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	<title>Comitato di solidarietà con il popolo palestinese &#187; campagna BDS</title>
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		<title>La campagna BDS continua ad innervosire Israele</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Jun 2010 13:16:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Boicottaggio]]></category>
		<category><![CDATA[campagna BDS]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;atto terroristico e di pirateria a carico della Freedom flottilla ha incrementato l&#8217;indignazione verso l&#8217;arroganza e l&#8217;attesa impunità di Israele con la conseguente di diffusione, a livello internazionale, del boicottaggio contro la prepotenza dello stato israeliano (vedi &#8220;Cinema Utopia&#8221; Parigi).  Israele, che non tollera che sia scalfita la sua maschera di &#8220;Paese democratico&#8221;, reagisce:

Disegno di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4>L&#8217;atto terroristico e di pirateria a carico della Freedom flottilla ha incrementato l&#8217;indignazione verso l&#8217;arroganza e l&#8217;attesa impunità di Israele con la conseguente di diffusione, a livello internazionale, del boicottaggio contro la prepotenza dello stato israeliano (<a href="http://www.forumpalestina.org/news/2010/Giugno10/14-06-10CinemaUtopia.htm">vedi &#8220;Cinema Utopia&#8221; Parigi</a>).  Israele, che non tollera che sia scalfita la sua maschera di &#8220;Paese democratico&#8221;, reagisce:</h4>
<p><span id="more-2760"></span></p>
<h3>Disegno di legge alla Knesset contro il boicottaggio verso Israele</h3>
<p>Abbiamo appena appreso che un nuovo disegno di legge è stato introdotto nella Knesset israeliana da 25 membri della Knesset, per criminalizzare tutte le attività di boicottaggio o persino sostegno al boicottaggio all&#8217;interno o all&#8217;esterno di Israele. Il disegno di legge è stato avviato dalla lobby <em>Land of Israel</em> nella Knesset ed è stato appoggiato dai membri delle varie fazioni, tra cui il rappresentante del partito Kadima Dalia Itzik e il Presidente della Commissione Difesa e Affari Esteri Tsachi Hanegbi (Informazioni in <a href="http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-3902932,00.html">English here</a>).</p>
<p>La proposta di legge dovrebbero essere destinata a quelli che avviano, incoraggiano o forniscono assistenza o informazioni sui boicottaggi contro Israele.</p>
<p>I<strong> cittadini israeliani o residenti di Israele</strong> potrebbero essere citati in giudizio da chi è stato leso dal boicottaggio e potrebbero dover pagare fino a 30.000 shekel in restituzione e un importo supplementare a seconda del danno stabilito dai tribunali israeliani. <em>Questa disposizione metterebbe a repentaglio, tra gli altri, la coalizione israeliana di Donne per la Pace, New Profile, Boicottaggio dal di dentro.</em></p>
<p><strong>Coloro che non sono né cittadini né residenti di Israele</strong> perderebbero la capacità di entrare in Israele per almeno dieci anni e sarebbe loro vietato l&#8217;attività economica in Israele (il possesso di un conto in una banca israeliana, il possesso di azioni israeliane, terre, o qualsiasi altro bene che richieda la registrazione. ). <em>Non è chiaro se tale disposizione si applicherebbe anche all&#8217;ingresso in Cisgiordania, nonostante che l&#8217;aver negato l&#8217;ingresso al Prof. Noam Chomsky può essere un segno di ciò che accadrà. </em></p>
<p>A un <strong>gruppo in un paese straniero</strong> verrebbe anche vietato l&#8217;attivismo economico in Israele. Questo si applicherebbe alla <em>Autorità palestinese.</em></p>
<p><strong>Nel caso della ANP, Israele congelerebbe il trasferimento del denaro dovuto ai palestinesi e lo userebbe per pagare la riparazione, in Israele, alle parti lese dal boicottaggio del ANP delle merci provenienti dagli insediamenti!!!</strong></p>
<p><a href="http://www.forumpalestina.org/news/2010/Giugno10/14-06-10DisegnoLegge.htm">da Forum Palestina</a></p>
<h3>ISRAELE ATTACCA CAMPAGNA INTERNAZIONALE BDS</h3>
<p><img class="aligncenter" src="http://lh6.ggpht.com/_aT71utejorw/TBYsPUgOZiI/AAAAAAAAApk/Rw28Bz-97kw/s288/boycott-300x199.jpg" alt="" /></p>
<h4>Proposta di legge prevede misure durissime contro chi promuove boicottaggio dello Stato ebraico.</h4>
<p>Gerusalemme, 14 giugno 2010, (<a href="http://www.nena-news.com/?p=1619">Nena News</a>)</p>
<p>C’è anche la «pacifista» Tzipi Livni, ex ministro degli esteri e leader del partito di opposizione Kadima, tra i 26 parlamentari che hanno firmato la proposta di legge in discussione alla Knesset che prevede sanzioni durissime per tutti coloro promuovono la campagna BDS, di boicottaggio di Israele e delle colonie ebraiche in Cisgiordania.</p>
<p>La legge in discussione chiede il sequestro dei dazi doganali e l’Iva destinati ai palestinesi – che Israele raccoglie ai transiti di frontiera – in rappresaglia per il boicottaggio avviato dall’Anp di Abu Mazen delle merci prodotte nelle colonie ebraiche costruite da Israele nei Territori occupati palestinesi in violazione delle leggi internazionali. I fondi palestinesi sequestrati verrebbero dati come «risarcimento» alle aziende nelle colonie ebraiche colpite dal boicottaggio. E’ previsto anche la confisca di fondi palestinesi depositati nelle banche israeliane.</p>
<p>Ma la legge presentata alla Knesset vuole colpire anche quei gruppi  israeliani che promuovono il boicottaggio di Israele in cooperazione con associazioni straniere e palestinesi. Un cittadino israeliano che verrà trovato «colpevole» di boicottaggio dello Stato sarà punito con una sanzione fino a 8.500 dollari e la possibile confisca dei suoi risparmi. I cittadini stranieri coinvolti nella campagna BDS verranno puniti con il divieto di ingresso in Israele per almeno 10 anni e non potranno svolgere alcuna attività economica nello Stato ebraico o aprire un conto bancario.</p>
<p>Secondo indiscrezioni le autorità israeliane stanno ora raccogliendo all’estero informazioni sulle associazioni e gli individui che promuovo il boicottaggio di Israele a livello internazionale.(red) Nena News</p>
<p>vedi anche: <a href="http://www.nena-news.com/?p=871">Boicottaggio colonie di Israele porta a porta</a></p>
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		<title>Boicotta Israele!!!</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Jun 2010 07:20:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Boicottaggio]]></category>
		<category><![CDATA[campagna BDS]]></category>

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		<description><![CDATA[Libano: Placebo, no grazie!

Tra accese polemiche il concerto ieri a Beirut della band britannica che ha espresso sostegno a Israele.
di Barbara Antonelli
Roma 10 giugno 2010 Nena News &#8211;  Si e’ esibito ieri sera in Libano il gruppo rock inglese Placebo. Nonostante l’appello della campagna BDS (di boicottaggio, sanzioni e disinvestimento nei confronti di Israele) [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>Libano: Placebo, no grazie!</h3>
<p><span id="more-2719"></span></p>
<h4>Tra accese polemiche il concerto ieri a Beirut della band britannica che ha espresso sostegno a Israele.</h4>
<h5>di Barbara Antonelli</h5>
<p>Roma 10 giugno 2010 <a href="http://www.nena-news.com/?p=1511">Nena New</a>s &#8211;  Si e’ esibito ieri sera in Libano il gruppo rock inglese Placebo. Nonostante l’appello della campagna BDS (di boicottaggio, sanzioni e disinvestimento nei confronti di Israele) a cancellare la loro tappa prevista a Tel Aviv, appena cinque giorni dopo l’attacco di Israele alla Freedom Flottiglia, il gruppo rock inglese ha ugualmente suonato il 5 giugno nello stato ebraico, trovando assolutamente normale recarsi al festival musicale previsto al Forum di Beirut, il mercoledi successivo.</p>
<p>“Il gruppo deve scegliere se vuole suonare in Libano o se vuole suonare in uno stato che viola continuamente i diritti umani” aveva detto Samah Idriss , portavoce dei gruppi di boicottaggio e della rivista libanese Al-Adab, tra i firmartari, insieme ad altre associazioni e ong libanesi dell’appello “I Placebo non sono i benvenuti in Libano”.</p>
<p>Gli attivisti della BDS hanno giustamente attaccato nel comunicato stampa anche gli stessi organizzatori del festival musicale di Beirut, facendo notare che siccome il concerto dei Placebo in Israele era gia’ fissato prima di quello in Libano, il gruppo inglese non avrebbe proprio dovuto essere invitato. “Non riconosciamo normale l’occupazione, ne’ un sistema basato sull’apartheid” hanno detto gli attivisti, rispondendo all’organizzatore e promotore del festival musicale al Beirut Forum, Jihad Al Mur che aveva sostenuto che si “trattava solo di musica e che la musica non ha nulla a che vedere con la politica.”</p>
<p>Un numero crescente di artisti internazionali, sia europei che statunitensi non accettano piu’ che Israele sia incluso come tappa dei loro tour o decidono di cancellare i concerti gia’ fissati in precedenza.</p>
<p>Esemplari i casi di Carlos Santana, del poeta rap Gil Scott-Heron e di Elvis Costello: quest’ultimo ha annullato i suoi concerti previsti per il 30 giugnio e il 1 luglio all’anfiteatro romano di Cesarea in una lettera ufficiale apparsa anche sul suo sito internet esprimendo preoccupazione rispetto al fatto che suonare in Israele “possa costituire di per se’ un atto politico” e spiegando la sua scelta come risposta alla “intimidazione e umiliazione subita dalla popolazione palestinese”.</p>
<p>L’attacco alla Freedom Flottiglia poi non ha fatto che rafforzare questa tendenza a boicottare Israele: in una sola settimana i Pixies, i Gorillaz e i Klaxons hanno tutti annullato concerti gia’in calendario.</p>
<p>Grandi conquiste per la PACBI, la campagna nata a Ramallah in Cisgiordania nel 2004 che promuove e sostiene il boicottaggio accademico e culturale di Israele e che ha ormai numerosi gruppi di appoggio in molti paesi europei e negli Usa. “ Una vittoria per la responsabilita’ etica degli artisti internazionali” ha dichiarato la PACBI, che ha recentemente messo in luce anche il fenomeno del boicottaggio silenzioso: accanto a molti artisti che pubblicamente dichiarano di non volere esibirsi in Israele, ce ne sono molti altri che senza alcun annuncio alla stampa, semplicemente decidono di non includere Israele come tappa dei loro tour. Ora la PACBI annuncia che concentrera’ tutti i suoi sforzi su Elton John, Rod Stewart e Massive Attack, che hanno concerti gia’ fissati in Israele entro l’estate. Nena News</p>
<h3>Anche i portuali greci per tre giorni bloccheranno le navi israeliane in arrivo e in partenza</h3>
<p>Ieri, 9 giugno, Haydar Ibrahim, segretario generale della Federazione dei sindacati palestinesi, ha affermato di aver ricevuto una lettera da parte dell&#8217;Unione sindacale greca, con una notizia incoraggiante. Dopo quelli della Svezia, anche i sindacati della Grecia rispondono all&#8217;appello e decidono di chiudere i porti al traffico israeliano; Atene ha decretato la chiusura di tre porti. I lavoratori greci puntualizzano che sebbene la decisione troverà esecuzione soltanto in tre giornate, il loro vuole essere un importante segnale e un atto di solidarietà forte nei confronti degli attivisti, degli operatori umanitari e dei giornalisti attaccati da Israele in acque internazionali.<br />
vedi su Al Alouf: <a href="http://www.aloufok.net/spip.php?article2015">Three-day Strike for Israel commercial vessels</a></p>
<h3>Il movimento gay spagnolo invita la delegazione israeliana a non partecipare all&#8217;edizione di quest&#8217;anno del Gay Pride</h3>
<p>Le associazioni lgbt spagnole, hanno deciso di annullare l&#8217;invito esteso agli omosessuali e alle lesbiche di Israele a partecipare al <em>Dìa del Orgullo</em>, uno dei più affollati gay Pride europei, fissato per l&#8217;inizio di luglio. L&#8217;annuncio è stato confermato direttamente da Tel Aviv dopo che indiscrezioni sull&#8217;invito annullato erano uscite sull&#8217;edizione online di El Mundo. La delegazione israeliana, che prevedeva di organizzare un autobus con un Dj e numerosi danzatori e danzatrici, è rimasta molto delusa da questo sviluppo che &#8211; ritiene &#8211; è da collegarsi al clima di forte ostilità verso Israele legato dopo il tragico blitz da parte delle forze armate di Israele alla nave Marmara degli attivisti pro-palestinesi della settimana scorsa.<br />
<em>(fonte:<a href="http://www.gay.it/channel/attualita/29943/Pride-Madrid-via-i-gay-isreliani-dal-corteo.html"> gay.it</a>)</em></p>
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		<title>COOP e NORDICONAD interrompono la commercializzazione dei prodotti dei territori palestinesi occupati</title>
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		<pubDate>Sun, 23 May 2010 12:07:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<category><![CDATA[campagna BDS]]></category>

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		<description><![CDATA[Un importante risultato della campagna di Boicottaggio Disinvestimento e  Sanzioni (BDS) contro l’apartheid israeliana
Comunicato stampa &#8211; 22 maggio 2010
A seguito della campagna di pressione della coalizione italiana contro la Carmel-Agrexco, due importanti catene italiane di supermercati, COOP e Nordiconad, hanno dichiarato la sospensione della vendita dei prodotti Agrexco, principale esportatore di prodotti agricoli da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>Un importante risultato della campagna di Boicottaggio Disinvestimento e  Sanzioni (BDS) contro l’apartheid israeliana</h3>
<h5>Comunicato stampa &#8211; 22 maggio 2010</h5>
<p><a href="http://www.palestinalibera.org/wp-content/media/stop-agrexco1.gif"><img class="alignleft size-full wp-image-2509" title="stop-agrexco" src="http://www.palestinalibera.org/wp-content/media/stop-agrexco1.gif" alt="" width="216" height="108" /></a>A seguito della campagna di pressione della coalizione italiana contro la Carmel-Agrexco, due importanti catene italiane di supermercati, COOP e Nordiconad, hanno dichiarato la sospensione della vendita dei prodotti Agrexco, principale esportatore di prodotti agricoli da Israele e dalle colonie israeliane illegali nei Territori Palestinesi Occupati. <span id="more-2505"></span> Nordiconad è il gruppo cooperativo con funzione di centro di acquisto e distribuzione di CONAD che opera in nord Italia. Il direttore di Nordiconad, dott. Covili, ha dichiarato che dalla fine di aprile ogni prodotto riconducibile ad Agrexco non è più nei loro supermercati.  COOP Italia nella persona del Dott. Zucchi, direttore qualità di COOP Italia, ha invece affermato che esiste un problema di tracciabilità commerciale, ovvero che il consumatore non è in grado di verificare se il prodotto  in questione provenga o meno dai territori occupati. Pertanto COOP Italia ha deciso di “sospendere l’approvvigionamento di prodotti provenienti dai territori occupati”.</p>
<p>La campagna di pressione sulle aziende della grande distribuzione ha preso il via  a gennaio di quest anno dopo un incontro nazionale della coalizione Stop Agrexco a Savona, dove arrivano le navi container di Agrexco per la distribuzione in Italia. Viene coordinata a livello europeo con movimenti analoghi, inclusa la Coalition Contre Agrexco in Francia,  che riunisce più di 90 associazioni nell’obbiettivo comune di opporsi all&#8217;insediamento della ditta israeliana al porto di Sete (Languedoc-Roussillon). In Italia, clienti e soci Coop e associazioni attive nella campagna hanno iniziato a inviare lettere di protesta alle riviste dei consumatori Coop per chiedere di ritirare dalla vendita le merci prodotte nelle colonie dei territori occupati. Questa iniziativa è stata estesa anche a CONAD.  La campagna è culminata il 30 marzo, quando in occasione della giornata della Giornata della Terra Palestinese e del BDS Day, manifestazioni, sit in e azioni informative si sono coordinate nei supermercati di varie città italiane. Dopo queste azioni è iniziata una corrispondenza con le dirigenze di COOP e CONAD, a cui sono seguiti contatti diretti e incontri con rappresentanti della Coalizione italiana Stop Agrexco. Negli incontri i rappresentanti di Stop Agrexco hanno documentato ulteriormente in maniera puntuale la denuncia della commercializzazione illegale di prodotti provenienti dalle colonie e della situazione di violazione della legalità internazionale e dei diritti umani in Palestina che caratterizza la produzione di quelle merci.</p>
<p>Il risultato ottenuto grazie alle pressioni messe in campo da consumatori responsabili, soci e attivisti è senza dubbio positivo. Tuttavia gli attivisti e le attiviste di Stop Agrexco continueranno a vigilare se alle dichiarazioni seguiranno i fatti, e invitano tutti e tutte a partecipare a questa lotta per il rispetto del diritto internazionale, e la libertà e l’autodeterminazione del popolo palestinese.</p>
<p>Contatti:</p>
<h5>Stop Agrexco Italia<br />
333 11 03 510<br />
stopagrexcoitalia@gmail.com</h5>
<h4>Ulteriori informazioni sulla campagna contro l’Agrexco sono disponibili sul sito internet della coalizione: <a href="http://www.stopagrexcoitalia.org ">www.stopagrexcoitalia.org </a></h4>
<p><strong><a href="http://www.palestinalibera.org/wp-content/media/Carmel.png"><img class="alignright size-full wp-image-1451" title="Carmel" src="http://www.palestinalibera.org/wp-content/media/Carmel.png" alt="" width="100" height="59" /></a>CHI È L&#8217;AGREXCO:</strong> Agrexco Agricultural Export Company Ltd.è il principale esportatore di prodotti agricoli israeliani, inoltre commercializza il 60-70% di frutta, verdura, fiori e erbe aromatiche prodotte nelle colonie costruite illegalmente in territorio Palestinese. La società è stata fondata nel 1956, è per metà di proprietà dello stato Israeliano che ne detiene il 50% delle azioni. La Agrexco ha circa 500 dipendenti e sedi in Europa, Giappone e USA. Nel 2008 il ministero delle finanze israeliano ha deciso di privatizzare la società, anche se ad oggi la privatizzazione non e&#8217; ancora effettiva. Durante un processo tenutosi in Inghilterra nel 2004, il direttore generale della Agrexco UK, Amos Orr, ha testimoniato che la Agrexco commercializza il 60-70% di tutti i prodotti provenienti dalle colonie israeliane. Nello stesso sito della Agrexco vengono pubblicizzati dei fichi provenienti da Masuah, una colonia della Valle del Giordano. Questi prodotti, insieme ai prodotti provenienti da Israele sono distribuiti sotto il marchio “Carmel” . L’80% dei prodotti della Agrexco viene esportato e venduto in Europa, principalmente in Inghilterra. A partire dall’estate 2009 l&#8217;Italia contribuisce a distribuire i prodotti illegali delle colonie, offrendo uno dei due principali porti di attracco Europei per le navi Agrexco a Vado Ligure, Savona.</p>
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		<title>Boicottaggio porta a porta, imprese dei coloni in rosso</title>
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		<pubDate>Sun, 23 May 2010 10:26:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Boicottaggio]]></category>
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		<category><![CDATA[Israele]]></category>

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		<description><![CDATA[di Michele Giorgio &#8211; GERUSALEMME
RAMALLAH &#8211; Campagna dell&#8217;Anp: palestinesi, non commerciate con i settler
«Questo boicottaggio è stupido e miserabile, i palestinesi devono interromperlo subito». Non è stato un capo dei coloni israeliani a pronunciare ieri parole tanto infuocate nei confronti della protesta che i palestinesi stanno attuando contro gli insediamenti ebraici costruiti in Cisgiordania (in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h5>di Michele Giorgio &#8211; GERUSALEMME</h5>
<h4>RAMALLAH &#8211; Campagna dell&#8217;Anp: palestinesi, non commerciate con i settler</h4>
<p>«Questo boicottaggio è stupido e miserabile, i palestinesi devono interromperlo subito». Non è stato un capo dei coloni israeliani a pronunciare ieri parole tanto infuocate nei confronti della protesta che i palestinesi stanno attuando contro gli insediamenti ebraici costruiti in Cisgiordania (in violazione delle leggi internazionali) dopo l&#8217;occupazione militare nel 1967.<br />
Ad alzare la voce è stata Dalia Itzik, ex speaker della Knesset e attuale capogruppo del partito «centrista» Kadima, a conferma che il boicottaggio delle colonie e dei loro prodotti, avviato inizialmente dalla campagna popolare «Karame» (dignità) e poi adottato dall&#8217;Anp, si sta rivelando un efficace strumento di pressione economica nelle mani dei palestinesi.</p>
<p><span id="more-2500"></span>Cominciano ad avere il fiato corto le aziende nelle colonie israeliane che, secondo dati palestinesi, nel 2009 hanno venduto merci per 500 milioni di dollari nei Territori occupati. Al boicottaggio dei palestinesi della Cisgiordania, cominciato nei mesi scorsi, si aggiunge quello deciso qualche giorno fa a Nazareth dall&#8217;Alto Coordinamento degli arabo israeliani e le misure adottate in Europa contro i prodotti degli insediamenti esportati illegalmente con il marchio «made in Israel».<br />
E risultati registra la campagna mondiale «Bds (Boycott, divestment and sanctions) avviata nei confronti non solo delle colonie ma dello stesso Stato di Israele &#8211; sino a quando, spiegano i promotori, non rispetterà i suoi obblighi internazionali &#8211; che qualche giorno fa ha visto il musicista e cantante britannico Elvis Costello annullare il suo tour nello Stato ebraico a causa, ha spiegato, «delle umiliazioni subite dal popolo palestinese».<br />
Domenica scorsa il Washington Post ha riferito che almeno 17 imprese hanno chiuso i battenti nell&#8217;insediamento di Maale Adumim (a est di Gerusalemme) uno dei più grandi dei 120 costruiti in Cisgiordania. Avi Elkayam, portavoce di 300 aziende con sede nelle colonie, ha ammesso la grande difficoltà che sta affrontando la zona industriale di Mishor Adumim e riferito della chiusura di una grossa impresa specializzata nel taglio della pietra (proveniente da una cava palestinese).<br />
Le difficoltà e la rabbia dei settler-imprenditori crescono con il passare delle settimane e il Consiglio delle colonie (Yesha) ha coniato l&#8217;espressione «terrorismo economico degli arabi» per sollecitare il governo israeliano a varare immediatamente contromisure, a cominciare dalla chiusura totale dei valichi all&#8217;import-export dei palestinesi della Cisgiordania (Gaza è già soggetta da tre anni a un embargo durissimo da parte israeliana). Per ora i palestinesi non si sono fatti intimidire e martedì scorso tremila giovani hanno cominciato a promuovere il boicottaggio delle colonie «porta a porta» in applicazione di un decreto legge firmato dal presidente dell&#8217;Anp Abu Mazen che prevede forti sanzioni (fino a 22 dollari) e anche il carcere (fino a cinque anni) per i palestinesi che commerciano con i settler.<br />
Nei prossimi mesi i tremila «promotori» visiteranno 427 mila abitazioni palestinesi per esortare la popolazione a rispettare il più possibile il boicottaggio degli insediamenti. «I nostri giovani &#8211; spiega Haitam Kayali, della campagna «Karame» &#8211; distribuiranno opuscoli e volantini alle famiglie per diffondere informazioni sulla pericolosità degli insediamenti per la nostra futura indipendenza». Con la stessa motivazione verranno affissi poster in città e villaggi della Cisgiordania.<br />
La controffensiva israeliana è scattata sul piano diplomatico e, stando a ciò che riferiscono fonti palestinesi, alcuni funzionari europei avrebbe espresso al premier dell&#8217;Anp Salam Fayyad «preoccupazione» per le conseguenze del boicottaggio delle colonie che, a loro dire, potrebbe rivelarsi un boomerang. In particolare per gli oltre 20mila lavoratori palestinesi ai quali è stato chiesto di non recarsi più negli insediamenti. A mezza bocca qualcuno spiega che l&#8217;Ue teme che, alla fine, sarà costretta a versare altri fondi all&#8217;Anp, necessari per pagare i sussidi a tanti futuri disoccupati.</p>
<p><a href="http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20100521/pagina/10/pezzo/278690/">il manifesto &#8211; 21 maggio 2010</a></p>
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		<title>Campagna BDS: emblematico editoriale di una agenzia israeliana</title>
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		<pubDate>Sun, 23 May 2010 10:15:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un editoriale di Ynet news (agenzia israeliana) rivela le preoccupazioni e le contromisure che l’establishment israeliano intende prendere contro la campagna di pressioni internazionali avviatasi con le iniziative BDS in tutto il mondo. Ultima in ordine di tempo nel nostro paese, l’iniziativa di contestazione alla multinazionale farmaceutica israeliana “Teva” alla Fiera Cosmofarma di Roma sabato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4>Un editoriale di Ynet news (agenzia israeliana) rivela le preoccupazioni e le contromisure che l’establishment israeliano intende prendere contro la campagna di pressioni internazionali avviatasi con le iniziative BDS in tutto il mondo. Ultima in ordine di tempo nel nostro paese, l’iniziativa di contestazione alla multinazionale farmaceutica israeliana “Teva” alla Fiera Cosmofarma di Roma sabato scorso. L’editoriale di Ynet news è stato tradotto da Stephanie Westbrook.</h4>
<p><a name="contrastare-la-guerra-soft"></a></p>
<h3>Contrastare la guerra “soft”</h3>
<h4>Fayyad si rende conto del potenziale potere della guerra “soft” contro Israele;  anche noi dovremmo</h4>
<h5>di Asher Fredman<br />
<a href="http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-3884712,00.html">ynetnews</a> – 5 maggio 2010</h5>
<p><span id="more-2495"></span><br />
Israele sta prendendo coscienza della crescente minaccia della guerra “soft” perseguita a livello internazionale contro il paese. Pare che l’artista jazz Gil Scott-Heron abbia disdetto il suo prossimo concerto a Tel Aviv, e questo è solo l’ultimo risultato della crescente campagna per promuovere un boicottaggio culturale contro Israele. L’assalto contro la vice ambasciatrice di Israele nel Regno Unito mentre completava una sua relazione universitaria il 28 aprile è un altro segnale che la guerra “soft” può ben presto trasformarsi in una “dura”.</p>
<p>Quelli che portano avanti la guerra soft hanno adottato diverse tattiche, incluse le azioni legali contro funzionari israeliani all’estero, la delegittimazione di Israele come il principale paese che viola i diritti umani nel mondo, e un deciso sforzo nel mettere a tacere i sostenitori di Israele. Equiparando la loro causa alla lotta contro l’apartheid in Sud Africa, hanno fatto la promozione di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) contro Israele il punto centrale della loro campagna.</p>
<p>Il primo ministro palestinese Salam Fayyad sembra essere stato uno dei primi tra i responsabili politici della regione a riconoscere e apprezzare questi sviluppi. Il suo piano da due anni per rafforzare la creazione unilaterale di uno stato palestinese si basa sul presupposto che il potenziamento degli istituzioni palestinesi aiuterà a creare un clima internazionale in cui Israele è costretto ad accettare le richieste chiave palestinesi.</p>
<p>La scommessa è che la crescente pressione internazionale su Israele sarà un catalizzatore più efficace per concessioni israeliane piuttosto che la resistenza violenta o i difficili negoziati. Il tempo, ritiene, sta dalla sua parte.</p>
<p>Ad oggi, il successo del movimento BDS è stato limitato. Nonostante i ripetuti inviti da potenti ONG come Amnesty International a cessare la vendita di attrezzature militari a Israele, nessun paese ha accettato di farlo. Anche il Regno Unito, che ha creato una bufera la scorsa estate quando ha revocato alcune licenze per l’esportazione di armi verso Israele, ha insistito con forza che questo non costituiva alcun tipo di embargo.</p>
<p>Nonostante i numerosi tentativi di adottare risoluzioni di disinvestimento nei campus in tutti gli Stati Uniti e in Europa, sono poche le risoluzioni che sono state approvate, ancora di meno quelle attuate.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;">Tuttavia, il pericolo per Israele dipende dal potenziale effetto “valanga” di queste campagne</span>. In diversi aspetti, il numero delle campagne che raggiungono il loro obiettivo è meno importante che la percezione che il movimento nel suo complesso sta guadagnando sul terreno. Questa percezione genera legittimità per la guerra soft, invoglia altri ad unirsi e può diventare una profezia che si autoavvera.</p>
<p><strong>Tagliare le gambe al movimento BDS</strong></p>
<p>Comprendendo l’importanza di questa percezione, il sito web dell’<em>Israel Apartheid Week</em> (IAW) 2010 vantava, “l’IAW 2010 si svolge dopo un anno di successi incredibili per il movimento Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) a livello internazionale”. Gli event dell’IAW di Toronto comprendevano un incontro intitolato “Cinque anni dal lancio del BDS – Festeggiamo i nostri successi”.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;">È essenziale quindi che gli organismi del governo incaricati di elaborare la strategia di Israele per combattere la guerra soft dedichino risorse importanti per tagliare le gambe al movimento BDS</span>. Ci sono poche possibilità che qualsiasi argomento possa convincere i sostenitori più convinti del BDS che è sbagliato isolare Israele. <span style="text-decoration: underline;">La percezione, tuttavia, che il movimento abbia successo deve essere contrastata</span>.</p>
<p>Come risposta alle notizie in merito di decisioni di disinvestimento da parte di fondi pensione, Israele deve perseguire, e soprattutto pubblicizzare, l’aumento degli investimenti e di nuovi legami commerciali con altri paesi. Artisti e personalità bombardati da campagne su Internet chiedendo che annullino il loro spettacolo devono essere contattati e devono essere informati della versione israeliana della storia.</p>
<p>Ci sono molte altre misure che Israele può e deve adottare per contrastare questo assalto. In parallelo alle campagne di immagine che enfatizzano le realizzazioni scientifiche e culturali di Israele, le domande più difficili devono essere affrontate direttamente. Nei campus universitari, raccontare i contributi di Israele nella tecnologie degli SMS oppure nel rock indipendente risulta insignificante di fronte ad una foto di un posto di blocco.</p>
<p>Anche ai convinti serve predicare. Molti giovani, che in passato sarebbere stati disposti a prendere posizione a favore di Israele, sono stati influenzati da notizie sbilanciate da parte dei media e dalle relazioni pungenti di gruppi come Amnesty International e Human Rights Watch. Pubblicizzare i numerosi elementari errori di fatto e di diritto in queste relazioni sarebbe un primo passo.</p>
<p>L’area di interesse geografico su cui Israele concentra gli sforzi deve allargarsi in modo significativo. Mentre la maggior parte dell’attenzione è stata tradizionalmente dedicata agli Stati Uniti, l’Israele Apartheid Week 2010 ha avuto luogo in 13 città canadesi, 12 città europee, e 10 negli Stati Uniti.</p>
<p>Il punto che deve essere assimilato è che la guerra soft non costituisce semplicemente un fastidio o addirittura una minaccia economica. <span style="text-decoration: underline;">Si tratta di un processo che potrebbe svolgere un ruolo importante nel indirizzare il futuro status quo tra Israele e i palestinesi</span>. Questo status quo sarebbe quello imposto dall’esterno, e non prenderebbe necessariamente in considerazione gli interessi di Israele.</p>
<p>La leadership palestinese ha riconosciuto le implicazioni di vasta portata di queste prospettive in continua evoluzione. È ora che la leadership israeliana si svegli.</p>
<h5>Traduzione di Stephanie Westbrook</h5>
<p><a href="http://www.forumpalestina.org/news/2010/Maggio10/11-05-10CrescePreoccupazioneBDS.htm">da Forum Palestina</a></p>
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		<title>Israele e Palestina: Nuove parole per dirlo</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Apr 2010 20:28:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Eva Brugnettini*
Ilan Pappé è uno storico israeliano, uno degli esponenti di punta dei “nuovi storici”, studiosi che hanno ribaltato i miti legati alla nascita dello Stato ebraico, come quello che definiva la Palestina “terra senza un popolo”, o secondo cui i palestinesi fuggirono spontaneamente dai propri villaggi.

I suoi studi gli hanno attirato tantissime critiche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h5>di Eva Brugnettini*</h5>
<p><a href="http://www.palestinalibera.org/wp-content/media/pappè.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2226" title="pappè" src="http://www.palestinalibera.org/wp-content/media/pappè.jpg" alt="" width="128" height="121" /></a>Ilan Pappé è uno storico israeliano, uno degli esponenti di punta dei “nuovi storici”, studiosi che hanno ribaltato i miti legati alla nascita dello Stato ebraico, come quello che definiva la Palestina “terra senza un popolo”, o secondo cui i palestinesi fuggirono spontaneamente dai propri villaggi.<br />
<span id="more-2191"></span><br />
I suoi studi gli hanno attirato tantissime critiche e un certo ostracismo, anche in Italia. Solo due dei suoi numerosi saggi sono stati tradotti in italiano, e anche quelli hanno avuto un percorso sofferto e un’accoglienza “fredda”. Perciò non stupisce che l’arrivo in Italia dello storico israeliano &#8211; giovedì 8 aprile a Ravenna &#8211; non abbia avuto la rilevanza mediatica che meritava.</p>
<h4>Colonialismo</h4>
<p>Pappé vuole ridefinire il linguaggio stesso con cui è descritto il conflitto mediorientale. A tale scopo sta lavorando con il noto linguista e politologo Noam Chomsky a un libro sulla questione israelo-palestinese che uscirà la prossima estate.<br />
La prima parola da fare entrare nel vocabolario del conflitto è “colonialismo”: “Il sionismo – dice &#8211; è un movimento di ebrei tornati in Palestina dopo duemila anni di esilio alla ricerca di un rifugio dall’antisemitismo europeo. Ma al sionismo bisogna aggiungere la parola ‘colonialismo’, basta guardare il dizionario per capire che è quello che sta succedendo in Israele e Palestina”.</p>
<p>Per spiegarsi Pappé distingue tra due tipi di colonialismo: “Uno di sfruttamento, in cui i coloni sfruttano le risorse delle nuove terre per il beneficio dell’impero da cui provengono, e un altro come quello che si è visto in Australia, Nord America e Sudafrica dove i coloni si separano dalla madre patria e vogliono vivere per conto proprio nelle nuove terre, liberandosi della popolazione nativa”. E questo è quello che secondo Pappé si avvicina di più a quello ebraico.</p>
<p>Un “colonialismo unico”, certamente, ma di cui una componente è il processo di giudaizzazione. “Tutti i governi ebraici, anche di sinistra, si sono sempre impegnati molto nella giudaizzazione, soprattutto della Galilea. E nessun giornalista ne parla, perché non suona come un processo ‘criminale’. Ma da una prospettiva colonialista è un aspetto fondamentale, che porta all’alienazione dei palestinesi, finché  non diventano stranieri nel loro stesso paese”.</p>
<p>Secondo lo storico israeliano per capire la situazione mediorientale bisogna avere uno sguardo più complesso, che non si fossilizzi sulle colpe israeliane, ma che consideri quello che paradossalmente c’è di buono. “La colonizzazione può creare anche belle cose. La rinascita della lingua ebraica, città come Tel Aviv, esperimenti di socialismo come i kibbutz sono stati possibili perché gli ebrei erano liberi in una società nuova, sganciata dalle tradizioni europee. C’è qualcosa di eccitante di fianco a uno dei peggiori crimini. È una sorta di doppio spazio, e se si ignora uno dei due non si dipinge la situazione per come realmente è. Se si considera Israele soltanto come una presenza malvagia non si risolve il problema. Bisogna capire entrambi gli spazi per impegnarsi in modo più consapevole”.</p>
<h4>Ritorno</h4>
<p>Un’altra parola da eliminare – secondo Pappé &#8211; è “occupazione”, in quanto “sottintende una situazione temporanea, come parte di un conflitto. Quella che dura dal 1967 potrebbe essere un’occupazione se Israele volesse davvero andarsene o restasse nei Territori palestinesi solo per difendersi, ma questa è mitologia”.</p>
<p>Pappé è arrivato a questa conclusione consultando gli archivi dello stato israeliano, studiando i quali ha scritto La pulizia etnica della Palestina (Fazi). “La Cisgiordania doveva far parte dello Stato ebraico già dai primi programmi del 1948, quando per creare Israele servivano più terre palestinesi possibili, con il minor numero di palestinesi possibile. Quando nella guerra per la fondazione dello stato, Israele ha conquistato l’80 per cento della Palestina cacciando quasi un milione di palestinesi, bisogna chiedersi perché non abbia conquistato il 100 per cento. E la risposta è: per motivi politici. C’era un accordo con la Giordania. Poi nel ‘63, quando Israele avrebbe potuto conquistare la Cisgiordania e Gaza, erano gli Stati Uniti a essere contrari”.</p>
<p>La parola che lo storico propone al posto di occupazione è quindi “ritorno”: “Ritorno a una terra che gli ebrei sionisti considerano propria. Che spiega perché nel 2000 durante il summit di Camp David per [l'allora primo ministro israeliano Ehud] Barak l’offerta di restituire ai palestinesi l’85 per cento della Cisgiordania fosse ’un’offerta generosa’”. Ma se per gran parte della leadership israeliana la Cisgiordania appartiene a Israele, come sarà possibile la costruzione di uno stato palestinese in quella terra? Secondo Pappé l’unica cosa che gli israeliani potranno sopportare è “una ‘presenza’ palestinese sotto controllo israeliano. Un reale stato palestinese è impossibile per Israele”.</p>
<h4>Processo senza pace</h4>
<p>Altro termine da eliminare dal vocabolario del conflitto è “processo di pace”, perché “come ha detto Chomsky la parte importante di questa locuzione non è “pace” ma “processo”. Che può andare avanti all’infinito. Israele ha imposto alla politica internazionale l’idea che ci siano tanti altri conflitti più importanti di quello israelo-palestinese, e può anche essere vero. Ma così porta avanti una sorta di “soluzione n+1”, offrendo ai palestinesi ogni volta un pochino di più, e allo stesso tempo dettandone la politica: con quali leader parlare, quale partito deve essere eletto, e quale processo di pace può essere scritto”.</p>
<p>Pappé racconta un aneddoto che esemplifica il diktat israeliano: “Negli accordi di Oslo, così come per l’appuntamento di Camp David, gli israeliani avevano scritto ogni dettaglio, da quali insediamenti scambiare fino a quale capitale dare ai palestinesi. Dieci giorni prima di Camp David, uno dei leader palestinesi mi chiamò per chiedermi quale programma avrebbero dovuto portare all’incontro con Barak e [il presidente Usa] Clinton. Era una cosa assurda, cosa avevano fatto in tutti quegli anni? Ma dimostra come non ci fosse bisogno dei palestinesi, Israele portava gli input e Stati Uniti e Unione Europea dovevano imporre quello che Israele aveva deciso. Non stupisce la sollevazione popolare che ne è seguita”, vale a dire la Seconda Intifada.</p>
<h4>Cambio di regime</h4>
<p>Il quarto punto a cui Ilan Pappé tiene molto riguarda un vocabolo che dipinge il futuro. Bisogna smettere, secondo lo storico, di parlare di “soluzione”, in quanto “presuppone un accordo tra due parti, mentre qui c’è una parte che si impone sull’altra. Israele ha un atteggiamento molto didascalico verso i palestinesi, del tipo ‘Se non accettate ora, la prossima proposta sarà peggio’. Non c’è possibilità di una soluzione”.</p>
<p>Questo non significa che il conflitto andrà avanti in eterno. A suo modo Pappé è quasi ottimista. “C’è bisogno di un cambio di regime, come quello in Iraq o in Afghanistan. Ma non con la forza, non con le bombe o l’intervento della Nato. Non c’era ragione di accettare quello che succedeva in Sudafrica, così non c’è ragione di accettare quello che succede in Israele. Non sono uguali, ma uguale è il trattamento riservato al popolo indigeno”.</p>
<p>Ilan Pappé è stato il primo ebreo israeliano a proporre quella che è vista da molti come una soluzione utopica e insensata: lo Stato unico. “La soluzione a due Stati non farebbe che peggiorare le ideologie di entrambi. E Israele non permetterebbe alla Palestina di avere un proprio esercito, una propria economia e sovranità. E se anche ci fossero due Stati, cosa succederebbe ai palestinesi cittadini di Israele? Adesso sono il 20 per cento, ma poi? Quando saranno il 35 o il 40 per cento? Per continuare ad avere una maggioranza ebraica, Israele continuerà a dividersi all’infinito?”.</p>
<p>La soluzione a un unico Stato è per Pappé “più etica e pratica. Bisogna liberarsi dall’ideologia. Io ho molto più in comune con un amico palestinese che con un ebreo di Brooklyn, che però avrebbe il diritto di ‘tornare’. Israele dovrebbe trattare ebrei e palestinesi allo stesso modo, solo a partire da questo è possibile il cambio di regime”.</p>
<p>Il cambiamento di prospettiva della società ebraica non è l’unico mezzo per arrivare alla soluzione. “La campagna di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (Bds) è uno strumento molto importante adesso, perché a volte c’è bisogno di una ‘botta in testa’ dall’esterno per vedere come stanno realmente le cose”.</p>
<p>Per arrivare ad assumere posizioni così critiche verso lo Stato ebraico, e per superare “l’indottrinamento in cui cresci, inculcato soprattutto dall’esercito”, Ilan Pappé non ha ricevuto un’unica “botta in testa”, ma tanti piccoli colpi. E “il prezzo è molto alto. Smetti di parlare con tuo padre, tua madre, i tuoi fratelli, con te stesso persino”. O perdi il posto di lavoro. All’università di Haifa dove era professore, le sue posizioni anti-sioniste gli hanno valso il vuoto intorno fino a un’espulsione de facto. Ora insegna all’università di Exeter, in Gran Bretagna. Ma rimane fermo nelle sue posizioni e sicuro che l’unica vera soluzione è la “desegregazione. È ridicolo che ebrei e palestinesi non possano condividere la vita”.</p>
<p><a href="http://www.osservatorioiraq.it/modules.php?name=News&amp;file=article&amp;sid=9118">* per Osservatorio Iraq</a></p>
<p>[14 aprile 2010]</p>
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		<title>La questione palestinese imbrigliata dentro i problemi regionali</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Apr 2010 13:27:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Sergio Cararo
La quiete prima della tempesta. E’ questa l’impressione che molti osservatori stanno ricavando dalla situazione in Medio Oriente. Molti sono i fattori che indicano come le contraddizioni che si vanno accumulando in uno dei principali teatri di crisi mondiali abbiano tutte le potenzialità per creare “un incidente della storia” capace di inviare a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h5>di Sergio Cararo</h5>
<p>La quiete prima della tempesta. E’ questa l’impressione che molti osservatori stanno ricavando dalla situazione in Medio Oriente. Molti sono i fattori che indicano come le contraddizioni che si vanno accumulando in uno dei principali teatri di crisi mondiali abbiano tutte le potenzialità per creare “un incidente della storia” capace di inviare a tutto campo la sua onda lunga destabilizzante. La questione palestinese appare oggi fortemente ipotecata da questo scenario regionale.<br />
<span id="more-2185"></span></p>
<p>Volendo schematizzare i problemi incancrenitisi nell’area possiamo indicare i seguenti:</p>
<ol>
<li>Le difficoltà dell’amministrazione USA di Obama nell’esercitare ancora la propria egemonia sui processi nella regione. L’oltranzismo di Israele ha infatti depotenziato ogni ambizione della nuova amministrazione della Casa Bianca mentre l’effetto del discorso di Obama a Il Cairo si è già dissolto senza produrre alcun recupero di credibilità ideologica da parte degli USA nel mondo arabo e islamico;</li>
<li>La perdita israeliana dell’unico alleato nell’area ossia la Turchia. La nuova linea politica di Ankara rivela le sue ambizioni a giocare un ruolo regionale più attivo e meno subalterno. Allo stesso modo la crisi diplomatica tra Israele e Turchia ha congelato le possibilità di riaprire il negoziato con la Siria nel tentativo di staccarla dall’alleanza con l’Iran;</li>
<li>Il rischio sempre più concreto di un attacco militare israeliano e statunitense contro l’Iran che ha tutte le potenzialità di estendersi ad un più devastante conflitto regionale con  immediate conseguenze in Iraq e in Libano;</li>
<li>Lo stallo nel negoziato tra Israele e ANP e la cristallizzazione della spaccatura interpalestinese tra il governo di Ramallah e il governo di Gaza;</li>
<li>La perdita di credibilità dell’Egitto come paese leader del mondo arabo decisivo ai fini di un negoziato complessivo sugli assetti della regione. L’appiattimento egiziano ai diktat israeliani e USA (vedi il Muro al confine con Gaza e la complicità con l’assedio dei palestinesi nella Striscia) ne ha delegittimato la credibilità.</li>
<p>E’ evidente come un contesto regionale così compromesso possa riattivizzarsi solo attraverso una svolta sul piano negoziale tra i palestinesi e Israele che riconsegni la centralità al ruolo degli USA oppure attraverso uno “scossone” che molti intravedono nell’ipotesi dell’attacco all’Iran o – in misura indiretta – con un nuovo attacco al Libano dove Hezbollah ha rafforzato molto sia sul suo peso politico entrando nel governo di unità nazionale sia – e non un dettaglio – le sue capacità militari. Quello che è certo, è che dentro questa situazione, la questione palestinese torna ad essere un vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro (e di fuoco) della regione mediorientale. Per le forze che in questi anni hanno sviluppato una intensa mobilitazione al fianco della resistenza palestinese – pur mantenendo la propria iniziativa contro l’apparato coloniale sionista &#8211; è quantomeno tempo di riflessione.</p>
<h4>Le ipoteche sulla questione palestinese</h4>
<p>Di fronte alla spaccatura della soggettività e della prospettiva politica del movimento di liberazione palestinese polarizzato tra Hamas e Al Fatah , oggi chiunque abbia a cuore le sorti della causa palestinese non può che auspicare la ricomposizione dell’unità nazionale nella prospettiva della resistenza e della ripresa dell’iniziativa politica a tutto campo contro l’occupazione israeliana. Esiste infatti il rischio concreto – come perseguito sistematicamente in altre realtà regionali sia da Israele che dagli USA &#8211; di una frantumazione dell’identità nazionale palestinese in diverse entità separate geograficamente e politicamente (Gaza, Cisgiordania, i palestinesi del ’48 residenti in Israele, la situazione specifica di Gerusalemme, i palestinesi dei campi profughi nella diaspora).</p>
<p>Fino ai primissimi anni Novanta l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina aveva in qualche modo assicurato una direzione e un coordinamento delle diverse realtà in cui era stato frantumato il popolo palestinese, ma gli accordi di Oslo e l’emergere della centralità dell’Autorità Nazionale Palestinese hanno depotenziato e liquidato sia l’OLP che la sua capacità di assicurare una direzione unitaria della resistenza palestinese in tutte le sue realtà.</p>
<p>In questi ormai quasi quaranta anni di sostegno alla lotta del popolo palestinese, abbiamo ritenuto che questo dovesse andare all’intero popolo palestinese ovunque collocato e indipendentemente dalla sua rappresentanza politica predominante in una fase o in un&#8217;altra. Certo, l’esperienza storica ci ha  portato a privilegiare il confronto con i compagni del FPLP o del FDLP piuttosto che con altre forze all’interno dell’OLP. Ci sentiamo di confermare questo approccio indicando come oggi la vera discriminante sia quella tra le forze che oppongono resistenza all’occupazione israeliana e chi invece vi collabora e questo non riguarda solo l’ANP.  Il problema semmai riguarda la liquidazione a cui è stata sottoposta l’OLP e che anche dentro l’ultimo congresso di Al Fatah non ha visto esprimersi una controtendenza abbastanza forte e capace da recuperare il terreno perduto.</p>
<h4>La Resistenza Globale e le forze in campo</h4>
<p>Questo indebolimento dell’OLP – perseguito scientificamente da Israele &#8211; ha visto crescere altre forze di carattere politico-religioso nel campo palestinese come Hamas che hanno via via acquisito una influenza crescente fino alla vittoria elettorale del 2006, una vittoria legittima che è stata negata frontalmente e criminalizzata dall’apparato coloniale israeliano e dalle sue complicità negli USA, Europa e mondo arabo, inclusi settori non irrilevanti dell’ANP. Oggi queste forze ispirate all’islam politico rivelano di disporre nell’intera regione mediorientale di maggiori risorse, coordinamento e progettualità rispetto a quelle eredi del nazionalismo arabo laico e progressista negli anni scorsi duramente attaccate dall’imperialismo e dai regimi arabi. Questa sensazione è emersa piuttosto chiaramente dal recente Forum della Resistenza svoltosi a Beirut che abbiamo avuto occasione di seguire direttamente e che è stato ampiamente resocontato su Contropiano online. Di questo indubbiamente occorre tenere conto per definire chiaramente i punti di confronto e quelli di divergenza sulle prospettive. A tale proposito è utile richiamare  le riflessioni fatte in questi anni sul significato di quello che abbiamo definito come il fronte della Resistenza Globale. “La lotta a difesa del diritto all’autodeterminazione, vera e non eterodiretta, ha perciò due percorsi da seguire in modo chiaro e parallelo. Il primo è quello del sostegno al diritto dei popoli e della necessità di contrastare l’intervento militare e politico delle grandi potenze e, per quanto ci riguarda direttamente, quello del nostro paese ed ora anche dell’ Unione Europea. Il secondo è quello di un’azione di solidarietà internazionale con tutte quelle forze politiche, sociali e di classe che spingono verso il superamento del sistema capitalistico, coscienti che le forze che stanno emergendo e reagendo alla devastante riorganizzazione planetaria dei paesi imperialisti non sono tutte protese verso uno sbocco progressista. In questo senso i giudizi sulla funzione delle religioni in queste lotte non possono essere politicamente predeterminati ma vanno valutati rispetto al contesto in cui agiscono ed è solo rispetto a questo che vanno prese posizioni politiche altrettanto non schematiche. Questo approccio ovviamente non può far sottacere la nostra convinzione che le religioni in quanto tali non possono essere una risposta ai problemi che lo sviluppo complessivo e mondiale pone oggi alla umanità”. (dal documento per la II Assemblea nazionale della Rete dei Comunisti, 2007).  E’ sulla base di questa chiarezza che in questi anni abbiamo costruito relazioni leali con molte forze politiche nell’area mediorientale, da quelle di ispirazione marxista a forze come Hezbollah.</p>
<h4>Lo Stato Unico come soluzione adeguata</h4>
<p>Alla luce delle considerazioni fin qui esposte, la posizione dei “due popoli due stati” come soluzione per il conflitto in Palestina non solo si è rivelata un tragico inganno e una proposta resa impraticabile dalla realtà sul campo, ma è una ipotesi che andrebbe a legittimare  proprio l’idea di uno “stato ebraico” in Israele eventualmente separato da un possibile “stato islamico” palestinese. In sostanza sarebbe la negazione di tutto il processo di autodeterminazione nazionale perseguito in questi decenni dalle forze più avanzate dello schieramento palestinese. Appare più convincente ed anche più coerente l’ipotesi dello Stato Unico per tutti coloro che abitano sul territorio della Palestina storica indipendentemente ed anzi in contrasto con ogni discriminazione di tipo religioso o etnico. Questa consapevolezza sembra ricominciare ad emergere come sbocco possibile in ambiti crescenti (seppur ancora minoritari) del movimento progressista palestinese e israeliano e viene percepita come seria minaccia dai gruppi sionisti e dalle autorità israeliane. In questo senso appare inevitabile che anche nella sinistra europea si riprenda e si approfondisca la lotta politica e culturale contro il sionismo inteso come progetto coloniale e apparato ideologico fondativo dell’occupazione israeliana della  Palestina.</p>
<p>In attesa che le soggettività politiche del popolo palestinese avvino un processo di rottura effettiva con la politica perseguita da Oslo in poi, occorre auspicare ed agire per sostenere – così per come può esprimersi qui ed ora &#8211; la resistenza attiva contro la crescente occupazione coloniale dei Territori Palestinesi, contro il rafforzamento del sistema di apartheid verso i palestinesi del ’48 residenti in Israele e porre con la dovuta forza la questione del diritto al ritorno dei profughi dei campi nella diaspora. La dimensione internazionale del sostegno alle forze che animano la resistenza popolare palestinese appare decisiva. I fatti ci indicano che ciò che l’apparato coloniale sionista al momento teme di più sono proprio le campagne internazionali &#8211; da quella contro il Muro alla campagna BDS (boicottaggio, disinvestimento, sanzioni) &#8211;  o le iniziative come Free Gaza. Non è un caso che la repressione israeliana in questa ultima fase si sia abbattuta contro gli attivisti palestinesi e israeliani attivi in queste campagne o contro giornalisti e attivisti internazionali attivi nei Territori Palestinesi. L’apparato coloniale israeliano è forte sul terreno del controllo militare del territorio ma estremamente vulnerabile nel contesto regionale e internazionale. Paradossalmente nasce da questa consapevolezza la debolezza e la pericolosità delle scelte che ha davanti l’establishment israeliano.</p>
<p>* da <a href="http://www.contropiano.org/">Contropiano</a> di febbraio 2010</ol>
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		<title>Giornata della Terra celebrata in tutto il mondo con azioni che chiamano al Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni contro Israele</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Apr 2010 09:48:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nel corso della Giornata della Terra celebrata dai palestinesi, attivisti della solidarietà di tutto il mondo sono scesi in piazza per chiedere una campagna globale di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) contro Israele fino a quando non si conformerà al diritto internazionale e umanitario. Azioni creative e decise si sono svolte a Londra, Toronto, New [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel corso della Giornata della Terra celebrata dai palestinesi, attivisti della solidarietà di tutto il mondo sono scesi in piazza per chiedere una campagna globale di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) contro Israele fino a quando non si conformerà al diritto internazionale e umanitario. Azioni creative e decise si sono svolte a Londra, Toronto, New York, Parigi, Roma, Il Cairo, Melbourne e in decine di altre città in tutto il mondo.<span id="more-2114"></span></p>
<p>Oggi ricorre il 34° anniversario da quando Israele uccise sei cittadini palestinesi di Israele che protestavano contro l&#8217;esproprio delle loro terre per costruire nuove città per soli ebrei e ampliare quelle esistenti. Le proteste palestinesi in quella prima Giornata della Terra furono provocate dal &#8220;Koenig Report&#8221;, uno studio commissionato dal governo con l’intento di investigare il modo per incoraggiare i cittadini israeliani palestinesi a lasciare le terre e che portò un&#8217;ondata di misure discriminatorie, tra cui la confisca delle terre, contro la minoranza palestinese di Israele.</p>
<p>Il Comitato Nazionale per il Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BNC) ha fatto appello alla &#8220;coscienza dei popoli e alle loro organizzazioni di tutto il mondo a mobilitarsi in azioni creative, concrete e visibili per rendere questo giorno una tappa storica nel movimento contro l&#8217;apartheid di Israele, il colonialismo e l&#8217;occupazione, per la responsabilità degli oppressori e per il rispetto dei diritti e della dignità del popolo palestinese&#8221;. La risposta a questo invito è arrivata da tutto il mondo.</p>
<p>A Toronto, gli attivisti hanno dato vita a proteste improvvise nei grandi magazzini Chapters Indigo e Mountain Equipment Co-op, per richiamare l&#8217;attenzione sui rapporti commerciali che questi hanno con le società che beneficiano dell’apartheid e dell&#8217;occupazione israeliana.</p>
<p>Attivisti hanno protestato a Londra all&#8217;interno di un supermercato Waitrose, ricordando che questo vende prodotti provenienti da insediamenti illegali ed esortando gli acquirenti a boicottare tutti i prodotti israeliani. Waitrose ha costantemente respinto le richieste degli attivisti di rivelare informazioni sulla vendita dei beni provenienti dalle colonie.</p>
<p>Azioni simili si sono svolte nei supermercati di Italia e Olanda.</p>
<p>Sempre a Londra, ieri i manifestanti hanno interrotto una esibizione del Jerusalem Quartet. Il concerto alla Wigmore Hall veniva trasmesso in diretta dalla BBC. I manifestanti hanno richiamato l&#8217;attenzione sui forti legami del Quartetto con l&#8217;esercito israeliano e l&#8217;uso da parte di Israele di &#8220;ambasciatori culturali&#8221; per coprire i suoi crimini contro i palestinesi.</p>
<p>Attivisti statunitensi, vestiti con accappatoi e asciugamani, hanno protestato presso i negozi che vendono cosmetici Ahava (Mar Morto), come parte della campagna “Bellezza Rubata”. La società israeliana ha sede nell&#8217;insediamento illegale di Mitzpe Shalem. I manifestanti portavano cartelli con scritto “Ahava: Fabbricato da approfittatori israeliani nella Palestina occupata&#8221;.</p>
<p>In aggiunta alle numerose vittorie del crescente movimento BDS, ieri il più grande fondo pensionistico svedese ha annunciato di aver escluso la società militare israeliana Elbit Systems dal proprio portafoglio investimenti per il suo ruolo nella fornitura di apparecchiature di sorveglianza per il muro illegale costruito nei territori occupati della Cisgiordania. Questo avviene dopo la decisione simile, presa lo scorso anno dal fondo pensionistico del governo norvegese, di recedere da Elbit Systems. La pressione è andata crescendo nei confronti delle società con legami militari con Israele, come Motorola e Caterpillar, e da ultimo con gli studenti dell’università Berkeley che la scorsa settimana hanno sostenuto il disinvestimento da Israele con una risoluzione del Senato.</p>
<p>In tutta Europa, la consolidata campagna contro la Agrexco sta guadagnando forza. L’azienda del governo israeliano esporta il 70% della produzione agricola totale dagli insediamenti illegali nei territori occupati palestinesi, principalmente in Europa.</p>
<p>Una campagna efficace contro Veolia, una società coinvolta nel progetto East Jerusalem Light Rail, che collegherà Gerusalemme ovest agli insediamenti ebraici illegali nella zona occupata di Gerusalemme Est, stringendo ancora più saldamente la morsa israeliana sulle città palestinesi occupate e legando di più le colonie all&#8217;interno dello Stato di Israele, ha costretto l&#8217;azienda a prendere in considerazione l&#8217;abbandono del progetto. Gli attivisti hanno convinto le amministrazioni locali in Inghilterra, Irlanda, Australia e Francia ad impegnarsi per escludere Veolia dai contratti futuri alla luce del suo coinvolgimento nel progetto.</p>
<p>In Palestina, la Giornata della Terra è stata contrassegnata dalle marce di protesta contro la consueta politica di Israele di espropriazione contro i palestinesi. Un incontro pubblico è stato organizzato nella città cisgiordana di Salfit dal BNC, per discutere le strategie del movimento globale BDS che gode di ampio sostegno all&#8217;interno della Palestina.</p>
<p>&#8220;Il movimento BDS è cresciuto in modo esponenziale dall’Appello della società civile palestinese per il BDS lanciato nel 2005 e soprattutto dopo aggressione criminale di Israele su Gaza. Mentre tutte le forme di intervento internazionali sembrano incapaci di costringere Israele a rispettare il diritto internazionale, la campagna BDS sta applicando una nuova forma di pressione su Israele&#8221;, ha dichiarato un portavoce nel corso dell’incontro, aggiungendo che “questa Giornata d&#8217;azione BDS è la più grande di sempre e sarà ora impossibile ignorare questo crescente movimento globale&#8221;.</p>
<h5>da <a href="http://www.bdsmovement.net/?q=node/676">www.bdsmovement.net</a><br />
Traduzione dall&#8217;inglese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare</h5>
<h4>da <a href="http://www.forumpalestina.org/news/2010/Aprile10/01-04-10GiornataDellaTerra.htm">Forum Palestina</a></h4>
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		<title>La «giornata della terra» si tinge di sangue a Gaza</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Apr 2010 09:16:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Michele Giorgio
Dalla Galilea al Neghev, da Gaza alla Cisgiordania. Decine di migliaia di palestinesi ieri hanno partecipato a raduni e manifestazioni per il «Giorno della Terra», in ricordo dei sei palestinesi (con cittadinanza israeliana) uccisi il 30 marzo 1976 dalla polizia che fece fuoco contro i cortei di protesta per le confische di terre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h5>di Michele Giorgio</h5>
<p>Dalla Galilea al Neghev, da Gaza alla Cisgiordania. Decine di migliaia di palestinesi ieri hanno partecipato a raduni e manifestazioni per il «Giorno della Terra», in ricordo dei sei palestinesi (con cittadinanza israeliana) uccisi il 30 marzo 1976 dalla polizia che fece fuoco contro i cortei di protesta per le confische di terre arabe in Galilea.<span id="more-2105"></span><br />
La mobilitazione palestinese di ieri &#8211; parte anche delle iniziative internazionali, molte delle quali a Roma e nel resto d&#8217;Italia, per la campagna Bds (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) di boicottaggio totale di Israele &#8211; si è bagnata a Gaza del sangue di Mohammed al Faramawi, un ragazzo di 15 anni ucciso dall&#8217;esercito israeliano perché si era avvicinato alla linea di confine nel tentativo (forse) di entrare nello stato ebraico e per protestare contro la «zona-cuscinetto» creata dalle forze armate israeliane all&#8217;interno di Gaza alla fine della devastante offensiva militare «Piombo fuso» (1.400 palestinesi uccisi) nel gennaio 2009.<br />
In questa fascia di territorio (circa il 20% di Gaza), larga oltre 300 metri e che corre lungo il confine con Israele, i palestinesi non possono entrare e chi osa sfidare il divieto rischia la vita. I soldati, con l&#8217;aiuto delle tecnologie di osservazione più sofisticate, sparano a vista non solo sui combattenti delle fazioni armate palestinesi che lanciano azioni di guerriglia e nascondono mine nel terreno &#8211; la scorsa settimana nel più cruento degli scontri a fuoco avvenuto da un anno a questa parte sono rimasti uccisi quattro palestinesi e due militari israeliani &#8211; ma anche sui contadini che intendono raggiungere i terreni nella zona «proibita» e i civili disarmati che provano ad infiltrarsi nello stato ebraico in cerca di lavoro. Ieri almeno una ventina di palestinesi sono rimasti feriti a Khan Yunis, Khouza, al Maghazi, Beit Hanun, Beit Lahiya e Rafah &#8211; tra questi, in modo grave, anche un bambino di 9 anni &#8211; nelle sei manifestazioni per il Giorno della Terra organizzate dal neonato «Comitato popolare contro la fascia di sicurezza» ( Cpcfs, composto da forze della sinistra palestinese). «Dobbiamo mobilitate la popolazione su obiettivi concreti, come il recupero di quel 20% di territorio di Gaza che Israele ha trasformato in terra di nessuno. Quelle terre sono le più fertili e possono sfamare tante famiglie», ha spiegato Mahmoud al Zaeq, un fondatori di Cpcfs, convinto che Gaza debba prendere esempio dalle lotte popolari in Cisgiordania.<br />
Il principale raduno per il Giorno della Terra, come vuole la tradizione, si è svolto in Galilea, a Sakhnin, dove erano presenti assieme a migliaia di persone che sventolavano bandiere palestinesi e scandivano slogan contro il governo Netanyahu, anche alcuni parlamentari arabo israeliani. Tra questi, Mohammed Barakeh, presidente di Hadash (comunisti), che ha protestato contro «uno stato che ci ha preso le nostre terre e ora vuole ritirarci le carte d&#8217;indentità». Il suo collega, Ahmed Tibi, ha espresso forte preoccupazione per «un clima generale nei confronti della minoranza araba, uguale se non peggiore di quello del 30 marzo 1976». In serata si è svolta la manifestazione nel Neghev, a sostegno dei diritti dei beduini. In Cisgiordania le marce di protesta sono sfociate in scontri con i soldati a Budrus, uno dei villaggi palestinesi che assieme a quelli di Bilin e Naalin si battono contro il muro israeliano. Momenti di tensione si sono vissuti anche a Qarawat Bani Hassan, nel distretto di Salfit, dove alcune centinaia di dimostranti palestinesi, israeliani e stranieri, in buona parte attivisti della campagna Bds, hanno protestato contro la confisca delle terre di questo villaggio circondato da colonie israeliane e situato in area «C» (il 60% della Cisgiordania sotto il pieno controllo di Israele). Presente anche il premier dell&#8217;Anp Salam Fayyad, che ha indossato per l&#8217;occasione una maglietta da attivista, che rivolgendosi agli abitanti ha ribadito l&#8217;intenzione di costruire entro il 2011 le fondamenta di quello stato palestinese indipendente entro che, invece, un numero crescente di esperti ed analisti ritengono ormai irrealizzabile di fronte ai progetti attuati da Israele sul terreno.</p>
<h4>da <a href="http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20100331/pagina/09/pezzo/274950/">il manifesto del 31 marzo 2010</a></h4>
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		<title>Campagna BDS in Italia contro l&#8217;economia israeliana</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 23:56:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Prossima tappa Trieste
La Camera                      di commercio Italo-israeliana sponsorizza la fiera dell&#8217;olio                      capitale a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><span style="color: #095509;"><span style="text-decoration: underline;">Prossima tappa Trieste</span></span></p>
<h3 style="text-align: center;"><span style="color: #b40404;"><a href="http://www.palestinalibera.org/wp-content/media/jihad-massaker.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1576" title="jihad-massaker" src="http://www.palestinalibera.org/wp-content/media/jihad-massaker-300x213.jpg" alt="" width="240" height="170" /></a>La Camera                      di commercio Italo-israeliana sponsorizza la fiera dell&#8217;olio                      capitale a Trieste dal 5 all&#8217;8 marzo</span></h3>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; assurda, indecente                        e  vergognosa la notizia che  la fiera                        Olio Capitale che si terrà a Trieste dal 5 al 8 Marzo avrà                        tra i suoi sponsor la camera di commercio Italo                        Israeliana.</p>
<p style="text-align: justify;">Il paese che                        ogni anno distrugge migliaia di alberi da frutta e di olivo                        in particolare per strappare terra ai contadini palestinesi                        e fare posto a colonie di invasati religiosi, avrà                        modo di fare tranquillamente la sua passerella e intrattenere                        rapporti commerciali.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8230;<a href="http://www.forumpalestina.org/news/2010/Febbraio10/26-02-10CampagnaBdsTrieste.htm">leggi tutto su Forum Palestina</a></p>
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		<title>Salviamo l&#8217;università e la cultura palestinese</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 23:46:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Daniele Zolo
Un gruppo di docenti universitari e di ricercatori italiani, sensibili alla situazione universitaria e scolastica delle nuove generazioni palestinesi, hanno lanciato una originale iniziativa che sta sollevando notevole interesse. L&#8217;iniziativa viene presentata questa settimana da docenti delle Università di Firenze, Pisa e Milano: Angelo Baracca, Giorgio Gallo, Martina Pignatti e Giorgio Forti ne [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Daniele Zolo</p>
<p style="text-align: justify;">Un gruppo di docenti universitari e di ricercatori italiani, sensibili alla situazione universitaria e scolastica delle nuove generazioni palestinesi, hanno lanciato una originale iniziativa che sta sollevando notevole interesse. L&#8217;iniziativa viene presentata questa settimana da docenti delle Università di Firenze, Pisa e Milano: Angelo Baracca, Giorgio Gallo, Martina Pignatti e Giorgio Forti ne sono i principali promotori. L&#8217;occasione è offerta dall&#8217;Israeli Apartheid Week, che è una campagna di denuncia delle discriminazioni alle quali è soggetto il popolo palestinese. Sia nei territori occupati, sia in Galilea, la situazione è molto grave, come dichiarano centri di ricerca non solo palestinesi, ma anche israeliani, come B&#8217;Tselem, il Centro israeliano che documenta le violazioni dei diritti umani nei territori occupati.<span id="more-1566"></span><br />
Il livello culturale e scientifico nelle 11 università palestinesi è stato fortemente condizionato dalla situazione politica, economica e istituzionale dei territori occupati e dalle violenze dell&#8217;esercito israeliano. In termini di perdita di vite umane, dall&#8217;ottobre 2000 al giugno 2008, circa 650 studenti sono stati uccisi, 4800 feriti e oltre 700 imprigionati. Tra i docenti, 37 sono stati uccisi, 55 feriti e 190 reclusi.<br />
Altrettanto gravi sono stati i danni bellici provocati alle strutture scolastiche e universitarie palestinesi, con la conseguenza di una bassa percentuale di studenti iscritti e di una scarsa presenza di docenti. A Gaza, in particolare, la situazione è drammatica: il 50% degli studenti è assente e lo è anche il 40% dei docenti. Durante l&#8217;operazione militare Piombo Fuso l&#8217;aviazione israeliana ha distrutto 280 scuole/asili e 16 edifici universitari. In pochi giorni sono stati uccisi 164 studenti e 12 docenti.<br />
E si devono segnalare inoltre i casi di discriminazione degli studenti non ebrei da parte di università israeliane. Il fenomeno riguarda anche università israeliane aventi sede nei territori palestinesi occupati, come è il caso dell&#8217;Ariel University College affiliato all&#8217;Università Bar Ilan. In questo quadro si fa sempre più probabile un vero e proprio etnocidio del popolo palestinese ed arabo-israeliano, sia nei territori occupati, sia in Galilea, dove vivono in condizioni di soggezione non meno di un milione e trecentomila &#8220;cittadini&#8221; arabi. Le nuove generazioni sono esposte ad una radicale perdita della consapevolezza della propria storia, delle proprie radici etniche e della propria identità culturale e linguistica. Che cosa intendono fare e stanno proponendo i docenti universitari italiani che si sono impegnati nel tentativo di salvare le nuove generazioni palestinesi? Intendono diffondere nei nostri atenei consapevolezza sulle violazioni del diritto allo studio e della libertà accademica del popolo palestinese. L&#8217;operazione va in controtendenza rispetto alla decisione del Governo italiano, che pochi mesi dopo la strage di Gaza ha firmato un accordo con il Governo israeliano per l&#8217;avvio da un Biennio scientifico e tecnologico italo-israeliano.<br />
Con una &#8220;Lettera aperta sulla discriminazione universitaria e culturale del popolo palestinese&#8221;, che sta avendo un inaspettato successo, il gruppo di docenti italiani invita i colleghi universitari ad aderire ad un progetto di intervento a favore delle università palestinesi, cercando il dialogo anche con gli accademici israeliani. L&#8217;obiettivo è l&#8217;intervento concreto a favore di studenti e studiosi palestinesi e arabo-israeliani, promuovendo convenzioni di cooperazione culturale, scientifica e didattica fra atenei italiani e atenei palestinesi. Un ulteriore passo avanti sarà l&#8217;organizzazione di un primo convegno nazionale su questi temi, con la collaborazione di istituzioni nazionali e internazionali, non solo accademiche, disposte a sostenere il progetto degli accademici italiani: aiutare le nuove generazioni palestinesi a raggiungere in assoluta autonomia un livello &#8220;normale&#8221; di scolarizzazione e acculturazione universitaria, nonostante l&#8217;occupazione, l&#8217;assedio e la repressione in corso.<br />
PS. Per ricevere il testo della &#8220;Lettera aperta&#8221; e inviare adesioni, i docenti e i ricercatori italiani possono scrivere a: <a href="mailto:%C2%ABdiritto.studio.palestina@gmail.com">«diritto.studio.palestina@gmail.com</a>»</p>
<p>da <a href="http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20100304/pagina/08/pezzo/272851/">Il Manifesto del 4 marzo 2010</a></p>
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		<title>Parola d&#8217;ordine: stop apartheid</title>
		<link>http://www.palestinalibera.org/2010/03/parola-dordine-stop-apartheid/</link>
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		<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 23:39:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Boicottaggio]]></category>
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		<category><![CDATA[Israele]]></category>

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		<description><![CDATA[di Michele Giorgio
PALESTINA 40 atenei mobilitati in tutto il mondo: basta al regime che segrega gli arabi
Partecipano anche accademici israeliani, ma Tel Aviv: «antisemiti»
È scesa in campo addirittura l&#8217;Agenzia ebraica per contrastare conferenze, sit-in, attività culturali ed artistiche legate alla sesta «Israel apartheid week» (Iaw), l&#8217;iniziativa internazionale annuale, cominciata il primo marzo, che denuncia la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Michele Giorgio</p>
<p><em>PALESTINA 40 atenei mobilitati in tutto il mondo: basta al regime che segrega gli arabi<br />
Partecipano anche accademici israeliani, ma Tel Aviv: «antisemiti»</em></p>
<p style="text-align: justify;">È scesa in campo addirittura l&#8217;Agenzia ebraica per contrastare conferenze, sit-in, attività culturali ed artistiche legate alla sesta «Israel apartheid week» (Iaw), l&#8217;iniziativa internazionale annuale, cominciata il primo marzo, che denuncia la politica israeliana verso i palestinesi &#8211; paragonandola alla segregazione razziale che i bianchi attuavano nei confronti dei neri in Sudafrica &#8211; in 40 università e 50 città del mondo oltre che nei centri arabo israeliani e, naturalmente, nei Territori occupati. Dopo i risultati ottenuti lo scorso anno dalla campagna internazionale «Bds» (boicottaggio, disinvestimento e sanzioni) di boicottaggio di Israele, le autorità dello Stato ebraico seguono ora con attenzione i consensi che l&#8217;Iaw sta raccogliendo tra studenti e docenti nelle università occidentali e l&#8217;attivismo che ha messo in moto in Europa, anche in Italia, in particolare a Pisa, Roma e Bologna. <span id="more-1564"></span><br />
Nella città toscana domani verrà lanciata un&#8217;iniziativa nazionale di accademici italiani per il diritto allo studio del popolo palestinese che, tuttavia, non invoca il boicottaggio accademico di Israele &#8211; sul quale insistono altre organizzazioni che denunciano la partecipazione di atenei e centri di ricerca israeliani a produzioni belliche e politiche di occupazione militare &#8211; ed esorta i docenti italiani ad avviare relazioni privilegiate con le università in Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme est.<br />
«Il paragone tra Israele e l&#8217;apartheid sudafricano è senza alcun fondamento», ha tuonato il presidente dell&#8217;Agenzia ebraica, Natan Sharansky accusando di «antisemitismo» i promotori dell&#8217;Iaw. L&#8217;obiettivo dell&#8217;Agenzia ebraica, ha spiegato Sharansky, «è quello di impedire che i nemici possano allontanare gli ebrei da Israele». Da parte loro i giornali israeliani, ad eccezione (parziale) del liberal Haaretz, sparano sull&#8217;Iaw &#8211; descritta dal notista di Maariv Ben-Dror Yemini come un tentativo di rilanciare, in altre forme, la conferenza di Durban sul razzismo &#8211; e puntano l&#8217;indice contro i cittadini israeliani che vi prendono parte, come l&#8217;economista Shir Ever (impegnato ad Amsterdam) e il docente di antropologia Jeff Halper (a Glasgow). «I gruppi che promuovono la Iaw puntano a un solo obiettivo, il completo isolamento internazionale di Israele come Stato razzista che pratica l&#8217;apartheid. Non possiamo accettare queste iniziative e le accuse che ci vengono rivolte, specie quando a farle sono cittadini del nostro paese», ha protestato il professor Gerald Steinberg, dell&#8217;università ultraconservatrice di Bar Ilan.<br />
Altri esponenti della destra hanno messo in rilievo la «partecipazione indiretta» all&#8217;Iaw di istituzioni internazionali, citando, ad esempio, la proiezione a Gaza del film di animazione «Fatenah» prodotto dall&#8217;Oms che racconta la storia (vera) di una giovane donna gravemente ammalata e deceduta per non aver potuto andare all&#8217;estero a curarsi a causa dell&#8217;assedio israeliano di Gaza.<br />
A dare un forte impulso alla Iaw e altre campagne internazionali a favore dei diritti del popolo palestinese, sono state le conseguenze della devastante offensiva israeliana «Piombo fuso» contro Gaza (1.400 palestinesi uccisi, almeno 5mila i feriti e migliaia di abitazioni distrutte o danneggiate). Un&#8217;operazione militare segnata da «crimini di guerra» contro la popolazione civile di Gaza secondo la denuncia del giudice sudafricano Richard Goldstone, incaricato dal Consiglio per i Diritti Umani, contenuta in un rapporto approvato alla fine dello scorso anno dall&#8217;Onu.<br />
Un&#8217;inchiesta che il governo e gran parte dei media israeliani hanno contestato duramente, al punto da prendere di mira anche le Ong e i centri per i diritti umani ebraici che avevano fornito la loro collaborazione alle indagini. In risposta allo sdegno delle autorità governative contro l&#8217;Iaw, ieri il poeta arabo israeliano, Salman Masalha, ha ricordato su Haaretz le pesanti discriminazioni alle quali è soggetta la minoranza araba nello Stato di Israele, sottolineando l&#8217;esistenza di comunità «soltanto per ebrei». «Questo è il solo paese democratico del mondo dove 1/5 della popolazione (gli arabi) che sulla carta gode degli stessi diritti (della maggioranza), non ha rappresentanti (dei suoi partiti) al governo», ha sottolineato Masalha.<br />
Dal Canada, uno dei paesi dove l&#8217;Iaw è maggiormente attaccata dai filo-israeliani, il noto commentatore Thomas Walkom smentisce che i dibattiti in corso nell&#8217;ambito della «settimana» abbiamo un contenuto antisemita. «La Iaw è controversa? Sì. È sbilanciata da un lato? Sì. Ma non è antisemita, a meno che non si voglia per forza pensare che criticare Israele sia un attacco a tutti gli ebrei», ha scritto Walkom sul Toronto Star.</p>
<p style="text-align: justify;">da <a href="http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20100304/pagina/08/pezzo/272849/">Il Manifesto del 4 marzo 2010</a></p>
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		<title>Crescono le adesioni alla Campagna BDS</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Jan 2010 20:41:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[campagna BDS]]></category>

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		<description><![CDATA[Crescono                      le adesioni alla Campagna BDS: un’ “altra comunità                      internazionale” è al fianco [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;"><span style="color: #006600;">Crescono                      le adesioni alla Campagna BDS: un’ “altra comunità                      internazionale” è al fianco della Palestina</span></h3>
<p style="text-align: justify;">A 5 anni dall’appello che la società                        civile palestinese ha lanciato al mondo chiedendo di intervenire                        sui gangli economici, culturali, politici che tengono lo                        Stato di Israele strettamente ancorato agli interessi del                        capitale internazionale, è evidente che si sta sviluppando                        e diffondendo un livello di pressione che, se sporadicamente                        e poco incisivamente coinvolge pochi rappresentanti istituzionali,                        che pure avrebbero la possibilità di applicare le                        sanzioni, si mostra ben più contagioso all’interno                        delle società, che hanno la possibilità di                        ricorrere al boicottaggio. Non è un caso se il documento                        finale della Gaza Freedom March, Cairo Declaration, stilato                        su iniziativa della delegazione sudafricana e sottoscritto                        da tutte le altre delegazioni internazionali che erano al                        Cairo tra il 27 dicembre 2009 e il 2 gennaio 2010, si preoccupi                        di rilanciare con convinzione la Campagna BDS per il Boicottaggio,                        il Disinvestimento e le Sanzioni verso l’economia                        di guerra israeliana.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-1105"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Un’economia “fortemente dipendente                        dal commercio con l’estero”[1],                        come l’ha definita il Wto nel 2006, con delle potenziali                        vulnerabilità rispetto alle quali è possibile                        attivare una serie di pressioni a tutti i livelli, capaci                        di mettere a nudo e contrastare i presupposti su cui si                        basa il sistema coloniale israeliano e con esso le sue politiche                        di genocidio e di aparteheid, di occupazione della terra                        palestinese e di sfruttamento delle sue risorse.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ su questo punto che dalla Palestina                        prosegue l’invito alla società civile internazionale                        di mantenere alta l’attenzione: lo ha fatto recentemente                        il Progressive Labor Action Front palestinese che ha invitato                        tutte le organizzazioni sindacali internazionali e arabe,                        le organizzazioni e le associazioni dei lavoratori, in particolare                        l&#8217;Organizzazione Internazionale del Lavoro e la Confederazione                        Internazionale dei Sindacati Indipendenti, a boicottare                        l’Histadrut, l’organizzazione sindacale sionista.                        In una dichiarazione del 4 gennaio 2009, il PLAF ha sottolineato                        che “l&#8217;Histadrut non è un normale sindacato                        ma una parte integrante dello Stato di occupazione razzista                        e della sua macchina militare”[2].</p>
<p style="text-align: justify;">Del resto negli ultimi anni il terreno                        sindacale è stato particolarmente fertile per la                        Campagna BDS, soprattutto in Sud Africa, in Irlanda e in                        Gran Bretagna, dove il TUC (Trade Unions Council), che riunisce                        i sindacati rappresentanti di 6 milioni e mezzo di lavoratori                        del Regno Unito, ha votato nel settembre 2009 per l’impegno                        a premere sul governo inglese per la fine di ogni commercio                        di armi con Israele e per sostenere le iniziative per la                        sospensione dell’accordo commerciale fra Israele e                        l’Unione Europea, incoraggiando a disinvestire dalle                        aziende che traggono profitto dall’“occupazione                        illegale israeliana di Gaza e della West Bank”[3].                        Nel nostro paese, lo scorso 16 gennaio, anche i sindacati                        di base hanno promosso a Vicenza la mobilitazione contro                        la presenza delle aziende israeliane invitate alla Fiera                        First dell’oro e dei diamanti: un segnale importante,                        che lascia intendere che anche in Italia il settore sindacale                        potrà farsi concretamente promotore di un’efficace                        campagna di pressione sulle politiche filo-israeliane dei                        governi nostrani.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ proprio dal mondo del lavoro e                        della società civile che, anche nel nostro paese,                        viene promosso il boicottaggio delle merci e delle aziende                        israeliane o che hanno rapporti commerciali con aziende                        israeliane, come la Carmel-Agrexco, che trae profitto dalle                        coltivazioni dell’apartheid esportando frutta e verdura                        prodotti in Israele e nelle colonie israeliane in Cisgiordania,                        come le compagnie di trasporti Veolia e Alstom, i prodotti                        farmaceutici israeliani della Theva, i cosmetici L’Oreal,                        il caffè Lavazza.</p>
<p style="text-align: justify;">Il boicottaggio &#8211; anche quello culturale,                        come contrasto sia al sistema della propaganda sionista                        sia ai rapporti di collaborazione nel settore culturale                        e della ricerca scientifica tra università e aziende                        &#8211; può essere, in quanto pratica non violenta e potenzialmente                        di massa, uno strumento efficace di pressione contro il                        sistema coloniale di oppressione della Palestina e contro                        chi ne è complice. Tale pratica comincia ad avere                        un peso anche sul livello della repressione contro il movimento                        di solidarietà internazionale con la Palestina, come                        dimostra il caso dell’attivista della rete francese                        Europalestine, Sakina Arnaud, che il 10 febbraio sarà                        processata a Bordeaux perché accusata di odio razziale                        per aver propagandato il boicottaggio delle merci israeliane                        in un supermercato della Carrefoir. Così come non                        è un caso, quantomeno paradossale, se persino il                        generale Avi Zamir, comandante del dipartimento Risorse                        Umane delle forze armate di Israele, ha proposto di promuovere                        una campagna di boicottaggio contro i prodotti reclamizzati                        da Bar Refaeli, top model israeliana famosa nel mondo, “colpevole”,                        dal punto di vista “etico” più che legale[4],                        di essersi sottratta al servizio militare obbligatorio in                        patria.</p>
<p style="text-align: justify;">Di tutt’ altri contenuti l’adesione                        alla Campagna BDS contro Israele che i movimenti internazionali                        di solidarietà con la Palestina (in Italia ha appena                        aderito la Rete Eco degli Ebrei contro l’occupazione,                        in linea con l’European Jews for a Just Peace, di                        cui fa parte) pongono all’attenzione dell’opinione                        pubblica internazionale, dei governi e degli organismi internazionali                        e sovranazionali: come ha fatto la Cairo Declaration che                        non dimentica che l’oppressione della Palestina trova                        “fondamentalmente origine nell&#8217;ideologia sionista”,                        non dimentica che “i nostri governi hanno dato ad                        Israele diretto supporto economico, finanziario, militare                        e diplomatico, consentendogli di agire con impunità”                        e, infine, non dimentica la Dichiarazione ONU dei Diritti                        dei Popoli Indigeni del 2007.</p>
<p style="text-align: justify;">In un passaggio fondamentale di quest’ultima                        si esprime la preoccupazione “per i popoli indigeni                        che hanno sofferto di ingiustizie storiche in seguito, fra                        gli altri eventi, alla colonizzazione e all&#8217;espropriazione                        delle loro terre, dei loro territori e delle loro risorse,                        impedendo così loro di esercitare, in particolare,                        il loro diritto allo sviluppo nel rispetto delle proprie                        esigenze e dei propri interessi”[5].                        E’ la stessa preoccupazione che fonda l’impegno                        politico di migliaia di persone che nel mondo esprimono                        concretamente il sostegno alla lotta di liberazione del                        popolo palestinese, e lo dimostrano le crescenti adesioni                        alla Campagna BDS contro le politiche, l’economia                        e la propaganda di guerra israeliane.</p>
<p style="text-align: right;">*<em> Forum Palestina</em></p>
<h5>Note</h5>
<h5>Da I Quaderni di Oltre Confine                        &#8211; “RIFLETTORI SU GAZA &#8211; Quale futuro per la Palestina?”                        del 22/1/2010.</h5>
<h5>[1] D. Carminati, A. Tradardi, “Boicottare                        Israele: Una pratica non violenta”, Ed. Derive Approdi,                        p. 56., Ed. re Israele: una pratica non violenta&#8221;</h5>
<h5>[2] <a href="http://www.pflp.ps/" target="_blank">www.pflp.ps</a>.</h5>
<h5>[3] <a href="http://www.boicottaisraele.it/files/index.php?c3:o54:f0" target="_blank">http://www.boicottaisraele.it/files/index.php?c3:o54:f0</a>.</h5>
<h5>[4] <a href="http://www.forumpalestina.org/news/2010/Gennaio10/14-01-10GeneraleIsraelianoBoicottaggio.htm" target="_blank">http://www.forumpalestina.org/news/2010/Gennaio10/14-01-10GeneraleIsraelianoBoicottaggio.htm</a>.</h5>
<h5>[5] <a href="http://www.ethnorema.it/pdf/numero%203/09.%20DOCUMENTI.pdf">http://www.ethnorema.it/pdf/numero%203/09.%20DOCUMENTI.pdf</a></h5>
<p><strong> </strong></p>
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		<title>Made in Israel per i palestinesi</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Jan 2010 23:01:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Boicottaggio]]></category>
		<category><![CDATA[campagna BDS]]></category>

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		<description><![CDATA[di Michele Giorgio, inviato a Ramallah
«Il 2010 sarà un anno decisivo per ripulire i mercati palestinesi dalle merci prodotte nelle colonie israeliane che occupano le nostre terre».
Lo scorso 7 gennaio, dopo aver pronunciate queste parole, il premier dell&#8217;Autorità nazionale palestinese (Anp) Salam Fayyad sollevò un pacco con un marchio in lingua ebraica, rendendolo ben visibile [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>di Michele Giorgio, inviato a Ramallah</em></p>
<p style="text-align: justify;">«Il 2010 sarà un anno decisivo per ripulire i mercati palestinesi dalle merci prodotte nelle colonie israeliane che occupano le nostre terre».</p>
<p style="text-align: justify;">Lo scorso 7 gennaio, dopo aver pronunciate queste parole, il premier dell&#8217;Autorità nazionale palestinese (Anp) Salam Fayyad sollevò un pacco con un marchio in lingua ebraica, rendendolo ben visibile alle telecamere delle rete televisive presenti, e lo lanciò verso una catasta in fiamme di prodotti degli insediamenti colonici sequestrati in quel periodo. In linea con la posizione del presidente Abu Mazen di rifiuto dei negoziati con il governo israeliano sino a quando la colonizzazione non cesserà completamente, Fayyad ha avviato una campagna di boicottaggio dei prodotti dei «settler» nei territori controllati dall&#8217;Anp (di fatto solo le principali città cisgiordane). Ha anche creato il «Fondo per la dignità nazionale», gestito dal ministro dell&#8217;economia Hassan Abu Libda, per «risarcire» i commercianti palestinesi che si sono visti sequestrare le merci che avevano comprato dai coloni. «Abbiamo confiscato e distrutto sino ad oggi prodotti provenienti dagli insediamenti ebraici per un valore di 1.5 milioni di dollari», ha riferito Abu Libda di recente alla Camera di commercio di Nablus, aggiungendo che le colonie israeliane vendono annualmente nei Territori occupati merci per 500 milioni di dollari.<br />
<span id="more-1093"></span> Spinti anche dall&#8217;urgenza di ridare credibilità ad Abu Mazen, che ancora paga per la decisione (poi revocata) presa alla fine dello scorso anno di congelare il voto del Consiglio dei diritti umani dell&#8217;Onu sul rapporto Goldstone relativo ai «crimini di guerra» commessi da Israele a Gaza un anno fa, i dirigenti dell&#8217;Anp ora puntano sul boicottaggio delle colonie e chiedono il massimo del rigore ai commercianti, non mancando di minacciare pesanti sanzioni. Allo stesso tempo non mettono minimamente in discussione il Protocollo di Parigi &#8211; che lo scomparso presidente Yasser Arafat firmò dopo gli accordi di Oslo &#8211; che garantisce a Israele il controllo dell&#8217;economia dei Territori occupati.<br />
«L&#8217;Anp non rigetta le merci provenienti dal territorio israeliano ma solo quelle prodotte nelle colonie», ha messo in chiaro Abu Libda negando l&#8217;intenzione di boicottare Israele. La precisazione non è bastata al premier dello Stato ebraico Benyamin Netanyahu che ha prontamente etichettato la campagna dell&#8217;Anp «un incitamento contro lo Stato di Israele» nonostante riguardi solo le colonie, illegali per le risoluzioni internazionali e che continuano ad esportare in tutto il mondo con il marchio «Made in Israel».<br />
E&#8217; una nuova Intifada palestinese contro l&#8217;occupazione, fatta di boicottaggi commerciali, lotte popolari non violente, di collaborazione con le organizzazioni della sinistra israeliana più radicale e che vede anche una partecipazione dell&#8217;Anp? E&#8217; difficile affermarlo di fronte ad un governo palestinese debole, ambiguo nelle sue politiche e pesantemente condizionato dagli aiuti internazionali che garantiscono la sua sopravvivenza in cambio della «lotta al terrorismo» (Hamas). Pesa anche lo scontro tra l&#8217;Anp e il movimento islamico che spacca politicamente e territorialmente i palestinesi. Israele in ogni caso già vede la «terza Intifada». I giornali in lingua ebraica hanno riferito e commentato con preoccupazione nei giorni scorsi le proteste (non violente) contro il muro in Cisgiordania e le occupazioni (da parte dei coloni) di case arabe a Sheikh Jarrah (Gerusalemme) che mettono dalla stessa parte attivisti palestinesi, israeliani e stranieri e riscuotono crescenti consensi internazionali.<br />
L&#8217;Anp comunque non poteva più sottrarsi alle pressioni della società civile palestinese per l&#8217;adozione di misure incisive contro la colonizzazione. «Ritengo il boicottaggio delle colonie israeliane un primo passo nella giusta direzione ma non basta perché è l&#8217;atteggiamento complessivo dell&#8217;Anp nei confronti di Israele e delle sue politiche che deve mutare se i palestinesi vogliono liberarsi dell&#8217;occupazione», sostiene l&#8217;opinionista Omar Barghuti, uno dei principali esponenti della campagna «Boycott, Divestment and Sanctions» (Bds) lanciata a livello mondiale per spingere Israele a rispettare le risoluzioni internazionali.<br />
A minare le fondamenta della campagna dell&#8217;Anp contro le colonie israeliane è la «mancanza di alternative», in particolare quando si parla di forza lavoro e di possibilità reali di occupazione nei Territori occupato. Secondo i dati dell&#8217;Ufficio palestinese per le statistiche, dei 529mila lavoratori in Cisgiordania 76mila sono occupati nelle colonie, in maggioranza proprio nei cantieri edili che servono ad espanderle. Tra questi diverse migliaia hanno partecipato e partecipano ancora alla costruzione del muro israeliano in Cisgiordania. «Non mi piace lavorare per i coloni che mi umiliano, ma una giornata di lavoro qui mi viene pagata anche 200 shekel (50 dollari) mentre nelle nostre città non mi darebbero più di 80 shekel (20 dollari) per lo stesso lavoro», spiega Farid Abdel Hadi, 37 anni di Ramallah, che alle 3, quando è ancora notte fonda, si mette in fila davanti ai posti di blocco militari nella speranza di superare i controlli e guadagnarsi una paga giornaliera da manovale. Farid, come altri lavoratori, assicura di essere pronto ad accettare un compenso più basso pur di boicottare le colonie israeliane ma chiede un lavoro garantito nelle centri abitati palestinesi. «Ho una famiglia da sostenere», aggiunge.<br />
Non pochi ora pensano alla costituzione di un altro fondo speciale, tale da garantire aiuti alle famiglie dei lavoratori che rinunceranno ad andare nelle colonie. L&#8217;Anp da parte sua dovrebbe spostare in questo fondo una parte dei finanziamenti che riceve da Europa e Stati uniti. «Non avverrà mai, non ci credo &#8211; taglia corto Omar Barghuti &#8211; Ue e Usa versano quei fondi proprio per controllare l&#8217;Anp, per addomesticarla, per spingerla a investire nella sicurezza e non nell&#8217;interesse dei cittadini palestinesi». Un passo volto a boicottare le colonie, non concordato con gli sponsor internazionali, afferma, «avrebbe pesanti conseguenze per Abu Mazen e i suoi uomini».</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://"><em>da il Manifesto del 24 gennaio 2010</em></a></p>
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		<title>Parte la Campagna Palestinese per Boicottare i Prodotti delle Colonie</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Jan 2010 22:32:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Boicottaggio]]></category>
		<category><![CDATA[campagna BDS]]></category>

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		<description><![CDATA[I palestinesi continuano a “pulire”              i loro mercati dai prodotti delle colonie, mentre il premio Salam              Faiad ha dato fuoco ad una scatola piena di prodotti annunciando:   [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify;">I palestinesi continuano a “pulire”              i loro mercati dai prodotti delle colonie, mentre il premio Salam              Faiad ha dato fuoco ad una scatola piena di prodotti annunciando:              “Se i palestinesi vogliono convincere la unione europea di boicottare              il commercio con le colonie israeliane, illegali secondo il diritto              internazionale, allora debbano boicottarle loro per primi”.</p>
<p>E mentre un ammasso di merci si stava bruciando vicino alla città              di Selfit in cisgiordania, circondata da fabbriche israeliane, Faiad              ha commentato il gesto dicendo: “questo è il rifiuto              dei palestinesi dell’insediamento israeliano in tutte le sue              forme”.</p>
</div>
<div style="text-align: justify;"><span id="more-910"></span><br />
<span style="text-decoration: underline;">Il primo passo per bloccare l’insediamento:</span><br />
L’autorità nazionale palestinese ha confiscato da novembre              grande quantità di merci prodotti negli insediamenti, il suo              valore ammonta a 2 milioni di dollari. La campagna però non              include i prodotti israeliani, sul quale dipende il popolo palestinese.              Numerosi gruppi locali hanno lanciato diverse campagne in passato              per boicottare il commercio con Israele ma spesso non hanno riscontrato              successo.</p>
<p>Responsabili palestinesi stimano che le aziende israeliane negli insediamenti              vendono annualmente nel mercato palestinese circa 500 milioni di dollari,              merci che vanno dai materiali per la costruzione fino ai tostati misti.              Gli attivisti palestinesi considerano che boicottare il commercio              con gli insediamenti taglierà un sostegno economico importante              ad esse che continuano ad occupare la terra dove i palestinesi vorrebbero              far nascere il loro stato.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;">Controlli:</span><br />
La campagna ha come obiettivo boicottare 50 prodotti e i responsabili              doganali palestinesi avranno il diritto di confiscare tutti i prodotti              israeliani presenti sugli scaffali dei negozi palestinesi qualora              si accertano che essi siano stati prodotti nelle colonie.</p>
<p>Il Signor Nofel, attivista, ha dichiarato che i coloni imbrogliano per              aggirare i controlli e ingannare i consumatori, per esempio confezioni              di datteri esportati verso la Turchia portano l’immagine della              moschea della roccia per dare un carattere islamico al prodotto come              se fosse stato fatto dai palestinesi.</p>
<p>Secondo gli accordi tra l’Unione europea e Israele i prodotti              delle colonie situati in cisgiordania e nel Gulan non godono dagli              sgravi doganali come i prodotti israeliani.</p>
<p>Israele ha criticato la Gran Bretagna a dicembre perché l’ultima              ha ordinato i grandi magazzini di mettere un segno chiaro sui prodotti              delle colonie per distinguerli dai prodotti israeliani. I palestinesi              credono però che la maggior parte dei prodotti sfugge ai controlli              e gode dagli sgravi doganali lo stesso.</p>
</div>
<p>Da: <a href="http://www.aljazzera.net/" target="_blank">www.aljazzera.              net</a></p>
<p><a href="http://www.forumpalestina.org/news/2010/Gennaio10/18-01-10ParteCampagnaPalestinese.htm">da Forum Palestina</a></p>
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		<title>PLAF chiede difesa dei lavoratori palestinesi</title>
		<link>http://www.palestinalibera.org/2010/01/plaf-chiede-difesa-dei-lavoratori-palestinesi/</link>
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		<pubDate>Sun, 17 Jan 2010 13:15:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Boicottaggio]]></category>
		<category><![CDATA[campagna BDS]]></category>

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		<description><![CDATA[Il              Progressive Labor Action Front (PLAF) chiede il boicottaggio di Histadrut              e la difesa dei lavoratori palestinesi
Il Progressive Labor Action Front palestinese        [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;"><span style="color: #ff0000;"><strong>Il              Progressive Labor Action Front (PLAF) chiede il boicottaggio di Histadrut              e la difesa dei lavoratori palestinesi</strong></span></h3>
<p style="text-align: justify;">Il Progressive Labor Action Front palestinese              ha invitato tutte le organizzazioni sindacali internazionali e arabe,              le organizzazioni e le associazioni dei lavoratori, in particolare              l&#8217;Organizzazione Internazionale del Lavoro e la Confederazione Internazionale              dei Sindacati Indipendenti, a boicottare l’Histadrut [organizzazione              sindacale sionista, ndt]. In una dichiarazione del 4 gennaio 2009,              il PLAF ha sottolineato che l&#8217;Histadrut non è un normale sindacato              ma una parte integrante dello Stato di occupazione razzista e della              sua macchina militare.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-871"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Il PLAF ha rilevato che i lavoratori palestinesi all&#8217;interno della              Linea Verde sono sottoposti a arresto e a persecuzione fino alla morte,              ed ha invocato unità di fronte a questi crimini che hanno causato              la morte di 33 lavoratori palestinesi nel corso dell&#8217;anno passato              e l&#8217;arresto di oltre 6500 lavoratori palestinesi da parte delle forze              di occupazione israeliane. La dichiarazione del PLAF ha sottolineato              come l&#8217;Histadrut non abbia fatto quasi nulla per proteggere i lavoratori              palestinesi all&#8217;interno della Linea Verde, e ha chiesto che contro              di esso vengano applicate sanzioni economiche e politiche e ne sia              sancito l’isolamento insieme a tutte le altre istituzioni dello              Stato di Israele.</p>
<p style="text-align: justify;">La dichiarazione ha condannato l&#8217;arresto di sessanta lavoratori palestinesi,              rinchiusi in un camion in condizioni molto pericolose nella regione              di Bir Saba, il cui unico pensiero era di ottenere un lavoro per dare              alle loro famiglie di che vivere. Il PLAF sottolineato l&#8217;entità              della tragedia nei confronti della popolazione palestinese, rimarcando              gli alti tassi di disoccupazione, la povertà e la mancanza              di accesso al lavoro nelle istituzioni locali e la debolezza e la              mancanza di supporto da parte di qualsiasi programma o organismo nell’affrontare              questo problema a livello ufficiale, il che conduce le persone in              cerca di lavoro in situazioni pericolose e nelle trappole mortali              dell’occupante.</p>
<p style="text-align: justify;">Il PLAF invita i sindacati palestinesi a risolvere i loro problemi              interni e intervenire sui problemi che riguardano i nostri lavoratori              e domanda che tutti gli organismi ufficiali considerino i lavoratori              palestinesi come una priorità e una parte della lotta nazionale,              e che siano sviluppate e offerte opportunità alternative ai              lavoratori palestinesi diverse da quelle nelle colonie e nelle zone              industriali costruite sulla nostra terra rubata dall&#8217;occupazione e              dai coloni.</p>
<p style="text-align: justify;">La dichiarazione ha chiesto una ricostruzione democratica e complessiva              del movimento sindacale palestinese al fine di svolgere il suo ruolo              necessario nella lotta nazionale, per affrontare le questioni e le              sofferenze dei lavoratori, per lottare contro i continui soprusi da              parte delle forze di occupazione e dei coloni.</p>
<p><em>da FPLP &#8211; www.pflp.ps<br />
Traduzione dall&#8217;inglese per www.resistenze.org a cura del Centro di              Cultura e Documentazione Popolare</em></p>
<p style="text-align: justify;">su <a href="http://www.forumpalestina.org/news/2010/Gennaio10/15-01-10PLAF.htm">Forum Palestina</a></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Comunicato su campagna BDS</title>
		<link>http://www.palestinalibera.org/2010/01/comunicato-su-campagna-bds/</link>
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		<pubDate>Sat, 16 Jan 2010 23:44:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Boicottaggio]]></category>
		<category><![CDATA[campagna BDS]]></category>

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		<description><![CDATA[
Gennaio 2010
Le continue violazioni da parte di Israele dei diritti umani dei Palestinesi hanno raggiunto limiti intollerabili sia in Israele sia nei Territori Palestinesi Occupati (TPO) ed a Gaza. Oltre le violazioni del diritto internazionale, sancito da numerose dichiarazioni della Nazioni Unite alle quali Israele ha formalmente aderito, Israele si è reso colpevole di gravissimi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Gennaio 2010</em></p>
<p style="text-align: justify;">Le continue violazioni da parte di Israele dei diritti umani dei Palestinesi hanno raggiunto limiti intollerabili sia in Israele sia nei Territori Palestinesi Occupati (TPO) ed a Gaza. Oltre le violazioni del diritto internazionale, sancito da numerose dichiarazioni della Nazioni Unite alle quali Israele ha formalmente aderito, Israele si è reso colpevole di gravissimi crimini contro l’Umanità.  Recentemente a Gaza l’esercito israeliano ha compiuto un immane massacro di civili, con oltre 1400 morti tra cui numerosi bambini ed infanti, ben documentato nella relazione della Commissione di inchiesta delle Nazioni Unite, presieduta dal giudice Goldstone. Un simile massacro era stato commesso da Israele nel 2006, in Libano. L’invasione da parte di coloni israeliani, appoggiati dall’esercito, nei TPO di Cisgiordania, è proseguita e prosegue tuttora, accompagnata dalla espulsione dei Palestinesi dalle loro case e dalle loro terre. A nulla sono valse, sinora, le condanne da parte di varie Istituzioni delle Nazioni Unite: Israele non ha ascoltato nessuna delle ingiunzioni, forte dell’appoggio degli Stati Uniti d’America e del colpevole silenzio o comunque mancanza di sanzioni da parte dell’Unione Europea.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-841"></span></p>
<p style="text-align: justify;">In questa situazione, occorre arrivare ad un nuovo livello di attivismo e di presenza politica a fianco dei Palestinesi. Può avere risultati importanti e duraturi un’iniziativa delle nazioni che rispettano il Diritto Internazionale e che sanzioni Israele sia moralmente sia economicamente. L’iniziativa si è sviluppata, con numerosi consensi di Associazioni, e persone singole, in tutto il mondo, e richiede il <span style="color: #ff0000;"><strong>Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS)</strong></span> economiche e politiche di Israele. Questo significa disinvestire da attività economiche in Israele o da cui Israele tragga vantaggio ( o comunque approvare e sostenere il disinvestimento, per chi non è investitore di capitali), e richiedere sanzioni politiche ed economiche contro Israele, che aboliscano ogni associazione di Israele ad attività militari ed economiche della Comunità Europea e degli USA. Dagli USA infatti provengono enormi sovvenzioni alle attività militari di Israele (il finanziamento militare, rinnovato dall’amministrazione Obama, ammonta a 4,1 miliardi di dollari per il 2010). L’Europa fornisce molto rilevanti finanziamenti per la ricostruzione di case e strutture palestinesi che vengono continuamente distrutte da Israele, senza che dalla Comunità Europea né dai singoli paesi vengano adottate sanzioni che vadano oltre le proteste verbali, sistematicamente ignorate da Israele. Occorre anzi osservare che Israele gode di speciali privilegi negli scambi culturali e cultural-commerciali con l’Europa. Su questo dobbiamo prendere una posizione di severa sanzione, tale da render noto agli studiosi, artisti ed accademici israeliani che debbono rendersi conto che la loro posizione nei riguardi della politica del loro governo verso i palestinesi non può essere neutrale. Essi debbono dichiarare apertamente il loro giudizio sulle azioni del loro Paese contro tutte le libertà dei palestinesi (compresa quella di far funzionare scuole ed università), sia quelli che hanno la cittadinanza israeliana sia gli abitanti dei Territori Occupati: simile dichiarazione hanno firmato 403 universitari israeliani, su un totale di circa 9000. Richiami al coraggio di agire, scrivere e parlare per la libertà e la uguaglianza dei palestinesi sono stati fatti  da alcune ed alcuni israeliane/i noti nel mondo della cultura, dell’informazione ed accademici; ed in modo eccellente dai giovani che rifiutano il servizio militare nell’esercito oppressore. Dobbiamo proporre, rinunciando al termine “boicottaggio”, appropriato per gli scambi commerciali ma non per gli scambi culturali, che sia richiesto a studiosi ed artisti israeliani che vengano a comunicare in Italia ed in Europa, di dichiarare il loro pensiero sulla oppressione gravissima dei diritti umani e civili dei palestinesi e sui massacri come a Gaza ed in Libano, che non hanno il diritto di ignorare.</p>
<p style="text-align: justify;">Unendosi all’European Jews for a Just Peace (EJJP) di cui fa parte, ECO aderisce al programma BDS, e si impegna ad esaminare caso per caso le azioni da intraprendere, in solidarietà con EJJP e con le organizzazioni palestinesi che hanno proposto il <a href="http://www.pacbi.org/">progetto PACBI</a>.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="Rete ECO (Ebrei Contro l'Occupazione)"><em>Rete ECO (Ebrei Contro l&#8217;Occupazione)</em></a></p>
<p style="text-align: justify;">
]]></content:encoded>
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		<title>Il ghetto di Gaza, un anno dopo il massacro</title>
		<link>http://www.palestinalibera.org/2010/01/il-ghetto-di-gaza-un-anno-dopo-il-massacro/</link>
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		<pubDate>Fri, 15 Jan 2010 00:03:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[campagna BDS]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>
		<category><![CDATA[Gaza]]></category>

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		<description><![CDATA[di Silvia Cattori
Il 27 dicembre 2008, in tre minuti, ottanta bombardieri              F16 dell’aviazione israeliana sganciavano più di cento tonnellate              volando da nord a sud, da Beit Hanoun fino a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div style="text-align: justify;"><em>di Silvia Cattori</em></div>
<div style="text-align: justify;">Il 27 dicembre 2008, in tre minuti, ottanta bombardieri              F16 dell’aviazione israeliana sganciavano più di cento tonnellate              volando da nord a sud, da Beit Hanoun fino a Rafah.</div>
<div style="text-align: justify;">
<p>Era l’inizio della barbara aggressione                chiamata « Piombo fuso » ; l’inizio di una guerra criminale                contro un popolo indifeso che avrebbe provocato, in tre settimane,                1.400 morti dei quali piu di 410 bambini, 5.300 feriti, mutilati,                dei quali 2.400 donne e bambini, decine di migliaia di senza tetto,                fra una popolazione civile già esangue dopo i lunghi mesi della                chiusura di Gaza da parte di Israele ; un blocco totale che l’aveva                privata di cibo e di ogni prodotto essenziale, come i farmaci, il                gas, il carburante, in violazione di tutte le convenzioni internazionali.</p>
<p><span id="more-809"></span></p>
<p>Oggi, un anno dopo questo diluvio                di fuoco che aveva devastato tutto, la popolazione di Gaza, indebolita,                morente, tenta disperatamente di sopravvivere tra rovine e privazioni.                Negli ospedali mancano medicine e pezzi di ricambio. Le condotte                dell’acqua potabile e quelle di scarico delle acque reflue                sono in condizioni spaventose. La situazione igienica mette in pericolo                la salute delle persone. Israele impedisce anche l’ingresso                dei materiali necessari alla ricostruzione.</p>
<p>Il lasciar fare da parte dell’Occidente                che protegge lo Stato canaglia di Israele, invece di bandirlo dalle                nazioni, è uno scandalo enorme. Un milione e mezzo di persone &#8211;                delle quali oltre la metà sono bambini &#8211; restano all’infinito                soffocati, rinchiusi alla conoscenza e alla visione del mondo in                quella che Israele, con il suo ermetico blocco, ha trasformato in                una mostruosa prigione.</p>
<p>E cosa fanno di fronte a questa situazione                i nostri vili governanti che amano tanto presentarsi come difensori                dei Diritti dell’Uomo?</p>
</div>
<p style="text-align: justify;">Assolutamente niente. Partecipano                alle commemorazioni di massacri avvenuti oltre 60 anni fa, ma non                vogliono fare nulla per costringere Israele a metter fine al più                grande e terrificante crimine contro l’umanità della nostra                epoca : il ghetto di Gaza. Un ghetto                che incarna il martirio di tutto un popolo lasciato in abbandono                ; un martirio che si compie sotto i loro occhi mentre loro restano                in silenzio ; invece hanno i mezzi per agire, i mezzi per far ascoltare                la loro voce. Questo è imperdonabile. E, per i milioni di persone                solidali con la popolazione angosciata di Gaza, è un altro scandalo.</p>
<p style="text-align: justify;">A dispetto dei numerosi appelli di                eminenti personalità [1],                a dispetto delle grida d’allarme di diverse commissioni Onu                 [2] , a dispetto                del rapporto Goldstone che denuncia i crimini di guerra commessi                dall’esercito israeliano [3] , i nostri governi rifiutano di esercitare la benché minima reale                pressione su Israele affinché metta fine a questa situazione vergognosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Decine di migliaia di cittadini disgustati                da questa ingiustizia hanno cominciato a muoversi e ad agire per                tentare di rompere questo blocco mortale inflitto alla popolazione                di Gaza. Sono partiti via mare [4] o via terra  [5].                Agiscono per isolare Israele come un tempo il Sud Africa dell’apartheid [6].                Denunciano tutti gli Stati, direttamente o indirettamente complici,                che si fanno beffe dei loro popoli.</p>
<p style="text-align: justify;">Il governo del mio paese, come tutti                i governi che collaborano con Israele lasciandolo impunito, sono                complici delle sofferenze che infligge a centinaia di migliaia di                bambini traumatizzati, complici delle punizioni collettive che impone                a un milione e mezzo di persone con l’assedio di Gaza.</p>
<p style="text-align: justify;">Taluni governi partecipano direttamente,                come i governi statunitense e francese, impegnati in questo momento                a sigillare la frontiera sud della striscia di Gaza con un muro                metallico sotterraneo [7] destinato a chiudere tutti i tunnel sotterranei attraverso i quali                arriva ancora un po’ di cibo alla popolazione, e ad affamarla                con la speranza che finisca per rivoltarsi contro Hamas. In altre                parole, per ragioni politiche, essi si associano cinicamente a una                punizione collettiva che viola oltraggiosamente il diritto internazionale.                Si associano di fatto alla politica repressiva del dittatore egiziano                Hosni Moubarak, che si ingegna a moltiplicare gli ostacoli al passaggio                dei convogli umanitari organizzati dai volontari internazionali                verso Gaza.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo stesso momento, dopo un                lungo giro attraverso Belgio, Lussemburgo, Germania, Austria, Italia,                Grecia, Turchia e Siria, i 150 veicoli e le 400 persone del convoglio                di aiuto umanitario « Viva Palestina 3 »  [8] , partiti da Londra il 6 dicembre sono bloccati da due giorni a                Aqaba in Giordania, con il divieto di entrare in Egitto e i partecipanti                si apprestano ad iniziare uno sciopero della fame per ottenere il                passaggio. Un grande avvenimento del quale la nostra stampa non                proferisce parola, come sempre quando si tratta di denunciare la                situazione imposta a Gaza.</p>
<p style="text-align: justify;">Il deputato britannico George Galloway,                che viaggia con il convoglio, ha dichiarato : « Israele                mantiene l’assedio a Gaza da tre anni e mezzo in violazione                al diritto internazionale. Non lascia entrare alcun aiuto o materiale                per la ricostruzione dopo il suo attacco di inizio anno. Il nostro                convoglio è determinato a rompere l’assedio per portare il                necessario aiuto. Nel nostro campo, a Aqaba, il morale è alto e                noi non andremo in nessun luogo diverso da Gaza ».</p>
<p style="text-align: justify;">Solo la pressione dell’opinione                pubblica potrà riuscire a costringere l’Egitto, alleato di                Israele nel blocco di Gaza, a aprire le porte dell’inferno,                e a obbligare i governi occidentali, e i loro altri alleati fra                i dittatori arabi, a prendere le distanze dalla loro criminale complicità                e finalmente ad agire affinché Israele sia sanzionato.</p>
<p style="text-align: justify;">Le manifestazioni organizzate, dal                27 dicembre a metà gennaio, per accompagnare la campagna internazionale                « Marcia della libertà » indicano la strada                da seguire [9].                L’impegno coraggioso e ammirevole di migliaia di cittadini,                di 43 paesi, si sviluppa in questo momento come un’onda irresistibile,                basterà per obbligare finalmente i nostri governi ad agire?</p>
<div>
<p><em>Traduzione di Khadija Anna l. Pighizzini (10.01.2010)</em></p>
<p><em>Originale in francese (26.12.2009):<br />
<a href="http://www.silviacattori.net/article1054.html" target="_blank">http://www.silviacattori.net/article1054.html</a></em></p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
</div>
<p><strong><span style="color: #000000; font-size: x-small;">[1]</span></strong><span style="font-size: x-small;"> Si veda ad esempio : « <a href="http://www.ledevoir.com/international/proche-orient/255408/conflit-israelo-palestinien-jimmy-carter-denonce-le-blocus-israelien-a-gaza" target="_blank">Conflit              israélo-palestinien &#8211; Jimmy Carter dénonce le blocus israélien à Gaza</a> », <em>ledevoir.com</em>, 17 giugno 2009.</span></p>
<p><span style="font-size: x-small;"><strong><span style="color: #000000; font-size: x-small;">[2]</span></strong> Si veda ad esempio : « <a href="http://www.reuters.com/article/idUSN03348782._CH_.2400" target="_blank">U.N.              official pleads for opening of Gaza borders</a> », di Louis Charbonneau,              <em>Reuters</em>, 3 aprile 2009.</span></p>
<p><span style="font-size: x-small;">In una dichiarazione, fatta a New              York il 24 dicembre 2009, all’avvicinarsi del triste anniversario              del massacro israeliano, Richard Falk, relatore Onu per i Diritti              dell’Uomo nei territori occupati, ha chiamato a sanzionare l’occupazione              e all’obbligo di levare il blocco contro Gaza. Ha dichiarato              che « <em>le sofferenze di un milione e mezzo di persone              colpite dal blocco sionista prosegue senza alcuna obiezione da parte              della comunità internazionale</em> » e ha sottolineato che « <em>l’attuale              situazione costituisce un fallimento catastrofico dei principali governi              nell’onorare le loro responsabilità</em> ».</span></p>
<p><span style="font-size: x-small;"><strong><span style="color: #000000; font-size: x-small;">[3]</span></strong> Si veda : « <a href="http://www2.ohchr.org/english/bodies/hrcouncil/specialsession/9/FactFindingMission.htm" target="_blank">United              Nations Fact Finding Mission on the Gaza Conflict</a> », 29 settembre              2009 (testo in diverse lingue).</span></p>
<p><span style="font-size: x-small;"><strong><span style="color: #000000; font-size: x-small;">[4]</span></strong> Diverse imbarcazioni del Movimento « Free Gaza » sono riuscite a spezzare              l’assedio. Si veda in proposito :<br />
« <a href="http://www.silviacattori.net/article524.html" target="_blank">Nous              l’avons fait</a> », di Silvia Cattori, <em>silviacattori.net</em>,              25 agosto 2008.</span></p>
<p><span style="font-size: x-small;"><strong><span style="color: #000000; font-size: x-small;">[5]</span></strong> Si veda il sito di Viva Palestina :<br />
<a href="http://www.vivapalestina.org/home.htm" target="_blank">http://www.vivapalestina.org/home.htm</a></span></p>
<p><span style="font-size: x-small;"><strong><span style="color: #000000; font-size: x-small;">[6]</span></strong>Si              veda il sito della campagna Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni              (BDS) contro Israele :<br />
<a href="http://www.bdsmovement.net/" target="_blank">http://www.bdsmovement.net/</a></span></p>
<p><span style="font-size: x-small;"><strong><span style="color: #000000; font-size: x-small;">[7]</span></strong> Si veda : « <a href="http://www.info-palestine.net/article.php3?id_article=7804" target="_blank">L’Egypte              et les Etats-Unis mettent tout en œuvre pour étouffer Gaza</a> »,              <em>info-palestine.net</em>, 15 dicembre 2009.</span></p>
<p><span style="font-size: x-small;">Secondo tutte le recenti e scioccanti              rivelazioni, ufficiali francesi partecipano con i militari statunitensi              alla supervisione di questo nuovo muro di metallo ; si veda :<br />
« <a href="http://www.voltairenet.org/article163396.html" target="_blank">Gaza              : la France supervise le prolongement du Mur de séparation</a> »,              <em>Réseau Voltaire</em>, 26 dicembre 2009.</span></p>
<p><span style="font-size: x-small;">Occorre osservare che la nuova politica              della Francia, messa in atto da Sarkozy dopo il suo arrivo al potere,              ha aggravato la già terrificante situazione dei Palestinesi. Essa              comporta disgrazie e danni assai grandi. Di recente, in seno all’Unione              Europea, è la Francia di Sarkozy e Kouchner che ha difeso la posizione              di Israele, sulla questione di Gerusalemme, opponendosi a quella della              Svezia che era più corretta verso i Palestinesi.</span></p>
<p><span style="font-size: x-small;"><strong><span style="color: #000000; font-size: x-small;">[8]</span></strong>Si              veda :<br />
il sito di Viva Palestina : <a href="http://www.vivapalestina.org/home.htm" target="_blank">http://www.vivapalestina.org/home.htm</a><br />
« <a href="http://english.aljazeera.net/news/middleeast/2009/12/20091225145733609177.html" target="_blank">Egypt              urged to allow Gaza aid</a> », <em>aljazeera.net</em>,              26 dicembre 2009.</span></p>
<p><span style="font-size: x-small;"><strong><span style="color: #000000; font-size: x-small;">[9]</span></strong> Si veda :<br />
« <a href="http://www.gazafreedommarch.org/article.php?id=5248" target="_blank">International              Campaign in Support of the Gaza Freedom March : Hundreds of Unison              Actions Assembled around the World</a> »</span></p>
<p><span style="font-size: x-small;"> Elenco delle azioni di solidarietà              previste :<br />
<a href="http://salsa.democracyinaction.org/o/424/p/salsa/event/common/public/index.sjs?distributed_event_KEY=548" target="_blank">http://salsa.democracyinaction.org/o/424/p/salsa/event/common/public/index.sjs?distributed_event_KEY=548</a></span></p>
<p><span style="font-size: x-small;"><a href="http://salsa.democracyinaction.org/o/424/p/salsa/event/common/public/index.sjs?distributed_event_KEY=548" target="_blank"></a></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-size: x-small;"><a href="http://salsa.democracyinaction.org/o/424/p/salsa/event/common/public/index.sjs?distributed_event_KEY=548" target="_blank"></a></span></p>
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