dicendo che lo stato tratta tutti i suoi cittadini allo stesso modo: l’atto di discriminazione non è percepibile perché è impenetrabile. Come si può, dopo tutto, ammettere che Israele faccia discriminazioni nei confronti della sua popolazione palestinese, quando non c’è nulla di tutto ciò? Quali palestinesi? Non ci sono dei palestinesi all’interno di Israele, solo degli “arabo-israeliani”. Ma questo è il punto: la negazione, la cancellazione, l’atto di discriminazione c’è già prima che venga fatta la dichiarazione. Non ci sono parole per questo; non  si possono pronunciare.</p>
<p>Infatti, questo è soprattutto ciò che distingue marcatamente l’apartheid israeliano dall’apartheid sudafricano. Mentre l’ultimo ha insistito nel darsi un nome e nel attrarre l’attenzione su di sé usando continui segnali verbali e visivi, il primo sopprime e occulta le espressioni di razzismo che esso incarna proprio del tutto. Coloro che appoggiano il razzismo in Israele possono farlo in totale libertà senza dover tener conto del fatto che questo è ciò che essi stanno facendo. E’ l’esempio ultimo di ciò che ha teorizzato di recente David Theo Goldberg come “razzismo senza razzismo”. In breve, questo è l’uso più brillante di una negazione che è stata richiesta e di una cancellazione che è stata perfino messa in pratica nel mondo, sebbene, come per tante cose in Israele (ad esempio, costruire il Parco dell’Indipendenza a Gerusalemme su di un cimitero palestinese, o inventare la categoria giuridica degli “assenti presenti” per far riferimento a quei palestinesi che erano stati scacciati dalle loro case nel 1948, ma che erano rimasti all’interno dei confini dello stato, o  disegnare paesaggi sul lato israeliano del muro della West Bank tanto da oscurare o ridurne la sua vera portata), è una brillantezza meramente priva di significato, e perciò in ogni caso non proprio una brillantezza, ma piuttosto un maggiore esempio ancora di forme incredibili di ritrattazione, a proposito delle quali Israele e i suoi ammiratori sono così abili, anzi, sulle quali l’ammirazione dell’occidente liberale per Israele confida proprio per la sua esistenza.</p>
<p>Alla fine del giorno, il Sud Africa bianco, a prescindere dalla sua posizione ideologica, dovette guardare l’insegna che diceva “bianchi/mai bianchi” e adeguarsi conseguentemente – un imbarazzo che con grande efficacia il Museo dell’Apartheid di Johannesburg ripropone al suo ingresso. L’israeliano ebreo, e i sostenitori stranieri di Israele, non è mai stato costretto a fare quel confronto, non ha mai dovuto fare quella scelta – gli è stato reso possibile per prima cosa dalla lingua: il razzismo è liquidato prima e reso incomprensibile. Gli israeliani ebrei e gli ammiratori dello stato possono affermare che Israele tratta tutti i suoi cittadini allo stesso modo, non tanto perché essi non si rendono conto che la discriminazione opera al livello della nazionalità piuttosto che a quello secondario della cittadinanza, ma piuttosto perché , diversamente dai bianchi del Sud Africa, essi sono risparmiati  dal dover fare i conti con tale realizzazione. Ad essi è permesso, ed essi permettono a sé stessi, di vedere giusto tramite ciò, di concedersi il disconoscimento di una realtà sgradevole che di fatto li sta guardando fissa in volto, di disconoscere continuamente gli avvenimenti quando qualcun altro insiste nel catalogarli, documentarli e presentarli – di esplodere in una furia cieca e piena di risentimento se i fatti vengono imposti loro con troppa insistenza.</p>
<p>Tuttavia, spogliare i cittadini palestinesi della loro identità nazionale non è solo una semplice umiliazione. In Israele, diversi diritti fondamentali – come l’accesso alla proprietà della terra e della casa, per esempio – sono concomitanti all’identità nazionale e non la minore categoria di una mera cittadinanza. Perciò, ebrei che non sono cittadini, in effetti hanno più diritti dei cittadini che non sono ebrei; in nessun altro paese sulla terra  si ha che dei non-cittadini, privilegiati per motivi razziali, godano di maggiori diritti dei residenti.</p>
<p>Perciò, il Group Areas Act del 1950, che assegnò aree differenti del Sud Africa per l’uso residenziale dei diversi gruppi razziali, ha un diretto equivalente nel sistema di norme che determinano l’accesso alla terra all’interno di Israele (come pure all’interno dei Territori Occupati, naturalmente, ma in questo caso sto parlando di un Israele pre-1967). I cittadini palestinesi dello stato sono giuridicamente esclusi dal potersi stabilire in quelle che vengono designate ufficialmente come “insediamenti di comunità ebraiche” o “insediamenti rurali ebraici” organizzati in consigli rurali che controllano la maggiore estensione di terra in Israele. Difatti, ad essi è vietato vivere su terra dello stato o su terra posseduta  da “istituzioni nazionali” come il Fondo Nazionale Ebraico (JNF), che costituisce il 93 % della terra all’interno di Israele, quasi ogni centimetro quadro della quale è data da proprietà palestinesi espropriate con la violenza dal nuovo stato dopo la pulizia etnica della Palestina del 1948. Da nessuna parte, infatti, la portata dell’istituzionalizzazione di questo tipo di discriminazione è più palesemente evidente che nelle dichiarazioni del JNF, che si promuove come “il custode della terra di Israele per conto dei suoi proprietari – dovunque il popolo ebraico”. Questa istituzione non solo riconosce, ma giustifica con orgoglio il suo primato di lunga data della discriminante avversa ai cittadini palestinesi con il rimarcare  che quello “non è un ente pubblico che opera per conto di tutti i cittadini dello stato. La sua fedeltà è rivolta al popolo ebraico e la sua responsabilità è solo nei suoi confronti [cioè, del popolo ebraico]. In quanto proprietario della terra del JNF, il JNF non deve comportarsi in modo equo nei confronti di tutti i cittadini dello stato.” Oltretutto, fa notare, “la Knesset di Israele [cioè, il parlamento] e la società israeliana hanno espresso la loro opinione secondo la quale la distinzione tra ebrei e non-ebrei, che sta alla base della visione sionista, è una distinzione che è consentita,” e, anzi, che la sua assegnazione della terra ai soli ebrei “è in completo accordo con i principi fondativi dello stato di Israele in quanto stato ebraico e che il valore dell’uguaglianza, persino se lo si applica alle terre del JNF, dovrebbe recedere di fronte a questo principio.”</p>
<p>Come risultato di tutte le forme di discriminazione con le quali essi devono competere in quanto non-ebrei che vivono nel sedicente stato ebraico (sedicente malgrado la continuativa presenza non-ebraica, dei palestinesi), il 10 % circa dei cittadini palestinesi di Israele  vive oggigiorno in “villaggi non-riconosciuti” che sono antecedenti alla formazione dello stato di decenni se non di secoli, ma che non compaiono ancora in alcuna mappa ufficiale. Essi non sono perciò collegati con la rete elettrica nazionale, con il sistema di distribuzione idrica nazionale, la rete telefonica o il sistema internet. Essi non esistono ufficialmente, se non per il fatto che tutte le case di questi villaggi sono candidate alla demolizione per la loro esistenza su terra che lo stato ha definito, retroattivamente, di uso agricolo, per il non esserci dopo tutto alcun “residente” su di esse. In questo caso è ancora al lavoro  la stessa logica di profonda negazione della negazione: come si può negare le condizioni di vita in villaggi che in primo luogo, secondo lo stato, non esistono ufficialmente? Non c’è letteralmente nulla da negare!</p>
<p>Il The Black Education Act del 1953, che creò un sistema educativo separato e diseguale per i sudafricani neri, ha un diretto equivalente nelle norme amministrative che hanno creato sistemi educativi separati e disuguali per cittadini ebrei e non-ebrei dello stato di Israele (e ancora la stessa cosa funziona pure per i Territori Occupati). I nudi dati statistici chiariscono il tutto: lo stato mette a disposizione 1.600 asili sovvenzionati, per esempio, ma di questi solo 25 si trovano in città palestinesi. Solo 4.200 degli 80.000 bambini israeliani al di sotto dei quattro anni di età che frequentano l’asilo sono palestinesi, sebbene questo numero, se fosse stato proporzionale alla reale popolazione, esso avrebbe dovuto essere superiore a  20.000. Dopo l’asilo, Israele investe più di tre volte tanto, su una base pro capite, in uno studente ebreo di quanto non faccia per uno non-ebreo (cioè palestinese). L’elenco attuale dello stato, riguardante le 553 città e villaggi che hanno la precedenza nel finanziamento per l’istruzione, esclude tutte le città palestinesi all’interno di Israele all’infuori di quattro villaggi. Ci sono 25 scuole d’arte speciali per bambini ebrei e nessuna per bambini palestinesi – tutti cittadini dello stato. E al più alto livello del suo sistema scolastico, Israele mette a disposizione molti più corsi universitari a studenti ebrei che non a quelli palestinesi. Come risultato di tutte queste forme di discriminazione, di procedure palesemente discriminatorie di ammissione e di immatricolazione – e malgrado il fatto che i palestinesi tradizionalmente diano una grande importanza all’istruzione dei loro figli, un fatto confermato dai numeri,  grandi in modo sproporzionato, di palestinesi tra l’intelligentsia araba – una proporzione molto più grande di studenti ebrei ce la fa a superare la scuola superiore, ad essere accettata all’università ed a laurearsi. Solo il 10 % degli studenti universitari d’Israele è dato da palestinesi, per esempio, sebbene, parlando in modo relativo, esso dovrebbe essere il doppio di quel numero. Solo il 3 % dei suoi studenti nei dottorati di ricerca sono palestinesi. Solo l’1 % dei docenti universitari è palestinese.</p>
<p>E la lista continua. Il South Africa’s Prohibition of Mixed Marriages Act del 1949 ha il suo equivalente nelle leggi israeliane che vietano agli ebrei di sposare dei non-ebrei (d’altra parte, non esiste alcun divieto verbale che segnala questo impedimento in quanto tale, ma in Israele non esiste alcun ordinamento relativo al matrimonio civile, per cui ad un ebreo è permesso sposare solo un altro ebreo, e poi solo secondo il rito religioso ortodosso); il The Natives (Urban Areas) Consolidation Act del 1945  e il Black (Native)Amendment Act del 1952 che ordinavano ai sudafricani neri di portare con sè i lasciapassare per regolare il loro accesso alle aree urbane hanno equivalenti in diverse disposizioni di legge israeliane che regolano e controllano gli spostamenti dei palestinesi – ma non degli ebrei – all’interno dei Territori Occupati e tra i Territori Occupati  Gerusalemme e Israele; il The Public Safety Act del 1953 ha il suo equivalente nelle disposizioni militari israeliane che autorizzano nei Territori Occupati una detenzione di lungo termine dei palestinesi, senza processo (ma non degli ebrei, che sono protetti dal diritto civile israeliano) – a partire dal 1967 un totale complessivo di 650.000 palestinesi sono stati tenuti reclusi da Israele, circa il 20 % della popolazione complessiva; il The Promotion of Bantu Self-Government Act del 1952, che dette mandato di un maggiore riconoscimento ufficiale a Bantustan come il Transkei, e il The Bantu Homelands Constitution Act del 1971, hanno il loro equivalente nella creazione, grazie agli Accordi di Oslo, di una cosiddetta Autorità Palestinese per la gestione degli affari dei palestinesi (ma non degli ebrei) residenti nei Territori Occupati.</p>
<p>Infatti, proprio come il Sud Africa creò il Transkei, il Ciskei e il Bophuthatswana allo scopo di poter cancellare quanti più neri fosse possibile dai registri della propria popolazione del Sud Africa, Israele conserva le sacche della West Bank e tutta Gaza come aree recintate per la popolazione non-ebrea del territorio, mentre colonizza ciò che rimane con la sua stessa popolazione allo scopo di poter avere la sua torta e di poterla pure mangiare: incorporare la terra (colonizzandola) ma non la popolazione, e quindi sostenere la rivendicazione che si tratta di uno stato ebraico finché non devia dal minimo necessario il numero dei non-ebrei che ufficialmente vivono all’interno dello stato – e quindi perpetuare la storia non reale che non priva del diritto del voto la maggior parte della popolazione del paese che è data da palestinesi. Naturalmente Israele priva del diritto del voto la maggioranza palestinese del paese: oggigiorno ci sono 11 milioni di palestinesi e 5 milioni di ebrei israeliani. La manipolazione delle popolazioni e dei territori compiuta da Israele oscura, tuttavia, per quanto possibile queste circostanze materiali: 1 milione di palestinesi sono cittadini di Israele dissolti linguisticamente entro la categoria degli “arabi israeliani”, così loro non contano; 6 milioni di palestinesi continuano a vivere nell’esilio al quale furono costretti con la violenza nel 1948 da Israele, che continua a negare loro il diritto giuridico e morale al ritorno, così pure loro non contano. Quindi rimangono solo i 4 milioni all’incirca di palestinesi nei Territori Occupati, ed essi hanno la benedizione di un’autonomia illusoria (o per lo meno la chiacchiera che un giorno avranno l’autonomia) e dell’Autorità Palestinese collaborazionista con la sua dirigenza irrimediabilmente compromessa e politicamente fallita. Il fatto che Israele abbia conservato – sebbene si sia rifiutata testardamente di risolverne lo status – i Territori Occupati per oltre quarant’anni, o per due terzi della sua stessa esistenza in quanto stato, smentisce la incongruente provvisorietà dello status dei territori. Israele ha colonizzato, ripopolato e sviluppato parzialmente la West Bank e Gerusalemme Est; mezzo milione dei suoi stessi cittadini vi si sono installati; vi ha esteso l’applicazione delle sue proprie leggi; ne ha utilizzato in ogni singolo giorno le risorse idriche e lo spazio aereo. In pratica Israele ha annesso la West Bank; solo nominalmente non l’ha fatto. E il solo motivo per cui non l’ha fatto è perché solo la finzione che la West Bank (e Gaza) si trova al di fuori dello stato permette ad Israele di portare avanti la simulazione sul piano delle parole che è smentita dalla realtà materiale – la quale permette, ad esempio, a Roger Cohen  di venire a dire, bene, sì, ci può essere una discriminazione nella West Bank, “ma non è propriamente una parte di Israele”, così non conta realmente, e in ogni modo quel territorio sarà eventualmente “il cuore” di uno stato palestinese ( qualcosa su cui si è discusso per quasi due decenni, per metà del tempo in cui la West Bank è stata effettivamente occupata, senza che ciò facesse la sia pur minima differenza sul terreno – ad esempio, la popolazione delle colonie è sostanzialmente triplicata a partire da quando ci furono i primi cosiddetti colloqui di pace nel 1991).</p>
<p>Ci sono, ovviamente, maggiori diversità tra l’apartheid all’interno di Israele e l’apartheid in Sud Africa.</p>
<p>Ho già evidenziato una delle maggiori diversità: la perspicuità dell’apartheid sudafricano e la relativa inintelligibilità – impenetrabilità – dell’apartheid israeliano. Da nessuna parte in Israele o nei Territori Occupati c’è un cartello che dice in modo nudo e crudo “per soli ebrei”. Il razzismo è applicato nella pratica piuttosto che espresso con le parole. Il che è ciò che mette i sostenitori di Israele in grado di essere coinvolti in interminabili affermazioni equivoche, che spaccano il capello in quattro, a cui sono così spesso ridotti per giustificare una forma di razzismo che smentisce che sia così ciò che lo è. Ad esempio, all’accusa che nella West Bank ci sono due diversi sistemi viari, uno per ebrei (che collega le colonie tra loro e con Israele) ed uno per i non-ebrei, la replica – una che è abitualmente diffusa dall’hasbara [spiegazione, n.d.t.] israeliana e dalle organizzazioni di propaganda negli Stati Uniti e in Europa, come CAMERA, la cui capacità di contorsione linguistica è così estrema da essere quasi comica – invariabilmente è quella di insistere che un sistema viario è riservato a tutti i cittadini israeliani, non solo agli ebrei. Nel senso più strettamente  letterale – al livello del linguaggio che ha cessato di fungere come linguaggio perché non comunica più significato, perché non è destinato a farlo – questo è vero. D’altro canto, nelle colonie della West Bank vivono solo ebrei ( i palestinesi, che essi siano cittadini di Israele o no, non hanno il permesso di vivere là in quanto non sono ebrei), così in pratica se non nominalmente un sistema viario è realizzato separatamente per gli ebrei. Ancora, come con così tante altre cose, ciò che è in gioco qui è una forma di negazione che non può portare essa stessa al riconoscimento di sé per ciò che è. Lo si deve al fissare ossessivamente lo sguardo al linguaggio, non notare i significati assenti in quanto non sono addotti nel linguaggio – “dove si dice ‘per soli ebrei’?” – che rende possibile ai fautori stessi di Israele di evitare di riconoscere una realtà materiale: non ci deve essere un cartello sul quale sta scritto in parole “per soli ebrei” perché solo gli ebrei possano usare in pratica quella strada. A differenza dell’apartheid in Sud Africa, ciò che vediamo in Israele è un razzismo che evita l’evidenza delle parole; razzismo senza un proprio termine, o, secondo la formulazione di Goldgerg, razzismo senza razzismo. Il ché, tuttavia, non lo rende un po’ meno razzista.</p>
<p>Un’altra differenza è data dal fatto che il sistema dell’apartheid all’interno del Sud Africa, per tutta la sua violenza e brutalità, è mai stato così violento e così brutale come il sistema che si desume all’interno di Israele e nei Territori Occupati. Il movimento dei neri in Sud Africa era controllato, non completamente bandito, com’è nel caso, ad esempio, di Gaza. Il governo del Sud Africa inviò carri armati Caspar e soldati con fucili dentro Soweto – non carri pesanti ed elicotteri apache che lanciano missili Hellfire ed F-16 che scaricano una tonnellata di bombe sulla popolazione civile. Il Massacro di Sharpeville fu un fatto eccezionale in Sud Africa; nel caso dei palestinesi, sarebbe difficile – benché naturalmente questo non è per sminuirlo – compilare una lista di massacri che si prolungano da Deir Yassin e Tintura, negli anni ’40, a Kufar Kassem, Rafah e Khan Younis , negli anni ’50, a Sabra e Chatila, negli anni ’80, a Nablus e Jenin , negli anni 2000, a Gaza nel 2008-2009. Non c’è nulla di simile della trascorsa aggressione di Israele a Gaza del 2008-2009 in tutta l’intera storia dell’apartheid in Sud Africa: l’assassinio di una persona su mille; la distruzione di decine di migliaia di case in una sola volta; l’interruzione dei rifornimenti essenziali di cibo, medicine, combustibile e materiale da costruzione alla popolazione costituita in gran parte – com’è a Gaza – da bambini, condannandoli alla malnutrizione; la malignità compiaciuta alle disgrazie altrui sulla stampa, perché tutto il mondo si renda conto ( sebbene non che questo faccia un briciolo di differenza), come fece di recente il collega  israeliano di Harvard Martin Kramer, che la riduzione della popolazione dovuta all’assedio e alla malnutrizione avrebbe ridotto anche il numero dei “giovani superflui” e conseguentemente avrebbe ridotto la minaccia rappresentata da Gaza per Israele.</p>
<p>Veterani, reduci dalla lotta contro l’apartheid in Sud Africa, che visitano Israele e i Territori Occupati ripetutamente affermano la stessa cosa. “ E’ peggio, peggio, peggio di quanto abbiamo sopportato,” ha fatto notare  Mondli Makhanya,  editore capo del Sunday Times del Sud Africa, dopo una recente visita in Palestina. “Il livello dell’apartheid, del razzismo e della brutalità  è addirittura peggiore del peggiore periodo di apartheid. Il regime di apartheid considerava i neri come esseri inferiori; credo che gli Israeliani non considerino affatto  i palestinesi come esseri umani.”</p>
<p>E, naturalmente, quella è essenzialmente la maggiore differenza tra l’apartheid sudafricano e l’apartheid israeliano. C’è una differenza abissale tra inferiorità e disumanizzazione: è la stessa differenza che c’è tra sfruttamento ed annientamento. Come il Museo dell’Apartheid di Johannesburg chiarisce molto bene, in Sud Africa il sistema venne progettato per sfruttare il lavoro dei neri, per impiegare la forza lavoro della popolazione  nera nelle case, negli uffici e nelle miniere d’oro, ma negando ad essi di avere uguali diritti – perché la elite bianca  avesse il suo dolce e lo potesse pure mangiare. Il sistema israeliano non ha nulla a che fare con lo sfruttamento della forza lavoro palestinese; il lavoro derivante dai Territori Occupati è al momento totalmente irrilevante per l’economia israeliana, avendolo compensato con i recenti immigrati provenienti dalla ex Unione Sovietica e con l’offerta di lavoratori a basso costo provenienti dal sud-est asiatico, resa possibile dai circuiti globali di scambio. E’, com’è sempre stato, nel caso della rimozione di un popolo e la sua sostituzione con un altro, un processo che ha avuto inizio ma che non è finito nel 1948, e che continua fino ai giorni nostri: ogni giorno una casa palestinese viene abbattuta a Gerusalemme, ogni giorno una famiglia palestinese viene espulsa da quella città fantasma che è il centro di Hebron, ogni giorno una gerosolimitana palestinese viene spogliata dei suoi titoli di residenza e viene espulsa dalla città ove è nata, ogni giorno una famiglia palestinese viene mandata in frantumi e distrutta a causa di una legge israeliana che venne istituita nel 2003 che proibisce a un palestinese in Israele o a Gerusalemme di sposare  e di vivere con coniuge proveniente dai Territori Occupati, anche se un ebreo israeliano può sposare un colono ebreo della West Bank ed essi possono vivere insieme dove preferiscono ( quando una legge simile venne proposta al colmo dell’apartheid in Sud Africa nel 1980, essa venne rigettata sbrigativamente dall’alta corte del paese come un’inaccettabile violazione del diritto alla famiglia del popolo nero; l’alta corte di Israele ha confermato nel 2006 questa nuova legge del paese).</p>
<p>In una parola, come ho messo in evidenza in un altro contesto, l’apartheid sudafricano fu bio-politico in natura, preoccupato della gestione e dell’amministrazione del lavoro nero esistente. Quello di Israele è, per adottare la frase che Achille Mbembe ha così efficacemente elaborato,  necropolitico, interessato alla distruzione e cancellazione dei palestinesi, qualcosa nei confronti della quale ciascun palestinese resiste ogni singolo giorno, magari con l’atto di continuare testardamente ad esistere.</p>
<p>Questa necropolitica conta, tuttavia, in modo decisivo e assoluto sul sistema di imperscrutabilità e di impercettibilità che permette agli israeliani e ai sostenitori di Israele di continuare a praticare e avallare una forma violenta e volgare di razzismo senza dover fare i conti con, e riconoscere il fatto che, questo è precisamente ciò che essi stanno facendo. In altri contesti ho sostenuto – più di recente nel mio articolo Inchiesta Fondamentale a proposito della costruzione del cosiddetto Museo della Tolleranza (in realtà una specie di santuario del sionismo) proprio sopra le rovine di uno dei più importanti cimiteri musulmani di Gerusalemme – che oggigiorno in pratica ci sono due forme centrali di sionismo: un sionismo intransigente che vediamo in opera, per esempio, nelle dichiarazioni di Avigdor Lieberman, attuale ministro degli esteri di Israele, che ha fatto della richiesta pubblica di espulsione dei cittadini palestinesi di Israele, che implica una sorta di brutale sincerità, la piattaforma della sua fulminea ascesa nella politica israeliana; e un sionismo conciliante  &#8211; quello ancora dominante – i cui seguaci, che in virtù dei cortocircuiti linguistici ed emotivi ho rappresentato in questa occasione, si sono risparmiati di dover fere i conti con e riconoscere onestamente che ciò che loro sostengono è un’organizzazione razzista; è solo sulle basi di tale enorme imperscrutabilità , di fatto, che essi possono continuare a sostenerla. Questa rappresenta quel tipo di posizione sionista che sostiene, per esempio, in modo completamente innocente, che è un comportamento anti-semitico quello di criticare il sionismo in quanto esso rappresenta solo il diritto del popolo ebraico di possedere una patria nazionale come per ogni altro popolo. Nel domandare con tale insistenza perché mai agli ebrei dovrebbe essere negato quello stesso diritto che possiede ogni altro popolo, il sionismo conciliante conta sul corto circuito emotivo, di cui ho trattato qui, per disconoscere la vera domanda che  sta ponendo, perché il retro-disco della stessa questione non è se gli ebrei hanno il diritto ad una patria, esso è invece se questo diritto rende nullo il diritto proprio del popolo palestinese ad una patria (e la risposta a tale domanda è assolutamente negativa). Solo con il concentrarsi in modo talmente ossessivo e con l’essere assorbito sulla parte anteriore della questione permette al sionismo conciliante di evitare di dover fare i conti con il suo lato odioso e con il fatto incancellabile che non c’è, non c’è stato e non ci sarà una via per creare uno stato ebraico in Palestina senza negare o annullare la rivendicazione palestinese alla stessa terra ed ai diritti storici che si accompagnano a questa pretesa. Piuttosto che trasformare la negazione dei diritti palestinesi in una componente esplicita della sua posizione ideologica – come fa il sionismo intransigente – il sionismo conciliante rimuove tale negazione dal suo campo visivo, difatti, per cominciare,  negare che non c’è nulla da negare. E, come dissi in precedenza, la grande forza del sistema dell’apartheid di Israele sta nell’essere così strutturato da non far mai il grande errore dell’apartheid sudafricano di costringere la gente ad affrontare la schiettezza e la volgarità del suo razzismo. In tal modo essi possono appoggiarlo ed andare avanti,  ritenendosi delle persone virtuose, morali e progressiste, tecnologicamente chic, amorevoli con gli animali e riguardosi con l’ambiente.</p>
<p>Tutto ciò dove porta i palestinesi e coloro che difendono i loro diritti?</p>
<p>Ci sono, penso, due deduzioni immediate che si possono trarre da questa dissertazione. Un punto è questo: la ragione per cui i negoziati tra palestinesi e israeliani sembrano spesso così inconsistenti è che tutto lo scopo del cortocircuito linguistico e delle forme di negazione della negazione, a proposito delle quali ho qui dissertato, consiste nell’evitare il negoziato, o almeno superarlo rendendo inaccessibile il nocciolo del conflitto tra sionismo e i palestinesi. La grande forza di un razzismo che esiste senza che sia espresso dalle parole – che sia immune dalle parole – sta nell’essere anche completamente indifferente al linguaggio: ogni tentativo di evidenziarlo dicendo “questo è il problema” verrà a incappare nella risposta assolutamente sincera “quale problema?” Quale razzismo? Quali villaggi? Quale rete viaria? Quali palestinesi? Questo è un complesso strutturale per il quale non esiste alcuna soluzione a livello delle parole e quindi del negoziato diplomatico (figurarsi un negoziato tra due parti totalmente impari).  Quindi la evidente inutilità dei tentativi di porre un termine a questo conflitto con l’accrescere la consapevolezza tra gli israeliani o i sostenitori di Israele sparsi nel mondo, o con l’appellarsi ai loro impulsi migliori, l’assoluto ostinato rifiuto di riconoscere la realtà, trova una conferma ogniqualvolta conferenze sui diritti dei palestinesi si sono incrociate a giro per il mondo con quel muro tediosamente familiare di consistenti negazioni e con quel rifiuto totale di prendere in considerazione fatti, evidenza, ragione, leggi, principi – in caso contrario esplosioni, a dire il vero, di scomposto furore – ai quali noi tutti siamo abituati.</p>
<p>Il secondo punto è che dovrebbe essere perfino più ovvio di quello che mai appare, in vista del sistema di apartheid in atto sia in Israele che nei Territori Occupati – un sistema di apartheid che è inseparabile dal progetto di inventare e sostenere il pretesto di uno stato ebraico in quello che di fatto è un paese profondamente eterogeneo – non ci può essere alcuna soluzione pacifica e giusta del conflitto sionista con i palestinesi fintantoché non si desiste dal tentativo di mettere un popolo al posto di un altro , di imporre una identità monoculturale ad un paese multiculturale, e le sue istituzioni non vengono completamente soppresse. Creare una istituzione statale palestinese nella West Bank accanto ad Israele la cui rivendicazione di ebraicità verrebbe ad essere rafforzata in una soluzione a due-stati, servirebbe poco agli abitati della West Bank, ancor meno a quelli di Gaza,  nulla ai profughi e ai loro discendenti e meno di nulla ai palestinesi cittadini di Israele, il cui status oltraggioso di non-ebrei peggiorerebbe ulteriormente. Solo la creazione di uno stato democratico e laico in tutta la Palestina storica, nel quale gli ebrei israeliani ed i palestinesi – tutti, sia quelli che sono attualmente sotto occupazione, che quelli che vivono come cittadini di seconda classe di Israele, ed i profughi del 1948 con i loro discendenti, il cui diritto al ritorno è assolutamente fuor di dubbio – possono vivere come cittadini uguali, può risolvere il conflitto una volta per tutte.</p>
<p>Da queste due conclusioni ne evince pure una terza. Ad una pace giusta non si giungerà semplicemente implorando o cercando di convincere gli ebrei israeliani a comportarsi in modo giusto e ad abbandonare e smantellare il sistema razzista che li dota di privilegi, nel mentre negano i diritti fondamentali dei palestinesi. Tutti i precedenti storici più vicini a questo conflitto – in particolar modo il Sud Africa – ci ricordano che i gruppi privilegiati non abbandonano la loro prerogative proprio perché è la cosa giusta da fare o perché si comportano come se si sentissero male di fruire di questi privilegi; essi ci rinunciano solo quando non hanno altra possibilità. Questo caso non è diverso. Una pace giusta fondamentalmente non ha bisogno di violenza, al di fuori della pressione che deve  essere applicata per incidere su Israele; questa è la ragione per cui per così tanti popoli di buona volontà sparsi per il mondo, e per così tanti palestinesi stessi, lo sviluppo del movimento BDS (boicottaggio, disinvestimento e sanzioni) è una fonte di speranza di questo tipo.</p>
<p><strong>*Saree Makdisi</strong> è professore di letteratura inglese presso l’Università della California, Los Angeles (UCLA) ed è autore di <em>Palestine Inside Out: An Everyday Occupation</em> [pubblicato in Italia dalla Isbn Edizioni con il titolo “<em>Palestina borderline</em>”]</p>
<h4>da <a href="http://www.pambazuka.org/en/category/features/62928.html">Pambazuka News 11 marzo 2010</a></h4>
<p>tradotto da Mariano Mingarelli <a href="http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=1861:apartheid-sudafricano-e-apartheid-israeliano&amp;catid=22:dossier&amp;Itemid=42">Associazione Amicizia Italo-Palestinese</a></p>
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		<title>Una crescita nella quale la Palestina possa credere</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 16:34:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Sam Bahour
da Guardian.co.uk

 Un grave equivoco è stato messo in circolazione dalla dirigenza palestinese a Ramallah. I mezzi di informazione, le organizzazioni internazionali, i governi stranieri e i palestinesi in generale sono stati portati a credere che il fermento di attività economica nella West Bank rappresenti lo sviluppo economico che porta ad uno stato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Sam Bahour</em></p>
<p><a href="http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2010/mar/01/gdp-growth-palestine-hardship">da Guardian.co.uk</a><em><br />
</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong>Un grave equivoco è stato messo in circolazione dalla dirigenza palestinese a Ramallah. I mezzi di informazione, le organizzazioni internazionali, i governi stranieri e i palestinesi in generale sono stati portati a credere che il fermento di attività economica nella West Bank rappresenti lo sviluppo economico che porta ad uno stato indipendente. Sul campo i fatti riducono in brandelli questo ragionamento, proprio perché Israele continua a microdirigere i frammenti economici del progettato futuro stato della Palestina verso una stagnazione sistemica.<span id="more-1613"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Sento già le voci – “ma essere positivo”, “da qualche parte dobbiamo iniziare”, “stiamo operando unilateralmente verso uno stato”, “ma, l’anno scorso,abbiamo avuto una crescita del PIL del 7%”, ecc. Essere positivi è una cosa, ma essere deliranti ed acquiescenti nei confronti dell’occupazione militare che controlla ogni aspetto importante della nostra vita, soprattutto quello economico, è inaccettabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Non metto in dubbio le buone intenzioni (fatta eccezione per l’occupante) di tutti gi attori economici coinvolti nella promozione di questo equivoco secondo il quale i banchieri occidentali sono su un rapido treno di crescita economica.</p>
<p style="text-align: justify;">La dirigenza palestinese ha lasciato pochissimo, o per nulla, capitale politico, così si è previsto che si concentri sulle attività economiche – cosa che affermo essere molto diversa dallo sviluppo economico rivolto alla costituzione di uno stato. Si aggiunga a questo il fatto che alcuni operatori chiave palestinesi, vale a dire il Primo Ministro Salam Fayyad, hanno già dato inizio alla campagna per le possibili elezioni presidenziali, e si può vedere facilmente la necessità di un’autogiustificazione per partecipare, ogni giorno o due, ad una cerimonia del taglio del nastro.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli israeliani non avrebbero potuto chiedere di più. Con il pretesto dello slogan del primo ministro israeliano di “pace economica”, Israele ha potuto gettare fumo negli occhi del mondo, con il creare fatti irreversibili sul terreno, come le colonie illegali per soli ebrei, e il continuare a premere con tale durezza sulla società palestinese che molti palestinesi stanno emigrando spontaneamente – una cosa che Israele non è riuscito a realizzare completamente con la forza nel corso di diverse vicende belliche, in particolar modo nel 1948 e nel 1967. Questo lento, ma costante esodo sta svuotando la Palestina del suo capitale umano, già fortemente impoverito dalle restrizioni che ci sono state imposte.</p>
<p style="text-align: justify;">La comunità dei donatori, che continua a sostenere generosamente il governo palestinese a Ramallah, inoltre, non può davvero essere accusata di aspettare di avere un assetto economico per giustificare il suo costante sostegno finanziario all’Autorità Palestinese. Gli Stati sono stati politicamente disabili per decenni in quanto sempre in attesa dell’ulteriore segnale politico degli Stati Uniti. La migliore cosa che per loro possa seguire è quella di pretendere  lo sviluppo istituzionale e la riforma all’interno di un contesto di pace economica. La missione di Tony Blair, l’inviato speciale del Quartetto, è esattamente questo: una missione economica e non politica, anche se il Quartetto è una creatura politica (Stati Uniti, Russia, Unione Europea e Nazioni Unite) che porta l’ultimo onere che rimane per affrontare le questioni politiche fondamentali che stanno creando ostacoli ad una risoluzione impegnativa del conflitto.</p>
<p style="text-align: justify;">Le organizzazioni internazionali non sono del tutto da biasimare. Esse hanno solo gli strumenti che usano per misurare le economie di Stati sovrani, del tipo del PIL, del PNL e dei rapporti di crescita. Così, quando devo guidare un’ora di più per raggiungere la mia destinazione, perché Israele ha eretto una barriera di separazione illegale, o quando l’esercito israeliano proibisce che le strade che attraversano la West Bank siano riparate, il che determina un danno costante alla mia auto, tutto ciò rappresenta un grande insieme di informazioni per il GDP [gross domestic product = prodotto interno lordo = PIL, ndt] della Palestina, in quanto consumo più carburante e mi reco al mio centro per la riparazione delle auto con maggiore frequenza. Detto questo, quasi tutte le relazioni che provengono da queste organizzazioni specializzate, come la Banca Mondiale, sono più fedeli alla realtà sul terreno della maggior parte delle altre. Questo può essere mostrato da poche frasi riportate nell’ultima relazione della Banca Mondiale:</p>
<p style="text-align: justify;">“Nel corso del tempo, tuttavia, l’apparato di controllo è diventato gradualmente più sofisticato ed efficace nella sua capacità di interferire e influenzare ogni aspetto della vita palestinese, comprese le opportunità di lavoro, il lavoro e i guadagni. Estensivo e multistrato, l’apparato di controllo comprende il sistema dei permessi, gli ostacoli fisici noti come blocchi, strade limitate, divieti di accesso a gran parte del territorio nella West Bank e più in particolare la barriera di separazione. Essa ha trasformato la West Bank in un insieme frammentato di isole sociali ed economiche o da enclavi tagliate fuori le una dalle altre.”</p>
<p style="text-align: justify;">Potrei andare avanti.</p>
<p style="text-align: justify;">I fatti se ne stanno alla piena luce del giorno per coloro che sono disposti a scovarli. L’occupazione militare israeliana è viva e vegeta in ogni rientranza e fessura di Gaza e della West Bank, specialmente a Gerusalemme. Il 40 per cento della nostra popolazione sotto occupazione a Gaza sta venendo strangolata di proposito. Il 60 per cento della nostra popolazione totale – rifugiati e quelli della diaspora – non è nemmeno nella coscienza delle menti della maggior parte degli attori.</p>
<p style="text-align: justify;">L’attività economica, nella quale sono coinvolto (e di cui sono fiero) sta sviluppandosi e la cosa in sé e per sé non dovrebbe essere una novità. Inoltre,  essa non dovrebbe essere sommata come sviluppo economico. Si, i palestinesi si svegliano ogni mattina per andare al lavoro proprio come nel resto del mondo, nonostante le restrizioni economiche più strangolanti che essi  abbiano mai affrontato.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia, da nessuna parte è reperibile uno sviluppo economico e una crescita che siano degni di un aumento che li rapporti all’economia di un futuro stato. Come potrebbe essere? Tutti gli aspetti chiave di una vera economia sono saldamente nelle mani di Israele, la nostra occupante. Israele, da sola, detiene le leve per la nostra acqua, del movimento, dell’accesso, tutti i confini, lo spazio aereo, l’elettricità, lo spettro elettromagnetico, solo per citare alcuni casi. Un nuovo edificio a Ramallah, o 100 per quella questione, servono per belle cerimonie di taglio del nastro, ma sono tanto lontani dalla costruzione di uno stato economico quanto il torto lo è dal giusto.</p>
<p style="text-align: justify;">L’altro giorno, un amico israeliano mi fece notare un modo diverso di guardare che cosa c’è sul tavolo. Essere positivo, sono disponibile ad accettare la “pace economica” di Benjamin Netanyahu quando lui e il suo paese si comporteranno seriamente a proposito del rilascio delle risorse economiche della Palestina sulle quali detengono il pieno controllo. In mancanza di ciò, noi palestinesi continueremo a raccogliere i pezzi della nostra vita, fino a che non arriverà il giorno inevitabile della resa dei conti, quando Israele dovrà guardare se stessa in uno specchio ed accettare ciò che vi vedrà come una realtà – uno stato di Apartheid.</p>
<p style="text-align: justify;"><em> traduzione di Mariano Mingarelli</em><a href="http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=1824:una-crescita-nella-quale-la-palestina-possa-credere&amp;catid=23:interventi&amp;Itemid=43"> Associazione Amicizia Italo-Palestinese</a><em><br />
</em></p>
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		<title>Non c&#8217;è tregua ad At TUWANI</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Mar 2010 12:22:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Apartheid]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>
		<category><![CDATA[Occupazione]]></category>
		<category><![CDATA[Tortura]]></category>

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		<description><![CDATA[ Comunicato stampa (da Operazione Colomba del 7/03/2010)
TRE BAMBINI PALESTINESI TRATTENUTI MENTRE RACCOGLIEVANO DELLE ERBE 
[Nota:  Secondo la IV Convenzione di Ginevra, la corte internazionale di giustizia dell' Aia e numerose risoluzioni delle Nazioni Unite, tutti gli insediamenti israeliani nei Territori Palestinesi Occupati sono illegali. Gli avamposti israeliani sono considerati illegali secondo la legge [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong> </strong>Comunicato stampa (da Operazione Colomba del 7/03/2010)</p>
<p style="text-align: center;"><strong>TRE BAMBINI PALESTINESI TRATTENUTI MENTRE RACCOGLIEVANO DELLE ERBE </strong></p>
<p><em>[Nota:  Secondo la IV Convenzione di Ginevra, la corte internazionale di giustizia dell' Aia e numerose risoluzioni delle Nazioni Unite, tutti gli insediamenti israeliani nei Territori Palestinesi Occupati sono illegali. Gli avamposti israeliani sono considerati illegali secondo la legge israeliana]</em></p>
<p lang="it-IT"><strong>At Tuwani, South Hebron Hills</strong></p>
<p lang="it-IT">Il 6 marzo 2010 alle ore 10:30 del mattino un gruppo di soldati israeliani ha fermato tre bambini, due tredicenni e un quattordicenne, mentre stavano raccogliendo delle erbe nel villaggio di At-Tuwani, nelle colline a sud di Hebron.<span id="more-1584"></span></p>
<p lang="it-IT">I bambini erano assieme ad alcuni volontari di Operazione Colomba sulla collina di Khelly, di proprietà privata palestinese, vicino all&#8217;insediamento di Ma&#8217;on, quando sono arrivati dei soldati a bordo di una jeep militare. Tre di loro hanno iniziato a correre verso i ragazzi, hanno ritirato loro le cesoie che stavano utilizzando per raccogliere delle erbe e li hanno spinti verso la jeep. I soldati hanno poi fatto inginocchiare i ragazzi a terra per una decina di minuti, mentre nel frattempo è arrivato sul posto anche il capo della sicurezza di Ma&#8217;on. Due dei ragazzi sono stati forzati a salire sulla jeep, mentre il terzo ha tentato di scappare. Un soldato lo ha rincorso, ha tolto la sicura al suo M16 e ha rivolto l&#8217;arma contro il bambino che si è fermato immediatamente. Il minore è stato poi messo assieme agli altri e la jeep è partita con tutti bambini all&#8217;interno.</p>
<p lang="it-IT">Dopo circa un quarto d&#8217;ora, i membri di Operazione Colomba hanno visto i tre bambini correre loro incontro, giù da una collina, dall&#8217;altro lato della Road 317: i giovani palestinesi hanno riportato che i soldati dopo averli portati via per un breve tratto, li hanno poi rilasciarli.</p>
<p lang="it-IT">I coloni dell&#8217; insediamento di Ma&#8217; on sono spesso supportati dai soldati israeliani nei loro sforzi per rendere la valle e la collina di Khelly inaccessibili ai palestinesi, i quali sono fra l&#8217;altro proprietari di queste terre. Dal 1° febbraio, i membri di Operazione Colomba e di Christian Peacemaker Team che lavorano nell&#8217; area di At-Tuwani sono stati testimoni di come uomini, donne e bambini palestinesi siano stati ripetutamente scacciati dalle loro terre, trattenuti o arrestati.</p>
<p lang="it-IT">Le due organizzazioni mantengono una presenza permanente nel villaggio con l&#8217;obiettivo di provvedere agli accompagnamenti dei bambini palestinesi e delle loro famiglie che vivono sotto la minaccia costante di violenze da parte dei coloni e dell&#8217; esercito israeliani.</p>
<p>Per ulteriori informazioni contattare: Operazione Colomba: 054 99 25 773</p>
<p>Foto disponibili al seguente link:<br />
<a href="http://picasaweb.google.com/operationdove/20100306BambiniPalestinesiTrattenutiDaSoldatiIsraeliani?feat=directlink">http://picasaweb.google.com/operationdove/20100306BambiniPalestinesiTrattenutiDaSoldatiIsraeliani?feat=directlink</a></p>
<p style="text-align: center;">Scarica il documento dettagliato in PDF:<br />
<a href="http://www.operazionecolomba.com/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=472&amp;Itemid=38"><strong>&#8220;Un viaggio pericoloso: la violenza dei coloni contro gli scolari palestinesi sotto scorta militare&#8221;</strong></a></p>
<p><em>Background</em><br />
Per anni, gli abitanti del villaggio di Tuba hanno utilizzato la strada diretta per raggiungere il villaggio di At-Tuwani e da lì la vicina città di Yatta, centro sociale ed economico di tutta l&#8217;area. La costruzione lungo tale strada dell&#8217;insediamento israeliano di Ma&#8217;on negli anni &#8216;80 e del vicino avamposto illegale di Havat Ma&#8217;on nel 2001, ha di fatto bloccato il movimento dei palestinesi, costringendoli a percorrere sentieri più lunghi che richiedono fino a due ore di cammino.</p>
<p>Volontarie e volontari dei Christian Peacemaker Teams e di Operazione Colomba sono presenti nel villaggio di At-Tuwani dal 2004, con azioni di sostegno alla libertà di movimento dei palestinesi minacciati dalla violenza dei coloni israeliani che occupano illegalmente i territori palestinesi. La libertà di movimento è un diritto sancito dall&#8217;articolo 12 della Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici della Nazioni Unite, ratificata da Israele nel 1991.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Settimana contro l&#8217;Aparheid Israeliana</title>
		<link>http://www.palestinalibera.org/2010/02/settimana-contro-laparheid-israeliana/</link>
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		<pubDate>Wed, 03 Feb 2010 20:34:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
				<category><![CDATA[Iniziative]]></category>
		<category><![CDATA[Apartheid]]></category>
		<category><![CDATA[Iniziativa internazionale]]></category>

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		<description><![CDATA[Invito a                      partecipare alla Settimana Internazionale contro l’Apartheid                      Israeliana (IAW International Apartheid Week) [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;"><strong>Invito a                      partecipare alla Settimana Internazionale contro l’Apartheid                      Israeliana (IAW International Apartheid Week) 1-7 </strong>marzo</h3>
<h5 style="text-align: center;">Versione ridotta                      in Italiano</h5>
<h3><strong>BACKGROUND STORICO</strong></h3>
<p>La IAW nasce a Toronto, in Canada, nel febbraio                      2005. Fu inizialmente organizzata da un collettivo di studenti                      arabi dell’Università di Toronto, in coordinamento                      con altri soggetti in tutta la città. Registrò                      un incredible successo richiamando a se i media di tutto il                      mondo.</p>
<p><span id="more-1166"></span></p>
<p>La IAW fu il risultato di lunghissimi anni                      di lotte degli attivisti canadesi. L’azione degli attivisti                      negli anni precedenti si era concentrata sugli eventi di violenza                      e brutalità che l’ccupazione israeliana nella                      West Bank e a Gaza causava ogni giorno, si trattava di una                      continua situazione d’emergenza. Il grande merito della                      IAW è stato quello di allargare il dibattito includendo                      importanti fattori quali ad esempio la discriminazione razziale                      nei confronti dei cittadini palestinesi residenti all’interno                      dello stato d’israele e l’evacuazione dei rifugiati                      palestinesi dalle proprie terre, entrambi conseguenze delle                      dottrine sioniste, strutturalmente razziste.</p>
<p>La IAW si ispira inoltre alla campagna BDS                      (Boicottaggio disinvestimento e sanzioni contro israele) lanciata                      nel 2005 da 170 organizzazioni civili e politiche palestinesi.                      La BDS chiede all’opinione pubblica internazionale di                      boicottare israele fino a quando esso non rispetterà:</p>
<blockquote><p>1- principi di uguaglianza totale verso                        i cittadini arabi dello stato d’israele</p>
<p>2- fine dell’occupazione e della                        colonizzazione delle terre arabe</p>
<p>3- distruzione del muro di separazione</p>
<p>4- garanzia del diritto dei rifugiati palestinesi                        al ritorno alle proprie case e proprietà stipulato                        dalla risoluzione delle Nazioni Unite numero 194</p></blockquote>
<p>La IAW è dunque una campagna dagli                      scopi sopratutto educativi che mira a sensibilizzare l’opinione                      pubblica circa le politiche, le pratiche e le istituzioni                      dell’aparthied israliana e il modo in cui influenzano                      la vita quotidiana dei palestinesi. –all’interno                      di israele, nei territori occupati e nel mondo,-i palestinesi                      della diaspora-. La IAW intende promuovere un’analisi                      rigorosa delle caratteristiche dell’apartheid israeliana                      chiamando la società civile di ogni paese ad agire                      in solidarietà con i palestinesi.</p>
<p>Negli anni la IAW diventò poi allo                      stesso tempo un incentivo alla creatività, all’originalità                      e all’approfondimento degli organizzatori circa la comprensione                      del conflitto che veniva analizzato secondo metodologie e                      prospettive diverse: cineforum, lezioni forntali, eventi culturali,                      mostre, spettacoli teatrali, manifestazioni, atti di protesta                      ecc.</p>
<p><strong>IAW 2006-2009</strong></p>
<p>Dal 2006 in poi la IAW si è diffusa                      in tutto il mondo raggiungendo famose ed antiche università                      quali Oxford, SOAS, Cambridge, Ottawa, Hamilton, Montreal,                      New York. Nel 2007 il numero di adesioni per l’Apartheid                      Week raddoppiò. A new York in particolare nacque l’idea                      di diffondere gli eventi organizzati durante la IAW in tutti                      gli spazi della città, senza mantenerli all’interno                      del campus universitario. Nel 2008 l’evento raggiunse                      grande visibilità mediatica e 25 grandi città                      nel mondo ne fecero parte, tra cui Soweto in Sud Africa, la                      città resa famosa dall’insurrezione del 1976                      contro il regime d’apartheid. Migliaia di studenti in                      tutto il mondo parteciparono agli venti ed ebbero modo di                      analizzare lo stato israeliano quale stato d’aparthied                      prendendo dunque in esame la necessità di agire con                      atti concreti di solidarietà nei confronti del popolo                      palestinese.</p>
<p>L’analogia con l’apartheid è                      risultata utile a comprendere il contesto coloniale del sionismo                      e le sue marcate similitudini con movimenti quali i Pied Noir                      nell’Algeria colonizzata, i coloni della Rodesia e gli                      Afrikaners della Sud Africa dell’apartheid. Questo paradigma                      ci ha aiutato a comprendere le connessioni tra questa ed altre                      lotte passate contro il razzismo e la discriminazione.</p>
<p><strong>COME PARTECIPARE</strong></p>
<p>La IAW si sviluppa in tutto il mondo grazie                      alle organizzazioni, alle associazioni, ai gruppi di cittadini                      che ne sposano i principi base organizzando iniziative in                      questo senso. Questa rete di organizzazioni del mondo è                      importantissima e deve mantenersi in contatto per poter condividere                      e coordinare azioni, supporto reciproco, capacità,                      idee, informazioni e risorse.</p>
<p>Per le nuove adesioni alla rete della IAW                      internazionale vi chiediamo di aderire ai principi base elencati                      di seguito e così potremo unirvi alla lista ufficiale                      di città che organizzano l’apartheid week in                      tutto il mondo. Tale lista sarà utilizzata per il coordinamento                      tra città e paesi, per condividere idee, consolidare                      e costruire risorse in modo che possano essere più                      accessibili a tutti i partecipanti.</p>
<p>Presso questo indirizzo <a href="http://www.apartheidweek.org/" target="_blank">www.apartheidweek.org</a> ogni area ha una pagina e possono essere inviati eventi ed                      informazioni così come informazioni e programmi circa                      le IAW degli ultimi due anni.</p>
<p>Per mettervi in contatto con la rete della                      IAW internazionale contattare:</p>
<p>Palestina: Anti-Apartheid Wall Campaign:                      global@stopthewall.org</p>
<p>Canada: Students Against Israeli Apartheid:                      saia@riseup.net</p>
<p>U.S: israeliapartheidweek@yahoo.com</p>
<p>U.K: palsoc@herald.ox.ac.uk and palsoc@saos.ac.uk</p>
<p>South Africa: witspsc@gmail.com</p>
<p><strong>PRINCIPI BASE</strong></p>
<blockquote><p><strong>1- Il fine della IAW è quello                        di educare i cittadini circa la natura d’apartheid                        dello stato d’Israele contribuendo a rafforzare campagne                        per il Boicottaggio il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS)                        contro Israele.</strong></p></blockquote>
<p>Desideriamo dare il nostro contributo circa                      la comprensione di Israele quale stato d’apartheid.                      I cittadini palestinesi sono esclusi dal controllo e dallo                      sviluppo di più del 90% delle terre, vengono discriminati                      negli aspetti più basilari e quotidiani della loro                      vita: educazione, sistema sanitario, servizi pubblici, pubblico                      impiego, semplicemente perché sono palestinesi. I palestinesi                      che furono espulsi nel 1948 e nel 1967 non possono tornare                      alle proprie case e alle proprie terre e allo stesso tempo                      qualsiasi persona ebrea nel mondo ha il diritto di trasferirsi                      a vivere in Israele ricevendo automaticamente la cittadinanza                      israeliana. Nella West Bank occupata e nella striscia di Gaza                      i palestinesi vivono sottoposti a una legge militare discriminatoria,                      distribuiti in bantustans isolati tra loro e circondati dal                      muro</p>
<p><strong>2- Lavoreremo per porre fine alla                      complicità internazionale con questo stato d’apartheid.</strong> I governi offrono grande supporto economico e politico al                      regime di apartheid israeliano. Le corporazioni guadagnano                      grazie agli investimenti e alle operazioni bancarie congiunte                      a compagnie israeliane. Le istituzioni, le organizzazioni                      e i sindacati che non si oppongono a ciò permettono                      il sostegno morale ed economico di Israele. Questo tipo di                      cooperazione e supporto permette all’apartheid di continuare                      ad esistere, per questo porre fine alla complicità                      internazionale è così importante.</p>
<p><strong>3-Crediamo che l’apartheid                      israeliana sia un elemento facente parte di un più                      vasto sistema economico e militare di dominazione.</strong> Per questo restiamo solidali con tutte le persone oppresse                      del mondo, in particolare con le comunità indigene                      che soffrono la repressione di regimi coloniali, lo sfruttamento                      e il dislocamento.</p>
<p><strong>4-Siamo contro l’ideologia                      razzista del sionismo che fornisce le basi al colonialismo                      israeliano.</strong> Siamo contrari perché esso discrimina                      direttamente e forzatamente tutti coloro che non sono ebrei.                      Siamo contro tutte le forme di discriminazione e crediamo                      che non ci sarà mai giustizia senza la restaurazione                      di tutti i diritti di ciascuno, senza differenze di razza,                      etnia o nazionalità.</p>
<p><strong>5-Le nostre richieste si basano sulla richiesta                      della società civile palestinese per il Boicottaggio,                      il disinvestimento e le sanzioni</strong> contro Israele del 9 Luglio                      2009 e avanzata da più di 170 organizzazioni palestinesi.</p>
<p><strong>6-Boicottaggio disinvestimento e                      sanzioni dovranno essere applicate fino a quando </strong>Israele                      <strong>riconoscerà il diritto inalienabile</strong> del popolo palestinese <strong>all’autodeterminazione</strong>,                      riconosciuto dal diritto internazionale quale diritto fondamentale:</p>
<blockquote><p>1- <strong>Mettendo fine all’occupazione                        e alla colonizzazione</strong> delle terre arabe, <strong>distruggendo                        il muro</strong> e<strong> liberando tutti i prigionieri                        politici </strong>arabi e palestinesi</p>
<p>2- <strong>Riconscendo i diritti fondamentali                        dei cittadini arabi</strong> residenti all’interno                        dello stato d’israele e la loro uguaglianza con gli                        altri cittadini</p>
<p>3- <strong>Rispettando, proteggendo e promuovendo                        il diritto dei rifugiati palestinesi al ritorno</strong> alle proprie case e proproetà stipulato dalla risoluzione                        dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite numero                        194.</p></blockquote>
<p><strong>7-Per fare parte dell’International                      Apartheid week le organizzaioni devono impegnarsi a:<br />
</strong></p>
<blockquote><p>a) Accettare i principi esposti qui sopra</p>
<p>b) coordinarsi con il network internazionale</p>
<p>c) promuovere campagne di sensibilizzazione                        circa la BDS all’interno delle attività della                        IAW</p></blockquote>
<p><a href="http://www.forumpalestina.org/news/2010/Febbraio10/02-02-10InvitoIAW.htm">da Forum Palestina</a></p>
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