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	<title>Comitato di solidarietà con il popolo palestinese &#187; Diritti Umani</title>
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		<title>Il Libano spaccato su diritti civili a palestinesi</title>
		<link>http://www.palestinalibera.org/2010/06/il-libano-spaccato-su-diritti-civili-a-palestinesi/</link>
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		<pubDate>Wed, 16 Jun 2010 08:06:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>
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		<description><![CDATA[I partiti della destra cristiana contro emendanti alle leggi che oggi negano una esistenza dignitosa ai profughi.
Roma, 16 giugno 2010, Nena News
Continua nel Parlamento libanese il dibattito sulla proposta volta ad emendare le leggi che oggi negano diritti civili fondamentali ai circa 400mila profughi palestinesi che dal 1948 vivono nel Paese dei Cedri.
La stampa locale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4>I partiti della destra cristiana contro emendanti alle leggi che oggi negano una esistenza dignitosa ai profughi.</h4>
<p>Roma, 16 giugno 2010, <a href="http://www.nena-news.com/?p=1665">Nena News</a><br />
Continua nel Parlamento libanese il dibattito sulla proposta volta ad emendare le leggi che oggi negano diritti civili fondamentali ai circa 400mila profughi palestinesi che dal 1948 vivono nel Paese dei Cedri.</p>
<p>La stampa locale riferisce che ieri, alla seconda seduta sull’argomento dopo la prima tenuta a febbraio, il presidente del Parlamento, lo sciita Nabih Berri, ha fatto fatica a contenere le proteste e le urla di oppositori e sostenitori del miglioramento della condizione dei rifugiati palestinesi. In discussione ci sono la possibilità per i profughi di poter acquistare proprietà,  svolgere attività professionali, fare decine di lavori dai quali oggi sono preclusi.<br />
<span id="more-2773"></span><br />
Promotori degli emendamenti sono i deputati Walid Jumblatt,  Elie Aoun and Alaaeddine Terro che godono del sostegno dei sunniti di Mustaqbal (il partito del premier Saad Hariri) e degli sciiti dei movimenti Hezbollah e Amal. Contro si sono schierati i deputati cristiani della Corrente dei Liberi Patrioti (guidata dall’ex generale Michel Aoun, uno degli alleati di Hezbollah) e quelli della destra estrema cristiana di Forze Libanesi e Falange. I deputati cristiani chiedono che eventuali emendamenti alle leggi vigenti in materia vengano decisi con il «consenso nazionale» e non attraverso votazioni in Parlamento. Una richiesta che, se accolta, di fatto impedirebbe qualsiasi novità legislativa a favore dei profughi palestinesi.</p>
<p>Lo scontro in Parlamento riflette l’opposizione che da sempre i cristiani libanesi (e non solo loro) hanno nei confronti di qualsiasi possibilità di miglioramento della condizione dei profughi che, a loro avviso, potrebbe portare alla «naturalizzazione» dei palestinesi (che sono musulmani sunniti) e ad alterare l’attuale composizione demografica e confessionale del Paese dei Cedri dove oggi i cristiani non superano il 30% della popolazione (dato non ufficiale). Una posizione che gli attivisti dei diritti civili ritengono fondata, in realtà, su un «pregiudizio razzista» e, in ogni caso, insostenibile di fronte a quanto prevedono le leggi internazionali.</p>
<p>Da parte loro i palestinesi ribadiscono che il loro obiettivo era e rimane quello di tornare nella loro terra d’origine sulla base della Risoluzione 194 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu e assicurano di non puntare a diventare residenti permanenti o cittadini libanesi. Allo stesso tempo chiedono il miglioramento delle loro condizioni di vita «in attesa della attuazione della 194».</p>
<p>I palestinesi sono stati largamente coinvolti nella guerra civile che ha devastato il Libano tra il 1975 e il 1990 e vittime di massacri che hanno fatto migliaia di vittime. (red) Nena News</p>
<p>Vedi anche altri articoli su Nena &#8211; News:<br />
<a href="http://www.nena-news.com/?p=1660">GAZA: DAL LIBANO NAVE DI DONNE CONTRO BLOCCO</a><br />
<a href="http://www.nena-news.com/?p=742">NAKBA;PROFUGHI IN LIBANO:”NON RINUNCIAMO A DIRITTO RITORNO”</a><br />
<a href="http://www.nena-news.com/?p=597">LIBANO, SLEIMAN RIBADISCE LEGALITA’ ARMI HEZBOLLAH</a></p>
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		<title>1 maggio in Palestina</title>
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		<pubDate>Sun, 09 May 2010 13:46:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>
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		<category><![CDATA[Occupazione]]></category>

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DISOCCUPAZIONE ALLE STELLE IN CISGIORDANIA E GAZA
Roma, 01 maggio 2010 (Nena-News)
Da più parti si parla di ”crescita economica” nei Territori palestinesi occupati, almeno in riferimento alla Cisgiordania visto che la Striscia di Gaza è stretta nella morsa del blocco israeliano.  Ma la realtà è ben diversa.  Secondo un recente rapporto dell’Ufficio Centrale di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span id="more-2341"></span></p>
<h3>DISOCCUPAZIONE ALLE STELLE IN CISGIORDANIA E GAZA</h3>
<h4>Roma, 01 maggio 2010 (<a href="http://www.nena-news.com/?p=257">Nena-News</a>)</h4>
<p>Da più parti si parla di ”crescita economica” nei Territori palestinesi occupati, almeno in riferimento alla Cisgiordania visto che la Striscia di Gaza è stretta nella morsa del blocco israeliano.  Ma la realtà è ben diversa.  Secondo un recente rapporto dell’Ufficio Centrale di Statistica palestinese, che ha comparato i già drammatici dati del 2008 sulla disoccupazione con quelli relativi al 2009, l’esclusione della popolazione palestinese dal mondo del lavoro interessa una percentuale sempre più alta di persone. Il tasso di disoccupazione in Cisgiordania ha raggiunto una media del 17,8%, con il 17,6 % per gli uomini e il 18,8 % per le donne, mentre quello nella Striscia di Gaza ha raggiunto il 38,6 %, coinvolgendo per il 37,3 % la popolazione maschile e per il 45,8 quella femminile. Secondo il rapporto, inoltre, la fascia della popolazione maggiormente colpita è quella dei giovani tra i 15 e i 24 anni, con il 37,2% per i maschi e il 46,9% per le femmine. In Cisgiordania il tasso di disoccupazione più alto è stato registrato nel governatorato di Qalqiliya, con il 23,4% di disoccupati, seguito dal 22,5% rilevato ad Hebron, il 21,8% a Tulkarem, il 20,2% a Betlemme. Nella Striscia di Gaza il maggior numero di disoccupati si concentra a Khan Younis con il 49,3%, seguito dal 38,4% di Rafah, e dal 35,2% di Deir Al-Balah. Il recente decreto israeliano che ha dato una pesante impennata alle politiche di espulsione dei lavoratori impegnati in Cisgiordania, ma con residenza nella Striscia di Gaza, interesserà inoltre per il 17% il settore pubblico. La conferma, se ce ne fosse bisogno, che la tragica situazione nel mondo del lavoro palestinese è la necessaria conseguenza delle politiche di occupazione, è contenuta in un altro rapporto dello scorso febbraio, redatto da due associazioni per i diritti umani, l’Alternative Information Centre e Kav La’Oved, risultato di una ricerca condotta con il contributo di alcuni economisti israeliani, secondo cui negli ultimi quattro decenni Israele ha “rubato” alla popolazione palestinese dei territori occupati oltre 2 miliardi di dollari, detraendoli dai contributi per le prestazioni sociali, alle quali i lavoratori non hanno mai avuto accesso. Secondo le informazioni fornite da funzionari israeliani, la maggior parte delle deduzioni “sono state investite in progetti di infrastrutture nei territori palestinesi”, un riferimento alle massicce sovvenzioni statali concesse all’ampliamento delle colonie. Complice della frode, aggiunge il rapporto, è la Histadrut, la federazione israeliana del lavoro, che continua a riscuotere una tassa mensile dai salari dei lavoratori palestinesi, senza che essi abbiano realmente diritto alla rappresentanza sindacale. “Questo è un chiaro caso di furto dei salari dei lavoratori palestinesi su grande scala” – ha detto Shir Hever, economista di Gerusalemme e uno degli autori del rapporto, che ha aggiunto – “non ci sono ragioni che giustifichino il ritardo di Israele nella restituzione del denaro ai lavoratori o ai loro beneficiari”. Le deduzioni iniziarono ad essere realizzate nel 1970, quando i lavoratori palestinesi cominciarono ad entrare in numero significativo in Israele, per la maggior parte impiegati come operai nel settore agricolo e edilizio. Generalmente i lavoratori perdono un quinto del loro stipendio per detrazioni che dovrebbero coprire la cassa pensioni, l’indennità di disoccupazione, l’assicurazione di invalidità, gli assegni familiari, le tasse sindacali, le ferie, l’indennità di malattia e l’assicurazione sanitaria. In pratica, tuttavia, i lavoratori hanno diritto solo alle prestazioni d’invalidità, in caso di infortuni sul lavoro, e sono assicurati contro la perdita del posto di lavoro solo se il datore di lavoro va in bancarotta. In totale, solo una frazione dei contributi, meno dell’ 8%, è stato utilizzato per la liquidazione delle prestazioni ai lavoratori palestinesi. Il resto è stato segretamente trasferito al Ministero delle Finanze. Ministero che ha definito i risultati del rapporto “inesatti e fuorvianti”, mentre l’Histadrut lo ha definito “pieno di bugie “, senza tuttavia confutare ufficialmente i calcoli contenuti nella relazione. “Una parte dei fondi dei lavoratori palestinesi – osserva ancora il rapporto – è stata spesa per le stufe portatili per i militari israeliani nelle tre settimane dell’operazione Piombo Fuso condotta a Gaza lo scorso anno”. È così che, mentre la popolazione palestinese muore sotto le bombe, chi resta perde il lavoro e il salario. (red)</p>
<h3>LE DONNE PALESTINESI CHIEDONO PIU’ ACCESSO AL LAVORO</h3>
<h4>Servizio speciale per Nena-news di Elena Hogan*</p>
<p>Gerusalemme, 01 maggio 2010 (<a href="http://www.nena-news.com/?p=232">Nena-News</a>)</h4>
<p>Soltanto il 15% delle donne nei Territori occupati palestinesi fa parte della popolazione attiva. Benché questa percentuale sia aumentata dal 11% del 1994, data di costituzione dell’ANP, grazie alla creazione di un settore pubblico che ha garantito maggiori opportunità lavorative per le donne, Amna Rimawi, segretaria del dipartimento femminile e presidente del settore agricoltura e industria alimentare del PGFTU (Palestinian General Federation of Trade Unions) specifica che il tasso di disoccupazione all’interno di questo già esiguo 15% sia alto e continui a salire: “Registriamo un tasso di disoccupazione femminile intorno al 37% solo in Cisgiordania”.</p>
<p>Accendendosi una sigaretta nel suo ufficio a Ramallah, Rimawi, storica sindacalista e membro del PGFTU sin dal 1978, descrive come prioritario ottenere migliori condizioni lavorative per le donne così come sancite dalla legislazione palestinese sul lavoro del dicembre 2001. “Gli uomini e le donne”, spiega, “dovrebbero essere pagati equamente secondo la legge. Ma in realtà in molti settori le donne guadagnano il 60% del salario percepito da un uomo. Per legge le donne hanno diritto alla maternità, ma spesso donne incinte non hanno di fatto alcuna protezione”.</p>
<p>Rimawi e il PGFTU si battono per rappresentare circa 27.000 lavoratrici (il 10% degli iscritti) tra Cisgiordania e Striscia di Gaza, confrontandosi con molteplici problematiche. Innanzitutto, le limitazioni imposte dall’occupazione israeliana: se dieci anni fa un quarto della forza lavoro palestinese lavorava in Israele, oggi il Muro che taglia la Cisgiordania e la chiusura ermetica di Gaza la soffocano dentro spazi sempre più ristretti. Il mercato del lavoro così ingabbiato, a sua volta favorisce gli uomini, che, secondo la legge islamica devono provvedere al sostentamento delle loro famiglie. “I più poveri tra i poveri hanno sempre una donna come capofamiglia”, afferma Rimawi, “e una donna che mantiene da sola i suoi figli accetterebbe qualunque condizione di lavoro, anche quando è consapevole dei propri diritti. Per questo è importante organizzare le donne in sindacati”.</p>
<p>Una struttura sociale conservatrice e patriarcale, legittimata su basi religiose o meno, limita sia l’inclusione delle donne nel mercato del lavoro, sia il loro potere decisionale al suo interno. “Quasi mai si vede un direttore generale donna nel settore privato e raramente una donna ricopre un ruolo decisionale”, sottolinea Rimawi.</p>
<p>Mentre a Gaza Hamas comprime le attività dei sindacati e ne limita la partecipazione femminile, in Cisgiordania la politica liberista perseguita dal governo Fayyad, sponsorizzata dagli Stati Uniti, a sua volta indebolisce i sindacati (nonostante l’alleanza tra il PGFTU e al-Fatah). Ai sindacati, infatti, è stata recentemente negata la possibilità di partecipare ad importanti riunioni internazionali di investimento a Betlemme ed a Londra, dove accordi transnazionali che modelleranno il futuro economico della Cisgiordania vengono siglati senza la presenza di alcuna rappresentanza di lavoratori.</p>
<p>Ma sia in Cisgiordania che a Gaza, la grande maggioranza delle donne non è nemmeno riconosciuta come parte della popolazione attiva. Come ribadisce Sawsan Saleh, direttore di AOWA (Association of Women’s Action for Training and Rehabilitation): “Di fatto il 100% delle donne palestinesi lavora… ma in casa, non pagate né ufficialmente riconosciute. E nelle zone rurali lavorano anche la terra, oppure coltivano l’orto di famiglia e badano agli animali”. In questo contesto, AOWA lavora per rafforzare il ruolo delle donne nella società palestinese in senso lato—a livello familiare, culturale, lavorativo e decisionale—attraverso programmi mirati ad arricchire la loro cultura personale e a garantire i finanziamenti e la formazione necessaria per iniziare o sviluppare attività generatrici di reddito. Allo stesso modo, gran parte del lavoro del dipartimento delle donne del PGFTU si focalizza su programmi finalizzati ad aumentare il numero di donne lavoratrici.</p>
<p>A prescindere dal sentiero culturale o politico che una comunità scelga di percorrere, le donne rimangono il 50% della società, e, come afferma Rimawi, “quando si indebolisce la metà di una società, è l’intera società ad indebolirsi. Dobbiamo continuare a rafforzare il ruolo delle donne palestinesi per rafforzare l’intera società palestinese”.</p>
<h4>* Elena Hogan e’ una giornalista stunitense. Di recente ha collaborato con alcune Ong italiane che operano nei Territori occupati palestinesi.</h4>
<h3>1 MAGGIO: GAZA, MANIFESTAZIONI A RAFAH E EREZ</h3>
<h4>Rafah, 01 maggio 2010 (Nena-News)</h4>
<p>Festa del lavoro ad alta tensione oggi all’altezza del valico di Rafah, tra la Striscia di Gaza e l’Egitto, dove si è svolta la manifestazione indetta dall’Unione generale dei lavoratori palestinesi. Tensione anche nei pressi del valico di Erez, tra Gaza e Israele, dove circa 2mila manifestanti hanno protestato con forza contro l’assedio attuato dallo Stato ebraico.”Chiediamo alla comunita’ internazionale di intervenire per mettere fine al blocco israeliano di Gaza e di correre in difesa di tutti i lavoratori palestinesi”, ha esortato Ramzi Rabah, del Fronte democratico.</p>
<p>Sul versante egiziano della frontiera di Rafah oggi  sono affluite centinaia di guardie di frontiera per contenere possibili tentativi di pressione sul valico da parte dei dimostranti, a causa delle tensioni seguite alla morte per asfissia di quattro giovani palestinesi ad inizio settimana in un tunnel tra Gaza e l’Egitto. Secondo il movimento islamico Hamas, che controlla Gaza dal 2007, a provocare quell’orribile morte sarebbe stato un gas venefico usato dagli egiziani per bloccare il tunnel ma il Cairo ha seccamente smentito un suo coinvolgimento. Oggi il quotidiano egiziano al-Ahram ha lanciato pesanti accuse ad Hamas sostenendo che i tunnel sotterranei sono una violazione della sovranità territoriale egiziana. Non solo Hamas ma tutti i palestinesi di Gaza al contrario affermano che le gallerie sono l’unica possibilità di aggirare, almeno in parte, il duro embargo israeliano contro la Striscia in atto da tre anni. L’Egitto peraltro sta completando lungo il confine una lunga barriera di acciaio sotterranea proprio per bloccare i tunnel.<br />
Nel corso delle manifestazioni per il Primo Maggio, centinaia di militanti del marxista Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp) oltre a scandire slogan contro Israele e l’assedio di Gaza, hanno anche rivolto accuse ad Hamas a causa dei recenti aumenti delle tasse decisi dal movimento islamico. Nei giorni scorsi la polizia di Hamas aveva arrestato diversi attivisti del Fplp, poi liberati. (red) <a><br />
</a></p>
<h4><a>href=&#8221;http://www.nena-news.com/?p=335&#8243;&gt;Nena-News</a></h4>
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		<title>Giornata del Prigioniero. Dal &#8216;67 a oggi, 750 mila palestinesi arrestati da Israele</title>
		<link>http://www.palestinalibera.org/2010/04/giornata-del-prigioniero-dal-67-a-oggi-750-mila-palestinesi-arrestati-da-israele/</link>
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		<pubDate>Thu, 22 Apr 2010 20:54:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>
		<category><![CDATA[Prigionieri]]></category>

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		<description><![CDATA[di &#8216;Abd el-Ghani ash-Shami
Un nuovo rapporto pubblicato dall&#8217;ex prigioniero e ricercatore specializzato sulle questioni dei detenuti palestinesi &#8216;Abd al-Naser Farwana spiega che gli occupanti israeliani, dal 1967, hanno arrestato circa 750.000 palestinesi di ogni parte della Palestina, tra cui circa 12.000 donne e decine di migliaia di ragazzini.

Il rapporto statistico, pubblicato in occasione della Giornata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h5>di &#8216;Abd el-Ghani ash-Shami</h5>
<p>Un nuovo rapporto pubblicato dall&#8217;ex prigioniero e ricercatore specializzato sulle questioni dei detenuti palestinesi &#8216;Abd al-Naser Farwana spiega che gli occupanti israeliani, dal 1967, hanno arrestato circa 750.000 palestinesi di ogni parte della Palestina, tra cui circa 12.000 donne e decine di migliaia di ragazzini.<br />
<span id="more-2195"></span><br />
Il rapporto statistico, pubblicato in occasione della Giornata del prigioniero palestinese, che cade ogni anno il 17 aprile, evidenzia che vi sono circa 70.000 prigionieri messi in carcere da Israele a partire dall&#8217;Intifada di al-Aqsa (scoppiata il 28 settembre 2000), tra cui si contano circa 850 donne e 8.000 ragazzini.</p>
<p>Farwana chiarisce che gli arresti non si limitano ai membri di una specifica parte politica o di un settore della società, ma interessano tutti, indistintamente, comprendendo bambini, ragazzi, vecchi, ragazze, madri e mogli, malati e invalidi, operai e accademici, parlamentari ed ex ministri, leader politici, sindacali, professionali eccetera.</p>
<p>Farwana osserva perciò che quello di &#8220;prigioniero&#8221; è, nello specifico lessico palestinese, il termine più chiaro e stabile, essendo ormai entrato a far parte della cultura palestinese, poiché non vi è famiglia palestinese in cui uno o più membri non siano stati arrestati. Pertanto la questione dei prigionieri è diventata una questione centrale per il popolo palestinese, interessando ogni famiglia palestinese.</p>
<p>Farwana rivela nel suo rapporto che il totale dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, al 15 aprile 2010, è di circa 7.000, tra cui 35 donne e 337 ragazzini, oltre a 257 &#8220;detenuti amministrativi&#8221;. Tra costoro, vi sono anche ben 15 parlamentari ed ex ministri, nonché leader politici. Tutti sono distribuiti in circa venti carceri, istituti penitenziari e centri di detenzione, i più noti dei quali sono quelli di Nafha, Rimon, Ashqelon, Beersheba (Bi&#8217;r as-Sab&#8217;), Hedarim, Jalbu&#8217;, Shatta, ar-Ramla, ad-Damon, Hisharun, più i penitenziari del Negev, di Ofer, di Megiddo&#8230;</p>
<p>Circa 5.110 detenuti (il 73% del totale) scontano pene di diversa durata: 791 prigionieri scontano uno o più ergastoli, 579 sono i prigionieri condannati a pene superiori ai vent&#8217;anni e 1.065 scontano pene comprese tra i dieci e i vent&#8217;anni.</p>
<p>Ve ne sono poi 1.633 (il 23,3% del totale) in attesa di giudizio, con i &#8220;detenuti amministrativi&#8221; che sono 257 (il 3,7% del totale), mentre otto sono agli arresti in base alla legge sui combattenti illegali.</p>
<p>Da quando è scoppiata l&#8217;Intifada di al-Aqsa, le autorità d&#8217;occupazione hanno emesso a carico di palestinesi circa 20.000 condanne alla &#8220;detenzione amministrativa&#8221;, tra nuovi arresti e rinnovi di precedenti arresti, così 257 palestinesi sono ancora in carcere in base a questo tipo di detenzione.</p>
<p>Per quanto riguarda i ragazzini, il curatore del rapporto evidenzia che gli occupanti israeliani, dall&#8217;inizio dell&#8217;Intifada di al-Aqsa, ne hanno arrestati circa 8.000, di cui 337 sono ancora in carcere, rappresentando oggi una percentuale del 4,8% del totale dei prigionieri. Tra costoro, 298 hanno un&#8217;età compresa tra sedici e diciotto anni e 39 hanno meno di sedici anni, ma sono egualmente esposti a tutti i maltrattamenti, le punizioni, i diritti negati ecc. che devono sopportare gli adulti, pertanto il loro futuro è fortemente a rischio e la loro situazione è in contrasto senz&#8217;altro con tutte le norme e i patti internazionali sui diritti dell&#8217;infanzia.</p>
<p>Il 97% dei ragazzini arrestati sono stati sottoposti a torture: sacchetti in testa, terrore, botte. Vi sono tra coloro circa 400 prigionieri che hanno compiuto diciott&#8217;anni in galera e continuano ad essere in galera; altri invece sono stati arrestati che erano ragazzini, ma poi hanno passato in carcere più anni di quelli che ne avevano passati fuori.</p>
<p>Per quanto riguarda le prigioniere, Farwana riferisce che le forze d&#8217;occupazione israeliane, a partire dall&#8217;Intifada di al-Aqsa, hanno arrestato circa 850 donne. Oggi in carcere ve ne sono 35: una è di Gaza (Wafa&#8217; al-Bus), in isolamento nel carcere di ar-Ramla da alcuni mesi; quattro sono di al-Quds (Gerusalemme), tre della Palestina occupata nel 1948 [Israele, ndr] e le altre di varie località della Cisgiordania. Tutte si trovano in luoghi inadatti per delle donne, senza alcuna attenzione al fatto che sono donne, ai loro bisogni, quindi senza alcun rispetto dei loro diritti sanciti nei trattati internazionali. Cinque di queste prigioniere scontano pene all&#8217;ergastolo: Ahlam at-Tamimi, Qahira as-Sa&#8217;di, Sana&#8217; Shahadeh, Du&#8217;a&#8217; al-Jayyusi e Amina Muna.</p>
<p>Quattro di queste prigioniere hanno partorito in carcere, senza poter godere di condizioni adeguate a livello medico e senza che i familiari potessero star loro accanto durante il parto in ospedale. Queste &#8216;madri in carcere&#8217; sono: Mirfat Taha, di al-Quds (Gerusalemme), il cui bambino è nato l&#8217;8 febbraio 2003; Manal Ghanim, che ha partorito il 10 ottobre 2003; Samar Subayh, del campo profughi di Jabaliya (Gaza), che ha messo al mondo un figlio il 30 aprile 2006; Fatima Az-Zaqq, il cui figlio Yusuf ha visto la luce il 17 gennaio 2008. Tutte, adesso, sono state liberate.</p>
<p>Per quanto riguarda invece la distribuzione geografica dei prigionieri, Farwana osserva che la stragrande maggioranza (5.873, ovvero l&#8217;83,9%) è della Cisgiordania, mentre quelli della Striscia di Gaza sono 735 (il 10,5% del totale); invece, quelli di al-Quds (Gerusalemme) e della Palestina occupata nel &#8216;48 [Israele, ndr] sono 392 e rappresentano il 5,6% del totale, per non parlare poi delle decine di detenuti di vari Paesi arabi.</p>
<p>Per quanto concerne gli aspetti sociali, il rapporto sottolinea che la maggioranza dei prigionieri sono ragazzi non sposati tra i diciotto e i trent&#8217;anni: 4.760 (il 68% del totale) sono per l&#8217;appunto non sposati.</p>
<p>Vi sono poi 313 detenuti in carcere da prima degli &#8220;Accordi di Oslo&#8221; e dell&#8217;edificazione dell&#8217;Autorità Nazionale Palestinese (4 maggio 1994): 126 sono della Cisgiordania, 125 della Striscia di Gaza, 41 di al-Quds (Gerusalemme), 20 della Palestina occupata nel 1948 [Israele, ndr] e uno del Golan [al-Julan, ndr] siriano occupato.</p>
<p>Tra i &#8220;veterani&#8221; ve ne sono 115 che sono in carcere da più di vent&#8217;anni di fila. Essi sono noti come &#8220;i decani della prigionia&#8221;. Tra questi vi sono i cosiddetti &#8220;Generali della perseveranza&#8221; che comprende quattordici prigionieri, e sono quelli che hanno trascorso in carcere più di un quarto di secolo consecutivamente: questa denominazione gli è stata attribuita in virtù della loro pazienza e perseveranza dimostrate nel sopportare ogni difficoltà. Si tratta di Na&#8217;il al-Barghouthi (di Ramallah, in carcere dal 4 aprile 1978), Fakhri al-Barghouthi (di Ramallah, in carcere dal 23 giugno 1978), Akram Mansour (di Qalqiliya, agli arresti dal 2 agosto 1979), Fu&#8217;ad ar-Razim (di al-Quds/Gerusalemme, in carcere dal 30 gennaio 1981), Ibrahim Jaber (di al-Khalil/Hebron, arrestato l&#8217;8 gennaio 1982), Hasan Salama (di Ramallah, in prigione dall&#8217;8 agosto 1982), &#8216;Uthman Maslah (di Salfit, arrestato il 15 ottobre 1982), Sami, Karim e Maher Younis (della Palestina del &#8216;48/Israele), in carcere dal gennaio del 1983, Salim al-Kayyal (in carcere dal 30 maggio 1983), Hafid Qandas (di Yafa/Giaffa, arrestato il 15 maggio 1984, &#8216;Isa &#8216;Abd Rabbo (di Betlemme, in carcere dal 20 ottobre 1984), Ahmad Farid Shahadeh (di Ramallah, agli arresti dal 16 febbraio 1985). È degno di nota che tre di questi &#8220;Generali della perseveranza&#8221; sono nelle carceri di Israele da oltre trent&#8217;anni.</p>
<p>Per ciò che attiene alle condizioni sanitarie dei prigionieri, il rapporto, senza timore d&#8217;esagerare, consente di affermare che tutti costoro soffrono di varie malattie causate dalle dure condizioni in cui versano le prigioni (incuria sanitaria, cure vietate ecc.). Alcuni di questi malati soffrono di patologie gravissime, ed alcuni sono addirittura in stato terminale, come quelli che, e sono decine, sono malati di cancro.</p>
<p>Farwana, nel suo rapporto, fa riflettere sul fatto che Israele è l&#8217;Unico Stato al mondo che ha reso le torture fisiche e psicologiche, proibite in ogni loro forma a livello internazionale, una cosa legale tra i suoi apparati di sicurezza e giudiziari, fornendo loro addirittura copertura. Gli apparati di sicurezza israeliani praticano la tortura contro i prigionieri palestinesi in circa settanta modi diversi, a livello corporale e psicologico: percosse, congelamento, terrore, scosse, stare in piedi a oltranza, privazione del sonno e del cibo, isolamento, pressioni sui testicoli, rottura delle costole, percosse sulle ferite, imprigionamento dei parenti (puniti anche davanti al prigioniero), sputi in faccia, incaprettamento, botte allo stomaco e alla testa eccetera.</p>
<p>Farwana ha dichiarato che nel periodo per il quale esistono statistiche ufficiali si può dire che vi sia una stretta relazione tra l&#8217;arresto e le torture, poiché tutti quelli che sono stati arrestati sono stati in qualche modo torturati, psicologicamente o corporalmente, oppure sono stati sottoposti a danneggiamenti morali e ad umiliazioni di fronte ad un pubblico o a membri della loro famiglia.</p>
<p>Nel suo rapporto Farwana ricorda che, in base alla documentazione a sua disposizione, dal 1967 i martiri tra i prigionieri sono 197, l&#8217;ultimo dei quali è stato &#8216;Ubayda Maher al-Qudsi ad-Duweyk (25 anni, di al-Khalil/Hebron), arrestato e ferito il 26 agosto 2009, ma deceduto il 13 settembre 2009 perché rimasto senza le cure necessarie.</p>
<p>Tra i prigionieri che hanno trovato il martirio in carcere se ne contano 49 a causa dell&#8217;incuria sanitaria, 70 a causa delle torture, 71, intenzionalmente, dopo l&#8217;arresto e 7 a causa di un eccessivo utilizzo della forza o ammazzati con una revolverata dentro il carcere.</p>
<h4><a href="http://www.forumpalestina.org/news/2010/Aprile10/22-04-10GiornataPrigioniero.htm">da Forum Palestina</a></h4>
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		<title>17 aprile: Giornata dei prigionieri palestinesi</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Apr 2010 22:02:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>
		<category><![CDATA[Prigionieri]]></category>
		<category><![CDATA[Tortura]]></category>

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Detenuto palestinese muore in un carcere israeliano. Nessuna risoluzione del Parlamento Europeo come quella contro Cuba?
Un detenuto palestinese di 27 anni è morto in un carcere israeliano. Lo hanno reso noto le autorità di Te Aviv. Raed Hamad è stato trovato morto nella sua cella ieri l&#8217;altro a tarda ora: sul suo corpo, ha annunciato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span id="more-2175"></span></p>
<h3>Detenuto palestinese muore in un carcere israeliano. Nessuna risoluzione del Parlamento Europeo come quella contro Cuba?</h3>
<p>Un detenuto palestinese di 27 anni è morto in un carcere israeliano. Lo hanno reso noto le autorità di Te Aviv. Raed Hamad è stato trovato morto nella sua cella ieri l&#8217;altro a tarda ora: sul suo corpo, ha annunciato l&#8217;avvocato, sarà effettuata l&#8217;autopsia per accertare le cause del decesso. Issa Karake, ministro palestinese per le questioni carcerarie, ha dichiarato che il detenuto era in reclusione solitaria da diciotto mesi e questo ha aggravato le sue condizioni. L&#8217;avvocato di Hamad, Tareq Barghouth, ha dichiarato che il suo cliente aveva bisogno di sostegno psicologico ma nessuno glielo ha fornito nei suoi cinque anni di detenzione. Israele ha quasi 7.500 palestinesi prigionieri nelle proprie carceri e l&#8217;Anp (Autorità nazionale palestinese) ne reclama il rilascio. Il 17 aprile tra l&#8217;altro si è celebrata la giornata del detenuto politico palestinese: i movimenti Hamas e al Fatah hanno partecipato insieme alla cerimonie nella Striscia di Gaza.</p>
<h4><a href="http://www.forumpalestina.org/news/2010/Aprile10/19-04-10DetenutoPalestineseMuore.htm">da Forum Palestina</a></h4>
<h3>La situazione dei prigioneri palestinesi nelle carceri israeliane</h3>
<p>Il 17 aprile di ogni anno, i palestinesi della Striscia di Gaza e della Cisgiordania occupata, commemorano la <em>Giornata del prigioniero palestinese</em>, istituita nel 1974 dal Consiglio Nazionale Palestinese. Tra le azioni più incisive della commemorazione di quest’anno, vi è lo sciopero della fame attuato dai prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane. Si tratta di una protesta contro le misure razziste che i soldati israeliani impongono ai familiari dei prigionieri. Tra questi abusi attualmente vige il divieto delle visite. I soldati e le guardie carcerarie israeliane intimano alle madri dei prigionieri di svestirsi completamente prima di recarsi a far visita ai loro cari. Questa misura provocatoria vuole chiaramente creare un sentimento di ostilità tra i prigionieri, i quali hanno dichiarato: “<em>Con lo sciopero della fame chiediamo di fermare simili sconcertanti pratiche</em>”.Le fazioni e le istituzioni della società civile palestinesi della Striscia di Gaza e della Cisgiordania hanno invitato tutti a sostentere i prigionieri con qualunque inziativa e chiedendone la liberazione. Tra i primi eventi organizzati nella giornata di sabato, vi è stato un sit-in organizzato dai familiari dei prigionieri della Striscia di Gaza, davanti la sede della Croce Rossa. Hanno portato con loro le foto dei figli detenuti ed hanno esibito striscioni con appelli rivolti alla comunità internazionale. Le richieste, ancora una volta, sono quelle di esercitare pressioni su Israele affinché rispetti i diritti di detenuti e prigionieri a partire dal diritto di visita dei loro familiari.</p>
<p><strong>Il divieto di visita imposto da Israele ai familiari.</strong> Sono quasi 4 anni ormai che le forze d’occupazione impogono totale divieto di visita ai familiari dei prigioniei della Striscia di Gaza. Questo divieto entrò in vigore a seguito del rapimento, da parte dei resistenti palestinesi, del soldato israeliano Gilad Shalit. Oltre alla negazione del diritto di visita, anche le degradanti condizioni in cui Israele detiene i prigionieri palestinesi rappresentano una violazione della Convenzione di Ginevra. Sono circa 7.500 i prigionieri palestinesi attualmente nelle prigioni israeliane. 37 sono donne, 15 deputati del Consiglio Legislativo (Clp). Tra queste cifre ci sono anche i bambini palestinesi detenuti da Israele: sono 330 e sono sottoposti a tortura ed altri metodi di abuso. Come gli adulti, anche i bambini vengono maltrattati durante gli interrogatori e sono costretti in piccolo celle, spesso sovraffollate.</p>
<p><strong>I metodi di tortura.</strong> Percosse, mani e gambe legate e bende sugli occhi, scosse elettriche, privazione del sonno, insulti ed umiliazioni di ogni tipo.Anche i bambini vengono sottoposti a metodi disumani e degradanti, in contravvenzione agli standard legali sull’infanzia. Si registrano: negazione dei pasti, sporcizia e costrizione in ambienti infestati da insetti, detenzioni in celle senza ventilazione e/o illuminazione.Mancanza di assistenza sanitaria adeguata, negazione di ricambio del vestiario (spesso proprio quello che portano i familiari in visita), assenza della possibilità di avere la consulenza di uno psicologo.Si sono riportati anche casi di furto di beni personali, come denaro, in seguito ad irruzioni improvvise e violente da parte dei soldati israeliani nelle celle di detenuti e prigionieri palestinesi. Nelle prigioni israeliane infine, vige il divieto all’istruzione.</p>
<p><strong>L’Alta Corte.</strong> 5,000 sono i prigionieri palestinesi perseguiti e condannati: 790 stanno scontando pluriergastoli. 1.900 sono i detenuti (quindi senza condanna perché, nella maggioranza dei casi, senza alcuna accusa). I palestinesi in detenzione amministrativa sono 290 dall’inizio del 2010. 9 palestinesi, provenienti dalla Striscia di Gaza, sono stati sottoposti alla &#8220;Legge del combattente illegale&#8221;.</p>
<p>Distribuzione geografica dei prigionieri palestinesi. 765 provengono dalla Striscia di Gaza; 395 provengono da Gerusalemme est e dai territori occupati nel 1948; il resto, e dunque la maggioranza, proviene dalla Cisgiordania. Qui, le forze di occupazione israeliana effettuano quotidiane incursioni ed arresti indiscriminati.</p>
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		<title>Chi non muore di fame muore di terrore</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Apr 2010 18:12:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<category><![CDATA[agricoltura]]></category>
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		<description><![CDATA[di Caterina Donattini
L&#8217;esercito israeliano uccide due ragazzi palestinesi nel villaggio di Awarta. Li hanno spacciati per terroristi, raccoglievano metallo per vivere.
Awarta è un piccolo villaggio di contadini sulle pendici di antiche colline, incorniciato da ulivi che non hanno la voce per raccontare le storie di queste valli in Cisgiordania, a otto chilometri da Nablus. Awarta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h5>di Caterina Donattini</h5>
<p>L&#8217;esercito israeliano uccide due ragazzi palestinesi nel villaggio di Awarta. Li hanno spacciati per terroristi, raccoglievano metallo per vivere.<br />
Awarta è un piccolo villaggio di contadini sulle pendici di antiche colline, incorniciato da ulivi che non hanno la voce per raccontare le storie di queste valli in Cisgiordania, a otto chilometri da Nablus. Awarta è il villaggio natale di due ragazzi, Mohammad e Salah Qawariq, entrambi 19enni.<span id="more-2149"></span></p>
<p>Mohammed e Salah erano cugini, cresciuti insieme tra questi campi, uccisi insieme a sangue freddo sulla terra rossa, su cui il loro sangue si è sparso, la mattina del 21 marzo 2010. E la macchia rimane. La prima versione fornita dalla stampa israeliana parlava di ragazzi travestiti da contadini che brandivano forconi e bottiglie rotte contro i soldati in modo minaccioso, come riportato dal sito Ynet News lo stesso 21 marzo scorso. Il giorno dopo, però, lo stesso giornale doveva ammettere : &#8220;E&#8217; stata aperta un&#8217;indagine militare sull&#8217;incidente dei forconi vicino a Nablus. Ricerche circa gli eventi di sabato rivelano discrepanze nei rapporti militari. Solamente a 24 ore dall&#8217;incidente di Awarta è già chiaro che la dinamica dei fatti non pare lineare come descritto dai soldati&#8221;.<br />
Sono stata ad Awarta sabato scorso. Siamo in piena West Bank: il villaggio sorge sulle pendici di una dolce collina e rimane chiuso tra da due insediamenti -Itamar e Gideon-, un grosso check point che chiude la strada principale, e una base militare. Osservando dal promontorio dove sorge il cimitero si vedono i due grandi insediamenti israeliani sovrastare quelle terre che appartenevano fino agli anni Sessanta interamente ai contadini palestinesi e sono oggi confiscate al 60 percento: in parte perché occupate dalle due colonie israeliane, in parte perché i coloni e l&#8217;esercito ne impediscono l&#8217;accesso agli abitanti.</p>
<p>Il capo del consiglio comunale di Awarta mi spiega che oggi i contadini devono richiedere un permesso speciale alle autorità israeliane in modo da poter coltivare i propri campi o raccoglierne i frutti. Quel permesso Mohammed e Salah lo avevano ottenuto e per questo quella mattina si erano recati di buon mattino a raccogliere le olive dei propri alberi, muniti di due piccole bottiglie di plastica che contenevano l&#8217;acqua per la giornata. Avevano inoltre approfittato per raccogliere alcuni pezzi d&#8217;acciaio e di ferro nelle terre adiacenti, un tempo usate come discarica dal paese. Molti ragazzini si occupano della raccolta dei metalli abbandonati e da essi ricavano pochi spiccioli con cui sostenere le spese di famiglie ridotte alla fame per via di un tasso di disoccupazione che è al 70 percento. In particolare dagli anni Ottanta in poi, quando l&#8217;insediamento di Itamar fu costruito, gli spostamenti dei contadini divennero molto difficili e ostacolati da diversi attacchi dei coloni e dalla presenza costante dei militari israeliani. Da allora molte famiglie persero la propria principale fonte di sostentamento e vivono strangolati in un villaggio che non da vie d&#8217;uscita. Sulle pendici delle colline alcuni ragazzini vagano tra la spazzatura, cercando pezzi di metallo: un&#8217;immagine assurda, se si pensa che queste sono terre fertili di coltivazioni il cui accesso viene negato ai proprietari.</p>
<p>Il padre di Mohammed ci ha accolti distrutto dal dolore nella propria casa spoglia di ogni ricchezza. Quasi cieco, il volto deformato, i piedi portano i segni della mina che l&#8217;ha colpito quando aveva 13 anni. Attorno a lui la sua famiglia, che racconta degli attacchi dei coloni, che almeno una volta al mese invadono il villaggio per visitare un luogo nel centro del villaggio che loro ritengono sacro. In quell&#8217;occasione arriva l&#8217;esercito e dichiara il coprifuoco. Dopo due ore arrivano i coloni, invadono la cittadina e distruggono le tombe del cimitero, adiacenti al luogo sacro, sparano contro la scuola vicina al sito, che oggi è stata spostata per motivi di sicurezza. Un altro parente, Mohammad Abed Ar-Rahman Qawariq, è stato ucciso. Il 22 ottobre 2009, mentre tornava dai propri campi, la sua gip venne spinta in un dirupo da un gruppo di militari israeliani. Sulla sua morte sono ancora in corso indagini. Raccontano di Mohammed e Salah, della loro povertà, entrambi figli di disoccupati. Ci raccontano della macchia di sangue sulla terra, che loro hanno visto, e delle due bottiglie di plastica ritrovate appoggiate al tronco di un ulivo, insieme ad un mucchio di pezzi di ferro. I loro corpi sono stati colpiti diverse volte: i militari hanno continuato a sparare anche dopo averli uccisi. Sono state trovate almeno venti pallottole sul luogo dell&#8217;omicidio. Secondo la famiglia i medici dell&#8217;ospedale di Nablus hanno certificato che gli hanno sparato dall&#8217;alto in basso, a neanche un metro di distanza. Raccontano degli sforzi di Mohammed e Salah per studiare all&#8217;università di Nablus e allo stesso tempo lavorare nei campi, raccogliere metalli nelle discariche. La madre di Mohammed ci accoglie in un&#8217;altra stanza. Dimentico le mie domande, lei scoppia in lacrime e mi mostra i pantaloni nuovi che gli aveva comprato il giorno prima della morte, un paio di jeans neri: disperata vi affonda il volto. Il figlio più piccolo la ferma e lei si lancia contro l&#8217;armadio e scaraventa fuori due libri di letteratura araba, ancora nuovi, intonsi, li apre e piange: &#8220;Vedi, non è nemmeno riuscito a studiarli!&#8221;.</p>
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		<title>&#8220;Lo Stato più democratico del Medio Oriente&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Apr 2010 18:09:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;atomica? Non si discute
Come sulle colonie, Tel Aviv non vuole negoziare sulle sue testate Il premier Netanyahu declina l&#8217;invito di Obama al vertice di Washington
di Michele Giorgio
Benyamin Netanyahu non ci sarà. Il premier israeliano ieri ha fatto sapere che il 12 e 13 aprile non prenderà parte al vertice per la sicurezza nucleare organizzato a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>L&#8217;atomica? Non si discute</h3>
<h4>Come sulle colonie, Tel Aviv non vuole negoziare sulle sue testate Il premier Netanyahu declina l&#8217;invito di Obama al vertice di Washington</h4>
<h5>di Michele Giorgio</h5>
<p>Benyamin Netanyahu non ci sarà. Il premier israeliano ieri ha fatto sapere che il 12 e 13 aprile non prenderà parte al vertice per la sicurezza nucleare organizzato a Washington dal presidente Barack Obama. Con questa improvvisa «exit strategy», il premier israeliano riuscirà a sottrarsi al tentativo di Turchia ed Egitto di mettere al centro della discussione anche la questione dell&#8217;arsenale atomico israeliano e il rifiuto di Tel Aviv di firmare il Trattato di non proliferazione nucleare (Tnp).<span id="more-2150"></span><br />
Israele punta l&#8217;indice contro il programma atomico di Tehran ma tace sugli ordigni nucleari &#8211; tra 250 e 500, secondo le stime di GlobalSecurity.org &#8211; che si trovano nelle sue basi segrete. Sono 189 i paesi che aderiscono al Tnp e fra questi vi sono tutti i paesi arabi. Lo Stato ebraico non ha mai confermato né smentito di possedere bombe atomiche, limitandosi a dichiarare che non sarà il primo paese a usare queste armi nella regione. L&#8217;adesione al Tnp comporterebbe ispezioni internazionali nei siti nucleari ma Israele, grazie alla copertura ricevuta dagli Stati Uniti e dai principali paesi europei, ha potuto non firmare rimanendo da decenni l&#8217;unica potenza nucleare nel Medio Oriente.<br />
Netanyahu a Washington si farà rappresentare dal vicepremier e ministro per le questioni strategiche Dan Meridor, dal consigliere per la sicurezza nazionale Uzi Arad e dal direttore generale della commissione per l&#8217;energia atomica Shaul Chorev. Una partecipazione sottotono che Washington ha ugualmente definito «robusta», per evitare ulteriori polemiche con Tel Aviv. «Ovviamente ci sarebbe piaciuto avere il primo ministro, tuttavia il suo vice guiderà una delegazione israeliana che sarà robusta» ha spiegato il consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, il generale Jim Jones, aggiungendo che le relazioni tra gli Stati Uniti e Israele sono «strette, buone e continue». Per spiegare il passo indietro di Netanyahu, il quotidiano Israel ha-Yom ieri ha scritto che il premier era molto interessato a discutere della minaccia del cosiddetto «terrorismo nucleare». La sua presenza al summit avrebbe però potuto favorire pressioni di quei paesi che da tempo chiedono che le installazioni atomiche israeliane vengano finalmente sottoposte a controlli internazionali, non solo per ragioni politiche ma anche per tutelare i milioni di civili arabi nella regione. In un primo momento gli americani avevano garantito a Netanyahu che una eventualità del genere non si sarebbe concretizzata ma giovedì Uzi Arad ha appreso &#8211; si sussurra da proprio fonti Usa &#8211; che Egitto e Turchia al vertice vorrebbero discutere anche del nucleare israeliano. Dalla parte di Netanyahu si sono subito schierati i repubblicani americani. Liz Cheney, la figlia dell&#8217;ex vicepresidente Dick Cheney, ha accusato Obama «di voler indebolire i legami con Israele» e ha definito giusta la decisione del primo ministro israeliano di annullare la visita a Washington, dove peraltro Netanyahu, dietro le quinte del summit avrebbe anche dovuto cominciare a dare qualche risposta sul futuro della politica di colonizzazione ebraica portata avanti dal suo governo nel settore palestinese (Est) di Gerusalemme.<br />
Politica che non conosce soste. La tensione è tornata a salire a Gerusalemme est dopo che qualche giorno fa un gruppo di coloni israeliani ha presentato in tribunale la richiesta di sfratto per altre due famiglie palestinesi del quartiere arabo di Sheikh Jarrah. Un&#8217;iniziativa che rientra in un più vasto piano per la demolizione delle case palestinesi in quella zona, da sostituire con 200 abitazioni per coloni.<br />
«Questo è il modus operandi dei coloni &#8211; ha denunciato il pacifista israeliano Avner Inbar &#8211; prima piazzano degli estremisti nel cuore di un quartiere palestinese che minacciano i residenti, poi si rivolgono ai tribunali e chiedono di sfrattare i palestinesi con il pretesto che disturbano e intimoriscono i vicini ebrei». Ieri centinaia di attivisti palestinesi, israeliani e stranieri hanno manifestato a Sheikh Jarrah contro i coloni, tra di essi anche lo scrittore David Grossman e l&#8217;ex presidente della Knesset Avraham Burg. La polizia ha arrestato quattro manifestanti.</p>
<h4>da <a href="http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20100410/pagina/08/pezzo/275810/">il Manifesto del 10 aprile 2010</a></h4>
<h3>Israele sottrae le imposte all&#8217;Autorità Nazionale Palestinese</h3>
<p>Alcuni media israeliani hanno rivelato che il governo ha sottratto milioni di shekel dalle tasse versate in Cisgiordania, i quali invece dovevano andare all&#8217;ANP.<br />
&#8220;Haaretz&#8221; riferisce che il consigliere legale del governo israeliano ha disposto che questi provvedimenti siano bloccati e che venga studiato il modo di risarcire l&#8217;amministrazione civile palestinese per tutti questi anni, destinando perciò queste somme ai palestinesi della Cisgiordania. Il quotidiano israeliano aggiunge che contravvenendo agli accordi e alle leggi internazionali, da ben quindici anni, il governo israeliano non destina alla Cisgiordania le risorse esatte dall&#8217;amministrazione civile palestinese nella Cisgiordania stessa dalle imposte di produzione e da altre imposte sulle attività economiche. Si stima che le somme sottratte in questo modo in un solo anno ammontino a circa 80 milioni di shekel. Israele, fino agli &#8220;accordi di Oslo&#8221;, trasferiva queste somme nelle casse dell&#8217;amministrazione civile, che le utilizzava per finanziare i suoi &#8220;apparati di sicurezza&#8221;, ma dopo quegli &#8220;accordi&#8221; l&#8217;amministrazione civile palestinese in Cisgiordania ha rinunciato a quei fondi, che invece sono stati trasferiti alle casse pubbliche israeliane. Ma il diritto internazionale vieta ad uno Stato occupante di trasferire alle sue casse i frutti delle attività economiche che si svolgono in aree sotto occupazione. Il ministero delle Finanze israeliano si oppone a che queste risorse vengano trasferite all&#8217;amministrazione civile palestinese in Cisgiordania, asserendo che per i &#8220;territori occupati&#8221;, nei passati quindici anni, Israele ha speso il doppio delle somme raccolte dalle tasse lì raccolte.</p>
<h4>da <a href="http://www.forumpalestina.org/news/2010/Aprile10/09-04-10IsraeleSottraeImposte.htm">Forum Palestina del 9 aprile 2010</a></h4>
<h3>Ministro israeliano minaccia i palestinesi di tagliargli l&#8217;acqua</h3>
<p>Il ministro israeliano delle infrastrutture Uzi Landau ha minacciato ritorsioni nelle forniture d’acqua ai palestinesi in Cisgiordania accusandoli di inquinare i fiumi e le falde sotterranee (che scendono verso Israele) scaricandovi acque reflue non trattate. Secondo i dati del ministero, solo il 5% delle acque reflue palestinesi della regione viene trattato, contro il 70% delle acque reflue degli insediamenti ebraici. &#8221;I palestinesi devono assumersi le loro responsabilità e collegarsi agli impianti di depurazione”, ha detto Landau alla radio Galei Tzahal.</p>
<h4>da <a href="http://www.forumpalestina.org/news/2010/Aprile10/08-04-10MinistroIsraeliano.htm">Forum Palestina dell&#8217;8 aprile 2010</a></h4>
<h3>Strasburgo accoglie ricorso di mercenario israeliano contro estradizione in Colombia</h3>
<p>Un mercenario israeliano, accusato dalla Colombia di aver addestrato squadre paramilitari negli anni Ottanta, ha vinto l&#8217;appello alla Corte Europea dei Diritti dell&#8217;Uomo di Strasburgo contro l&#8217;estradizione dalla Russia. Gal Yair Klein è stato processato in contumacia nel 2001 per aver addestrato gli &#8220;squadroni della morte&#8221; usati da Gonzalo Rodriguez Gacha e Pablo Escobar, leader del cartello di Medellin. Tra il 1999 e il 2000, Yair Klein ha scontato anche sedici mesi di reclusione in Sierra Leone per aver contrabbandato armi alla guerriglia del Revolutionary United Front (Ruf).</p>
<p>Klein è stato arrestato nel 2007 in Russia sulla base di un mandato di cattura dell&#8217;Interpol, ma ha presentato ricorso contro l&#8217;estradizione in Colombia, sostenendo di essere a rischio di maltrattamenti nella detenzione. La Corte ha accolto la tesi difensiva di Klein, soprattutto in riferimento alle dichiarazioni minacciose rilasciate dopo il suo arresto dal vicepresidente colombiano, Humberto De la Calle Lombana. I giudici di Strasburgo hanno aggiunto inoltre che la situazione complessiva dei diritti umani in Colombia è tutt&#8217;altro che positiva.</p>
<h4>da <a href="http://www.forumpalestina.org/news/2010/Aprile10/02-04-10StrasburgoColombia.htm">Forum Palestina del 2 aprile 2010</a></h4>
<h3>Tensione per il blocco imposto dagli israeliani su tutti i Territori Palestinesi</h3>
<p>È grande la frustrazione degli abitanti dei Territori Palestinesi Occupati, soprattutto cristiani, ma anche musulmani, sottoposti in questo periodo pasquale &#8211; come spesso accade durante le festività religiose &#8211; a rafforzate limitazioni di circolazione e a divieti d’ingresso verso i luoghi sacri di Terra Santa imposti da Israele. “Circa 15.000 cristiani vorrebbero venire in questi giorni a Gerusalemme dai Territori palestinesi, ma il governo israeliano ha concesso solo poche centinaia di permessi” riferisce alla MISNA Yusef Daher, direttore del ‘Jerusalem Inter-Church Center’, turbato dai nuovi provvedimenti limitativi imposti da Tel Aviv in questa settimana, che per motivi di calendario coincide quest’anno con la Pasqua ebraica. “Dal 15 Marzo fino a pochi giorni fa – precisa Daher, un laico della comunità greco-cattolica – i rappresentanti delle comunità ortodosse arabe e di altre comunità cristiane hanno negoziato con il governo israeliano, chiedendo la libertà di poter raggiungere i luoghi di culto, ma non è servito a nulla, non siamo stati ascoltati”. Per molti fedeli cristiani non sarà quindi possibile partecipare a momenti importanti di comunione, ma le restrizioni colpiscono anche la comunità musulmana, che nei territori israeliani deve recarsi per lavoro o altri motivi; è stato anche ridotto l’accesso alla Moschea di Al-Aqsa, luogo sacro per eccellenza della comunità islamica locale. “Anche i cittadini provvisti di regolari permessi avranno dei problemi” fa eco, da Ginevra, Michel Nseir, incaricato delle questione mediorientali per il Consiglio ecumenico delle Chiese (Cec/Wcc), unendo la sua voce a chi chiede già la libera circolazione durante il periodo di Pasqua. Domenica scorsa (Domenica delle Palme), riferisce Nseir alla MISNA, l’organizzazione cattolica ‘Holy land Trust’ ha guidato un gruppo di dimostranti, cristiani e musulmani che, sfidando le forze di sicurezza israeliane, hanno superato per una breve distanza un check-point verso Gerusalemme, cogliendo alla sprovvista i soldati di Tel Aviv, troppo poco numerosi per fermare il gruppo composto da un centinaio di persone. I dimostranti si sono poi fermati, obbedendo alle ingiunzioni delle guardie che nei momenti successivi hanno chiuso totalmente il posto di blocco, procedendo inoltre al fermo di diverse persone. “I cristiani chiedono ai capi delle loro rispettive Chiese di non stare alle regole dei ‘permessi’ imposti dagli israeliani perché, dicono, viola il diritto internazionale” continua Nseir. Da Gerusalemme, Yusef Daher rivolge un messaggio ben più determinato: “Le condanne della comunità internazionale non bastano: servono fatti. Il mondo deve considerare il governo israeliano alla pari di qualsiasi altro governo, che può essere processato, sanzionato per le sue azioni” dice ancora alla MISNA. Dagli Stati Uniti, il Consiglio nazionale delle Chiese (Ncc) ha ufficialmente chiesto a Tel Aviv di “consentire l’accesso ai cristiani palestinesi” desiderosi di recarsi nei luoghi di culto durante la Settimana Santa. “Spero che il governo d’Israele riconoscerà che è inaccettabile per i cristiani vedersi negato il diritto di pregare a Gerusalemme, in particolare di quelli che hanno radici nella regione risalgono sin dai tempi di Cristo” ha scritto il reverendo Michael Kinnamon, segretario generale del Ncc, chiedendo l’immediata apertura dei passaggi dai territori palestinesi. Due capi religiosi ebraici, i rabbini Steve Gutow e David Saperstein, hanno fatto eco all’appello del Ncc.</p>
<h4>da <a href="http://www.forumpalestina.org/news/2010/Aprile10/01-04-10TensioneTerritori.htm">Forum Palestina dell&#8217;1 aprile 2010</a></h4>
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		<title>Una mortale eredità lasciata da Israele si aggira ancora di soppiatto in Libano</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Apr 2010 18:02:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Natacha Yazbeck
da Uruknet.info
Tyro, Libano (AFP, Agence France Presse) – Dopo quasi quattro anni da quando Israele, durante la sua guerra devastante con Hezbollah,  ha cosparso il Sud del Libano di mine, con grande difficoltà si riesce a far parlare il ragazzetto Mohammed al-Hajj Mussa del giorno in cui ha perso le sue gambe.
L’11 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h5>di Natacha Yazbeck<br />
da <a href="http://www.uruknet.info?p=64776">Uruknet.info</a></h5>
<p>Tyro, Libano (AFP, Agence France Presse) – Dopo quasi quattro anni da quando Israele, durante la sua guerra devastante con Hezbollah,  ha cosparso il Sud del Libano di mine, con grande difficoltà si riesce a far parlare il ragazzetto Mohammed al-Hajj Mussa del giorno in cui ha perso le sue gambe.<span id="more-2157"></span></p>
<p>L’11 agosto 2006, il magro ragazzo dai capelli neri era a cavallo di una motocicletta, dietro a suo padre, per consegnare del cibo ad una città vicina gravemente colpita nei raid israeliani, quando una bomba a grappolo andò a finire sotto uno dei copertoni.</p>
<p>“Più tardi mi venne detto che, circa quattro ore dopo l’esplosione, mi avevano trovato in un torrente,” ha raccontato ad AFP Mohammed, ora 15-enne, nella sua casa deteriorata all’interno del campo profughi palestinese di Al-Bass situato nella città costiera di Tyro, nel sud del Libano.</p>
<p>“Ripresi i sensi quando mi tirarono fuori dall’acqua e me ne resi conto. Potevo vedere le mie gambe che si erano rotte.”</p>
<p>La notte stessa, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite all’unanimità approvò la Risoluzione 1701 che richiedeva la fine delle ostilità e tre giorni dopo la guerra che era durata un mese  cessò.</p>
<p>Ma Israele lasciò un’eredità mortale: la Nazioni Unite stimano che nella battaglia estiva gli aerei israeliani abbiano sganciato nel sud del Libano più di 4 milioni di bombe a grappolo.</p>
<p>Le Nazioni Unite affermano che il 90 % delle bombe venne fatta cadere dopo che la Risoluzione 1701 era già stata approvata, nelle ultime 72 ore prima del cessate il fuoco.</p>
<p>Circa il 40 % delle munizioni non esplose nell’impatto, tanto da trasformarle di fatto in mine anti-uomo.</p>
<p>Secondo l’esercito libanese ed i dati delle Nazioni Unite,  queste munizioni, a partire dal 2006, hanno ucciso 46 civili e ne hanno mutilati più di 300.</p>
<p>La maggior parte delle vittime è data da genieri, da agricoltori e da bambini ignari, che hanno fatto l’errore di scambiare quegli oggetti luccicanti per giochi.</p>
<p>Il 4 di Aprile si celebra la Giornata Internazionale per la Consapevolezza delle Mine e l’Assistenza  per gli Effetti delle Mine e degli attivisti hanno in progetto di piantare in Libano alberi nei campi ripuliti dalle mine.</p>
<p>Ma con la nuova crisi umanitaria che attraversa il mondo e la svolta negativa dell’economia globale, l’aspettativa per le vittime delle mine nel sottile paese mediterraneo è in calo per il prosciugarsi dei finanziamenti.</p>
<p>Vittime quali Mohammed sono in lista d’attesa per protesi ortopediche, mentre le attività di sminamento sono rallentate in quanto l’esercito e le organizzazioni internazionali sono costrette a ridurre la manodopera.</p>
<p>“Stiamo affrontando una grave carenza di finanziamenti,” ha dichiarato il Colonnello Rolly Fares, che dirige il programma di assistenza alle vittime delle mine.</p>
<p>Sin dalla fine della guerra del 2006, sono state disinnescate più di 197.000 bombe a grappolo, ha affermato Fares, ma centinaia di migliaia costituiscono tuttora una minaccia per la gente del sud del Libano.</p>
<p>“Abbiamo bonificato circa il 52 % di un’area interessata estesa 45 chilometri quadrati, ma – ha detto &#8211; per la scarsità di denaro abbiamo un minor numero di squadre di sminamento”.</p>
<p>&#8211;“Sono terrorizzati dall’idea di un’altra guerra” – ha dichiarato Maha Shuman Jebahi, dell’Associazione Libanese  di Assistenza agli Handicappati, la mancanza di finanziamenti ha comportato che un numero molto grande di vittime è rimasto in attesa di arti ortopedici.</p>
<p>“Come si fa a dire loro,” continua. “Che noi possiamo fornire assistenza psicologica, ma non siamo in grado di dare loro una gamba?”</p>
<p>Ma Mohammed , che è oltretutto profugo palestinese, si rifiuta di appuntare con uno spillo le sue speranze di avere un nuovo paio di gambe. Egli ritiene che in quel modo sia più facile farcela.</p>
<p>E’ stato curato per le sue ferite in Germania e in Malesia, ma ora, ritornato in Libano, l’adolescente in fase di sviluppo sta lottando per ottenere arti ortopedici adeguati.</p>
<p>“Questi non vanno bene,” ha asserito, indicando un paio di gambe artificiali appoggiate ad un angolo, con i jeans drappeggiati attorno le caviglie e scarpe da ginnastica ad entrambi i piedi. “ Fanno male e cominciano a rompersi.</p>
<p>“Non sono le gambe che voglio,” ha aggiunto. “Tutto ciò che voglio è una vita, un’ istruzione, una ragazza.”</p>
<p>Khaled Yamout, che dirige il programma di intervento riguardante le mine nel terreno per conto dell’Aiuto del Popolo Norvegese, ha detto che la sua organizzazione ha subito quest’anno una decurtazione del suo stanziamento del 25 %  ed un taglio del 50 % per il prossimo anno.</p>
<p>“Il solo governo libanese non è in grado di provvedere a garantire la sicurezza del terreno per i civili,” ha dichiarato Yamout all’AFP. “Il peso è oltre ogni dubbio enorme.”</p>
<p>L’utilizzo delle bombe a grappolo in Libano da parte di Israele, risale a decenni addietro. Secondo lo Human Rights Watch (HRW), Israele ha usato tali munizioni durante la guerra civile del Libano (1975 – 1990) e poi ancora  nel 2006.</p>
<p>Anche gli Stati Uniti, secondo lo HRW, nel 1983 sganciarono queste bombe mortali sull’esercito siriano di stanza vicino a Beirut.</p>
<p>Sebbene lo scorso anno lo stato ebraico abbia fornito le mappe sull’ubicazione delle bombe a grappolo e delle mine nel terreno, l’esercito libanese ha dichiarato che tali mappe sono imperfette ed incomplete.</p>
<p>Il mese scorso, in un’importante iniziativa, le Nazioni Unite hanno comunicato che un nuovo paese, il 30°, ha sottoscritto la convenzione internazionale sul bando delle bombe a grappolo, preparando così la strada per il documento che entrerà in vigore  il 1° di agosto.</p>
<p>Gli Stati Uniti e Israele non sono tra i firmatari.</p>
<p>Ma per la gente del sud del Libano, la convenzione è in ritardo di anni ed offre poche speranze a chi vive nella paura che una nuova guerra stia aleggiando, minacciando nuove devastazioni.</p>
<p>Oggi il contadino settantenne Ibrahim Ramadan può fissare con lo sguardo la sua terra solo da lontano. I gruppi di assistenza lo hanno avvertito che è ancora disseminata di mine; egli teme per la sicurezza dei suoi nipoti e preferisce tenerli dentro, in casa.</p>
<p>Nella sua casa, nella ventosa città meridionale di Ghanduriyeh, bersagliata in malo modo durante la guerra del 2006, Ramadan ha confessato ad AFP: “Nessuno osa ora toccare questa terra, i campi sui quali noi ed i nostri antenati prima di noi, abbiamo coltivato ulivi, tabacco e frumento.”</p>
<p>Oggi, egli dice, le tensioni sono nuovamente elevate e la gente della sua città si sta preparando per un&#8217;altra fase di violenza.</p>
<p>“La popolazione è spaventata,” sostiene.” E’ atterrita del doversi avventurare entro i loro stessi campi.</p>
<p>“E’ terrorizzata dalla paura di un’altra guerra.”</p>
<h4>tradotto da Mariano Mingarelli &#8211; <a href="http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=1870:notizie-dal-libano-la-mortale-eredita-lasciata-da-israele&amp;catid=26:dal-medio-oriente&amp;Itemid=76">Associazione Amicizia Italo &#8211; Palestinese</a></h4>
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		<title>Un razzismo che esula dal linguaggio: l’Apartheid di Israele</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Apr 2010 09:38:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Saree Makdisi*
Sebbene l’Apartheid del Sud Africa può rappresentare il precedente storico più vicino al sistema Israele-Palestina, scrive Saree Makdisi, il trattamento che lo stato israeliano somministra al popolo palestinese sotto molti aspetti eclissa le sofferenze imposte dal governo dell’apartheid del Sud Africa alla popolazione “non bianca”. Sebbene i suoi sostenitori a livello mondiale si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h5>di Saree Makdisi*</h5>
<p><em>Sebbene l’Apartheid del Sud Africa può rappresentare il precedente storico più vicino al sistema Israele-Palestina, scrive Saree Makdisi, il trattamento che lo stato israeliano somministra al popolo palestinese sotto molti aspetti eclissa le sofferenze imposte dal governo dell’apartheid del Sud Africa alla popolazione “non bianca”. Sebbene i suoi sostenitori a livello mondiale si rifiutino di ammettere che Israele perpetri ogni  forma di sistematico razzismo, Makdisi mette in rilievo che il razzismo del paese è ‘messo in pratica nella condotta  piuttosto che nel linguaggio’ ed il trattare i palestinesi semplicemente non come inferiori, ma addirittura come subumani, ha messo radici profonde.</em><span id="more-2110"></span><br />
Tra i momenti salienti  dei mio viaggio recente in Sud Africa c’è stato un giro al Museo dell’Apartheid di Johannesburg e nel centro del sobborgo di Fordsie con i miei intimi amici Hanif e Salim Valley (che vi sono cresciuti durante gli anni dell’apartheid – un’esperienza che portò entrambi ad impegnarsi nella causa della giustizia), così come una camminata attraverso i paraggi del sobborgo mezzo demolito di Fietas.<br />
Come Sophiatown, a Johannesburg e il Distretto Sei di Città del Capo, Fietas negli anni ’70 venne liberata in gran parte della sua popolazione “non-bianca” ( alcuni dei suoi precedenti abitanti furono trasferiti di forza a Lenasia, altri all’Eldorado Park) e poi sistematicamente demolita. I suoi inquietanti spazi aperti con l’erba cresciuta oggi appaiono come  aridi ricordi  del passato violento della città, a ricordare che in determinate circostanze la progettazione  della città, la pianificazione e la zonizzazione nell’immediato sono attività violente. Malgrado il suo aspetto apparentemente inoffensivo, la burocrazia può essere devastante come una bomba. Ciò che era avvenuto a Fietas sta sicuramente ad attestarlo: intere famiglie furono costrette ad andarsene, un sobborgo venne fatto a pezzi, case furono polverizzate dai bulldozer che manifestavano materialmente una nozione razzista della burocrazia per ciò che riguardava la distribuzione appropriata della gente e delle identità etniche in spazi sociali. La logica della divisione per razze è di per sé violenta; spaventosa come può apparire la sua attuazione, il crimine effettivo sta nella logica stessa.</p>
<p>La violenza della burocrazia e della logica razzista è ovviamente uno dei temi centrali nel Museo dell’Apartheid. Di tutte le prove, quella che io ritenni essere la più impressionante fu probabilmente una delle più inconsistenti dal punto di vista visivo: un elenco, che decorava una parete, delle diverse leggi e dei regolamenti che costituivano il sistema sudafricano dell’apartheid. Quella parete, e diverse altre prove, mi fecero capire realmente la portata della forza della quale l’apartheid del Sud Africa aveva fatto continuamente mostra di sé nel campo della parola e in quello delle immagini, tramite un’infinità di cartelli, insegne, parole, leggi, nomi, classificazioni &#8211; una serie senza fine di binomi concepiti attorno a quello definitivo “bianchi/mai bianchi”. Uno degli aspetti più convincenti riguardanti l’apartheid africano consiste nel fatto che non fu assolutamente un sistema logico invisibile o impenetrabile o anonimo, esso osò avere un nome vero e proprio. Dopo tutto, insistette nel richiamare l’attenzione su di sé con il suo sistema di inequivocabili cartelli, etichette ed evidenziatori – su ogni autobus, all’ingresso di ogni bagno.</p>
<p>Naturalmente non ebbi la possibilità di considerare l’apartheid sudafricano senza valutare la sua importanza per la comprensione dell’odierna situazione in Israele-Palestina. Per chiunque è andato in Palestina, l’area desolata di Fietas sulla quale cresce l’erba appare familiare per una buona ragione: ha il suo equivalente in ogni rovina coperta d’erba di ciascuna delle centinaia di città e di villaggi in Palestina la cui gente, nel 1948; venne trascinata fuori dalle loro case a causa di una logica razziale che stabiliva che essi non potessero vivere in uno spazio destinato presumibilmente (da Dio e dalle Nazioni Unite) ad un altro popolo; come pure in ogni  area desolata di Gaza, scompigliata dal vento, dove molte di quelle case degli stessi profughi erano state demolite una volta ancora dai bulldozer dell’esercito israeliano per sgomberare la visuale e fare spazio per zone di fuoco aperto; ed anche in ogni angolo della Gerusalemme Est occupata, dove bulldozer israeliani avevano demolito case di famiglie palestinesi, deliberatamente e con metodo, nel vano tentativo di conservare il rapporto tra ebrei e non ebrei per ciò che riguarda la popolazione della città (di 72 contro 28 se si è interessati agli squallidi particolari), che era stato stabilito negli anni ’70 dai pianificatori della città – che fino ad ora è stato mantenuto negando ai palestinesi residenti della città il permesso di costruire, demolendo con il bulldozer le loro case nel caso in cui loro avessero costruito ugualmente,  privandoli del loro status di residenti ed espellendoli dalla città tutte le volte che è stato possibile. Dal 2003 soltanto, 2.162 palestinesi gerosolimitani hanno subito questo destino, in quanto espulsi nei sobborghi della West Bank e privati del loro diritto a ritornare nella città ove erano nati, mentre ebrei provenienti dalla Moldovia, da Londra, da Melbourne e da Brooklyn, che mai prima d’allora avevano posto i loro occhi su Gerusalemme, occupavano il loro posto.</p>
<p>E’ divenuto un luogo comune usare casualmente il termine di apartheid per fare riferimento alle forme di discriminazione che Israele conserva nei Territori Occupati: due diverse reti per i trasporti, due diversi sistemi abitativi, due diversi complessi educativi, e perfino due diversi sistemi legali e amministrativi per i due popoli, l’ebraico e il non ebraico.</p>
<p>Tuttavia, esattamente la medesima logica discriminatoria è all’opera dalla parte opposta rispetto alle linee armistiziali del 1948 e del 1967, all’interno della stessa Israele. E nonostante la resistenza che si produce quando si applica il termine ai Territori Occupati, risulta praticamente impossibile impostare una conversazione razionale sul sistema dell’apartheid all’opera all’interno di una Israele pre-1967. Molti di coloro che sostengono Israele in Europa e in America, e perfino alcuni dei suoi critici liberali – uno che accetta il giudizio che il sistema di separazione che Israele ha imposto sui Territori Occupati abbia superato una determinata linea di demarcazione – respingono in modo categorico di approvare la possibilità che ci sia una qualche forma sistematica di razzismo nel sedicente stato ebraico. Per loro, la Risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 1975 che denunciava il Sionismo essere pari ad una forma di Razzismo – la sola risoluzione delle Nazioni Unite ad essere successivamente annullata – era essa stessa una pericolosa forma di razzismo.</p>
<p>Quando viene posta allo stesso livello di Israele allora, l’accusa di apartheid non produce alcuna contro-argomentazione avallata da  contro-evidenza, ma piuttosto muraglie di vere e proprie smentite dure, se non esplosioni indistinte di rabbia cieca, come se  la smentita o il mero furore   potessero impedire definitivamente la discussione. E’ un fatto sbalorditivo che, ad oggi, correnti politiche dominanti, giornalisti e normali cittadini negli Stati Uniti e ovunque, perfino nello stesso Sud Africa – ne ho avuta testimonianza io stesso mentre svolgevo le mie lezioni al Wits nel febbraio del 2010 – si rifiutino di impegnarsi nella discussione, sulla testimonianza e i fatti relativi a questa questione; si aggrappino testardamente ad una ripetizione, come fosse un mantra, di miti resi completamente inutilizzabili dall’eccessivo uso. “Il popolo ebraico sa che cosa vuol dire essere oppressi, subire delle discriminazioni, e perfino essere condannati a morte a causa della loro religione,” disse Nancy Pelosi, il portavoce della Camera dei Deputati degli Stati Uniti, in un debole tentativo di contestare la principale affermazione  contenuta nel libro del 2006 del Presidente Carter ‘Palestina: pace non apartheid’ ( il quale aveva addirittura escluso esplicitamente dalla sua analisi Israele all’interno dei suoi confini anteriori al 1967, limitandola ai soli Territori Occupati). “Essi sono stati leader nella lotta per i diritti umani negli Stati Uniti e ovunque nel mondo. E’ sbagliato insinuare che il popolo ebraico sosterrebbe un governo in Israele o da qualche altra parte che istituzionalizza l’oppressione su base etnica e respinge i democratici che avanzano accuse con vigore.” Un tale rifiuto ad annotare un argomento razionale, e di ripiegare su un piano equivalente alla superstizione – Gli ebrei sono degli esseri sovrumani,  incapaci di fare del male – non è limitato solo agli Stati Uniti. “ Se si bollerà Israele come stato di Apartheid, allora si attaccheranno anche…….i valori del Canada,” ha affermato il parlamentare canadese Peter Shurman in una sdegnata denuncia dell’annuale Israeli Apartheid Week degli universitari canadesi, che era stata condannata dal parlamento di Ottawa. “L’uso di espressioni quali ‘Israeli Apartheid Week’  si equivalgono approssimativamente a frasi di odio che si possono dire senza essere arrestati, ma non sono certo che ciò in realtà non oltrepassi tale  linea di demarcazione,” ha ribadito Shurman.</p>
<p>Né tali forme di smentite sono limitate ai politici. Qui, ad esempio, Roger Cohen, redattore agli esteri del The New York Times, è colui che, dapprima ha criticato la politica di Israele nei Territori Occupati, per scrivere poi, proprio l’altro giorno, sul Washington Post: “L’Israele di oggi e il Sud Africa di ieri non hanno quasi nulla in comune. Nel Sud Africa, la minoranza bianca della popolazione governò con durezza la maggioranza nera del popolo. Ai non-bianchi erano negati i diritti civili e, nel 1958, venne tolta loro perfino la cittadinanza. Al contrario, gli arabo-israeliani, circa un quinto della popolazione del paese, hanno gli stessi diritti civili e politici degli ebrei-israeliani. Arabi seggono alla Knesset e prestano servizio militare nell’esercito, sebbene la maggior parte sia esentata dalla leva. Qualsiasi cosa sia  – e ciò appare in modo sospetto equivalente ad una democrazia liberale – non può essere apartheid.”</p>
<p>Ho saputo da diverso tempo, naturalmente che, non importa quante volte giornalisti come Cohen ripetono l’affermazione che gli “arabo-israeliani” – cioè i cittadini palestinesi di Israele – hanno gli stessi diritti civili e politici degli ebrei-israeliani, quello semplicemente non è il caso. Una cieca recitazione può essere confortante, ma nei fatti non muta la realtà. Ciò che ho appreso dal mio viaggio nel Sud Africa è, ciononostante, che il parallelismo tra le due situazioni (Sud Africa da una parte e Israele con i Territori Occupati dall’altra) è molto più consistente di quanto venga pubblicamente ammesso negli interventi, sebbene esistano alcune notevoli differenze.</p>
<p>Una cosa che ho imparato nel mio viaggio è che ogni singola legge importante dell’Apartheid sudafricano che ho visto riportata sulla parete del Museo di Johannesburg ne ha una totalmente equivalente  nell’Israele di oggi.</p>
<p>Il famigerato Population Registration Act del 1950, che assegnò ad ogni sudafricano una identità razziale in base alla quale lui o lei aveva accesso (o era negato) ad una diversa serie di diritti, ha un diretto equivalente nelle leggi israeliane che assegnano ad ogni cittadino dello stato una distinta identità nazionale. Secondo la legge israeliana, non esiste nulla che stia a indicare la nazionalità israeliana. Come sentenziò la Corte Suprema negli anni ’70, “Non esiste una nazione israeliana distinta dal popolo ebraico.” In tal modo, i cittadini ebrei dello stato vengono classificati possedere “nazionalità ebraica”, ma i non-ebrei, anche se possono essere cittadini dello stato, non sono esplicitamente membri della “nazione” – ad esempio, per gli ebrei di tutto il mondo, che vogliano essere riconosciuti o no, lo stato di Israele afferma di essere il loro. Di conseguenza, l’identità nazionale dei cittadini palestinesi di Israele – che costituiscono il 20 % della popolazione reale piuttosto che solo  di quella teorica dello stato – è negata e cancellata ad ogni livello istituzionale. A differenza dei cittadini ebrei, ai quali è riconosciuto il possesso di una identità nazionale, la legge israeliana priva metodicamente i cittadini palestinesi della loro identità nazionale e li riduce ad una mera  espressione etnica, che rappresenta il motivo per cui è stato inventato il termine di “arabi-israeliani” per far riferimento a loro. (Tale termine non è stato mai utilizzato per indicare gli ebrei-arabi che compongono una parte considerevole della popolazione ebraica di Israele – gli effettivi arabo-israeliani – perché nel loro caso, ovviamente, Israele vuole cancellare la loro identità araba ed assimilarli in quanto ebrei, dal momento che nel caso dei cittadini palestinesi resta valido il contrario: essi non possono essere assimilati come ebrei, così viene messa in rilievo la loro indigesta arabicità).</p>
<p>Questo gioco di prestigio è molto difficile da scacciare. Ho avuto diversi diverbi infruttuosi con la redazione del Los Angeles Times sull’uso da parte del giornale del termine di “arabi-israeliani” per far riferimento ai cittadini palestinesi di Israele. Bene, non propriamente delle discussioni – Io sostengo, offro la prova di mostrare la formulazione artificiosa dure e fuorviante del termine e il punto fin dove i palestinesi all’interno di Israele lo rifiutano totalmente e  chiamano sé stessi palestinesi. ma gli editori del giornale alzano le loro spalle e dicono che la mia può essere una buona idea, ma………</p>
<p>Naturalmente, questo pretesto linguistico serve ad uno scopo: è ciò che consente alle persone altrimenti perfettamente razionali come Roger Cohen o i redattori di Los Angeles Times di venire e di fare un uso  spensierato del discorso dello stato di accettare la cancellazione da parte di Israele dell’identità palestinese nella totale e beata inconsapevolezza che questo è ciò che essi stanno facendo, e d’altra parte di venirsene fuori miracolosamente dicendo che lo stato tratta tutti i suoi cittadini allo stesso modo: l’atto di discriminazione non è percepibile perché è impenetrabile. Come si può, dopo tutto, ammettere che Israele faccia discriminazioni nei confronti della sua popolazione palestinese, quando non c’è nulla di tutto ciò? Quali palestinesi? Non ci sono dei palestinesi all’interno di Israele, solo degli “arabo-israeliani”. Ma questo è il punto: la negazione, la cancellazione, l’atto di discriminazione c’è già prima che venga fatta la dichiarazione. Non ci sono parole per questo; non  si possono pronunciare.</p>
<p>Infatti, questo è soprattutto ciò che distingue marcatamente l’apartheid israeliano dall’apartheid sudafricano. Mentre l’ultimo ha insistito nel darsi un nome e nel attrarre l’attenzione su di sé usando continui segnali verbali e visivi, il primo sopprime e occulta le espressioni di razzismo che esso incarna proprio del tutto. Coloro che appoggiano il razzismo in Israele possono farlo in totale libertà senza dover tener conto del fatto che questo è ciò che essi stanno facendo. E’ l’esempio ultimo di ciò che ha teorizzato di recente David Theo Goldberg come “razzismo senza razzismo”. In breve, questo è l’uso più brillante di una negazione che è stata richiesta e di una cancellazione che è stata perfino messa in pratica nel mondo, sebbene, come per tante cose in Israele (ad esempio, costruire il Parco dell’Indipendenza a Gerusalemme su di un cimitero palestinese, o inventare la categoria giuridica degli “assenti presenti” per far riferimento a quei palestinesi che erano stati scacciati dalle loro case nel 1948, ma che erano rimasti all’interno dei confini dello stato, o  disegnare paesaggi sul lato israeliano del muro della West Bank tanto da oscurare o ridurne la sua vera portata), è una brillantezza meramente priva di significato, e perciò in ogni caso non proprio una brillantezza, ma piuttosto un maggiore esempio ancora di forme incredibili di ritrattazione, a proposito delle quali Israele e i suoi ammiratori sono così abili, anzi, sulle quali l’ammirazione dell’occidente liberale per Israele confida proprio per la sua esistenza.</p>
<p>Alla fine del giorno, il Sud Africa bianco, a prescindere dalla sua posizione ideologica, dovette guardare l’insegna che diceva “bianchi/mai bianchi” e adeguarsi conseguentemente – un imbarazzo che con grande efficacia il Museo dell’Apartheid di Johannesburg ripropone al suo ingresso. L’israeliano ebreo, e i sostenitori stranieri di Israele, non è mai stato costretto a fare quel confronto, non ha mai dovuto fare quella scelta – gli è stato reso possibile per prima cosa dalla lingua: il razzismo è liquidato prima e reso incomprensibile. Gli israeliani ebrei e gli ammiratori dello stato possono affermare che Israele tratta tutti i suoi cittadini allo stesso modo, non tanto perché essi non si rendono conto che la discriminazione opera al livello della nazionalità piuttosto che a quello secondario della cittadinanza, ma piuttosto perché , diversamente dai bianchi del Sud Africa, essi sono risparmiati  dal dover fare i conti con tale realizzazione. Ad essi è permesso, ed essi permettono a sé stessi, di vedere giusto tramite ciò, di concedersi il disconoscimento di una realtà sgradevole che di fatto li sta guardando fissa in volto, di disconoscere continuamente gli avvenimenti quando qualcun altro insiste nel catalogarli, documentarli e presentarli – di esplodere in una furia cieca e piena di risentimento se i fatti vengono imposti loro con troppa insistenza.</p>
<p>Tuttavia, spogliare i cittadini palestinesi della loro identità nazionale non è solo una semplice umiliazione. In Israele, diversi diritti fondamentali – come l’accesso alla proprietà della terra e della casa, per esempio – sono concomitanti all’identità nazionale e non la minore categoria di una mera cittadinanza. Perciò, ebrei che non sono cittadini, in effetti hanno più diritti dei cittadini che non sono ebrei; in nessun altro paese sulla terra  si ha che dei non-cittadini, privilegiati per motivi razziali, godano di maggiori diritti dei residenti.</p>
<p>Perciò, il Group Areas Act del 1950, che assegnò aree differenti del Sud Africa per l’uso residenziale dei diversi gruppi razziali, ha un diretto equivalente nel sistema di norme che determinano l’accesso alla terra all’interno di Israele (come pure all’interno dei Territori Occupati, naturalmente, ma in questo caso sto parlando di un Israele pre-1967). I cittadini palestinesi dello stato sono giuridicamente esclusi dal potersi stabilire in quelle che vengono designate ufficialmente come “insediamenti di comunità ebraiche” o “insediamenti rurali ebraici” organizzati in consigli rurali che controllano la maggiore estensione di terra in Israele. Difatti, ad essi è vietato vivere su terra dello stato o su terra posseduta  da “istituzioni nazionali” come il Fondo Nazionale Ebraico (JNF), che costituisce il 93 % della terra all’interno di Israele, quasi ogni centimetro quadro della quale è data da proprietà palestinesi espropriate con la violenza dal nuovo stato dopo la pulizia etnica della Palestina del 1948. Da nessuna parte, infatti, la portata dell’istituzionalizzazione di questo tipo di discriminazione è più palesemente evidente che nelle dichiarazioni del JNF, che si promuove come “il custode della terra di Israele per conto dei suoi proprietari – dovunque il popolo ebraico”. Questa istituzione non solo riconosce, ma giustifica con orgoglio il suo primato di lunga data della discriminante avversa ai cittadini palestinesi con il rimarcare  che quello “non è un ente pubblico che opera per conto di tutti i cittadini dello stato. La sua fedeltà è rivolta al popolo ebraico e la sua responsabilità è solo nei suoi confronti [cioè, del popolo ebraico]. In quanto proprietario della terra del JNF, il JNF non deve comportarsi in modo equo nei confronti di tutti i cittadini dello stato.” Oltretutto, fa notare, “la Knesset di Israele [cioè, il parlamento] e la società israeliana hanno espresso la loro opinione secondo la quale la distinzione tra ebrei e non-ebrei, che sta alla base della visione sionista, è una distinzione che è consentita,” e, anzi, che la sua assegnazione della terra ai soli ebrei “è in completo accordo con i principi fondativi dello stato di Israele in quanto stato ebraico e che il valore dell’uguaglianza, persino se lo si applica alle terre del JNF, dovrebbe recedere di fronte a questo principio.”</p>
<p>Come risultato di tutte le forme di discriminazione con le quali essi devono competere in quanto non-ebrei che vivono nel sedicente stato ebraico (sedicente malgrado la continuativa presenza non-ebraica, dei palestinesi), il 10 % circa dei cittadini palestinesi di Israele  vive oggigiorno in “villaggi non-riconosciuti” che sono antecedenti alla formazione dello stato di decenni se non di secoli, ma che non compaiono ancora in alcuna mappa ufficiale. Essi non sono perciò collegati con la rete elettrica nazionale, con il sistema di distribuzione idrica nazionale, la rete telefonica o il sistema internet. Essi non esistono ufficialmente, se non per il fatto che tutte le case di questi villaggi sono candidate alla demolizione per la loro esistenza su terra che lo stato ha definito, retroattivamente, di uso agricolo, per il non esserci dopo tutto alcun “residente” su di esse. In questo caso è ancora al lavoro  la stessa logica di profonda negazione della negazione: come si può negare le condizioni di vita in villaggi che in primo luogo, secondo lo stato, non esistono ufficialmente? Non c’è letteralmente nulla da negare!</p>
<p>Il The Black Education Act del 1953, che creò un sistema educativo separato e diseguale per i sudafricani neri, ha un diretto equivalente nelle norme amministrative che hanno creato sistemi educativi separati e disuguali per cittadini ebrei e non-ebrei dello stato di Israele (e ancora la stessa cosa funziona pure per i Territori Occupati). I nudi dati statistici chiariscono il tutto: lo stato mette a disposizione 1.600 asili sovvenzionati, per esempio, ma di questi solo 25 si trovano in città palestinesi. Solo 4.200 degli 80.000 bambini israeliani al di sotto dei quattro anni di età che frequentano l’asilo sono palestinesi, sebbene questo numero, se fosse stato proporzionale alla reale popolazione, esso avrebbe dovuto essere superiore a  20.000. Dopo l’asilo, Israele investe più di tre volte tanto, su una base pro capite, in uno studente ebreo di quanto non faccia per uno non-ebreo (cioè palestinese). L’elenco attuale dello stato, riguardante le 553 città e villaggi che hanno la precedenza nel finanziamento per l’istruzione, esclude tutte le città palestinesi all’interno di Israele all’infuori di quattro villaggi. Ci sono 25 scuole d’arte speciali per bambini ebrei e nessuna per bambini palestinesi – tutti cittadini dello stato. E al più alto livello del suo sistema scolastico, Israele mette a disposizione molti più corsi universitari a studenti ebrei che non a quelli palestinesi. Come risultato di tutte queste forme di discriminazione, di procedure palesemente discriminatorie di ammissione e di immatricolazione – e malgrado il fatto che i palestinesi tradizionalmente diano una grande importanza all’istruzione dei loro figli, un fatto confermato dai numeri,  grandi in modo sproporzionato, di palestinesi tra l’intelligentsia araba – una proporzione molto più grande di studenti ebrei ce la fa a superare la scuola superiore, ad essere accettata all’università ed a laurearsi. Solo il 10 % degli studenti universitari d’Israele è dato da palestinesi, per esempio, sebbene, parlando in modo relativo, esso dovrebbe essere il doppio di quel numero. Solo il 3 % dei suoi studenti nei dottorati di ricerca sono palestinesi. Solo l’1 % dei docenti universitari è palestinese.</p>
<p>E la lista continua. Il South Africa’s Prohibition of Mixed Marriages Act del 1949 ha il suo equivalente nelle leggi israeliane che vietano agli ebrei di sposare dei non-ebrei (d’altra parte, non esiste alcun divieto verbale che segnala questo impedimento in quanto tale, ma in Israele non esiste alcun ordinamento relativo al matrimonio civile, per cui ad un ebreo è permesso sposare solo un altro ebreo, e poi solo secondo il rito religioso ortodosso); il The Natives (Urban Areas) Consolidation Act del 1945  e il Black (Native)Amendment Act del 1952 che ordinavano ai sudafricani neri di portare con sè i lasciapassare per regolare il loro accesso alle aree urbane hanno equivalenti in diverse disposizioni di legge israeliane che regolano e controllano gli spostamenti dei palestinesi – ma non degli ebrei – all’interno dei Territori Occupati e tra i Territori Occupati  Gerusalemme e Israele; il The Public Safety Act del 1953 ha il suo equivalente nelle disposizioni militari israeliane che autorizzano nei Territori Occupati una detenzione di lungo termine dei palestinesi, senza processo (ma non degli ebrei, che sono protetti dal diritto civile israeliano) – a partire dal 1967 un totale complessivo di 650.000 palestinesi sono stati tenuti reclusi da Israele, circa il 20 % della popolazione complessiva; il The Promotion of Bantu Self-Government Act del 1952, che dette mandato di un maggiore riconoscimento ufficiale a Bantustan come il Transkei, e il The Bantu Homelands Constitution Act del 1971, hanno il loro equivalente nella creazione, grazie agli Accordi di Oslo, di una cosiddetta Autorità Palestinese per la gestione degli affari dei palestinesi (ma non degli ebrei) residenti nei Territori Occupati.</p>
<p>Infatti, proprio come il Sud Africa creò il Transkei, il Ciskei e il Bophuthatswana allo scopo di poter cancellare quanti più neri fosse possibile dai registri della propria popolazione del Sud Africa, Israele conserva le sacche della West Bank e tutta Gaza come aree recintate per la popolazione non-ebrea del territorio, mentre colonizza ciò che rimane con la sua stessa popolazione allo scopo di poter avere la sua torta e di poterla pure mangiare: incorporare la terra (colonizzandola) ma non la popolazione, e quindi sostenere la rivendicazione che si tratta di uno stato ebraico finché non devia dal minimo necessario il numero dei non-ebrei che ufficialmente vivono all’interno dello stato – e quindi perpetuare la storia non reale che non priva del diritto del voto la maggior parte della popolazione del paese che è data da palestinesi. Naturalmente Israele priva del diritto del voto la maggioranza palestinese del paese: oggigiorno ci sono 11 milioni di palestinesi e 5 milioni di ebrei israeliani. La manipolazione delle popolazioni e dei territori compiuta da Israele oscura, tuttavia, per quanto possibile queste circostanze materiali: 1 milione di palestinesi sono cittadini di Israele dissolti linguisticamente entro la categoria degli “arabi israeliani”, così loro non contano; 6 milioni di palestinesi continuano a vivere nell’esilio al quale furono costretti con la violenza nel 1948 da Israele, che continua a negare loro il diritto giuridico e morale al ritorno, così pure loro non contano. Quindi rimangono solo i 4 milioni all’incirca di palestinesi nei Territori Occupati, ed essi hanno la benedizione di un’autonomia illusoria (o per lo meno la chiacchiera che un giorno avranno l’autonomia) e dell’Autorità Palestinese collaborazionista con la sua dirigenza irrimediabilmente compromessa e politicamente fallita. Il fatto che Israele abbia conservato – sebbene si sia rifiutata testardamente di risolverne lo status – i Territori Occupati per oltre quarant’anni, o per due terzi della sua stessa esistenza in quanto stato, smentisce la incongruente provvisorietà dello status dei territori. Israele ha colonizzato, ripopolato e sviluppato parzialmente la West Bank e Gerusalemme Est; mezzo milione dei suoi stessi cittadini vi si sono installati; vi ha esteso l’applicazione delle sue proprie leggi; ne ha utilizzato in ogni singolo giorno le risorse idriche e lo spazio aereo. In pratica Israele ha annesso la West Bank; solo nominalmente non l’ha fatto. E il solo motivo per cui non l’ha fatto è perché solo la finzione che la West Bank (e Gaza) si trova al di fuori dello stato permette ad Israele di portare avanti la simulazione sul piano delle parole che è smentita dalla realtà materiale – la quale permette, ad esempio, a Roger Cohen  di venire a dire, bene, sì, ci può essere una discriminazione nella West Bank, “ma non è propriamente una parte di Israele”, così non conta realmente, e in ogni modo quel territorio sarà eventualmente “il cuore” di uno stato palestinese ( qualcosa su cui si è discusso per quasi due decenni, per metà del tempo in cui la West Bank è stata effettivamente occupata, senza che ciò facesse la sia pur minima differenza sul terreno – ad esempio, la popolazione delle colonie è sostanzialmente triplicata a partire da quando ci furono i primi cosiddetti colloqui di pace nel 1991).</p>
<p>Ci sono, ovviamente, maggiori diversità tra l’apartheid all’interno di Israele e l’apartheid in Sud Africa.</p>
<p>Ho già evidenziato una delle maggiori diversità: la perspicuità dell’apartheid sudafricano e la relativa inintelligibilità – impenetrabilità – dell’apartheid israeliano. Da nessuna parte in Israele o nei Territori Occupati c’è un cartello che dice in modo nudo e crudo “per soli ebrei”. Il razzismo è applicato nella pratica piuttosto che espresso con le parole. Il che è ciò che mette i sostenitori di Israele in grado di essere coinvolti in interminabili affermazioni equivoche, che spaccano il capello in quattro, a cui sono così spesso ridotti per giustificare una forma di razzismo che smentisce che sia così ciò che lo è. Ad esempio, all’accusa che nella West Bank ci sono due diversi sistemi viari, uno per ebrei (che collega le colonie tra loro e con Israele) ed uno per i non-ebrei, la replica – una che è abitualmente diffusa dall’hasbara [spiegazione, n.d.t.] israeliana e dalle organizzazioni di propaganda negli Stati Uniti e in Europa, come CAMERA, la cui capacità di contorsione linguistica è così estrema da essere quasi comica – invariabilmente è quella di insistere che un sistema viario è riservato a tutti i cittadini israeliani, non solo agli ebrei. Nel senso più strettamente  letterale – al livello del linguaggio che ha cessato di fungere come linguaggio perché non comunica più significato, perché non è destinato a farlo – questo è vero. D’altro canto, nelle colonie della West Bank vivono solo ebrei ( i palestinesi, che essi siano cittadini di Israele o no, non hanno il permesso di vivere là in quanto non sono ebrei), così in pratica se non nominalmente un sistema viario è realizzato separatamente per gli ebrei. Ancora, come con così tante altre cose, ciò che è in gioco qui è una forma di negazione che non può portare essa stessa al riconoscimento di sé per ciò che è. Lo si deve al fissare ossessivamente lo sguardo al linguaggio, non notare i significati assenti in quanto non sono addotti nel linguaggio – “dove si dice ‘per soli ebrei’?” – che rende possibile ai fautori stessi di Israele di evitare di riconoscere una realtà materiale: non ci deve essere un cartello sul quale sta scritto in parole “per soli ebrei” perché solo gli ebrei possano usare in pratica quella strada. A differenza dell’apartheid in Sud Africa, ciò che vediamo in Israele è un razzismo che evita l’evidenza delle parole; razzismo senza un proprio termine, o, secondo la formulazione di Goldgerg, razzismo senza razzismo. Il ché, tuttavia, non lo rende un po’ meno razzista.</p>
<p>Un’altra differenza è data dal fatto che il sistema dell’apartheid all’interno del Sud Africa, per tutta la sua violenza e brutalità, è mai stato così violento e così brutale come il sistema che si desume all’interno di Israele e nei Territori Occupati. Il movimento dei neri in Sud Africa era controllato, non completamente bandito, com’è nel caso, ad esempio, di Gaza. Il governo del Sud Africa inviò carri armati Caspar e soldati con fucili dentro Soweto – non carri pesanti ed elicotteri apache che lanciano missili Hellfire ed F-16 che scaricano una tonnellata di bombe sulla popolazione civile. Il Massacro di Sharpeville fu un fatto eccezionale in Sud Africa; nel caso dei palestinesi, sarebbe difficile – benché naturalmente questo non è per sminuirlo – compilare una lista di massacri che si prolungano da Deir Yassin e Tintura, negli anni ’40, a Kufar Kassem, Rafah e Khan Younis , negli anni ’50, a Sabra e Chatila, negli anni ’80, a Nablus e Jenin , negli anni 2000, a Gaza nel 2008-2009. Non c’è nulla di simile della trascorsa aggressione di Israele a Gaza del 2008-2009 in tutta l’intera storia dell’apartheid in Sud Africa: l’assassinio di una persona su mille; la distruzione di decine di migliaia di case in una sola volta; l’interruzione dei rifornimenti essenziali di cibo, medicine, combustibile e materiale da costruzione alla popolazione costituita in gran parte – com’è a Gaza – da bambini, condannandoli alla malnutrizione; la malignità compiaciuta alle disgrazie altrui sulla stampa, perché tutto il mondo si renda conto ( sebbene non che questo faccia un briciolo di differenza), come fece di recente il collega  israeliano di Harvard Martin Kramer, che la riduzione della popolazione dovuta all’assedio e alla malnutrizione avrebbe ridotto anche il numero dei “giovani superflui” e conseguentemente avrebbe ridotto la minaccia rappresentata da Gaza per Israele.</p>
<p>Veterani, reduci dalla lotta contro l’apartheid in Sud Africa, che visitano Israele e i Territori Occupati ripetutamente affermano la stessa cosa. “ E’ peggio, peggio, peggio di quanto abbiamo sopportato,” ha fatto notare  Mondli Makhanya,  editore capo del Sunday Times del Sud Africa, dopo una recente visita in Palestina. “Il livello dell’apartheid, del razzismo e della brutalità  è addirittura peggiore del peggiore periodo di apartheid. Il regime di apartheid considerava i neri come esseri inferiori; credo che gli Israeliani non considerino affatto  i palestinesi come esseri umani.”</p>
<p>E, naturalmente, quella è essenzialmente la maggiore differenza tra l’apartheid sudafricano e l’apartheid israeliano. C’è una differenza abissale tra inferiorità e disumanizzazione: è la stessa differenza che c’è tra sfruttamento ed annientamento. Come il Museo dell’Apartheid di Johannesburg chiarisce molto bene, in Sud Africa il sistema venne progettato per sfruttare il lavoro dei neri, per impiegare la forza lavoro della popolazione  nera nelle case, negli uffici e nelle miniere d’oro, ma negando ad essi di avere uguali diritti – perché la elite bianca  avesse il suo dolce e lo potesse pure mangiare. Il sistema israeliano non ha nulla a che fare con lo sfruttamento della forza lavoro palestinese; il lavoro derivante dai Territori Occupati è al momento totalmente irrilevante per l’economia israeliana, avendolo compensato con i recenti immigrati provenienti dalla ex Unione Sovietica e con l’offerta di lavoratori a basso costo provenienti dal sud-est asiatico, resa possibile dai circuiti globali di scambio. E’, com’è sempre stato, nel caso della rimozione di un popolo e la sua sostituzione con un altro, un processo che ha avuto inizio ma che non è finito nel 1948, e che continua fino ai giorni nostri: ogni giorno una casa palestinese viene abbattuta a Gerusalemme, ogni giorno una famiglia palestinese viene espulsa da quella città fantasma che è il centro di Hebron, ogni giorno una gerosolimitana palestinese viene spogliata dei suoi titoli di residenza e viene espulsa dalla città ove è nata, ogni giorno una famiglia palestinese viene mandata in frantumi e distrutta a causa di una legge israeliana che venne istituita nel 2003 che proibisce a un palestinese in Israele o a Gerusalemme di sposare  e di vivere con coniuge proveniente dai Territori Occupati, anche se un ebreo israeliano può sposare un colono ebreo della West Bank ed essi possono vivere insieme dove preferiscono ( quando una legge simile venne proposta al colmo dell’apartheid in Sud Africa nel 1980, essa venne rigettata sbrigativamente dall’alta corte del paese come un’inaccettabile violazione del diritto alla famiglia del popolo nero; l’alta corte di Israele ha confermato nel 2006 questa nuova legge del paese).</p>
<p>In una parola, come ho messo in evidenza in un altro contesto, l’apartheid sudafricano fu bio-politico in natura, preoccupato della gestione e dell’amministrazione del lavoro nero esistente. Quello di Israele è, per adottare la frase che Achille Mbembe ha così efficacemente elaborato,  necropolitico, interessato alla distruzione e cancellazione dei palestinesi, qualcosa nei confronti della quale ciascun palestinese resiste ogni singolo giorno, magari con l’atto di continuare testardamente ad esistere.</p>
<p>Questa necropolitica conta, tuttavia, in modo decisivo e assoluto sul sistema di imperscrutabilità e di impercettibilità che permette agli israeliani e ai sostenitori di Israele di continuare a praticare e avallare una forma violenta e volgare di razzismo senza dover fare i conti con, e riconoscere il fatto che, questo è precisamente ciò che essi stanno facendo. In altri contesti ho sostenuto – più di recente nel mio articolo Inchiesta Fondamentale a proposito della costruzione del cosiddetto Museo della Tolleranza (in realtà una specie di santuario del sionismo) proprio sopra le rovine di uno dei più importanti cimiteri musulmani di Gerusalemme – che oggigiorno in pratica ci sono due forme centrali di sionismo: un sionismo intransigente che vediamo in opera, per esempio, nelle dichiarazioni di Avigdor Lieberman, attuale ministro degli esteri di Israele, che ha fatto della richiesta pubblica di espulsione dei cittadini palestinesi di Israele, che implica una sorta di brutale sincerità, la piattaforma della sua fulminea ascesa nella politica israeliana; e un sionismo conciliante  &#8211; quello ancora dominante – i cui seguaci, che in virtù dei cortocircuiti linguistici ed emotivi ho rappresentato in questa occasione, si sono risparmiati di dover fere i conti con e riconoscere onestamente che ciò che loro sostengono è un’organizzazione razzista; è solo sulle basi di tale enorme imperscrutabilità , di fatto, che essi possono continuare a sostenerla. Questa rappresenta quel tipo di posizione sionista che sostiene, per esempio, in modo completamente innocente, che è un comportamento anti-semitico quello di criticare il sionismo in quanto esso rappresenta solo il diritto del popolo ebraico di possedere una patria nazionale come per ogni altro popolo. Nel domandare con tale insistenza perché mai agli ebrei dovrebbe essere negato quello stesso diritto che possiede ogni altro popolo, il sionismo conciliante conta sul corto circuito emotivo, di cui ho trattato qui, per disconoscere la vera domanda che  sta ponendo, perché il retro-disco della stessa questione non è se gli ebrei hanno il diritto ad una patria, esso è invece se questo diritto rende nullo il diritto proprio del popolo palestinese ad una patria (e la risposta a tale domanda è assolutamente negativa). Solo con il concentrarsi in modo talmente ossessivo e con l’essere assorbito sulla parte anteriore della questione permette al sionismo conciliante di evitare di dover fare i conti con il suo lato odioso e con il fatto incancellabile che non c’è, non c’è stato e non ci sarà una via per creare uno stato ebraico in Palestina senza negare o annullare la rivendicazione palestinese alla stessa terra ed ai diritti storici che si accompagnano a questa pretesa. Piuttosto che trasformare la negazione dei diritti palestinesi in una componente esplicita della sua posizione ideologica – come fa il sionismo intransigente – il sionismo conciliante rimuove tale negazione dal suo campo visivo, difatti, per cominciare,  negare che non c’è nulla da negare. E, come dissi in precedenza, la grande forza del sistema dell’apartheid di Israele sta nell’essere così strutturato da non far mai il grande errore dell’apartheid sudafricano di costringere la gente ad affrontare la schiettezza e la volgarità del suo razzismo. In tal modo essi possono appoggiarlo ed andare avanti,  ritenendosi delle persone virtuose, morali e progressiste, tecnologicamente chic, amorevoli con gli animali e riguardosi con l’ambiente.</p>
<p>Tutto ciò dove porta i palestinesi e coloro che difendono i loro diritti?</p>
<p>Ci sono, penso, due deduzioni immediate che si possono trarre da questa dissertazione. Un punto è questo: la ragione per cui i negoziati tra palestinesi e israeliani sembrano spesso così inconsistenti è che tutto lo scopo del cortocircuito linguistico e delle forme di negazione della negazione, a proposito delle quali ho qui dissertato, consiste nell’evitare il negoziato, o almeno superarlo rendendo inaccessibile il nocciolo del conflitto tra sionismo e i palestinesi. La grande forza di un razzismo che esiste senza che sia espresso dalle parole – che sia immune dalle parole – sta nell’essere anche completamente indifferente al linguaggio: ogni tentativo di evidenziarlo dicendo “questo è il problema” verrà a incappare nella risposta assolutamente sincera “quale problema?” Quale razzismo? Quali villaggi? Quale rete viaria? Quali palestinesi? Questo è un complesso strutturale per il quale non esiste alcuna soluzione a livello delle parole e quindi del negoziato diplomatico (figurarsi un negoziato tra due parti totalmente impari).  Quindi la evidente inutilità dei tentativi di porre un termine a questo conflitto con l’accrescere la consapevolezza tra gli israeliani o i sostenitori di Israele sparsi nel mondo, o con l’appellarsi ai loro impulsi migliori, l’assoluto ostinato rifiuto di riconoscere la realtà, trova una conferma ogniqualvolta conferenze sui diritti dei palestinesi si sono incrociate a giro per il mondo con quel muro tediosamente familiare di consistenti negazioni e con quel rifiuto totale di prendere in considerazione fatti, evidenza, ragione, leggi, principi – in caso contrario esplosioni, a dire il vero, di scomposto furore – ai quali noi tutti siamo abituati.</p>
<p>Il secondo punto è che dovrebbe essere perfino più ovvio di quello che mai appare, in vista del sistema di apartheid in atto sia in Israele che nei Territori Occupati – un sistema di apartheid che è inseparabile dal progetto di inventare e sostenere il pretesto di uno stato ebraico in quello che di fatto è un paese profondamente eterogeneo – non ci può essere alcuna soluzione pacifica e giusta del conflitto sionista con i palestinesi fintantoché non si desiste dal tentativo di mettere un popolo al posto di un altro , di imporre una identità monoculturale ad un paese multiculturale, e le sue istituzioni non vengono completamente soppresse. Creare una istituzione statale palestinese nella West Bank accanto ad Israele la cui rivendicazione di ebraicità verrebbe ad essere rafforzata in una soluzione a due-stati, servirebbe poco agli abitati della West Bank, ancor meno a quelli di Gaza,  nulla ai profughi e ai loro discendenti e meno di nulla ai palestinesi cittadini di Israele, il cui status oltraggioso di non-ebrei peggiorerebbe ulteriormente. Solo la creazione di uno stato democratico e laico in tutta la Palestina storica, nel quale gli ebrei israeliani ed i palestinesi – tutti, sia quelli che sono attualmente sotto occupazione, che quelli che vivono come cittadini di seconda classe di Israele, ed i profughi del 1948 con i loro discendenti, il cui diritto al ritorno è assolutamente fuor di dubbio – possono vivere come cittadini uguali, può risolvere il conflitto una volta per tutte.</p>
<p>Da queste due conclusioni ne evince pure una terza. Ad una pace giusta non si giungerà semplicemente implorando o cercando di convincere gli ebrei israeliani a comportarsi in modo giusto e ad abbandonare e smantellare il sistema razzista che li dota di privilegi, nel mentre negano i diritti fondamentali dei palestinesi. Tutti i precedenti storici più vicini a questo conflitto – in particolar modo il Sud Africa – ci ricordano che i gruppi privilegiati non abbandonano la loro prerogative proprio perché è la cosa giusta da fare o perché si comportano come se si sentissero male di fruire di questi privilegi; essi ci rinunciano solo quando non hanno altra possibilità. Questo caso non è diverso. Una pace giusta fondamentalmente non ha bisogno di violenza, al di fuori della pressione che deve  essere applicata per incidere su Israele; questa è la ragione per cui per così tanti popoli di buona volontà sparsi per il mondo, e per così tanti palestinesi stessi, lo sviluppo del movimento BDS (boicottaggio, disinvestimento e sanzioni) è una fonte di speranza di questo tipo.</p>
<p><strong>*Saree Makdisi</strong> è professore di letteratura inglese presso l’Università della California, Los Angeles (UCLA) ed è autore di <em>Palestine Inside Out: An Everyday Occupation</em> [pubblicato in Italia dalla Isbn Edizioni con il titolo “<em>Palestina borderline</em>”]</p>
<h4>da <a href="http://www.pambazuka.org/en/category/features/62928.html">Pambazuka News 11 marzo 2010</a></h4>
<p>tradotto da Mariano Mingarelli <a href="http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=1861:apartheid-sudafricano-e-apartheid-israeliano&amp;catid=22:dossier&amp;Itemid=42">Associazione Amicizia Italo-Palestinese</a></p>
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		<title>La «giornata della terra» si tinge di sangue a Gaza</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Apr 2010 09:16:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<guid isPermaLink="false">http://www.palestinalibera.org/?p=2105</guid>
		<description><![CDATA[di Michele Giorgio
Dalla Galilea al Neghev, da Gaza alla Cisgiordania. Decine di migliaia di palestinesi ieri hanno partecipato a raduni e manifestazioni per il «Giorno della Terra», in ricordo dei sei palestinesi (con cittadinanza israeliana) uccisi il 30 marzo 1976 dalla polizia che fece fuoco contro i cortei di protesta per le confische di terre [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h5>di Michele Giorgio</h5>
<p>Dalla Galilea al Neghev, da Gaza alla Cisgiordania. Decine di migliaia di palestinesi ieri hanno partecipato a raduni e manifestazioni per il «Giorno della Terra», in ricordo dei sei palestinesi (con cittadinanza israeliana) uccisi il 30 marzo 1976 dalla polizia che fece fuoco contro i cortei di protesta per le confische di terre arabe in Galilea.<span id="more-2105"></span><br />
La mobilitazione palestinese di ieri &#8211; parte anche delle iniziative internazionali, molte delle quali a Roma e nel resto d&#8217;Italia, per la campagna Bds (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) di boicottaggio totale di Israele &#8211; si è bagnata a Gaza del sangue di Mohammed al Faramawi, un ragazzo di 15 anni ucciso dall&#8217;esercito israeliano perché si era avvicinato alla linea di confine nel tentativo (forse) di entrare nello stato ebraico e per protestare contro la «zona-cuscinetto» creata dalle forze armate israeliane all&#8217;interno di Gaza alla fine della devastante offensiva militare «Piombo fuso» (1.400 palestinesi uccisi) nel gennaio 2009.<br />
In questa fascia di territorio (circa il 20% di Gaza), larga oltre 300 metri e che corre lungo il confine con Israele, i palestinesi non possono entrare e chi osa sfidare il divieto rischia la vita. I soldati, con l&#8217;aiuto delle tecnologie di osservazione più sofisticate, sparano a vista non solo sui combattenti delle fazioni armate palestinesi che lanciano azioni di guerriglia e nascondono mine nel terreno &#8211; la scorsa settimana nel più cruento degli scontri a fuoco avvenuto da un anno a questa parte sono rimasti uccisi quattro palestinesi e due militari israeliani &#8211; ma anche sui contadini che intendono raggiungere i terreni nella zona «proibita» e i civili disarmati che provano ad infiltrarsi nello stato ebraico in cerca di lavoro. Ieri almeno una ventina di palestinesi sono rimasti feriti a Khan Yunis, Khouza, al Maghazi, Beit Hanun, Beit Lahiya e Rafah &#8211; tra questi, in modo grave, anche un bambino di 9 anni &#8211; nelle sei manifestazioni per il Giorno della Terra organizzate dal neonato «Comitato popolare contro la fascia di sicurezza» ( Cpcfs, composto da forze della sinistra palestinese). «Dobbiamo mobilitate la popolazione su obiettivi concreti, come il recupero di quel 20% di territorio di Gaza che Israele ha trasformato in terra di nessuno. Quelle terre sono le più fertili e possono sfamare tante famiglie», ha spiegato Mahmoud al Zaeq, un fondatori di Cpcfs, convinto che Gaza debba prendere esempio dalle lotte popolari in Cisgiordania.<br />
Il principale raduno per il Giorno della Terra, come vuole la tradizione, si è svolto in Galilea, a Sakhnin, dove erano presenti assieme a migliaia di persone che sventolavano bandiere palestinesi e scandivano slogan contro il governo Netanyahu, anche alcuni parlamentari arabo israeliani. Tra questi, Mohammed Barakeh, presidente di Hadash (comunisti), che ha protestato contro «uno stato che ci ha preso le nostre terre e ora vuole ritirarci le carte d&#8217;indentità». Il suo collega, Ahmed Tibi, ha espresso forte preoccupazione per «un clima generale nei confronti della minoranza araba, uguale se non peggiore di quello del 30 marzo 1976». In serata si è svolta la manifestazione nel Neghev, a sostegno dei diritti dei beduini. In Cisgiordania le marce di protesta sono sfociate in scontri con i soldati a Budrus, uno dei villaggi palestinesi che assieme a quelli di Bilin e Naalin si battono contro il muro israeliano. Momenti di tensione si sono vissuti anche a Qarawat Bani Hassan, nel distretto di Salfit, dove alcune centinaia di dimostranti palestinesi, israeliani e stranieri, in buona parte attivisti della campagna Bds, hanno protestato contro la confisca delle terre di questo villaggio circondato da colonie israeliane e situato in area «C» (il 60% della Cisgiordania sotto il pieno controllo di Israele). Presente anche il premier dell&#8217;Anp Salam Fayyad, che ha indossato per l&#8217;occasione una maglietta da attivista, che rivolgendosi agli abitanti ha ribadito l&#8217;intenzione di costruire entro il 2011 le fondamenta di quello stato palestinese indipendente entro che, invece, un numero crescente di esperti ed analisti ritengono ormai irrealizzabile di fronte ai progetti attuati da Israele sul terreno.</p>
<h4>da <a href="http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20100331/pagina/09/pezzo/274950/">il manifesto del 31 marzo 2010</a></h4>
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		<title>Pallottole senza gomma</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Mar 2010 23:42:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>
		<category><![CDATA[Occupazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Alcuni dubbi sulle versioni ufficiali dell’esercito israeliano
di Amira Hass &#8211; 26 marzo 2010
Il 20 marzo i soldati israeliani hanno ucciso due ragazzi palestinesi in un villaggio vicino a Nablus durante una manifestazione per denunciare l’annessione di alcuni territori compiuta dai coloni di un vicino insediamento. L’esercito ha dichiarato di aver usato proiettili di metallo ricoperti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>Alcuni dubbi sulle versioni ufficiali dell’esercito israeliano</h3>
<h5>di Amira Hass &#8211; 26 marzo 2010</h5>
<p>Il 20 marzo i soldati israeliani hanno ucciso due ragazzi palestinesi in un villaggio vicino a Nablus durante una manifestazione per denunciare l’annessione di alcuni territori compiuta dai coloni di un vicino insediamento. L’esercito ha dichiarato di aver usato proiettili di metallo ricoperti di gomma da una distanza di 70 metri, un mezzo legittimo per disperdere la folla. I palestinesi accusano invece i soldati di aver usato armi da fuoco.<br />
All’inizio la stampa israeliana ha scelto la versione dell’esercito, anche se la radio militare – a volte più coraggiosa di quella pubblica – aveva citato un anonimo comandante secondo il quale le regole d’ingaggio non erano state rispettate. L’attivista israeliano Jonathan Pollak, portavoce del Comitato di coordinamento per la lotta popolare (palestinese), ha smentito la versione ufficiale spiegando che le pallottole di gomma non possono penetrare nel cranio e nel petto di nessun essere umano. E comunque non da una distanza di 70 metri.</p>
<p>Il 23 marzo la polizia militare ha annunciato l’apertura di un’inchiesta. Evidentemente anche le alte sfere cominciano ad avere dei dubbi. Questo mi fa tornare in mente il quotidiano polacco Gazeta Wyborcza, che nel 2003 aveva ricevuto un rapporto sui prigionieri iracheni picchiati, torturati e umiliati dai soldati americani ad Abu Ghraib. Il giornale decise di non pubblicare le testimonianze: gli arabi avevano sicuramente esagerato, se non inventato di sana pianta. Poi la documentazione arrivò alla Cbs, che la mostrò a tutti. A quanto pare gli arabi non avevano esagerato.</p>
<h4>da<a href="http://www.internazionale.it/home/?p=19883"> Internazionale</a></h4>
<h5>Il fatto:</h5>
<h3>Due giovani palestinesi uccisi dai soldati israeliani in Cisgiordania</h3>
<p>Un ragazzo palestinese colpito dalle forze israeliane è morto oggi per le ferite, secondo quanto riferito dai medici palestinesi, dopo avere partecipato ieri agli scontri in cui è rimasto vittima un altro giovane, e che aggravano le tensioni nella Cisgiordania occupata. Osaid al-Kaddous, di 17 anni, era tra i dimostranti che si sono scontrati con le forze israeliane nel villaggio palestinese di Iraq Burin, vicino a Nablus. Ieri, durante gli stessi scontri, è stato ucciso Mohammed Ibrahim, di 16 anni. Kaddus è stato colpito alla testa da un proiettile, come ha riferito un medico palestinese. L&#8217;esercito israeliano ha negato di avere usato munizioni pesanti. Gli abitanti di Iraq Burin protestano da una settimana contro le restrizioni imposte da Israele nell&#8217;accesso alle terre coltivate che si distendono vicino all&#8217;insediamento ebraico di Har Brakha. Nei pressi di Betlemme circa 100 giovani palestinesi si sono scontrati oggi con la sicurezza israeliana. In giornata sono attesi i funerali di entrambi, le prime vittime palestinesi della nuova ondata di proteste in Cisgiordania e a Gerusalemme est. In un comunicato le forze armate hanno detto che due palestinesi sono stati colpiti dai militari in quello che hanno definito &#8220;una sommossa illegale&#8221; nel villaggio, e rivendicano di avere impiegato soltanto proiettili di gomma.<br />
Ghassan Khatib, portavoce del governo palestinese del premier Salam Fayyad, ha detto: &#8220;Questo episodio rientra nell&#8217;escalation israeliana&#8221;.</p>
<h4><a href="http://www.forumpalestina.org/news/2010/Marzo10/21-03-10PalestinesiUccisi.htm">da Forum Palestina del 21 marzo 2010</a></h4>
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		<title>Pescatori palestinesi sotto attacco</title>
		<link>http://www.palestinalibera.org/2010/03/pescatori-palestinesi-sotto-attacco/</link>
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		<pubDate>Sun, 28 Mar 2010 22:43:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>
		<category><![CDATA[Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[ONU]]></category>

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		<description><![CDATA[di Vittorio Arrigoni da Gaza City
Morire per un piatto di sardine o poco più è il rischio a cui vanno incontro coscienti i pescatori di Gaza quando mollano gli ormeggi per allontanarsi dalla riva.
Questa mattina Hazem Gora&#8217;ani, 26 anni, pescatore di Deir Al Balah,  sud della Striscia, è stato portato all&#8217;ospedale Shifa Hospital con gravi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h5>di Vittorio Arrigoni da Gaza City</h5>
<p>Morire per un piatto di sardine o poco più è il rischio a cui vanno incontro coscienti i pescatori di Gaza quando mollano gli ormeggi per allontanarsi dalla riva.</p>
<p>Questa mattina Hazem Gora&#8217;ani, 26 anni, pescatore di Deir Al Balah,  sud della Striscia, è stato portato all&#8217;ospedale Shifa Hospital con gravi ferite alla testa.</p>
<p>&#8220;E&#8217; stata necessaria un&#8217;operazione urgente per fermare l&#8217;emorragia&#8221; ci ha spiegato il dottor Samir Kahlout del reparto terapia intensiva, &#8220;le condizioni di Hazem sono critiche e instabili&#8221;.<span id="more-2043"></span><br />
Nafiz, il fratello del pescatore ferito ci ha raccontato l&#8217;accaduto: stavano pescando in acque palestinesi a meno di tre miglia dalla costa su di due hassaka, (piccole imbarcazione di 4-7 metri di lunghezza) quando sono stati intercettati da una nave da guerra israeliana che ha tentato di rapirli.</p>
<p>In preda al panico i pescatori hanno cercato di navigare indietro verso la costa.<br />
A quel punto i soldati  israeliani hanno aperto il fuoco  ferendo gravemente  Hazem.<br />
Un giornalista palestinese presente in ospedale, ci ha mostrato le foto dell&#8217;imbarcazione ridotta un colabrodo dai proiettili israeliani.</p>
<p>I pescatori di Gaza sono <a href="http://fishingunderfire.blogspot.com/">attaccati pressoche&#8217; ogni giorno dalla marina di Tel Aviv</a>, ma solo quando ci scappa il morto o un ferito grave il loro dramma ottiene l&#8217;onore della cronaca: <a href="http://fishingunderfire.blogspot.com/2010/03/pchr-weekly-report-43-10310-3-fishermen.html">solo due settimane fa due</a> hassakas sono state rubate e i pescatori rapiti condotti ad Ahskelon, il porto israeliano più vicino.<br />
Come drammatica routine, i pescatori sono stati rilasciati dopo un fallito tentativo di conversione in spie, mentre le loro imbarcazioni sono state distrutte.</p>
<p>Ban Ki-moon qualche giorno fa è venuto a farci visita, per due ore soltanto.<br />
&#8220;Visite con l&#8217;elastico&#8221;, come le definisco io: colazione  e  pranzo  in Israele, in mezzo una sgambata sulle macerie di Gaza a <a href="http://it.peacereporter.net/articolo/19478/Gaza,+la+terra+offesa">respirare l&#8217;aria malsana satura di metalli e uranio impoverito</a>, prima di rimbalzare indietro da dove si è giunti.<br />
Il segretario delle Nazioni Unite è corso a patrocinare un progetto dell&#8217;Unrwa a Khan Younis riguardante 150 unità abitative, nulla in confronto alle 2.200 unità abitative in attesa di essere costruite e tutt&#8217;oggi ferme per via del blocco israeliano dei materiali edili.<br />
Come nulla Ban Ki-moon ha denunciato delle disastrose conseguenze di più di tre anni di assedio, e non mi riferisco solo alle migliaia di edifici in attesa di essere ricostruiti e conseguentemente ai profughi che vivono ancora sotto le tende.<br />
Non un cenno è stato fatto ai pescatori quotidianamente attaccati, ai contadini che hanno perso buona parte dei campi coltivati durante il massacro e a quelli o<a href="http://farmingunderfire.blogspot.com/">gni giorno sono bersagliati dai cecchini </a>lavorando la terra al confine.<br />
Nulla dei feriti permanentemente, dei mutilati. Della disoccuppazione che qui ormai sorpassa ampiamente il 70% della forza lavoro e della patologica mancanza di elettricità, di carburante, di medicine, di cure adeguate per i malati, (fra quest&#8217;ultimi, già oltre 500 deceduti perchè non curabili negli ospedali della Striscia).</p>
<p>Ultima nota colorita del viaggio mediorientale del segretario dell&#8217;ONU è stata recarsi in visita ai genitori <a href="http://uprootedpalestinians.blogspot.com/2010/03/waed-ban-ki-moons-meeting-with-shalit.html">dell&#8217;unico prigioniero israeliano in mano ai palestinesi: Gilad Shalit.</a><br />
Quando si dice due pesi e due misure, Ban Ki-moon non si è degnato di stringere la mano nemmeno ad uno solo dei parenti dei <a href="http://palestinianprisoners.blogspot.com/">11 000 prigionieri politici palestinesi sepolti vivi nelle prigioni israeliane.</a><a href="http://palestinianprisoners.blogspot.com/"><br />
</a><br />
<em>Restiamo Umani</em></p>
<p><a href="http://guerrillaradio.iobloggo.com/1891/pescatori-palestinesi-sotto-attacco">da Guerrila Radio</a><em><br />
</em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Tribunale Russell sulla Palestina. I seduta</title>
		<link>http://www.palestinalibera.org/2010/03/tribunale-russell-sulla-palestina-i-seduta/</link>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 12:41:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>
		<category><![CDATA[Occupazione]]></category>
		<category><![CDATA[Tribunale Russell]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.palestinalibera.org/?p=1664</guid>
		<description><![CDATA[Note di Giorgio Forti Rete ECO &#8211; Ebrei Contro l&#8217;Occupazione

La prima seduta del Tribunale Russell sulla Palestina ha avuto luogo a Barcelona nei giorni 1, 2 e 3 marzo 2010 (per informazioni sulla struttura ed il modo di operare del Tribunale Russell vedere il sito: http:// www.russelltribunalonpalestine.com)
Il Tribunale costituito a Barcellona ha avuto come scopo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><strong>Note di Giorgio Forti</strong> <a href="http://rete-eco.it"><em>Rete ECO &#8211; Ebrei Contro l&#8217;Occupazione</em></a></p>
<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } 		A:link { color: #0000ff } --></p>
<p style="text-align: justify;">La prima seduta del Tribunale Russell sulla Palestina ha avuto luogo a Barcelona nei giorni 1, 2 e 3 marzo 2010 (per informazioni sulla struttura ed il modo di operare del Tribunale Russell vedere il sito: http:// <a href="http://www.russelltribunalonpalestine.com/">www.russelltribunalonpalestine.com</a>)</p>
<p style="text-align: justify;">Il Tribunale costituito a Barcellona ha avuto come scopo quello di esaminare in che misura l’Unione Europea ed i suoi Stati membri si siano resi complici dell’occupazione, in corso da 40 anni, dei Territori Palestinesi, e delle violazioni dei diritti del popolo palestinese commesse da Israele.<span id="more-1664"></span></p>
<p style="text-align: justify;">La giuria era composta da:<br />
<em>Mairead Corrigan Maguire</em> (premio Nobel per la pace nel 1976, Irlanda del Nord)<br />
<em>Juan Tapia Guzman</em> (Giudice, Cile)<br />
<em>Gisèle Halimi</em> (Avvocato, già ambasciatore dell’Unesco, Francia)<br />
<em>Cynthia McKinney</em> (politica statunitense, Green Party, Usa)<br />
<em>Michael Mansfield</em> (Avvocato, Presidente dell’Haldane Society Socialist Lawyers, Gran Bretagna)<br />
<em>José Antonio Martin Pallin</em> (Magistrato Emerito della Corte Suprema, Spagna)<br />
<em>Ronnie Kasrils</em> (Autore e attivista, Sud Africa)<br />
<em>Alberto San Juan</em> (Attore, Spagna)<br />
<em>Aminata Traoré Auteur</em> (Politica e attivista, Mali).</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Il senatore belga Pierre Galand ha descritto l’organizzazione e gli scopi del Tribunale Russell sulla Palestina, a nome del Comitato Organizzatore Internazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">I Capi di Stato e i Ministri degli Esteri dei Paesi dell’Unione Europea, oltre al Presidente della Commissione Europea Josè Manuel Barroso, al Presidente del Consiglio Europeo Herman Van Rompuy, e all’Alto Rappresentante UE per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza Catherine Ashton, sono stati informati dello svolgimento della sessione del Tribunale, e sono stati invitati a presentare argomentazioni per la difesa, se lo desiderassero. Nessuno di loro tuttavia è stato presente.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra i numerosi testimoni ed esperti che hanno deposto davanti alla Giurìa, sono stati interrogati e hanno risposto alle domande, si indicano qui i più importanti:</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">Felicia Langer</span>, avvocata dei diritti umani, premio Bruno Kreisky, ha specificato le numerose violazioni da parte di Israele delle leggi internazionali e delle stesse leggi israeliane, in tutti i campi: la occupazione del territorio palestinese con le armi, la violazione dei diritti umani della popolazione di cui ha, come occupante, la responsabilità; la sistemazione nei territori occupati di una propria, numerosa, popolazione civile.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">Gustave Massiah</span> (Fr) economista e urbanista, ha descritto dettagliatamente i danni economici subiti dai palestinesi a causa dell’occupazione e della costruzione del Muro di Separazione: danni ai trasporti, all’agricoltura, al patrimonio edilizio e quelli dovuti agli ostacoli messi da Israele allo sviluppo di un sistema industriale palestinese.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono intervenuti anche <span style="text-decoration: underline;">Pilar Sampietro</span>, della rubrica “Mediterraneo” della radio Nazionale Spagnola, e <span style="text-decoration: underline;">Luis Llach</span>, compositore e cantante di “ Nova Canço”, che ha espresso la sua solidarietà al popolo palestinese.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">Madjid Benchikh</span> (Algeria) ha sostenuto la responsabilità dell’EU e degli Stati membri per l’aver consentito ad Israele, senza prendere contromisure, la violazione del diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese: i cittadini arabo-palestinesi di Israele non sono rappresentati nel Governo che impone loro leggi,  pratiche amministrative e politiche, e sono molto poco rappresentati nel parlamento israeliano. Nei Territori Palestinesi Occupati (TPO) il parlamento eletto non ha poteri reali.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche <span style="text-decoration: underline;">David Bondia</span>, esperto spagnolo, ha dimostrato che la chiusura di West Bank e Gaza ha abolito l’autodeterminazione del popolo palestinese: ha creato di fatto un regime di apartheid, dove i cittadini (in Israele) e gli abitanti arabi-palestinesi (nei TPO) sono gravemente discriminati su base etnica e religiosa a tutti i livelli della vita della società.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">Daragh Murray</span> (Irlanda e Palestina) ha testimoniato sulle conseguenze della chiusura dei palestinesi in stretti confini sulla perdita della possibilità di autodeterminazione: mancata libertà di movimento con gravissimi danni per l’economia, la sanità, l’istruzione; impossibilità di raggiungere ospedali e scuole, di eliminare la spazzatura, di far funzionare i sistemi di fognatura. A Gaza, dove il blocco è stato più rigido e prolungato, tutto questo ha portato alla gravissima crisi che si osserva oggi. Murray ha fornito al Tribunale dati dettagliati sulla disoccupazione e sulle condizioni sanitarie della popolazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Sulla annessione da parte di Israele di Gerusalemme Est, hanno testimoniato <span style="text-decoration: underline;">Ghada Karmi</span>, esperta israeliana, medico e autrice, <span style="text-decoration: underline;">Meir Margalit</span>, israeliano dell’ICAHD (Israeli Centre Against House Demolition), e <span style="text-decoration: underline;">Charles Shamas</span>, palestinese. La prima ha illustrato i metodi adottati da Israele per espellere il maggior numero possibile di palestinesi dalla città, ed ha appassionatamente denunziato la “ebraicizzazzione” di tutta la città. Israele vuole che si trasferiscano a Gerusalemme tutte la ambasciate, e si serve abilmente delle grandi competenze che Israele può offrire in molti campi, compreso lo spionaggio (l’intelligence). Margalit ha testimoniato sul diverso atteggiamento e linguaggio usato dalle due delegazioni della Unione Europea (UE) in Palestina: quella di Tel Aviv che mostra la faccia filoisraeliana, e quella a Gerusalemme, che mostra il volto pacifista, per “piacere” ai palestinesi, soprattutto alla ANP. Il testimonio Charles Shamas, palestinese, ha descritto la collaborazione bancaria tra UE e Israele, che controlla tutto il flusso di denaro e credito  tra Europa e Israele-Palestina. Questo sistema bancario è l’unico esistente nei TPO: nessun accordo economico bilanciato tra UE e Palestina è possibile se non si elimina questo sistema, liberando i palestinesi dal pesantissimo giogo. James Phillips, irlandese, e M Sfard, israeliano, testimoniano sul sistema di oppressione e strangolamento messo in atto dalle colonie israeliane: sradicamento di alberi, appropriazione dell’acqua, uso esclusivo delle strade su cui i palestinesi non sono ammessi.</p>
<p style="text-align: justify;">L’Accordo di Associazione UE-Israele è stato esaminato e duramente criticato dall’esperta belga <span style="text-decoration: underline;">Agnes Bertrand</span>, da <span style="text-decoration: underline;">Patrice Bouveret</span> (Francia), <span style="text-decoration: underline;">Véronique De Geyser</span> ( Belgio), testimone e parlamentare europeo, e <span style="text-decoration: underline;">Raoul Romeva</span>, spagnolo e parlamentare europeo. La Bertrand ha testimoniato che non vi è stata alcuna azione da parte dell’UE per farsi risarcire da Israele i danni per la distruzione di  case e infrastrutture costruite con fondi europei. Sono state anche testimoniate violazioni per quanto riguarda la esportazione di prodotti delle colonie nei TPO alle condizioni di privilegio doganale riservate ai prodotti di Israele.</p>
<p style="text-align: justify;">I testimoni ed esperti hanno messo in luce le gravi violazioni dell’accordo da parte di Israele: contro i diritti umani nei riguardi di palestinesi senza che questo provocasse reazioni dell’UE, mentre l’art.2 dell’Accordo stabilisce la sua sospensione  nel caso di violazione dei diritti umani da parte di un contraente. Inoltre, la UE è colpevole di non aver protestato per la fabbricazione di armamenti nucleari da parte di Israele, anch’essa incompatibile con l’Accordo. La De Geyser ha denunciato la complicità passiva dell’UE nei riguardi dell’import-export, anche di armi, tra paesi dell’UE ed Israele. Ha criticato anche il cambiamento della politica europea, che dopo le elezioni dl 2006, vinte da Hamas, ha applicato sanzioni ai palestinesi, cioè all’ANP, ed ha considerato, seguendo il volere di Israele, Hamas come un’entità terrorista, con questo rifiutando ogni trattativa con il breve governo di Hamas. Come già nel caso dei Mujaiddin del Popolo iraniani, l’esser tolti dalla lista dei “terroristi” è pratica difficilissima.  <span style="text-decoration: underline;">Philip Shiner</span> (Gran Bretagna) ha affermato il principio di Giurisdizione Universale per il perseguimento dei crimini contro i Diritti Umani, quali la Carta delle Nazioni Unite li ha proclamati, ricordando che i Paesi della EU ed Israele li hanno sottoscritti. Tuttavia, vi sono molte possibilità per Israele di aggirare questo principio, a causa del comportamento di Stati ed individui. <span style="text-decoration: underline;">Clare Short</span>, parlamentare europea, ha ribadito la violazione del diritto internazionale da parte di Israele, per l’aver allargato i suoi confini con l’uso della forza. EU e USA sono colpevoli di connivenza. Ha anche asserito che la minaccia di antisemitismo contro Israele non può essere una attenuante, perché semmai l’antisemitismo è problema europeo, non palestinese.</p>
<p style="text-align: justify;">L’assedio prima, l’attacco poi contro Gaza è stato trattato analiticamente dal <span style="text-decoration: underline;">Dottor Derek Summerfield</span>, britannico, che ha reso una dettagliata e molto ben documentata testimonianza sulle disastrose condizioni di quella città già prima dell’attacco israeliano detto “piombo fuso”, a causa dell’assedio israeliano in atto già da parecchi anni quando è stata scatenata l’operazione militare il 26 dicembre 2008. In conseguenza dell’assedio, già nel 2003 il 20% dei bambini di Gaza erano anemici per denutrizione. Il perdurare dell’assedio ha causato un progressivo peggioramento della situazione umanitaria, divenuta catastrofica durante e dopo l’operazione militare e relativo massacro, data la insufficienza dei servizi sanitari disponibili ed il fatto che il blocco israeliano è continuato durissimo, impedendo l’afflusso di materiale sanitario, di medici e di cibo. Anche la possibilità di trasportare malati e feriti gravi per essere curati altrove è stata impedita da Israele, e circa 200 pazienti sono morti nell’attesa. Le autorità dell’UE hanno chiesto ad Israele di lasciar entrare cibo, ma non hanno affermato l’illegalità dell’assedio, quindi sono conniventi con il massacro. Il dottor Sommerfield ha anche testimoniato dell’uso della tortura nelle carceri israeliane, anche contro minorenni.</p>
<p style="text-align: justify;">Il colonnello <span style="text-decoration: underline;">Desmond Travers</span>,  Irlandese, membro della Commissione Goldstone, ha descritto le armi usate d Israele nell’attacco a Gaza ed i loro effetti, mettendo in evidenza l’uso del fosforo bianco, un’arma vietata dalle convenzioni internazionali in aree dove viva una popolazione civile come Gaza e i suoi dintorni. Ha testimoniato di aver visto sui contenitori per il trasporto del fosforo bianco, la scritta “E “ che significa “experimental”, materiale considerato non usabile secondo le convenzioni. Ha anche descritto al Tribunale le proprietà del DIME, materiale che esplodendo si frantuma in frammenti microscopici, non individuabili nel corpo di colpiti con le radiografie convenzionali. Rispondendo a domanda dei giudici, ha testimoniato dell’uso da parte di guerriglieri palestinesi di razzi Qassam, di scarsa efficacia ma chiaramente diretti contro la popolazione civile, quindi condannabili in quanto usati come rappresaglia contro i civili. La sua testimonianza è stata convalidata da <span style="text-decoration: underline;">Raji Sourani</span>, palestinese, direttrice del Palestinian Center for Human Rights di Gaza.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">Ewa Jasiewicz</span> (Polonia), ha testimoniato della sua esperienza diretta di volontaria per l’emergenza medica a Gaza durante l’attacco israeliano: ambulanze della Mezzaluna Rossa prese a bersaglio da aerei e droni israeliani, ed anche dal fuoco di militari della forza di invasione, a distanza ravvicinata; distruzione delle strutture ospedaliere e di mezzi di sussistenza. Quanto ha visto non lascia dubbi sul carattere di punizione collettiva e indiscriminata dell’attacco israeliano.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">François Dubuisson</span>, esperto belga, ha illustrato la illegalità della costruzione del Muro quasi completamente in territorio palestinese: la condanna della Corte internazionale di Giustizia è ineccepibile, e la UE è impegnata ad esigere da Israele  la eliminazione del Muro, ed il pagamento dei danni arrecati ai palestinesi. Gli Stati che hanno votato la risoluzione di condanna hanno contratto l’obbligo di non riconoscere il Muro, di non cooperare alla sua costruzione e di adottare contro Israele sanzioni efficaci, come il disdire l’Accordo di cooperazione economica con Israele, sulla base dell’art.2 di esso, e comunque cessare ogni rapporto attivo finchè Israele sia inadempiente.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">Francis Wurtz</span>, testimonio francese, ex-parlamentare europeo, ha fatto un’excursus storico, rilevando la progressiva inadempienza europea nei riguardi dei suoi doveri di promozione del diritto dei palestinesi ad avere un loro stato. A suo parere, la UE si è disimpegnata politicamente durante la presidenza Bush negli USA, ed ha utilizzato il quartetto per nascondere le sue responsabilità. Richiesto dalla giuria se l’EU debba trattare con Hamas per raggiungere un accordo sulla formazione di uno stato palestinese, Wurtz ha evitato di rispondere dicendo che non è tanto importante con chi si tratta, quanto la volontà di arrivare ad una conclusione. Tale intervento è l’unico chiaramente dilatorio e sfuggente che si sia osservato nelle due giornate piene del dibattito che è stato molto impegnato e approfondito.</p>
<p style="text-align: justify;">La seduta dl Tribunale ha avuto spazio nei programmi della televisione nazionale spagnola, ed il maggior quotidiano spagnolo, il liberale El Pais, ha dedicato un’intera pagina all’evento, lunedì 1 marzo.</p>
<p style="text-align: justify;">La prossima seduta del Tribunale Russell sulla Palestina avrà luogo a Londra, nel prossimo autunno. In ogni Paese dell’UE esiste un  Comitato nazionale di appoggio; in Italia il Comitato è stato creato ed organizzato dalla Fondazione Basso, presieduta dal Dottor Gianni Tognoni.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>(Si ringrazia Paola Canarutto per la segnalazione del presente articolo&#8230; e dei numerosi articoli e riferimenti che ci segnala quotidianamente)</em></p>
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		<title>Non c&#8217;è tregua ad At TUWANI</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Mar 2010 12:22:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ Comunicato stampa (da Operazione Colomba del 7/03/2010)
TRE BAMBINI PALESTINESI TRATTENUTI MENTRE RACCOGLIEVANO DELLE ERBE 
[Nota:  Secondo la IV Convenzione di Ginevra, la corte internazionale di giustizia dell' Aia e numerose risoluzioni delle Nazioni Unite, tutti gli insediamenti israeliani nei Territori Palestinesi Occupati sono illegali. Gli avamposti israeliani sono considerati illegali secondo la legge [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong> </strong>Comunicato stampa (da Operazione Colomba del 7/03/2010)</p>
<p style="text-align: center;"><strong>TRE BAMBINI PALESTINESI TRATTENUTI MENTRE RACCOGLIEVANO DELLE ERBE </strong></p>
<p><em>[Nota:  Secondo la IV Convenzione di Ginevra, la corte internazionale di giustizia dell' Aia e numerose risoluzioni delle Nazioni Unite, tutti gli insediamenti israeliani nei Territori Palestinesi Occupati sono illegali. Gli avamposti israeliani sono considerati illegali secondo la legge israeliana]</em></p>
<p lang="it-IT"><strong>At Tuwani, South Hebron Hills</strong></p>
<p lang="it-IT">Il 6 marzo 2010 alle ore 10:30 del mattino un gruppo di soldati israeliani ha fermato tre bambini, due tredicenni e un quattordicenne, mentre stavano raccogliendo delle erbe nel villaggio di At-Tuwani, nelle colline a sud di Hebron.<span id="more-1584"></span></p>
<p lang="it-IT">I bambini erano assieme ad alcuni volontari di Operazione Colomba sulla collina di Khelly, di proprietà privata palestinese, vicino all&#8217;insediamento di Ma&#8217;on, quando sono arrivati dei soldati a bordo di una jeep militare. Tre di loro hanno iniziato a correre verso i ragazzi, hanno ritirato loro le cesoie che stavano utilizzando per raccogliere delle erbe e li hanno spinti verso la jeep. I soldati hanno poi fatto inginocchiare i ragazzi a terra per una decina di minuti, mentre nel frattempo è arrivato sul posto anche il capo della sicurezza di Ma&#8217;on. Due dei ragazzi sono stati forzati a salire sulla jeep, mentre il terzo ha tentato di scappare. Un soldato lo ha rincorso, ha tolto la sicura al suo M16 e ha rivolto l&#8217;arma contro il bambino che si è fermato immediatamente. Il minore è stato poi messo assieme agli altri e la jeep è partita con tutti bambini all&#8217;interno.</p>
<p lang="it-IT">Dopo circa un quarto d&#8217;ora, i membri di Operazione Colomba hanno visto i tre bambini correre loro incontro, giù da una collina, dall&#8217;altro lato della Road 317: i giovani palestinesi hanno riportato che i soldati dopo averli portati via per un breve tratto, li hanno poi rilasciarli.</p>
<p lang="it-IT">I coloni dell&#8217; insediamento di Ma&#8217; on sono spesso supportati dai soldati israeliani nei loro sforzi per rendere la valle e la collina di Khelly inaccessibili ai palestinesi, i quali sono fra l&#8217;altro proprietari di queste terre. Dal 1° febbraio, i membri di Operazione Colomba e di Christian Peacemaker Team che lavorano nell&#8217; area di At-Tuwani sono stati testimoni di come uomini, donne e bambini palestinesi siano stati ripetutamente scacciati dalle loro terre, trattenuti o arrestati.</p>
<p lang="it-IT">Le due organizzazioni mantengono una presenza permanente nel villaggio con l&#8217;obiettivo di provvedere agli accompagnamenti dei bambini palestinesi e delle loro famiglie che vivono sotto la minaccia costante di violenze da parte dei coloni e dell&#8217; esercito israeliani.</p>
<p>Per ulteriori informazioni contattare: Operazione Colomba: 054 99 25 773</p>
<p>Foto disponibili al seguente link:<br />
<a href="http://picasaweb.google.com/operationdove/20100306BambiniPalestinesiTrattenutiDaSoldatiIsraeliani?feat=directlink">http://picasaweb.google.com/operationdove/20100306BambiniPalestinesiTrattenutiDaSoldatiIsraeliani?feat=directlink</a></p>
<p style="text-align: center;">Scarica il documento dettagliato in PDF:<br />
<a href="http://www.operazionecolomba.com/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=472&amp;Itemid=38"><strong>&#8220;Un viaggio pericoloso: la violenza dei coloni contro gli scolari palestinesi sotto scorta militare&#8221;</strong></a></p>
<p><em>Background</em><br />
Per anni, gli abitanti del villaggio di Tuba hanno utilizzato la strada diretta per raggiungere il villaggio di At-Tuwani e da lì la vicina città di Yatta, centro sociale ed economico di tutta l&#8217;area. La costruzione lungo tale strada dell&#8217;insediamento israeliano di Ma&#8217;on negli anni &#8216;80 e del vicino avamposto illegale di Havat Ma&#8217;on nel 2001, ha di fatto bloccato il movimento dei palestinesi, costringendoli a percorrere sentieri più lunghi che richiedono fino a due ore di cammino.</p>
<p>Volontarie e volontari dei Christian Peacemaker Teams e di Operazione Colomba sono presenti nel villaggio di At-Tuwani dal 2004, con azioni di sostegno alla libertà di movimento dei palestinesi minacciati dalla violenza dei coloni israeliani che occupano illegalmente i territori palestinesi. La libertà di movimento è un diritto sancito dall&#8217;articolo 12 della Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici della Nazioni Unite, ratificata da Israele nel 1991.</p>
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		<title>Salviamo l&#8217;università e la cultura palestinese</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 23:46:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Daniele Zolo
Un gruppo di docenti universitari e di ricercatori italiani, sensibili alla situazione universitaria e scolastica delle nuove generazioni palestinesi, hanno lanciato una originale iniziativa che sta sollevando notevole interesse. L&#8217;iniziativa viene presentata questa settimana da docenti delle Università di Firenze, Pisa e Milano: Angelo Baracca, Giorgio Gallo, Martina Pignatti e Giorgio Forti ne [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Daniele Zolo</p>
<p style="text-align: justify;">Un gruppo di docenti universitari e di ricercatori italiani, sensibili alla situazione universitaria e scolastica delle nuove generazioni palestinesi, hanno lanciato una originale iniziativa che sta sollevando notevole interesse. L&#8217;iniziativa viene presentata questa settimana da docenti delle Università di Firenze, Pisa e Milano: Angelo Baracca, Giorgio Gallo, Martina Pignatti e Giorgio Forti ne sono i principali promotori. L&#8217;occasione è offerta dall&#8217;Israeli Apartheid Week, che è una campagna di denuncia delle discriminazioni alle quali è soggetto il popolo palestinese. Sia nei territori occupati, sia in Galilea, la situazione è molto grave, come dichiarano centri di ricerca non solo palestinesi, ma anche israeliani, come B&#8217;Tselem, il Centro israeliano che documenta le violazioni dei diritti umani nei territori occupati.<span id="more-1566"></span><br />
Il livello culturale e scientifico nelle 11 università palestinesi è stato fortemente condizionato dalla situazione politica, economica e istituzionale dei territori occupati e dalle violenze dell&#8217;esercito israeliano. In termini di perdita di vite umane, dall&#8217;ottobre 2000 al giugno 2008, circa 650 studenti sono stati uccisi, 4800 feriti e oltre 700 imprigionati. Tra i docenti, 37 sono stati uccisi, 55 feriti e 190 reclusi.<br />
Altrettanto gravi sono stati i danni bellici provocati alle strutture scolastiche e universitarie palestinesi, con la conseguenza di una bassa percentuale di studenti iscritti e di una scarsa presenza di docenti. A Gaza, in particolare, la situazione è drammatica: il 50% degli studenti è assente e lo è anche il 40% dei docenti. Durante l&#8217;operazione militare Piombo Fuso l&#8217;aviazione israeliana ha distrutto 280 scuole/asili e 16 edifici universitari. In pochi giorni sono stati uccisi 164 studenti e 12 docenti.<br />
E si devono segnalare inoltre i casi di discriminazione degli studenti non ebrei da parte di università israeliane. Il fenomeno riguarda anche università israeliane aventi sede nei territori palestinesi occupati, come è il caso dell&#8217;Ariel University College affiliato all&#8217;Università Bar Ilan. In questo quadro si fa sempre più probabile un vero e proprio etnocidio del popolo palestinese ed arabo-israeliano, sia nei territori occupati, sia in Galilea, dove vivono in condizioni di soggezione non meno di un milione e trecentomila &#8220;cittadini&#8221; arabi. Le nuove generazioni sono esposte ad una radicale perdita della consapevolezza della propria storia, delle proprie radici etniche e della propria identità culturale e linguistica. Che cosa intendono fare e stanno proponendo i docenti universitari italiani che si sono impegnati nel tentativo di salvare le nuove generazioni palestinesi? Intendono diffondere nei nostri atenei consapevolezza sulle violazioni del diritto allo studio e della libertà accademica del popolo palestinese. L&#8217;operazione va in controtendenza rispetto alla decisione del Governo italiano, che pochi mesi dopo la strage di Gaza ha firmato un accordo con il Governo israeliano per l&#8217;avvio da un Biennio scientifico e tecnologico italo-israeliano.<br />
Con una &#8220;Lettera aperta sulla discriminazione universitaria e culturale del popolo palestinese&#8221;, che sta avendo un inaspettato successo, il gruppo di docenti italiani invita i colleghi universitari ad aderire ad un progetto di intervento a favore delle università palestinesi, cercando il dialogo anche con gli accademici israeliani. L&#8217;obiettivo è l&#8217;intervento concreto a favore di studenti e studiosi palestinesi e arabo-israeliani, promuovendo convenzioni di cooperazione culturale, scientifica e didattica fra atenei italiani e atenei palestinesi. Un ulteriore passo avanti sarà l&#8217;organizzazione di un primo convegno nazionale su questi temi, con la collaborazione di istituzioni nazionali e internazionali, non solo accademiche, disposte a sostenere il progetto degli accademici italiani: aiutare le nuove generazioni palestinesi a raggiungere in assoluta autonomia un livello &#8220;normale&#8221; di scolarizzazione e acculturazione universitaria, nonostante l&#8217;occupazione, l&#8217;assedio e la repressione in corso.<br />
PS. Per ricevere il testo della &#8220;Lettera aperta&#8221; e inviare adesioni, i docenti e i ricercatori italiani possono scrivere a: <a href="mailto:%C2%ABdiritto.studio.palestina@gmail.com">«diritto.studio.palestina@gmail.com</a>»</p>
<p>da <a href="http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20100304/pagina/08/pezzo/272851/">Il Manifesto del 4 marzo 2010</a></p>
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		<title>Donne israeliane</title>
		<link>http://www.palestinalibera.org/2010/02/donne-israeliane/</link>
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		<pubDate>Wed, 10 Feb 2010 16:43:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Donne soldato israeliane rompono il silenzio
L’appello              delle donne israeliane a sostegno della campagna di boicottaggio,              disinvestimento, sanzioni verso Israele
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><strong><a href="http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=1739:donne-soldato-israeliane-rompono-il-silenzio&amp;catid=22:dossier&amp;Itemid=42">Donne soldato israeliane rompono il silenzio</a></strong></h3>
<h3><a href="http://www.forumpalestina.org/news/2010/Febbraio10/08-02-10AppelloDonneIsraeliane.htm"><strong>L’appello              delle donne israeliane a sostegno della campagna di boicottaggio,              disinvestimento, sanzioni verso Israele</strong></a></h3>
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		<title>Vicinanza del sorriso</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Feb 2010 23:29:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>

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di Tommaso di Francesco
Che avrebbe detto Stefano Chiarini che tre anni fa ci ha lasciato, di Berlusconi a Bethlemme, tronfio e bugiardo dalla tribuna accanto all&#8217; improbabile Abu Mazen, che risponde alla domanda se ha visto il Muro d&#8217;Israele, «Non l&#8217;ho visto»?
Come avrebbe reagito all&#8217;appoggio incondizionato alla guerra contro i civili scatenata dall&#8217;aviazione israeliana a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.palestinalibera.org/wp-content/media/stefano-ciao.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1196" title="stefano ciao" src="http://www.palestinalibera.org/wp-content/media/stefano-ciao.jpg" alt="" width="483" height="438" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><em>di Tommaso di Francesco</em></p>
<p style="text-align: justify;">Che avrebbe detto Stefano Chiarini che tre anni fa ci ha lasciato, di Berlusconi a Bethlemme, tronfio e bugiardo dalla tribuna accanto all&#8217; improbabile Abu Mazen, che risponde alla domanda se ha visto il Muro d&#8217;Israele, «Non l&#8217;ho visto»?</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-1218"></span>Come avrebbe reagito all&#8217;appoggio incondizionato alla guerra contro i civili scatenata dall&#8217;aviazione israeliana a Gaza un anno fa: «È stata giusta e ingiusto il rapporto Goldstone», il dossier dell&#8217;incaricato dei diritti umani dell&#8217;Onu che ha ottenuto la condanna d&#8217;Israele per «crimini di guerra»? E che parola avrebbe pronunciato sentendo che Goldstone, giudice sudafricano antiapartheid ed ebreo, è stato definito «antisemita» dal governo israeliano?<br />
Stefano sarebbe restato umano, come consiglia Vittorio Arrigoni che sul manifesto ha raccontato per un mese intero quell&#8217;inferno. Umano a modo suo, naturalmente. Conservando dentro di sé la doppia contraddizione di chi sa e sa raccontare, ma è anche consapevole di non essere all&#8217;altezza della tragedia affluente che cancella il popolo palestinese. Cosciente di non avere quel potere necessario almeno a cambiare l&#8217;agenda distratta del mondo. Che non vede l&#8217;impetuosa crescita dei muri escludenti e dei nuovi ghetti. Stefano avrebbe sorriso, nervoso come quando era convinto della verità che affermava ma sapeva che l&#8217;ascolto non arrivava. Avremmo sorriso insieme, perché la tracotanza della destra al governo in Italia corrisponde al lungo silenzio complice di quella che ci ostiniamo a chiamare «centrosinistra» sul destino dei palestinesi, costretti in una vasta prigione a cielo aperto da Gaza ai Territori occupati, racchiusi senza speranza dentro tre muri. Quanto la realtà corrisponde alla lungimiranza lucida e indelicata di Stefano. L&#8217;unica utile ai tempi che ci è dato vivere. Loro hanno due milioni di cluster bomb disseminate tra la Striscia e il Libano del sud, pronte a esplodere in futuro. Noi abbiamo, deflagrante, l&#8217;enigmatica risata di Stefano. Ha scritto Mahmud Darwish nella poesia Stato d&#8217;assedio: «Quando gli aerei scompaiono, spiccano il volo le colombe/ Bianchissime, lavano la gota del cielo/ Con ali libere, riprendono il bagliore e il possesso/ Dell&#8217;etere e del gioco. In alto, ancora più in alto volano via/ Le colombe bianchissime. Ah, se il cielo/ Fosse vero&#8230; (mi ha detto un uomo correndo fra due bombe)&#8230;/». Senza Stefano siamo più incapaci di capire e di narrare. Ci manca quella durezza interiorizzata e quella dolcezza nascosta solo ai nemici, che pure lasciava intravedere come dote unica. Ci manca il suo dispetto al mondo.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20100206/pagina/09/pezzo/270879"><em>da Il Manifesto del 7/02/2010</em></a></p>
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		<title>Liquidazione totale</title>
		<link>http://www.palestinalibera.org/2010/02/liquidazione-totale/</link>
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		<pubDate>Sat, 06 Feb 2010 23:10:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>
		<category><![CDATA[Italia - Israele]]></category>
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		<description><![CDATA[di Don Nandino Capovilla*
Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi              ha attuato ieri una liquidazione totale delle speranze di pace in              Terra Santa. Una pesantissima banalizzazione del processo di pace [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>di Don Nandino Capovilla*</em></p>
<p style="text-align: justify;">Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi              ha attuato ieri una liquidazione totale delle speranze di pace in              Terra Santa. Una pesantissima banalizzazione del processo di pace              e un&#8217;irrisione delle Nazioni Unite che rischiano di trascinare l&#8217;Italia              fuori dal consesso dei Paesi e delle Istituzioni internazionali che              tessono da anni il faticoso cammino della pace.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-1210"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Affermando che è stato giusto il massacro              su Gaza, ha liquidato il lavoro prezioso e oggettivo svolto dalle              Nazioni Unite nel monitorare un inaudito massacro di civili, la distruzione              di migliaia di case, scuole, ospedali attraverso l&#8217;uso di armi illegali.              Possiamo ancora ritenerci parte degli organismi internazionali, in              primis dell&#8217;Onu?</p>
<p style="text-align: justify;">Asserendo di &#8216;non aver visto&#8217; il Muro dell&#8217;apartheid              che circonda Betlemme, ha vergognosamente liquidato il pronunciamento              fatto nel 2004 dall&#8217;Assemblea Generale delle Nazioni Unite che ne              ha condannato la costruzione evidenziandone le terribili conseguenze              umanitarie. Può il Presidente del Consiglio arrivare a un livello              così insopportabile di irresponsabilità?</p>
<p style="text-align: justify;">Definendo più volte Israele come “Stato              ebraico, libero e democratico”, ha liquidato quel milione e              duecentomila cittadini dello Stato d&#8217;Israele, che ebrei non sono,              e che vedono ogni giorno calpestati i loro diritti. Come proclamarsi              insistentemente “amici di Israele” quando non lo si esorta              ad essere veramente uno stato democratico?</p>
<p style="text-align: justify;">Identificando come antisemita chiunque si opponga              alla politica di occupazione, di umiliazione e di disprezzo di qualsiasi              Risoluzione Onu da parte dello Stato d&#8217;Israele, ha liquidato e denigrato              le sofferenze patite da migliaia e migliaia di palestinesi, in spregio              a quanti, israeliani, palestinesi, uomini e donne di ogni Paese, si              battono insieme alla ricerca di una pace giusta, fondata sul rispetto              delle leggi internazionali.</p>
<p style="text-align: justify;">Davvero non ci possono essere i saldi della pace.</p>
<p style="text-align: justify;">Non si può raggiungere la meta della riconciliazione              tra i popoli svendendo sul mercato una “pace economica”,              la “pace del benessere”.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>*Coordinatore nazionale di Pax Christi</em></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.forumpalestina.org/news/2010/Febbraio10/05-02-10LiquidazioneTotale.htm">da Forum Palestina</a></p>
<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --></p>
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		<title>La Palestina sta lentamente morendo nelle pietrose colline della Cisgiordania</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Feb 2010 23:07:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>

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		<description><![CDATA[Robert Fisk, The Independent, 30/I/2010 
L’espressione Area C non ha un suono sinistro. Partorita da quel fallimento che fu l’Accordo di Oslo, delle cui macerie fa parte, indica una terra di colline grigie cosparse di pietre e di verdi valli gentili, e costituisce il 60% della Cisgiordania occupata da Israele, che sarebbe dovuta ritornare ai [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Robert Fisk, The Independent, 30/I/2010 </em></p>
<p>L’espressione Area C non ha un suono sinistro. Partorita da quel fallimento che fu l’Accordo di Oslo, delle cui macerie fa parte, indica una terra di colline grigie cosparse di pietre e di verdi valli gentili, e costituisce il 60% della Cisgiordania occupata da Israele, che sarebbe dovuta ritornare ai suoi abitanti palestinesi secondo quell’Accordo.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-1222"></span>Ma se si guardano le statistiche e si sfogliano gli ordini di demolizione che si ammucchiano sul tavolo davanti a Abed Kasab, sindaco di Jiftlik, la questione assume l’aspetto di una pulizia etnica per via burocratica. La parola per definire il lavoro amministrativo in questione potrebbe essere “perversione”, quella per definirne i risultati “oscenità”.<br />
Case palestinesi che non hanno il permesso di rimanere in piedi, tetti che si devono tirar giù, pozzi chiusi, fognature demolite; in un villaggio ho persino visto un primitivo sistema elettrico nel quale i Palestinesi hanno dovuto piantare i pali dell’elettricità cementati in blocchi di cemento che si alzano sulla superficie della strada sterrata. Sei i pali fossero piantati direttamente nella terra verrebbero distrutti – nessun Palestinese è autorizzato a scavare un buco ad una profondità maggiore di 40 cm.<br />
Ma torniamo alla burocrazia. &#8220;Ro&#8217;i&#8221; – se è il nome giusto del funzionario israeliano, perché è difficile da decifrare – ha firmato lo scorso dicembre un’infornata di ordini di demolizione per Jiftlik, tutti debitamente recapitati, in Arabo e in Ebraico, al sig. Kasab. Ce ne sono 21, che vanno – non in ordine- dal numero 143912 fino al 145059, e tutti provengono dalla “Sottocommissione dell’Amministrazione Civile per le Zone di Giudea e Samaria dell’Alto Consiglio Urbanistico di Controllo (sic)”. La Giudea e Samaria – per la gente qualunque- sono la Cisgiordania Occupata. La prima comunicazione porta la data dell’8 dicembre 2009, l’ultima quella del 17 dicembre.<br />
E come spiega il sig. Kasab, questo è l’ultimo dei suoi problemi. Quando i Palestinesi chiedono il permesso di costruire delle case, le loro richieste vengono trattenute per anni o respinte; le case costruite senza autorizzazione abbattute senza pietà; i tetti in lamiera ondulata si devono mascherare con fogli di plastica nella speranza che l’”Amministrazione Civile” non li consideri un piano aggiuntivo, nel qual caso gli uomini di &#8220;Ro&#8217;i&#8221; arriverebbero a strapparli dalle case.<br />
Nell’Area C ci sono 150.000 Palestinesi e 300.000 coloni ebrei che vivono –illegalmente per la legge internazionale – in 120 colonie ufficiali e 100 insediamenti “non riconosciuti”, ovvero, nel linguaggio che dobbiamo usare in questi giorni, “avamposti illegali”; illegali sia per la legge israeliana sia per quella internazionale, per distinguerli dalle 120 colonie che sono legali per la legge israeliana ma illegali per quella internazionale. I coloni ebrei, inutile dirlo, non hanno alcun problema ad ottenere le licenze edilizie.<br />
I raggi ardenti del sole invernale entrano dalla porta dell’ufficio del sig. Kasab ed il fumo di sigaretta si sparge per la stanza mentre gli uomini di Jiftlik urlano con rabbia le proprie lamentele. “Stampi pure il mio nome, sono così arrabbiato che non mi importa delle conseguenze,” dice. “L’unico permesso che non dobbiamo ancora chiedere, per ora almeno, è quello di respirare!” La retorica è un po’ logora, ma la rabbia è reale. “Edifici, strade nuove, serbatoi, è da tre anni che aspettiamo le autorizzazioni. Non riusciamo ad ottenere il permesso per costruire un nuovo ambulatorio. Scarseggia l’acqua sia per uso umano sia agricolo. Ottenere l’autorizzazione per ripristinare il sistema idrico costa 70.000 shekel israeliani (circa €16.000) – vale a dire di più dell’operazione di ripristino stessa.”<br />
Quando si percorrono in automobile le sperdute strade dell’Area C – dalla periferia di Gerusalemme al bacino semi-umido della Valle del Giordano – si incontrano colline scure e spoglie vallate pietrose segnate da antiche caverne profonde, fino ad avvistare, più ad est, i campi dei Palestinesi, i palmeti dei coloni ebrei –questi circondati da recinzioni elettrificate- e le capanne di fango o di pietra dei pastori palestinesi. Questo paradiso non è che un’illusione. Infatti un gruppo di abitanti, quello degli Israeliani, può ricordare la propria storia e vivere in un paradiso, mentre il gruppo minoritario, quello degli Arabi palestinesi, può solo attraversare con lo sguardo queste terre meravigliose ricordando la propria storia, ma si trova già in un limbo, fuori dal paradiso.<br />
Anche le ONG occidentali che operano nell’Area C si trovano impedite dagli Israeliani nel loro lavoro per i Palestinesi. Questo non è un semplice “intoppo” nel “processo di pace” – qualunque cosa esso significhi –ma è uno scandalo internazionale. Oxfam, per esempio, aveva chiesto agli Israeliani il permesso di costruire un bacino sotterraneo di 300 mq di capienza insieme con 700 metri di condutture sempre sotterranee da 10 cm per le migliaia di Palestinesi che vivono intorno a Jiftlik. Permesso negato. Allora Oxfam informò che intendeva costruire un’installazione in superficie formata da due serbatoi in fibra di vetro, un condotto ed una pompa ausiliaria. Risposta: avrebbe dovuto ottenere un permesso anche se il condotto era in superficie, il quale permesso venne poi negato. Come ultima risorsa, Oxfam ora sta distribuendo serbatoi d’acqua da mettere sui tetti.<br />
Mi sono imbattuto in un esempio ancora più scandaloso di questa forma di apartheid-via burocratica nel villaggio di Zbeidat, dove l’Ufficio per gli Aiuti Umanitari della Unione Europea aveva installato 18 impianti di trattamento delle acque di scarico per impedire che i liquami nauseabondi del villaggio finissero nei campi dopo avere attraversato gli orti e la strada principale. L’impianto, costato €92.000, era formato da una serie di pozzetti da 12 metri svuotati con regolarità da camion della spazzatura ed era stato regolarmente installato in quanto si trovava all’interno dell’Area B, dove non era richiesta alcuna autorizzazione.<br />
Tuttavia ora gli Israeliani hanno comunicato agli operatori della UE che devono interrompere le operazioni su 6 dei 18 pozzetti – l’annuncio prelude certamente alla demolizione degli stessi, anche se sono già costruiti vicino alla strada – perché una parte del villaggio si trova nell’Area C. Inutile dire che nessuno, né Palestinese né Israeliano, sa quale sia l’esatto confine fra Area B e C. Questo significa che circa €23.000 pagati dalla UE sono stati buttati via dalla “Amministrazione Civile” israeliana.<br />
Ma in qualche modo questo vortice di documenti che concedono o negano autorizzazioni serve ad oscurare la terribile realtà dell’Area C. Molti attivisti israeliani ed anche molti operatori delle ONG occidentali sospettano che Israele abbia l’intenzione di costringere i Palestinesi ad abbandonare queste terre, case e villaggi per trasferirsi nelle miserabili Aree A e B. La seconda è sotto il controllo congiunto dell’autorità militare e civile israeliana e della polizia palestinese, mentre la prima è sotto la dissennata Autorità Palestinese di Mahmoud Abbas. In questo modo ai Palestinesi non rimarrebbe che un misero 40% della Cisgiordania occupata da contendersi, vale a dire una esigua parte della Palestina ai tempi del Mandato britannico, la parte su cui aveva una volta sperato di governare l’altrettanto inutile Yasser Arafat. Si aggiunga a ciò la designazione del 18% dell’Area C come “zona militare chiusa” ed un ulteriore 3% definito con il termine assurdo di “riserva naturale” – sarebbe interessante sapere da quali animali sia popolata – ed il risultato è semplice: anche senza ricorrere ad ordini di demolizione ai Palestinesi è proibito edificare nel 70% dell’Area C.<br />
Lungo una strada ho scoperto una serie di grandi blocchi di cemento eretti dall’esercito israeliano davanti a delle catapecchie palestinesi. Su ciascuno di essi era stampato in ebraico, arabo e inglese: “Pericolo – area di tiro. Divieto di ingresso”. Che cosa dovrebbero fare i Palestinesi che vivono qui? Si aggiunga che l’Area C è la più ricca fra le terre palestinesi occupate, potendo contare sia sull’allevamento sia sulla produzione di formaggio. Molti fra i 5.000 abitanti di Jiftlik sono già profughi, perché le loro famiglie fuggirono verso Gerusalemme Ovest (per l’attuale Israele) nel 1947 e 1948. La loro tragedia non è ancora finita, naturalmente. A quale prezzo, Palestina?</p>
<p style="text-align: justify;"><em><a href="http://zeitun.ning.com/profiles/blogs/la-palestina-sta-lentamente">traduzione di Stefania Fusero</a><br />
<a href="http://www.independent.co.uk/news/world/middle-east/in-the-west-banks-stony-hills-palestine-is-slowly-dying-1883669.html">L&#8217;articolo</a> in inglese</em></p>
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		<title>Gaza senza luce</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Feb 2010 23:04:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>
		<category><![CDATA[Gaza]]></category>

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		<description><![CDATA[Grilletto facile sull’interruttore della luce
Che cosa c’è che possa assomigliare di più al trascorrere almeno di un terzo, se non dell’intera giornata, senza elettricità? Un milione e mezzo di persone stanno vivendo in questo modo da oltre una settimana in quello che si presenta proprio come l’ultimo capitolo della crisi di elettricità in atto nella [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;"><a href="http://www.gazagateway.org/2010/02/trigger-happy-on-the-light-switch"><strong>Grilletto facile sull’interruttore della luce</strong></a></h3>
<p style="text-align: justify;"><strong></strong>Che cosa c’è che possa assomigliare di più al trascorrere almeno di un terzo, se non dell’intera giornata, senza elettricità? Un milione e mezzo di persone stanno vivendo in questo modo da oltre una settimana in quello che si presenta proprio come l’ultimo capitolo della crisi di elettricità in atto nella Striscia di Gaza. Se c’è un elemento in comune che persiste dappertutto in questa saga, questo è il senso imposto e perpetuo del “vivere ai bordi”..</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-1212"></span></p>
<p style="text-align: justify;">In novembre, l’Unione Europea, che finanzia i motori diesel necessari per  far funzionare solo la centrale elettrica di Gaza. ha dato l’annuncio, in una decisione congiunta con L’Autorità Palestinese (PA), che avrebbe cessato il suo finanziamento del valore di 97 milioni di Euro all’anno, da attribuirsi in  parte alla crisi economica globale. Nonostante il fatto che l’avviso sulle sue intenzioni è stato dato con mesi di anticipo, non è stato fatto alcun tentativo alternativo di accordo, sebbene alcuni stati europei avessero espresso la volontà di fornire finanziamenti all’Autorità Palestinese per coprire il costo del diesel.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel frattempo, la centrale elettrica di Gaza è stata costretta a limitarsi ad una produzione di appena 30 mega Watt, quasi un terzo della sua capacità potenziale di produzione (80 mega Watt).</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo le informazioni dei media, un altro fattore, che è una decisione che intralcia la questione del finanziamento, è rappresentato dal conflitto fratricida palestinese e dalla richiesta dell’Autorità Palestinese che Hamas contribuisca alle spese o raccolga denaro dai consumatori. L’Autorità Palestinese ha effettivamente invitato Hamas che non è stato precedentemente coinvolto nella produzione di elettricità a Gaza,  per giocare un ruolo attivo nell’approvvigionamento e nel finanziamento della fornitura di un diesel industriale per la centrale elettrica di Gaza.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa settimana, la centrale elettrica ha accresciuto la produzione a 60 megawatt dopo aver ricevuto  scorte aggiuntive di petrolio, ma non è chiaro se deve essere ricercata una soluzione.</p>
<p style="text-align: justify;">Difatti, sembra che tutti gli attori di questo dramma stanno sfruttando una necessità tanto essenziale ed ovvia come l’elettricità al fine di promuovere i loro obiettivi politici. Nonostante il fatto che la centrale elettrica sia evidentemente una infrastruttura civile vitale, malgrado il fatto che essa sia una proprietà decisamente privata, e nonostante il fatto che il diesel industriale venga utilizzato usualmente per mettere in funzione le turbine della stazione, nel 2006 Israele  decise di bombardare la stazione, infliggendo dei danni che devono ancora essere riparati completamente. Oltre a tutto, fin dal 2007, Israele ha limitato il trasferimento nella Striscia di Gaza di diesel industriali fino a un “minimo” che si posiziona a 2,2 milioni di litri per settimana, malgrado il fatto che in realtà vengono richiesti 3,5 milioni di litri per l’attuale produzione massima della centrale elettrica.</p>
<p style="text-align: justify;">La politica israeliana di “riduzione al minimo” sta a significare  che la centrale elettrica non ha la  capacità di accumulare scorte di diesel industriale da approntare per i momenti di interruzione dell’approvvigionamento. Così, quando le scorte sono sospese, questa volta a causa dei problemi di finanziamento e al conflitto all’interno della dirigenza palestinese, 1,5 milioni di persone devono imparare a vivere in assenza della corrente elettrica per 8 ore o più al giorno.</p>
<p>(tradotto da mariano mingarelli, <a href="http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=1737:gaza-senza-elettricita&amp;catid=25:dalla-palestina&amp;Itemid=75">Associazione Amicizia Italo-Palestinese</a>)</p>
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		<title>Berlusconi in Israele</title>
		<link>http://www.palestinalibera.org/2010/02/berlusconi-in-israele-2/</link>
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		<pubDate>Thu, 04 Feb 2010 20:38:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>
		<category><![CDATA[Italia - Israele]]></category>

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		<description><![CDATA[Berlusconi in Israele: frasi e simboli di un filo-sionista senza scrupoli
La visita di Berlusconi in Israele rappresenta              un ulteriore strappo in senso bellicista e filo sionista dell’Italia,              ma rischia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;">Berlusconi in Israele: frasi e simboli di un filo-sionista senza scrupoli</h3>
<p style="text-align: justify;">La visita di Berlusconi in Israele rappresenta              un ulteriore strappo in senso bellicista e filo sionista dell’Italia,              ma rischia di venir giudicata solo per il significato superficiale              delle frasi ciniche contenute nel discorso tenuto alla Knesset e durante              la visita in Israele e in West Bank .</p>
<p style="text-align: justify;">Il governo italiano, rappresentato da ben 8 ministri, è partito              all’indomani della richiesta di Berlusconi ad Israele di fermare              la costruzione di colonie. Una presa di posizione che è risultata              utile ad attirare l’attenzione dei media e ad accreditare il              cavaliere e i suoi ministri erranti come mediatori.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-1188"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Con questa visita Berlusconi punta a sviluppare rapporti              di partnership che valgono circa 2 miliardi di esportazioni italiane              verso Israele (dati Istat 2008),</p>
<p style="text-align: justify;">L’alleanza tra le sponde europee del Mediterraneo,              secondo il punto di vista neocoloniale, sarà alimentata da              ulteriori accordi commerciali, industriali e da collaborazioni nei              campi della ricerca e sviluppo, investendo le principali agenzie italiane              ed israeliane.</p>
<p style="text-align: justify;">Si va dai contratti per la fornitura di aerei da              addestramento Aermacchi M346, al riciclo delle acque, al settore delle              telecomunicazioni sicure, alla collaborazione nel settore spaziale              .</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto riguarda la ricerca e lo sviluppo, come              riporta il sito del Ministero degli Esteri : “si svolgerà              una Tavola Rotonda tra i vertici delle principali agenzie di Ricerca              &amp; Sviluppo italiane (CNR ed ENEA in testa) che aprirà la              strada al lancio del Biennio Scientifico e Tecnologico italo-israeliano              e inaugurerà tre Laboratori Congiunti, resi possibili dagli              ulteriori stanziamenti per l’Accordo scientifico tra Italia              ed Israele, voluti dal Ministro Frattini: tra ENEA e Università              di Beersheva sulle energie alternative e rinnovabili; tra CNR e Università              di Tel Aviv sulle neuroscienze; tra LENS di Firenze e Istituto Weizmann              sugli atomi freddi.”</p>
<p style="text-align: justify;">Ma con questa visita Berlusconi, sfruttando l’empasse              della situazione Medio orientale, lancia il suo governo come possibile              mediatore tra Israele e Autorità Palestinese. Un mediatore              che sposa le sole tesi Israeliane, ribadendo “ il diritto              di Israele ad esistere come stato ebraico” e che “Israele              è senza dubbio un esempio per la nostra possibilità              di essere liberi e mantenere la democrazia anche fuori dai confini              dell’occidente”.</p>
<p style="text-align: justify;">Affermando la giustezza dei bombardamenti sionisti              a Gaza, Berlusconi dichiara, suggellandolo con il fosforo bianco,              che Hamas è fuori dai tavoli negoziali, che Israele è              al di sopra del rapporto Goldstone e quindi dell’O.N.U. e del              diritto internazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Berlusconi si è spinto anche oltre. Infatti, nell’incontro              con Abu Mazen, l’ostentazione della spilla con la bandiera israeliana              e la svista sul dettaglio del Muro della vergogna si inseriscono perfettamente              nella pratica israeliana di ignorare ed umiliare le ragioni del popolo              palestinese .</p>
<p style="text-align: justify;">Le frasi ad effetto sono state pronunciate con calcolo e suonano come              una provocazione e una minaccia per il mondo arabo e palestinese,              mentre rinsaldano le relazioni tra il governo italiano e quello sionista,              partendo dagli aspetti più reazionari e colonizzatori che l’elite              israeliana ha messo in campo in questi ultimi anni.</p>
<p style="text-align: justify;">La condanna di Berlusconi al diritto iraniano a sviluppare              l’energia nucleare per fini pacifici diventa una minaccia proprio              perché viene lanciata da Israele, che è l’unica              potenza nucleare della regione, forte di 400 testate nucleari e che              dalla sua nascita ha sviluppato circa 8 conflitti e numerosi attacchi              aerei al di fuori dei propri confini, senza contare le sanguinose              operazioni conto Gaza e la West Bank.Con questo, si afferma che solo              Israele può accedere a tecnologie, sviluppo delle risorse e              supremazia militare.</p>
<p style="text-align: justify;">Berlusconi è il Presidente del Consiglio di              un Italia che è un arsenale, che si allunga pericolosamente              in mezzo al Mediterraneo e punta minacciosa verso Oriente. Queste              dichiarazioni devono mettere in allarme il movimento contro la guerra              e quanti si battono a favore dei movimenti di resistenza e dei popoli              medio orientali.</p>
<p style="text-align: justify;">Se Berlusconi sta instradando il nostro paese verso              una amicizia sempre più stretta con la poco amata piccola Prussia              Israeliana in questo percorso pericoloso e guerrafondaio, la strada              è stata aperta da altri, anche a sinistra, ed oggi la lobby              filoisraeliana è ricca di sponsor illustri a partire dal Presidente              della Repubblica. I corifei filo israeliani sono ovunque, spuntano              a destra come a sinistra e riconoscono ad una classe politica corrotta,              colonialista e guerrafondaia, come quella sionista, il diritto a nascondere              i propri crimini contro i Palestinesi dietro l’alibi della Shoa,              cioè di un orrore compiuto in Europa, da Europei e non certo              dal popolo palestinese.</p>
<p style="text-align: justify;">Le parole ignobili di Berlusconi mostrano ancora una volta la distanza              che separa i governi da gran parte di quel popolo che dicono di rappresentare.              Un popolo che si è indignato per la strage di Gaza, che vuole              la fine dell’assedio di Gaza ed il raggiungimento di una pace              giusta in Medio Oriente, che riconosca il diritto dei Palestinesi              alla vita, alla terra ed alla libertà.</p>
<p style="text-align: justify;">Con la Palestina nel cuore, fino alla vittoria.</p>
<p><a href="http://www.forumpalestina.org/news/2010/Febbraio10/04-02-10BerlusconiInIsraele.htm"><strong><em>Il Forum Palestina</em></strong></a></p>
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