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	<title>Palestina Libera &#187; Israele</title>
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		<title>Atti nazisti a Gaza</title>
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		<pubDate>Sun, 05 Feb 2012 23:37:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ter</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lo dice un deputato inglese ebreo, Gerald Kaufman. (giornata della memoria) Facebook: http://www.facebook.com/pages/Vittorio-Arrigoni/290463280451 Testo tradotto in italiano: Gerald Kaufman, deputato laburista. 15 gennaio 2009. Sono cresciuto come un ebreo ortodosso e un sionista. Su una mensola in cucina c&#8217;era una scatola di latta per il Fondo nazionale ebraico, dentro la quale mettevamo le monete per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>Lo dice un deputato inglese ebreo, Gerald Kaufman. (giornata della memoria)</h2>
<p><center><iframe src="http://www.youtube.com/embed/jVuWwx7X3TA?rel=0" frameborder="0" width="480" height="360"></iframe></center></p>
<p>Facebook: <a href="http://www.facebook.com/pages/Vittorio-Arrigoni/290463280451" target="_blank">http://www.facebook.com/pages/Vittorio-Arrigoni/290463280451</a><br />
Testo tradotto in italiano:<br />
Gerald Kaufman, deputato laburista. 15 gennaio 2009.</p>
<p>Sono cresciuto come un ebreo ortodosso e un sionista. Su una mensola in cucina c&#8217;era una scatola di latta per il Fondo nazionale ebraico, dentro la quale mettevamo le monete per aiutare i pionieri a costruire una presenza ebraica in Palestina.<br />
<span id="more-5599"></span><br />
Sono andato la prima volta in Israele nel 1961 e vi sono tornato innumerevoli volte. Ho avuto familiari in Israele e ho amici in Israele. Uno di essi ha combattuto nelle guerre del 1956, 1967 e 1973 ed è stato ferito in due di esse. Il distintivo che indosso viene da una decorazione sul campo a lui insignita, che mi ha regalato. Ho conosciuto la maggior parte dei primi ministri di Israele, a partire dal Primo ministro fondatore David Ben-Gurion. Golda Meir era mia amica, così come lo è stato Yigal Allon, vice primo ministro, che, da generale, conquistò il Negev per Israele nella guerra del 1948 per l&#8217;indipendenza.</p>
<p>I miei genitori vennero in Gran Bretagna come rifugiati provenienti dalla Polonia. La maggior parte dei loro familiari sono stati in seguito uccisi dai nazisti nell&#8217;olocausto. Mia nonna era a letto malata, quando i nazisti giunsero alla sua città natale, Staszow. Un soldato tedesco la uccise sparandole nel suo letto. Mia nonna non è morta per fornire la copertura ai soldati israeliani che ammazzano le nonne palestinesi a Gaza.<br />
L&#8217;attuale governo israeliano sfrutta spietatamente e cinicamente il continuo senso di colpa tra i gentili per la strage degli ebrei nell&#8217;olocausto per giustificare la sua uccisione di palestinesi.</p>
<p>L&#8217;implicazione è che la vita degli ebrei sia preziosa, ma la vita dei palestinesi non conti. Su Sky News pochi giorni fa, al portavoce dell&#8217;esercito israeliano, il Maggiore Leibovich, è stato chiesto in merito all&#8217;uccisione da parte israeliana di, in quel momento, 800 palestinesi (il totale è ora di 1000). Ha risposto all&#8217;istante che «500 di questi erano militanti».</p>
<p>Questa era la risposta di un nazista.</p>
<p>Suppongo che gli ebrei che lottavano per la loro vita nel ghetto di Varsavia avrebbero potuto essere denigrati in quanto militanti.</p>
<p>Il ministro degli Esteri israeliano, Tzipi Livni, afferma che il suo governo non avrà rapporti con Hamas, perché sono terroristi. Il padre di Tzipi Livni era Eitan Livni, il capo delle operazioni dell&#8217;organizzazione terroristica Irgun Zvai Leumi, che ha organizzato l&#8217;attentato esplosivo dell&#8217;Hotel King David di Gerusalemme, in cui perirono 91 vittime, di cui quattro ebrei. Israele è stato partorito dal terrorismo ebraico.<br />
Terroristi ebraici impiccarono due sergenti britannici e fecero esplodere i loro cadaveri.<br />
Irgun, insieme con la banda terrorista Stern, nel 1948 massacrò 254 palestinesi nel villaggio di Deir Yassin.<br />
Oggi, gli attuale governanti israeliani indicano che sarebbero disposti, in circostanze per loro accettabili, a negoziare con il presidente palestinese Abbas, di al-Fatah. È troppo tardi per farlo. Essi avrebbero potuto negoziare con il precedente leader di al-Fatah, Yasser Arafat, che era un mio amico. Invece, lo assediarono in un bunker a Ramallah, dove lo visitai. A causa dei fallimenti di al-Fatah, a partire dalla morte di Arafat, Hamas ha vinto le elezioni palestinesi nel 2006. Hamas è una organizzazione sgradevolissima, ma è stata democraticamente eletta, ed è quel che passa il convento.<br />
Il boicottaggio di Hamas, anche da parte del nostro governo, è stato un errore colpevole, dal quale sono derivate terribili conseguenze. Il grande ministro degli Esteri israeliano Abba Eban, con il quale ho fatto campagna per la pace da molte tribune, ha dichiarato: «Fate la pace se parlate con i vostri nemici.»Per quanti palestinesi gli israeliani possano uccidere a Gaza, non possono risolvere questo problema esistenziale con mezzi militari.<br />
Quando e qualora i combattimenti finissero, ci sarebbero ancora un milione e mezzo di palestinesi a Gaza e altri due milioni e mezzo in Cisgiordania. Essi sono trattati alla stregua di immondizia da parte degli israeliani, con centinaia di blocchi stradali e con gli orrendi abitatori degli insediamenti ebraici illegali che li molestano.</p>
<p>Verrà il momento, non molto lontano da ora, in cui supereranno la popolazione ebraica in Israele. È giunto il momento per il nostro governo di render chiaro al governo israeliano che la sua condotta e la sua politica sono inaccettabili, e di imporre un divieto totale di esportare armi a Israele.<br />
È l&#8217;ora della pace, ma la pace vera, non la soluzione attraverso il soggiogamento che è il vero obiettivo degli israeliani, ma che è impossibile per loro da raggiungere.</p>
<p>Essi non sono semplicemente dei criminali di guerra, sono stupidi.</p>
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		<title>Una donna ebrea israeliana ad Obama</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 01:16:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ter</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Apartheid]]></category>
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		<description><![CDATA[Un po&#8217; datato ma ancora attuale]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un po&#8217; datato ma ancora attuale</p>
<p style="text-align: center;"><iframe src="http://www.youtube.com/embed/EcGm-gxmxHw?rel=0" frameborder="0" width="480" height="360"></iframe></p>
<p><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="http://www.addtoany.com/share_save#url=http%3A%2F%2Fwww.palestinalibera.org%2F2012%2F01%2Funa-donna-ebrea-israeliana-ad-obama%2F&amp;title=Una%20donna%20ebrea%20israeliana%20ad%20Obama" id="wpa2a_4"><img src="http://www.palestinalibera.org/wp-content/plugins/add-to-any/share_save_171_16.png" width="171" height="16" alt="Share"/></a></p>]]></content:encoded>
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		<title>La Palestina nei libri scolastici israeliani</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Dec 2011 18:05:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ter</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un&#8217;intervista a Nurit Peled-Elhanan Nurit Peled-Elhanan (Hebrew University of Jerusalem), autrice del libro di prossima pubblicazione: Palestine in Israeli School Books: Ideology and Propaganda in Education, descrive il modo in cui la Palestina e i palestinesi sono descritti nei testi scolastici israeliani. L&#8217;autrice prende in esame mappe, immagini, contenuti e linguaggio utilizzati nella redazione di questi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>Un&#8217;intervista a Nurit Peled-Elhanan</h3>
<p>Nurit Peled-Elhanan (Hebrew University of Jerusalem), autrice del libro di prossima pubblicazione: <strong>Palestine in Israeli School Books: Ideology and Propaganda in Education,</strong> descrive il modo in cui la Palestina e i palestinesi sono descritti nei testi scolastici israeliani. L&#8217;autrice prende in esame mappe, immagini, contenuti e linguaggio utilizzati nella redazione di questi testi scolastici, giungendo alla conclusione che questi ultimi sono funzionali alla marginalizzazione (ma anche, si potrebbe dire, alla deumanizzazione) dei palestinesi e alla legittimazione delle azioni militari israeliane.  <em>(Video in inglese)</em></p>
<p><center><iframe src="http://www.youtube.com/embed/pWKPRC-_oSg" frameborder="0" width="560" height="315"></iframe></center></p>
<p><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="http://www.addtoany.com/share_save#url=http%3A%2F%2Fwww.palestinalibera.org%2F2011%2F12%2Fla-palestina-nei-libri-scolastici-israeliani%2F&amp;title=La%20Palestina%20nei%20libri%20scolastici%20israeliani" id="wpa2a_6"><img src="http://www.palestinalibera.org/wp-content/plugins/add-to-any/share_save_171_16.png" width="171" height="16" alt="Share"/></a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Mea Shearim, le tensioni della società israeliana</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Dec 2011 23:28:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ter</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Uno sguardo al quartiere ebreo ultra-ortodosso di Mea Shearim a Gerusalemme lascia intravedere le divisioni nella società israeliana. di Mikaela Levin da AIC, Alternative Information Center Appena dieci minuti a piedi dalla Città Vecchia e dal centro di Gerusalemme c’è un quartiere che sembra sia rimasto incontaminato dalla vita moderna. Le facciate degli edifici sono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4>Uno sguardo al quartiere ebreo ultra-ortodosso di Mea Shearim a Gerusalemme lascia intravedere le divisioni nella società israeliana.</h4>
<h5>di Mikaela Levin</h5>
<p>da <a href="http://www.alternativenews.org/italiano/index.php/topics/11-aic-projects/3302-mea-shearim-le-tensioni-della-societa-israeliana" target="_blank">AIC, Alternative Information Center</a></p>
<p>Appena dieci minuti a piedi dalla Città Vecchia e dal centro di Gerusalemme c’è un quartiere che sembra sia rimasto incontaminato dalla vita moderna. Le facciate degli edifici sono vecchie e sporche. Le strade sono strette come vicoli, piene di uomini e donne vestiti di nero. Appaiono tesi mentre si affrettano, ignorando chiunque sembri alieno alla comunità.</p>
<p><span id="more-5448"></span>I muri della cittadina ricordano ai turisti che non sono i benvenuti. I cartelli all’entrata del quartiere dicono: “I gruppi che passano attraverso il nostro quartiere offendono gravemente i residenti. Si prega di porvi fine”. O ancora, “Si prega di non disturbare la santità del nostro quartiere e del nostro stile di vita di ebrei profondamente devoti a Dio e alla sua Torah”. Ci sono inoltre cartelli che descrivono come dovrebbe essere il modesto abbigliamento per donne e ragazze: maglia chiusa a maniche lunghe, gonna lunga; niente pantaloni o capi attillati.</p>
<p>Mea Shearim è il quartiere ebraico più antico fuori dalle mura della Città Vecchia di Gerusalemme. È stato costruito nel 1874 da cento persone che riuscirono ad unire le proprie risorse per comprare un pezzo di terra in un’area non igienizzata, infestata dalla peste ed abitata solo da animali. Un architetto tedesco e due muratori — un ebreo residente a Gerusalemme e un cristiano di Betlemme — innalzarono le prime cento abitazioni. Oggi, Mea Shearim è un ghetto per ebrei ortodossi e ultra-ortodossi, nel cuore della decisamente europea Gerusalemme Ovest.</p>
<p>A Gerusalemme Ovest, i giovedì sera segnano un divertente inizio del weekend — le famiglie e le coppie escono a mangiare nei ristoranti e i giovani assaltano i bar. Ma a Mea Shearim sembra che nessuno abbia voglia di una passeggiata; le persone camminano in direzioni ben precise e pare che non abbiano molto tempo. Gli uomini non guardano le donne e tutti guardano in basso quando si avvicina loro qualcuno che non è del posto. E in una comunità omogenea come questa, non è difficile individuare i turisti.</p>
<p>Camminando lungo la strada commerciale principale si sente parlare inglese, francese, ebraico, yiddish e persino spagnolo. Alcuni degli attuali residenti sono arrivati nel corso degli ultimi anni ed altri, i più ortodossi e i membri di un piccolo gruppo anti-sionista, si rifiutano di parlare ebraico. Non riconoscono lo Stato d’Israele e, così, non riconoscono la sua lingua ufficiale. Non sono la maggioranza, ma lasciano il segno. Guardando più da vicino e ad alcuni angoli, si notano piccoli cartelli che richiamano al riconoscimento della città di Gerusalemme come capitale indivisibile della Palestina.</p>
<p>A differenza di altri quartieri di Gerusalemme e d’Israele, Mea Shearim non espone le bandiere israeliane sulle finestre o sulle porte. Il simbolo che contrassegna il quartiere è il giudaismo, non il nazionalismo. Le librerie sono completamente devote alla religione. Sono disponibili artigianato ebraico e cibo kosher. I negozi d’abbigliamento offrono una ristretta varietà, la maggior parte dei vestiti sono neri ed hanno lo stesso aspetto.</p>
<p>Molti dei residenti di Mea Shearim rifiutano la tecnologia moderna, così ricorrono alla tipografia. Su ogni palazzo, cartelli bianchi con lettere ebraiche in nero invitano gli abitanti a matrimoni ed incontri, e annunciano la morte dei membri della comunità. I cartelli avvisano i residenti sui cambiamenti nel quartiere e su altri eventi sociali.</p>
<p>Mea Shearim non è solo un luogo pittoresco. Rappresenta la crescente e visibile divisione esistente tra le comunità ebraiche ortodosse e il resto della società israeliana. Rappresenta anche le divisioni all’interno della stessa comunità ortodossa — mentre alcuni degli abitanti di Mea Shearim non sono o sono anti-sionisti, molti degli ebrei ortodossi di Israele sono nazionalisti religiosi.</p>
<p>Oggigiorno, il gruppo ortodosso è il più grande settore in crescita demografica del Paese. Hanno poco in comune con l’immagine di una nazione moderna e occidentale che Israele tenta di esportare. Poiché i gruppi ortodossi stanno diventando sempre più visibili e godono di più potere politico, chiedono dei cambiamenti al di fuori delle mura e dei confini dei loro quartieri e delle loro comunità. Il messaggio è lo stesso lasciato dal cartello a Mea Shearim: “Si prega di non disturbare il nostro stile di vita di ebrei profondamente devoti a Dio e alla Torah”.</p>
<p><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="http://www.addtoany.com/share_save#url=http%3A%2F%2Fwww.palestinalibera.org%2F2011%2F12%2Fmea-shearim-le-tensioni-della-societa-israeliana%2F&amp;title=Mea%20Shearim%2C%20le%20tensioni%20della%20societ%C3%A0%20israeliana" id="wpa2a_8"><img src="http://www.palestinalibera.org/wp-content/plugins/add-to-any/share_save_171_16.png" width="171" height="16" alt="Share"/></a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Visita virtuale: rafforzamento della Buffer zone da parte di Israele nella striscia di Gaza</title>
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		<pubDate>Fri, 14 Oct 2011 22:41:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ter</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><center><iframe src="http://www.youtube.com/embed/ve5f2AHDuqE" frameborder="0" width="420" height="315"></iframe></center></p>
<p><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="http://www.addtoany.com/share_save#url=http%3A%2F%2Fwww.palestinalibera.org%2F2011%2F10%2Fvisita-virtuale-rafforzamento-della-buffer-zone-da-parte-di-israele-nella-striscia-di-gaza%2F&amp;title=Visita%20virtuale%3A%20rafforzamento%20della%20Buffer%20zone%20da%20parte%20di%20Israele%20nella%20striscia%20di%20Gaza" id="wpa2a_10"><img src="http://www.palestinalibera.org/wp-content/plugins/add-to-any/share_save_171_16.png" width="171" height="16" alt="Share"/></a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Tribunali militari israeliani: anche i palestinesi maggiorenni a 18 anni</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Oct 2011 23:10:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ter</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Palestinesi maggiorenni a 18 anni. Dopo anni di violazioni, l’esercito israeliano ha emesso un’ordinanza che sposta l’età per poter giudicare un minore in un tribunale militare da 15 a 18 anni. La nuova legislazione sarà valida in Giudea e Samaria, ovvero in Cisgiordania. di Emma Mancini, Alternative Information Center (AIC) del 5 ottobre 2011 Come [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4>Palestinesi maggiorenni a 18 anni. Dopo anni di violazioni, l’esercito israeliano ha emesso un’ordinanza che sposta l’età per poter giudicare un minore in un tribunale militare da 15 a 18 anni. La nuova legislazione sarà valida in Giudea e Samaria, ovvero in Cisgiordania.</h4>
<p>di Emma Mancini, <a href="http://www.alternativenews.org/italiano/index.php/topics/news/3192-tribunali-militari-israeliani-anche-i-palestinesi-maggiorenni-a-18-anni">Alternative Information Center (AIC) del 5 ottobre 2011</a><br />
Come ha spiegato un portavoce dell’IDF, da lunedì 3 ottobre i tribunali militari considereranno “minori” tutti coloro che non avranno raggiunto i 18 anni di età. Un importante vittoria per le tante organizzazioni israeliane, palestinesi e internazionali che da anni si battono per il riconoscimento di un diritto basilare dei bambini residenti in Cisgiordania. E che potrebbe segnare un significativo cambiamento nel trattamento dei minori palestinesi, vittime della precedente normativa che discriminava palesemente i palestinesi dagli israeliani: nello Stato di Israele minore è sempre stato considerato chi non ha raggiunto i 18 anni di età.<br />
<span id="more-5268"></span><br />
Nel 2009, una corte militare aveva stabilito che nelle regioni della Giudea e della Samaria (Cisgiordania, ndr) andava applicata una speciale regola: un minore poteva essere arrestato e indagato per un reato penale a partire dai 15 anni di età. Ciò si traduceva per il giudice militare nella possibilità di trascinare in un tribunale un bambino considerandolo come un adulto: le procedure legali previste non differivano da quelle applicate ai maggiorenni, così come il trattamento riservato nelle carceri.</p>
<p>La nuova normativa segna un’importante svolta nel rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani dei bambini: da oggi in Cisgiordania, in caso di reato penale, chi non avrà raggiunto i 18 anni di età sarà giudicato dai tribunali minorili, non dovrà pagare le spese legali, potrà essere assistito da avvocati dei servizi sociali e durante gli interrogatori potrà essere accompagnato dai genitori. Inoltre, l’IDF ha specificato che i minori di 18 anni giudicati responsabili di un qualche crimine penale saranno detenuti in carceri diverse da quelle per prigionieri adulti.</p>
<p>Plaudono alla normativa le associazioni per i diritti umani, da anni impegnate in battaglie per porre fine alla discriminazione tra bambini residenti in Israele e bambini residenti nei Territori Occupati, dove circa 700 minori ogni anno finiscono davanti ad una corte penale, in genere con l’accusa di aver tirato sassi.</p>
<p>Secondo i dati forniti dall’associazione DCI – Defence for Children International (Palestine Section), in media i bambini detenuti ogni mese nelle carceri israeliani oscillano tra i 300 e i 340, di cui una decina circa in detenzione amministrativa (senza l’accusa di aver concretamente commesso un crimine, vengono incarcerati per “ragioni di sicurezza” perché potenzialmente pericolosi). Per circa il 70% dei bambini, la detenzione dura dai 6 mesi ad un anno, il 14,6% resta invece dietro le sbarre per oltre tre anni (dati DCI 2008).</p>
<p>“Accogliamo positivamente la nuova normativa – ha detto al quotidiano israeliano Ha’aretz Naama Baumgarten-Sharon, ricercatore dell’organizzazione israeliana B’Tselem – ma la situazione resta problematica perché la legge militare non protegge ancora in maniera appropriata i minori. Non esistono ancora procedure speciali per l’arresto di bambini”. L’esercito israeliano è infatti solito procedere agli arresti di minori durante la notte, strappandoli dai loro letti, senza informarne prima la famiglia e impedendo ai genitori di accompagnare il figlio in carcere.</p>
<p>“La modifica riguardante la possibilità per il minore di incontrare un avvocato prima dell’interrogatorio non è abbastanza perché non è possibile accertare se il minore parlerà effettivamente con un legale prima di rispondere alle domande della polizia – ha continuato Baumgarten-Sharon – Il bambino dovrebbe avere il contatto di un avvocato con sé e non so davvero quanti minori girino con il numero di un legale nelle tasche”.</p>
<p><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="http://www.addtoany.com/share_save#url=http%3A%2F%2Fwww.palestinalibera.org%2F2011%2F10%2Ftribunali-militari-israeliani-anche-i-palestinesi-maggiorenni-a-18-anni%2F&amp;title=Tribunali%20militari%20israeliani%3A%20anche%20i%20palestinesi%20maggiorenni%20a%2018%20anni" id="wpa2a_12"><img src="http://www.palestinalibera.org/wp-content/plugins/add-to-any/share_save_171_16.png" width="171" height="16" alt="Share"/></a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Accordo tra Hamas e Israele per la liberazione di 1027 prigionieri palestinesi in cambio di Shalit</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Oct 2011 01:02:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ter</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Hamas]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Prigionieri]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo due settimane di sciopero della fame dei prigionieri palestinesi, pare ci sia un accordo tra Hamas e Israele che porterà alla liberazione di 1027 prigionieri palestinesi in due momenti, 450 entro una settimana e 550 in due mesi. Si darà la precedenza ai prigionieri detenuti nelle carceri da più di 20 anni. Pare che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4>Dopo due settimane di sciopero della fame dei prigionieri palestinesi, pare ci sia un accordo tra Hamas e Israele che porterà alla liberazione di 1027 prigionieri palestinesi in due momenti, 450 entro una settimana e 550 in due mesi. Si darà la precedenza ai prigionieri detenuti nelle carceri da più di 20 anni. Pare che dell&#8217;accordo di scambio non facciano parte Ahmad Sa&#8217;dat e Marwan Barghouti. Hamas libererà Shalit.</h4>
<h3>Hamas hails Palestinian prisoners deal</h3>
<h4>Khaled Meshaal says 1,027 prisoners to be released in exchange for Israeli soldier Gilad Shalit in Egypt-brokered deal.</h4>
<p><a href="http://english.aljazeera.net/news/middleeast/2011/10/20111011175925656823.html?utm_content=automateplus&amp;utm_campaign=Trial6&amp;utm_source=SocialFlow&amp;utm_term=tweets&amp;utm_medium=MasterAccount">da Al Jazeera dell&#8217;11 ottobre 2011</a></p>
<p>Khaled Meshaal, the leader of Hamas, has said that more than 1,000 Palestinian prisoners in Israeli prisons will be released in exchange for the captured Israeli soldier Gilad Shalit.</p>
<p>Hamas reached a deal with Israel on Tuesday for the release 1,027 prisoners in exchange for Shalit, who was captured in 2006 and has since been held in the Gaza Strip, Meshaal said in a televised address.</p>
<p><span id="more-5251"></span>&#8220;This is a national achievement that we should be proud of,&#8221; said Meshaal who was speaking from Damascus, the Syrian capital.</p>
<p>The Israeli Cabinet approved the prisoner swap after a stormy late-night meeting, with 26 ministers voting in favour and three opposing it.</p>
<p>In Gaza, thousands poured out onto the streets in Jabaliya where celebratory gunfire and car horns could be heard all around, Al Jazeera&#8217;s Nicole Johnston said.</p>
<p>&#8220;It&#8217;s really important to remember that the first part of the siege on Gaza really started after the capture of Gilad Shalit and intensified after Hamas won the elections and took power in Gaza,&#8221; Johnston said.</p>
<p>&#8220;The people in Gaza have had very much to bear the brunt of the capture of Shalit with a five-year-long siege, which means they haven&#8217;t been let out of Gaza, exports and imports have been severely restricted, and for some time hardly anything was allowed in.&#8221;</p>
<p>Procedural logistics</p>
<p>Meshaal said the detainees, among them 27 women, will be freed in two phases: the first phase will see the release of 450 &#8220;in one week&#8221; and in the second phase another 550 will be freed &#8220;in two months&#8221;.</p>
<p>The list of 1,027 includes 315 prisoners who have been sentenced to life, the result of negotiators giving &#8220;priority to those who have spent over 20 years&#8221; in jail, he said.</p>
<p>&#8220;We were very keen for this deal to include prisoners from across different categories, from different age groups and from the West Bank and Gaza, from Jerusalem and the Golan [Heights].&#8221;</p>
<p>He also stressed that the deal reflected the unity of the Palestinian people, and vowed to fight until &#8220;the day all Palestinians imprisoned in Israel are freed.</p>
<p>Two high-profile prisoners &#8212; Marwan Barghouti, the influential Fatah leader, and Ahmed Sa&#8217;adat, head of the Popular Front for the Liberation of Palestine &#8212; will not be released as part of the swap deal, Yoram Cohen, the head of Israel&#8217;s Shin Bet intelligence service, said.</p>
<p>Egyptian mediation</p>
<p>Meshaal&#8217;s address came soon after that of Binyamin Netanyahu, the Israeli prime minister, in which he said &#8220;Our son will be home in the coming days,&#8221; in reference to Shalit.</p>
<p>Negotiations were initiated in Cairo on Thursday under the mediation of Egyptian security and intelligence officials, and an agreement was signed earlier on Tuesday, Netanyahu said.</p>
<p>Later in a tweet, Netanyahu thanked &#8220;the Egyptian government and its security forces for their role in mediation and concluding the deal&#8221;.</p>
<p>Meshaal, the Hamas chief, also thanked Egypt, as well as Qatar, Turkey, Syria and Germany which he said had all been involved in the negotiations.</p>
<p>Egypt is lapping up all the credit and praise, at a time where the interim ruling military council has been facing much criticism from its public, Al Jazeera&#8217;s Sherine Tadros reported from Cairo.</p>
<p>Israel had made previous attempts to free Shalit through a prisoner swap with Hamas, but talks became bogged down over disagreements about who Israel might free, with both sides blaming one another.</p>
<p>&#8220;In previous times when we felt very close to a Shalit deal &#8211; especially a year ago when I was in fact in Gaza &#8211; the major sticking point was that the Palestinians felt it was the Egyptians who had faltered on what they offered Israelis,&#8221; our correspondent said.</p>
<p>&#8220;But the Arab Spring in Egypt has changed dynamics to a point where both the sides felt they could deal with the Egyptians.&#8221;</p>
<p>The authorities in Cairo knew how important it was for them to have this kind of trust, and they could expect to make a lot of political capital out of the deal, she added.</p>
<p>&#8216;Unifying moment&#8217;</p>
<p>Reporting from Jerusalem, Al Jazeera&#8217;s Cal Perry said both Meshaal and Netanyahu had said &#8220;oddly similar things&#8221;.</p>
<p>&#8220;They both said that this deal was a unifying moment, both claiming a victory in their own right.&#8221;</p>
<p>The swap deal comes at a pragmatic time for Netanyahu, who is struggling with his country&#8217;s deteriorating relations with Cairo, our correspondent said.</p>
<p>Secondly, as prime minister of a country where military service is mandatory, Netanyahu had been under immense pressure from the Shalit family to secure his release, he added.</p>
<p>&#8220;Every Israeli rallies around the armed forces here and nationally it&#8217;s a huge issue &#8211; Shalit, the man himself, has become the issue.&#8221;</p>
<p><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="http://www.addtoany.com/share_save#url=http%3A%2F%2Fwww.palestinalibera.org%2F2011%2F10%2Faccordo-tra-hamas-e-israele-per-la-liberazione-di-1027-prigionieri-palestinesi-in-cambio-di-shalit%2F&amp;title=Accordo%20tra%20Hamas%20e%20Israele%20per%20la%20liberazione%20di%201027%20prigionieri%20palestinesi%20in%20cambio%20di%20Shalit" id="wpa2a_14"><img src="http://www.palestinalibera.org/wp-content/plugins/add-to-any/share_save_171_16.png" width="171" height="16" alt="Share"/></a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Aumenta la protesta dei prigionieri e il sostegno dall&#8217;esterno. Gravi le condizioni di Ahmad Sa&#8217;adat</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Oct 2011 00:17:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ter</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Prigionieri]]></category>

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		<description><![CDATA[Prigionieri palestinesi: a rischio la salute di Ahmad Sa&#8217;dat Nel quindicesimo giorno di protesta, 420 nuovi prigionieri si sono uniti allo sciopero della fame. Tra strategie da adottare e solidarietà, è allarme per lo stato di salute di Ahmad Sa&#8217;dat, segretario del Fronte popolare per la liberazione della Palestina in isolamento dal 2009 Di GIORGIA [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>Prigionieri palestinesi: a rischio la salute di Ahmad Sa&#8217;dat</h3>
<h4>Nel quindicesimo giorno di protesta, 420 nuovi prigionieri si sono uniti allo sciopero della fame. Tra strategie da adottare e solidarietà, è allarme per lo stato di salute di Ahmad Sa&#8217;dat, segretario del Fronte popolare per la liberazione della Palestina in isolamento dal 2009</h4>
<p><img class="aligncenter" src="https://lh6.googleusercontent.com/-nTCgV2Llywk/TpTEd67elFI/AAAAAAAABXU/O04E6fETobg/s800/ahmed_saadat.jpg" alt="" width="640" height="398" /></p>
<p>Di GIORGIA GRIFONI, Betlemme (Cisgiordania), 11 ottobre 2011, <a href="http://nena-news.globalist.it/?p=13420">Nena News</a><br />
La protesta non si fermerà fino a quando i carcerati non avranno raggiunto tutti gli obiettivi che si sono prefissi due settimane fa. E’ quanto ha riportato oggi il quotidiano al-Ayyam, citando anche una dichiarazione del ministro palestinese per gli affari dei prigionieri, Issa Qaraqei secondo cui 420 detenuti della prigione di Gilbou si sarebbero uniti allo sciopero della fame iniziato il 27 settembre scorso.<span id="more-5241"></span> Sempre secondo il quotidiano di Ramallah, anche i detenuti appartenenti ad Hamas potrebbero unirsi alla protesta per far pressione in favore dei loro compagni che sono in isolamento. Perché i membri di Hamas non abbiano ancora formalmente aderito allo sciopero della fame, è fonte di sconcerto tra gli altri detenuti. In un’intervista rilasciata a Radio Voce della Palestina, Feras Qadura , leader del club degli ex-prigionieri politici palestinesi si è detto allibito per il comportamento di Hamas. “Stanno esitando. E io credo –ha affermato Qadura- che non ci sia posto per l’esitazione ora. L’impatto dello sciopero sarebbe molto più forte se Hamas e la Jihad Islamica partecipassero”.</p>
<p>Secondo Qaraqei, la protesta si starebbe intensificando e i prigionieri starebbero minacciando di eliminare persino l’acqua, l’unica fonte di sostentamento disponibile dopo che l’amministrazione carceraria israeliana li ha privati di succhi, latte e sale per proteggere lo stomaco dagli effetti del digiuno. Già qualche giorno fa alcune associazioni per i diritti umani avevano lanciato un allarme per le condizioni di salute in cui potrebbero versare gli scioperanti: allarme a cui la portavoce dell’amministrazione carceraria israeliana Sivan Weizmann ha risposto ieri con una rassicurazione sul buono stato di salute dei prigionieri.</p>
<p>Si teme soprattutto per Ahmad Sa’dat, segretario generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, uno dei 50 detenuti ad aver dato inizio allo sciopero il 27 settembre. L’organizzazione palestinese per il supporto e i diritti dei prigionieri “Addameer” ha lanciato ieri un appello in favore di Sa’dat perché venga ricoverato subito in ospedale e la Croce rossa internazionale possa visitarlo in prigione. Alcuni avvocati che sono riusciti a fargli visita il 6 e il 9 ottobre segnalano la sua forte perdita di peso, la mancanza di concentrazione e i frequenti svenimenti, accompagnati da vomito. Secondo un medico indipendente, si tratterebbe di sintomi legati alla confisca del sale che, se non trattati, potrebbero portarlo rapidamente alla perdite del 23% della sua massa corporea e a mettere seriamente in pericolo la sua vita. Oltre alle pressioni fisiche, anche quelle psicologiche contribuiscono ad indebolirlo: Ahmad Sa’dat, arrestato dall’Autorità palestinese nel 2002 –sotto pressione israeliana- per essere il presunto mandante dell’omicidio dell’allora ministro del turismo Ravaham Zeevi, è stato condannato nel 2008 dal tribunale militare israeliano a 30 anni di carcere per essere il capo di un’organizzazione terroristica illegale e quindi responsabile di ogni sua azione. Dal 2009 è detenuto in completo isolamento nel carcere di Nahfa: oltre a leggere, gli è proibito ricevere visite di familiari, amici, compagni di prigione e consulenti legali.</p>
<p>Cresce intanto la solidarietà popolare per la lotta dei prigionieri palestinesi. Per domani è previsto uno sciopero generale in Cisgiordania e, secondo quanto riporta l’attivista italiana a Gaza Silvia Todeschini*, anche in Italia qualcuno si starebbe mobilitando: un sit in è stato organizzato a Roma il 14 ottobre davanti all’ambasciata israeliana in via Michele Mercati, mentre a Milano ne è previsto uno per il pomeriggio del 22, dalle 17 alle 18.30 in piazza dei Mercanti. E tre cittadini italiani, tutti di Udine, starebbero portando avanti il loro sciopero della fame in sostegno dei prigionieri politici, che va a unirsi a quello di decine di persone in Israele e nei Territori palestinesi. Nena News</p>
<h5>*Silvia Todeschini è attivista dell&#8217;ISM a Gaza. Cura il blog <a href="http://libera-palestina.blogspot.com/">Gaza &#8211; Boicotta Israele</a></h5>
<h3>Appello urgente: intervenite per salvare Ahmad Sa’adat</h3>
<h5><a href="http://www.alternativenews.org/italiano/index.php/topics/news/3201-appello-urgente-intervenite-per-salvare-ahmad-saadat">da AIC dell&#8217;11 ottobre 2011</a></h5>
<p>L’associazione Addameer chiama ad un’azione immediata a favore di Ahmad Sa’adat, segretario generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina detenuto in carcere, le cui condizioni di salute stanno velocemente peggiorando dopo 14 giorni di sciopero della fame.</p>
<p>Il 27 settembre, quando Sa’adat insieme ad altri prigionieri del PFLP ha iniziato lo sciopero della fame come forma di protesta contro le terribili condizioni detentive, l’Israeli Prison Service (IPS) ha risposto confiscando bevande come latte e succo di frutta e il sale, lasciando ai detenuti solo l’acqua come forma di nutrimento.</p>
<p>il 6 e il 9 ottobre, avvocati di Addameer e di altre organizzazioni sono finalmente riusciti ad incontrare Ahmad Sa’adat nella prigione di Nafha, dove è costretto in isolamento dall’11 marzo 2009, e a valutare le sue condizioni di salute. I legali hanno riportato che Sa’adat ha già perso cinque chili dall’inizio dello sciopero della fame e mostra segni di estremo affaticamento e di bassi livelli di concentrazione, tanto che si è dovuto interrompere la visita.</p>
<p>Nel corso del secondo incontro, il 9 ottobre, durato mezz’ora, Sa’adat è svenuto e ha vomitato liquido giallo. Secondo il parere di un medico indipendente, questi sintomi possono essere collegati direttamente alla decisione dell’IPS di confiscare il sale ai prigionieri in sciopero della fame. Il medico ha confermato che le persone in sciopero della fame perdono generalmente trai 5 e i 7 chili durante i primi dieci giorni, come successo a Sa’adat, seguiti dalla perdita di altri 7-10 chili di peso nei successivi dieci giorni. Dato il suo peso di partenza e le sue generali condizioni di salute, negativamente influenzati da un isolamento di lunga durata, Ahmad Sa’adat potrebbe perdere il 23% del suo peso corporeo entro venti giorni, ponendolo in serio pericolo.</p>
<p>Addameer è estremamente preoccupata per le attuali condizioni di salute di Sa’adat e crede necessario ricoverarlo immediatamente in ospedale, così che ogni eventuale peggioramento possa essere monitorato. Inoltre, l’IPS dovrebbe riconsegnare il sale a tutti i prigionieri in sciopero della fame per evitare ogni drammatico deterioramento delle loro condizioni di salute. Addameer sollecita pertanto la comunità internazionale, inclusi gli attivisti e i sostenitori dei diritti umani e della giustizia in Palestina, a intervenire a favore di Ahmad Sa’adat:</p>
<p>-  scrivendo una lettera all’IPS chiedendo l’immediato ricovero di Sa’adat e adeguate cure mediche, così come la riconsegna del sale a tutti i prigionieri che aderiscono allo sciopero della fame;<br />
-  scrivendo una lettera al Comitato Internazionale della Croce Rossa chiedendo loro di visitare subito Sa’adat e continuare a farlo regolarmente per monitorare le sue condizioni di salute.</p>
<p>Indirizza la tua lettera a:</p>
<p>Israeli Prison Service &#8211; Sivan Weizman, Spokesperson &#8211; Fax: (+972) 89 19 38 10 &#8211; Email: sivanv@ips.gov.il<br />
IPS Legal Advisor &#8211; Fax: (+972) 89 19 38 40</p>
<p>Comitato Internazionale della Croce Rossa:<br />
Mr. Juan Pedro Schaerer – Capo della delegazione a Tel Aviv &#8211; Fax: (+972) 35 27 03 70<br />
Ms. Barbara Amstad – Capo della missione a Gerusalemme &#8211; Fax: (+972 2) 59 17 920 &#8211; Email: JER_jerusalem@icrc.org</p>
<p>&nbsp;<br />
<a href="http://www.palestinalibera.org/2010/10/liberate-ahmad-sa%E2%80%99adat-agite-contro-lisolamento-dei-prigionieri-palestinesi/">La Campagna per Ahmad Sa&#8217;dat libero &#8211; Chi è Ahmad Sa&#8217;dat</a></p>
<p><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="http://www.addtoany.com/share_save#url=http%3A%2F%2Fwww.palestinalibera.org%2F2011%2F10%2Faumenta-la-protesta-dei-prigionieri-e-il-sostegno-dallesterno-gravi-le-condizioni-di-ahmad-saadat%2F&amp;title=Aumenta%20la%20protesta%20dei%20prigionieri%20e%20il%20sostegno%20dall%26%238217%3Besterno.%20Gravi%20le%20condizioni%20di%20Ahmad%20Sa%26%238217%3Badat" id="wpa2a_16"><img src="http://www.palestinalibera.org/wp-content/plugins/add-to-any/share_save_171_16.png" width="171" height="16" alt="Share"/></a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Economia palestinese. L&#8217;occupazione in numeri</title>
		<link>http://www.palestinalibera.org/2011/10/economia-palestinese-loccupazione-in-numeri/</link>
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		<pubDate>Fri, 30 Sep 2011 22:13:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ter</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[agricoltura]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Occupazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Ramallah, 29 settembre 2011 &#8211; nena news Il Ministero dell’Economia dell’Anp (Autorità nazionale palestinese) insieme all’istituto ARIJ, ha pubblicato oggi il primo studio sistematico sui costi annuali dell’occupazione israeliana sui palestinesi. In sintesi, qualche dato: Senza l’occupazione israeliana, l’economia palestinese sarebbe cresciuta del doppio . Le perdite dovute all’occupazione israeliana per l’anno 2010, sono stimabili [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Ramallah, 29 settembre 2011 &#8211; <strong>nena news</strong></em></p>
<p>Il Ministero dell’Economia dell’Anp (Autorità nazionale palestinese) insieme all’istituto ARIJ, ha pubblicato oggi il primo studio sistematico sui costi annuali dell’occupazione israeliana sui palestinesi.<br />
<span id="more-5129"></span><br />
In sintesi, qualche dato:<br />
Senza l’occupazione israeliana, l’economia palestinese sarebbe cresciuta del doppio .<br />
Le perdite dovute all’occupazione israeliana per l’anno 2010, sono stimabili in una cifra pari a 6,987 miliardi di dollari, equivalenti all’85% del PIL palestinese:</p>
<p>-l’embargo su Gaza: 1,9 miliardi di dollari<br />
-le restrizioni imposte alle risorse idriche: 1,9 miliardi di dollari<br />
-restrizioni imposte all’uso delle risorse naturali: 1,8 miliardi di dollari<br />
-servizi pubblici: 493 milioni di dollari<br />
-restrizioni imposte all’import e all’export: 288 milioni di dollari<br />
-chiusure e restrizione alla libertà di movimento: 184 milioni di dollari<br />
-perdite turismo sul Mar Morto: 143 milioni di dollari<br />
-alberi sradicati: 138 milioni di dollari</p>
<p>Leggi anche: <a href="http://www.nena-news.com/?p=13119">TERRITORI OCCUPATI, LA PIAGA DEL LAVORO MINORILE</a></p>
<h2>L’occupazione conviene a Israele. Ma la Palestina perde 7 miliardi l’anno</h2>
<p>Una perdita pari a sette miliardi di dollari nel 2010 a causa dell’occupazione israeliana dei Territori. A fornire dati tanto allarmanti sono stati ieri il Ministero dell’Economia Nazionale dell’Autorità Palestinese e l’Applied Research Institute of Jerusalem (ARIJ): Israele scippa acqua, miniere, risorse naturali e turismo.</p>
<p>Tradotto: senza l’occupazione militare e il totale controllo esercitato da Tel Aviv su risorse energetiche, esportazioni ed importazioni, vie di collegamento e tasse, l’economia palestinese sarebbe amplia il doppio di quanto è oggi e non avrebbe più bisogno dei finanziamenti dei donatori internazionali. Secondo lo studio congiunto, infatti, le perdite dovute ai mille effetti dell’occupazione sono pari all’85% del PIL: “Senza occupazione, l’economia palestinese avrebbe un bilancio fiscale positivo e in salute e potrebbe dire addio alla dipendenza dagli aiuti dei finanziatori esterni”, si sottolinea nella dichiarazione ufficiale di presentazione del report.</p>
<p>Alcuni esempi: Israele incassa circa 150 milioni all’anno dal commercio dei prodotti per il corpo del Mar Morto, di cui ha il totale controllo, e 143 milioni per la gestione pressoché totale del settore turistico nel distretto di Gerico: gli stabilimenti balneari sono di proprietà israeliana.</p>
<p>Altri 900 milioni vengono scippati da Tel Aviv dallo sfruttamento delle miniere e delle cave presenti in Cisgiordania. La completa sovranità sulle risorse idriche del Mar Morto e del fiume Giordano, invece, permettono ad Israele di accaparrarsi l’acqua, togliendola al settore agricolo palestinese: in Cisgiordania, i coloni utilizzano dieci volte la quantità d’acqua dei palestinesi. I dati parlano chiaro: 500mila coloni coltivano 16mila acri di terra contro i 25mila acri coltivati da quattro milioni di palestinesi. Ecco spiegato perché il settore agricolo palestinese nel 2010 ha registrato una perdita pari a 1,9 miliardi di dollari a causa della minore produzione. In materia di risorse minerali, il buco è stato di 1,2 miliardi.</p>
<p>E infine, la Striscia di Gaza. L’assedio e l’embargo che soffocano Gaza dal 2006 costano all’economia palestinese quasi 2 miliardi di dollari l’anno. Tutti valori sottostimati, come sottolineano il Ministero dell’Economia e l’istituto ARIJ, a causa della mancanza di dati certi. Ma che preoccupano molto, soprattutto se si tiene conto della natura di tali perdite. Come spiegato nello studio, “la maggioranza di questi costi non ha alcuna relazione con le ragioni di sicurezza” che Israele utilizza per mantenere il pugno sui Territori Occupati: si tratta di costi che vanno esclusivamente motivati con la volontà da parte israeliana di bloccare lo sviluppo di un’economia palestinese competitiva.</p>
<p>“Non importa quello che il popolo palestinese riesce ad ottenere con i propri sforzi – ha detto il ministro dell’Economia Nazionale, Hasan Abu Libdeh – L’occupazione ci impedisce di esprimere il nostro potenziale come popolo libero nel nostro Stato. Dovrebbe essere chiaro alla comunità internazionale che una delle ragioni per cui Israele rifiuta di comportarsi come un buon partner nel processo di pace sono i profitti che ottiene dall’occupazione”.</p>
<p>“L’occupazione israeliana è la più economica del mondo”, ha concluso il ministro Abu Libdeh, alla faccia di chi vuol far credere che un’occupazione militare iniziata nel 1967 abbia danneggiato le casse israeliane a causa degli elevati costi per la sicurezza e il controllo dei Territori.</p>
<p><a href="http://www.alternativenews.org/italiano/index.php/topics/economy-of-the-occupation/3185-loccupazione-conviene-a-israele-ma-la-palestina-perde-7-miliardi-lanno">da AIC del 30 settembre 2011</a></p>
<p><a href="http://www.nena-news.com/?p=13103">INVESTIMENTI PALESTINESI IN ISRAELE: METÀ DEL PIL VA PERSO</a> &#8211; di IKA DANO (Nena News del 28 settembre 2011)</p>
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		<title>Rabbini contro il sionismo</title>
		<link>http://www.palestinalibera.org/2011/09/rabbini-contro-il-sionismo/</link>
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		<pubDate>Fri, 16 Sep 2011 00:07:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ter</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Sionismo]]></category>

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		<description><![CDATA[]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/QmvC0Y8HDjA" frameborder="0" width="560" height="315"></iframe></p>
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		<title>A proposito del riconoscimento preventivo dello Stato palestinese</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Aug 2011 20:08:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ter</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[ANP]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[ONU]]></category>
		<category><![CDATA[Stato Palestinese]]></category>

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		<description><![CDATA[di Wasim Dahmash* Queste brevi annotazioni riguardanti l’iniziativa della ANP (Autorità Nazionale Palestinese, alias OLP o Fatah) atta a chiedere all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il riconoscimento di uno Stato palestinese da istituire su una parte del territorio palestinese, costituivano un messaggio di posta elettronica il cui destinatario mi ha chiesto di rendere pubblico. Rileggendo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h5>di Wasim Dahmash*</h5>
<p>Queste brevi annotazioni riguardanti l’iniziativa della ANP (Autorità Nazionale Palestinese, alias OLP o Fatah) atta a chiedere all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il riconoscimento di uno Stato palestinese da istituire su una parte del territorio palestinese, costituivano un messaggio di posta elettronica il cui destinatario mi ha chiesto di rendere pubblico.</p>
<p>Rileggendo il messaggio ho ritenuto di lasciarlo nella sua forma originaria (punto 1), alla quale però aggiungo altre quattro veloci riflessioni (punti 2-5).</p>
<p><span id="more-5028"></span></p>
<p><strong>1.</strong> Mi limito a osservare che almeno dalla morte di Arafat in poi, le azioni dell’ANP (OLP-Fatah) non sono più solo indotte da Israele, ma piuttosto coordinate con gli organi dello Stato israeliano, vedi ad esempio l’organizzazione e il ruolo della polizia palestinese, e in politica internazionale basti ricordare il caso del rapporto Goldstone. Non vedo perché un’azione politica piuttosto rilevante come quella annunciata non debba essere come altre preventivamente concordata.</p>
<p>I funzionari che guidano l’ANP (OLP-Fatah) non sono affatto persone stupide e sanno benissimo che non potranno disporre, come vorrebbero, di uno Stato palestinese autonomo in accordo con Israele. <strong>Allora a che cosa mirano?</strong> Si accontentano di uno Stato “temporaneo”, come è nei programmi israeliani, o più modestamente di continuare a gestire l’ANP, così com’è, o più realisticamente di “tirare a campare” per qualche anno ancora.</p>
<p>Tutto l’establishment israeliano ha più volte ripetuto che uno Stato palestinese entro la cosiddetta “linea verde” vale a dire le linee di armistizio del 1949 (leggi Cisgiordania e Gaza) non è possibile, ma uno Stato palestinese sarebbe accettabile, anzi auspicabile, entro confini da stabilire, perché nei territori occupati nel 1967 delimitati dalla “linea verde” vivono oggi oltre 500.000 ebrei israeliani che non accetterebbero di essere cacciati via o di diventare cittadini palestinesi.</p>
<p><strong>La soluzione?</strong> Consisterebbe in uno scambio di territori. I territori cisgiordani abitati da israeliani andrebbero annessi ad Israele e i territori abitati da “arabi israeliani” sarebbero attribuibili al costruendo Stato palestinese. Ovviamente questo dovrà essere un processo da concordare tra le parti attraverso un negoziato che sarà, difficile, complesso e soprattutto molto lungo. Tappa obbligatoria di questo negoziato è definire chi sono i soggetti della cittadinanza palestinese e della cittadinanza israeliana. Il passaggio dei coloni israeliani in Cisgiordania alla cittadinanza palestinese sarebbe escluso perché non lo vogliono e perché quei territori sono destinanti, nell’ambito dello scambio, a Israele.<br />
Il passaggio degli “arabi israeliani” alla “cittadinanza palestinese” sarebbe necessario perché loro sono palestinesi, così si realizzerebbe l’unità del popolo palestinese, e perché quei territori sarebbero destinati al virtuale “futuro Stato palestinese”. In caso di mancato raggiungimento di un accordo globale di pace e sul futuro assetto dello Stato palestinese, come è nei programmi israeliani, i palestinesi oggi cittadini israeliani che nel frattempo avranno perso la cittadinanza israeliana avranno bisogno di un permesso di soggiorno per continuare a soggiornare in “Israele”.<br />
<strong>In altre parole Israele acquisisce una carta legale per espellere i palestinesi sopravvissuti alla pulizia etnica del 1947-49</strong>.</p>
<p><strong>La nascita virtuale e il riconoscimento di uno Stato palestinese, sotto il profilo legale, è necessario ad Israele perché abbassa il tetto delle rivendicazioni palestinesi.</strong></p>
<p>A tutt’oggi, secondo il diritto internazionale, i profughi palestinesi hanno diritto a ritornare alle loro terre (risoluzione 194). Il riconoscimento di un “futuro” Stato palestinese limiterebbe questo diritto ai confini (virtuali) del costruendo Stato (virtuale).</p>
<p>La proclamazione di uno Stato palestinese su una parte del territorio della Palestina mandataria renderebbe automaticamente legale l’esistenza sul rimanente territorio dello Stato coloniale tuttora illegale secondo la carta delle Nazioni Unite, anche se riconosciuto da molti Stati membri dell’ONU ed è ammesso alla stessa organizzazione alla condizione di applicare la 194 (Il ritorno dei profughi). Israele è l’unico Stato ammesso all’ONU in modo condizionato. Infatti la 181, presa a pretesto per “legalizzare” lo Stato d’Israele, non è una “risoluzione”, ma è una “raccomandazione” di un “comitato ad hoc” indirizzata all’Assemblea Generale ed è in aperto contrasto con la carta delle Nazioni Unite.</p>
<p><strong>Si tratta semplicemente di un escamotage legale.</strong> La “legalizzazione” dell’assetto politico del territorio palestinese legalizzerebbe l’assetto geopolitico vicino orientale scaturito dagli accordi Sykes-Picot. Ad esempio, lo Stato che potrebbe vantare maggiore legittimità nella regione siriana sarebbe quello sorto per esclusiva volontà dei suoi abitanti in un momento di lotta popolare ed è quello che oggi non c’è, cioè il Regno di Siria proclamato dal Congresso popolare pansiriano di Damasco nel 1918 in cui deputati eletti in rappresentanza di tutte le regioni siriane (oggi Siria, Libano, Palestina/Israele, Transgiordania, parte della Turchia) e di tutte le comunità confessionali, linguistiche, rurali e urbane, avevano proclamato l’indipendenza della Siria dall’Impero Ottomano. L’assetto odierno garantisce un’instabilità permanente, una frammentazione progressiva, una dipendenza economica crescente e una sudditanza politica delle comunità della regione (non più una nazione, non più un popolo, non più popoli) nei confronti dell’Impero e delle sue manifestazioni corporative e statuali.</p>
<p>La frammentazione politica agisce da acceleratore della frammentazione sociale e si nutre di essa, vedi lo scontro giordano-palestinese del 1970 e quello latente che ogni tanto riesplode, oppure gli infiniti conflitti libanesi, e così via. Il laboratorio siriano è stato poi esteso all’Iraq, ecc. La trattativa per uno Stato palestinese dovrebbe inoltre includere un ventaglio di forze palestinesi, perché si è visto che trattare con una sola parte non ha portato alla pace desiderata. In altre parole bisognerà coinvolgere, oltre a Fatah anche Hamas, la quale organizzazione, per essere ammessa, dovrà però preventivamente soddisfare alcune condizioni che OLP-Fatah aveva a suo tempo fatto sue prima di essere ammessa al tavolo dei negoziati. Tra queste condizioni primeggiano il riconoscimento dello Stato d’Israele e la rinuncia al terrorismo. Vale a dire la rinuncia al 78% del territorio palestinese e la rinuncia al diritto alla resistenza sancito dalle Nazioni Unite. Tuttavia il coinvolgimento di Hamas sarà possibile solo in un quadro di accordo con ANP-Fatah, un accordo dal quale resteranno esclusi quelli che non accetteranno le condizioni imposte (ci sarà sempre qualcuno) e che diventeranno il nemico da combattere con beneficio di Israele e della sempre più accelerata frammentazione palestinese.</p>
<p><strong>L’establishment israeliano sa benissimo che l’idea dello Stato è corrosiva del concetto di “liberazione”.</strong> A questo è servita negli anni e a questo serve oggi. La stragrande maggioranza dei palestinesi oggi vorrebbe uno Stato. Pochi i palestinesi che non lo vogliono. E’ mia opinione che i maggiori rappresentanti dei palestinesi dei territori occupati nel 1967, vale a dire, Fatah e Hamas, pur con tutti i distinguo del caso e con tutte le dovute differenziazioni, sono due organizzazioni di indirizzo populista. Questa situazione è decisamente favorevole a Israele che cerca di trarne tutti i possibili vantaggi. Tuttavia, questi non sono gli aspetti della questione per cui dubito dell’opportunità di chiedere il riconoscimento di uno Stato palestinese virtuale. Un aspetto più importante, a mio avviso, è questo:</p>
<p>- Uno Stato che si fonda in base a un accordo tra governi (se non è frutto della lotta popolare) non per azione dei suoi cittadini, non può realizzare il diritto all’autodeterminazione, né quella nazionale, né comunitaria e tantomeno individuale.</p>
<p>- Altro elemento non meno importante del precedente è questo: <strong>il diritto all’autodeterminazione è un diritto inalienabile</strong>, cioè, come ci insegnano i giuristi, non frazionabile, e questo significa che non è negoziabile, non può essere oggetto di negoziato, va solo e semplicemente realizzato.</p>
<p><strong>2.</strong> Appare sempre più evidente che le azioni della politica internazionale, come i grandi cambiamenti a livello economico-finanziario, si realizzano lungo direttive dove non esiste nessun controllo pubblico di nessun tipo, né popolare (stampa, partiti, associazioni, ecc.), né rappresentativo parlamentare, e a volte nemmeno statuale. Cioè si agisce al di là delle sedi istituzionali palesi. Esiste un divario sempre più profondo tra la realtà e la rappresentazione che ne viene data. Gli esempi sono ormai innumerevoli. Un esempio immediato può essere quello della guerra in Libia. L’opinione pubblica delle nazioni coinvolte nella guerra non ha la percezione di vivere uno stato di guerra, non solo per l’enorme divario nelle armi impiegate – il controllo dei cieli rende scontato l’esito – ma anche per il totale controllo delle informazioni per cui viene celato il ruolo degli eserciti delle nazioni coinvolte, come sono celati le cause e gli obbiettivi della guerra. In altre parole: una realtà virtuale si sovrappone a una realtà tangibile fino a coprirla del tutto.</p>
<p>Una cosa simile si presenta nella situazione palestinese. Il cosiddetto processo di pace (realtà virtuale), ha coperto la strisciante colonizzazione del territorio palestinese e la progressiva sostituzione della popolazione autoctona (realtà tangibile). Allo stesso modo, le manovre politiche dell’ANPOLP- Fatah si svolgono su un piano di realtà non tangibile. Esempio: la lotta popolare contro il muro, contro il sequestro delle terre, contro le demolizioni delle case, ecc. si svolge sullo stesso piano reale sul quale si svolgono le azioni repressive, cioè nella realtà tangibile, anche se viene coperta sempre più dalla realtà virtuale. E’ altamente probabile che la richiesta di riconoscimento di uno Stato palestinese non sarà presentata alla prossima sessione dell’Assemblea Generale dell’ONU. In caso contrario è probabile che la richiesta stessa non venga immessa nell’ordine del giorno. In ogni caso entra a far parte della realtà virtuale.</p>
<p><strong>3.</strong> L’occupazione e la spartizione dei territori dell’Impero Ottomano è avvenuta con la guerra. La spartizione, avversata dalle popolazioni, ha acquisito veste legale per imposizione. I territori del Regno di Siria sono stati divisi tra la Francia e l’Inghilterra. Le due potenze hanno frammentato ulteriormente il territorio, creando nella Siria meridionale due entità statuali: Palestina e Transgiordania. Nel 1922 L’Inghilterra legalizzò il nuovo assetto presso la “bottega legale” della Società delle Nazioni. Nel territorio tra il Mediterraneo e il fiume Giordano è nato lo Stato di Palestina. Il territorio di questo Stato continua ad essere occupato da una potenza occupante che è espressione e continuazione della potenza occupante madre, nata per sua dichiarata volontà. I palestinesi, cioè la comunità umana che ha modellato la storia e il paesaggio culturale di quel territorio, hanno diritto a reclamare tutto il loro<br />
territorio. La legalizzazione di una spartizione della Palestina è ovviamente a spese del popolo palestinese, nega i suoi diritti fondamentali, riconosciuti a tutti i popoli. La raccomandazione 181 dell’Onu non legalizza la spartizione della Palestina ed è contraria allo spirito e alla lettera della Carta delle Nazioni Unite (Ogni popolo ha diritto all’autodeterminazione).</p>
<p><strong>4.</strong> L’Autorità Nazionale Palestinese (leggi OLP-Fatah) è nata in base agli accordi tra il governo israeliano e l’OLP-Fatah, detti Accordi di Oslo. Questi accordi sono stati dichiarati “decaduti” da una delle due parti contraenti, il governo israeliano. Sono quindi legalmente nulli. L’ANP non ha nessuna veste legale, ma cosa ben più importante, non è un’autorità legittima, nemmeno sul piano rappresentativo degli abitanti delle regioni occupate nel 1967 che sono circa il 30% dei palestinesi. Infatti, i deputati eletti nelle liste di Hamas al Consiglio Legislativo Palestinese, sono quasi tutti nelle carceri israeliane! Per non dire che le elezioni furono vinte da Hamas e non da Fatah e che il mandato del capo dell’ANP-Fatah, Mahmud Abbas Abu Mazen, è scaduto da anni. A maggior ragione l’ANP non rappresenta i sei o sette milioni di palestinesi in esilio (di cui 4,820,229 profughi registrati, secondo le statistiche ONU), nemmeno i palestinesi che vivono nei territori dichiarati Stato d’Israele, i cosiddetti “arabi israeliani” (oltre 1.300.000 persone). In poche parole l’<strong>ANP non ha nessuna veste, nessun diritto a negoziare a nome del popolo palestinese.</strong> E tuttavia nessun governo legittimo e legalmente riconosciuto è autorizzato a ledere i diritti inalienabili della popolazione che governa o quelli di altre, <strong>così come nessun organismo internazionale può disporre del territorio o della vita di una popolazione</strong>.</p>
<p><strong>5.</strong> Gli Stati hanno ragione di essere in quanto istituzioni, volute e accettate dai cittadini, atte a realizzare e garantire i diritti degli stessi cittadini. Uno Stato che “imbroglia” sui diritti fondamentali, perde una parte della sua legittimità. Lo Stato che lede in parte o in toto i diritti dei cittadini, li nega o peggio li cede, perde ogni legittimazione. Uno Stato che compie una “pulizia etnica” e la perpetua nel tempo, compie un crimine contro l’umanità e come tale va trattato fino a quando non riconoscerà i propri crimini e cercherà sinceramente di porvi rimedio. Il diritto dei profughi palestinesi al ritorno in tutta sicurezza alle loro case e nelle loro città e il diritto all’indennizzo dei danni subiti nei sessanta tre anni trascorsi al loro esilio, è il primo passo da compiere per cominciare un percorso che porti a una convivenza pacifica, paritaria e civile tra i cittadini autoctoni, i palestinesi, e i cittadini acquisiti, gli israeliani. Le formule possono essere di diversi tipi, e tutte possono rivendicare una uguale legittimità, ma il nocciolo della questione resta sempre uno e uno solo: il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese.</p>
<p><a href="http://www.sardegnapalestina.org/?p=1696">Associazione Amicizia Sardegna &#8211; Palestina (17.07.2011)</a></p>
<p>*<em>Wasim Dahmash: palestinese, docente all&#8217;Università l&#8217;Ateneo di Cagliari, autore e traduttore (ha tradotto in italiano numerosi romanzi e poesie della letteratura araba e, ovviamente palestinese); direttore editoriale delle Edizioni Q; responsabile della Associazione Gazzella ONLUS</em></p>
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		<title>Steve Jobs si piega al volere di Israele: cancellata l&#8217;applicazione &#8220;Terza Intifada&#8221;</title>
		<link>http://www.palestinalibera.org/2011/07/steve-jobs-si-piega-al-volere-di-israele-cancellata-lapplicazione-terza-intifada/</link>
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		<pubDate>Thu, 30 Jun 2011 23:42:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ter</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>

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		<description><![CDATA[di Emma Mancini su Alternative Information Center del 24 giugno 2011 Paranoia tecnologica o imposizione della propria narrativa? Dietro la richiesta di Israele di cancellare l’applicazione Apple “Terza Intifafa”, probabilmente, ci sono entrambe. Inaccettabile per Tel Aviv che in ogni parte del mondo si possa assistere sullo schermo di un iPad o un iPhone alle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <em>Emma Mancini</em> su <a href="http://www.alternativenews.org/italiano/index.php/topics/news/2971-steve-jobs-si-piega-al-volere-di-israele-cancellata-lapplicazione-qterza-intifadaq">Alternative Information Center del 24 giugno 2011</a></p>
<p>Paranoia tecnologica o imposizione della propria narrativa? Dietro la richiesta di Israele di cancellare l’applicazione Apple “Terza Intifafa”, probabilmente, ci sono entrambe. Inaccettabile per Tel Aviv che in ogni parte del mondo si possa assistere sullo schermo di un iPad o un iPhone alle violazioni quotidiane subite dai palestinesi.</p>
<p>ll sito da cui è stato ripresa l&#8217;applicazione Apple è <a href="http://3rdintifada.com/">3rdIntifada.com</a> da cui è stato ripresa l&#8217;applicazione Apple<br />
<span id="more-4981"></span><br />
Pressioni sulla Apple immediate e Steven Jobs obbedisce: l’applicazione va cancellata. È successo ieri, quando il gigante della tecnologia Apple ha rimosso definitivamente l’applicazione filo-palestinese “Terza Intifada”, un programma in lingua araba creato da una compagnia di Dubai, che secondo il governo israeliano incitava il mondo arabo alla violenza contro gli ebrei. Un’applicazione che riprendeva in tutto e per tutto il sito 3rdintifada.com, un network che fa informazione e offre editoriali sull’occupazione militare israeliana e le ragioni della causa palestinese.</p>
<p>Ma cosa mostrava di tanto temibile l’applicazione Apple? Uccisioni di palestinesi e foto dei martiri, demolizioni di case da parte dei bulldozer militari israeliani, la vita a Gerusalemme Est e le altre violazioni più note del conflitto, documentari e canzoni che narrano la Nakba. Inaccettabile per Israele, che ha accusato la società californiana di incitare alla violenza contro lo Stato ebraico attraverso un’applicazione che fa riferimento a Israele come entità sionista e “convince il mondo intero a simpatizzare con la causa palestinese”.</p>
<p>Steve Jobs, che nei giorni scorsi aveva ignorato le pressioni israeliane e aveva deciso di non rimuovere dagli Apple Store l’applicazione, si è ritrovato nella cassetta della posta una lettera di Yuli Edelstein, ministro israeliano per gli Affari Pubblici e la Diaspora. Nella missiva il ministro ha richiamato Jobs all’ordine, chiedendo “l’immediata rimozione dell’applicazione, così da continuare nella tradizione delle applicazioni Apple dirette solo al divertimento e a fini informativi, applicazioni che non sono mai state strumento di incitamento alla violenza”.</p>
<p>“Se si guarda agli articoli – continua Edelstein -, alle storie e alle fotografie che appaiono nel programma, appare chiaro che si tratta di un’applicazione anti-israeliana e anti-sionista che di fatto, così come suggerisce il nome, chiama ad una rivolta contro Israele”. Difficile resistere ad un ministro tanto convincente, lo stesso che a marzo riuscì a far rimuovere la pagina Facebook “Terza Intifada”, adducendo la stessa motivazione: incitamento alla violenza e alla sollevazione contro Israele attraverso la lotta violenta.</p>
<p>Insomma, se Mark Zuckerberg ha ceduto, difficile che Steve Jobs riuscisse a resistere alle potenti lobby israeliane. “Abbiamo rimosso l’applicazione dagli Apple Store perché viola le nostre linee guida e offende un intero gruppo di persone”, ha detto mercoledì un portavoce della Apple, citato da Al Jazeera.<br />
Riflessioni in merito allo strapotere mediatico ed economico israeliano si sprecherebbero. Ad inchinarsi ai voleri e ai capricci di Tel Aviv sono state due delle compagnie tecnologiche più potenti e influenti del globo, che avevano fatto dell’informazione libera e della condivisione di notizie e opinioni il loro cavallo di battaglia.</p>
<p><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="http://www.addtoany.com/share_save#url=http%3A%2F%2Fwww.palestinalibera.org%2F2011%2F07%2Fsteve-jobs-si-piega-al-volere-di-israele-cancellata-lapplicazione-terza-intifada%2F&amp;title=Steve%20Jobs%20si%20piega%20al%20volere%20di%20Israele%3A%20cancellata%20l%26%238217%3Bapplicazione%20%26%238220%3BTerza%20Intifada%26%238221%3B" id="wpa2a_24"><img src="http://www.palestinalibera.org/wp-content/plugins/add-to-any/share_save_171_16.png" width="171" height="16" alt="Share"/></a></p>]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>L&#8217;UNESCO condanna con decisione Israele</title>
		<link>http://www.palestinalibera.org/2011/06/lunesco-condanna-decisamente-israele/</link>
		<comments>http://www.palestinalibera.org/2011/06/lunesco-condanna-decisamente-israele/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 29 Jun 2011 22:59:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ter</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Occupazione]]></category>

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		<description><![CDATA[L a commissione del patrimonio mondiale dellUNESCO ieri ha deciso di richiamare Israele per fermare tutti gli scavi archelogiche nell&#8217;old City di Gerusalemme &#8230;. da Palestine Telegraph del 29 giugno 2011 UNESCO Sharply Condemns Israel Palestine, (Pal Telegraph) &#8211; UNESCO’s World Heritage Committee yesterday decided to call on Israel to stop immediately all archaeological excavations [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://networkedblogs.com/jNg1S">L </a>a commissione del patrimonio mondiale dellUNESCO ieri ha deciso di richiamare Israele per fermare tutti gli scavi archelogiche nell&#8217;old City di Gerusalemme &#8230;.</p>
<h5>da Palestine Telegraph del 29 giugno 2011</h5>
<p><span id="more-4956"></span></p>
<h3><a href="http://networkedblogs.com/jNg1S">UNESCO Sharply Condemns Israel</a></h3>
<p><a href="http://networkedblogs.com/jNg1S"> </a></p>
<p><a href="http://networkedblogs.com/jNg1S"></a></p>
<p>Palestine, (Pal Telegraph) &#8211; UNESCO’s World Heritage Committee yesterday decided to call on Israel to stop immediately all archaeological excavations in the Old City of Jerusalem and not carry out its plan to demolish the temporary bridge to the Mughrabi Gate, linking the Western Wall to the Temple Mount, and to build a new bridge in its stead.</p>
<p>The decision was initiated by Jordan along with three other Arab states: Egypt, Bahrain and Iraq. The decision was passed by a consensus of all the 21 members on the committee. Four countries—Australia, Switzerland, Brazil and Mexico—expressed sharp reservation to the anti-Israel content in the decision, but did not vote against. These countries, along with Estonia and Sweden, also demanded to postpone the debate on the charged subject, but their demand was denied by a majority. The Israeli ambassador to UNESCO, Nimrod Barkan, who has the position of observer, asked to speak and to present Israel’s positions against the Jordanian document—but the Egyptians refused, and the Israeli ambassador was not given permission to speak.</p>
<p>Along with the harsh condemnation of Israel and the demand to stop immediately all archaeological excavations in the Old City, including the Western Wall, the committee also called to send a delegation to Israel on behalf of UNESCO to ensure that the work stop. Israel announced that it would not let such a delegation enter.</p>
<p>Political officials in Israel reacted angrily to Jordan’s conduct and said that it had broken an explicit agreement signed last week on the demolition next week of the temporary bridge that is in danger of collapse. In the agreement, Jordan promised not to demand a condemnation of Israel in UNESCO.</p>
<p>In Yedioth Ahronoth (p. 31)</p>
<p><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="http://www.addtoany.com/share_save#url=http%3A%2F%2Fwww.palestinalibera.org%2F2011%2F06%2Flunesco-condanna-decisamente-israele%2F&amp;title=L%26%238217%3BUNESCO%20condanna%20con%20decisione%20Israele" id="wpa2a_26"><img src="http://www.palestinalibera.org/wp-content/plugins/add-to-any/share_save_171_16.png" width="171" height="16" alt="Share"/></a></p>]]></content:encoded>
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		<title>La Freedom Flotilla sta per levare le ancore. Direzione Gaza</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Jun 2011 23:01:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ter</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Mila Pernice Il conto alla rovescia è iniziato. Dopo più di un anno di preparazione, che ha coinvolto una coalizione di oltre 20 paesi, centinaia di attivisti provenienti da decine di nazioni sono pronti a partire con l’obiettivo di rompere l’infame assedio della Striscia di Gaza e di lanciare alla comunità internazionale un messaggio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Mila Pernice</strong></p>
<p>Il conto alla rovescia è iniziato. Dopo più di un anno di preparazione, che ha coinvolto una coalizione di oltre 20 paesi, centinaia di attivisti provenienti da decine di nazioni sono pronti a partire con l’obiettivo di rompere l’infame assedio della Striscia di Gaza e di lanciare alla comunità internazionale un messaggio forte e chiaro: non siamo disposti ad unirci alla vostra omertosa complicità con le politiche israeliane.</p>
<div class="separator" style="clear: both; text-align: center;"></div>
<div style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"><img class="aligncenter" src="https://lh6.googleusercontent.com/-2oPNLWJBPgY/TgUPzZN718I/AAAAAAAABQg/t6EZfel-SFU/s400/EndBlockage.gif" alt="" width="400" height="358" /></div>
<div style="margin-left: 1em; margin-right: 1em;"></div>
<p><span id="more-4919"></span><br />
E’ questa la “Freedom Flotilla 2 – Stay Human”, che sta per levare le ancore per far prevalere la forza della ragione contro la “ragione della forza”, come quella perpetrata da più di 60 anni con l’obiettivo di cancellare il popolo palestinese dalla propria terra. Come quella che a Gaza ha ucciso più di 1400 persone con le bombe di “Piombo fuso”. O come quella, già rivolta lo scorso anno nei confronti della prima Freedom Flotilla, quando 9 passeggeri turchi furono assassinati dalla marina israeliana, la stessa che oggi minaccia di attaccare nuovamente le navi che salperanno tra pochi giorni. “In ogni caso Israele perderà” aveva detto lo scorso dicembre Huwaida Arraf, del Free Gaza Movement, a Roma, quando l’Italia ha ospitato uno dei meeting della coalizione internazionale decisa a concretizzare il progetto della nuova flotilla. In effetti, già solo nel momento in cui le navi saranno in mare e la notizia circolerà tra le agenzie di stampa e i media di tutto il mondo, la nuova missione avrà raggiunto i suoi obiettivi: quello di rendere noto all’opinione pubblica internazionale che la storia e l’attualità dell’occupazione israeliana della Palestina non consentono alcuna forma di equidistanza tra l’oppresso e l’oppressore, tra il popolo colonizzato e il progetto coloniale sionista; quello di isolare Israele e le sue politiche e di mettere in evidenza la costante violazione dei diritti umani del popolo palestinese.</p>
<p>Perché nel momento in cui si difende il diritto internazionale se ne denunciano anche le contraddizioni: è in nome di quel diritto, “liberamente” interpretato dalle forze Nato, che stanno cadendo bombe sulla Libia, mentre oltre 70 risoluzioni dell’ONU continuano ad essere contravvenute dall’apparato politico e militare israeliano. senza alcuna forte presa di posizione della comunità internazionale. Eppure Israele minaccia, in base al consueto mantra delle “ragioni di sicurezza”, di attaccare l’iniziativa che porterà al largo delle coste di Gaza, in acque internazionali, civili disarmati. Gli attivisti della Freedom Flotilla hanno da subito invitato giornalisti e rappresentanti Onu ad ispezionare le navi da cima a fondo, con la piena consapevolezza che ogni insinuazione mossa da Israele e dai governi suoi alleati rispetto all’ipotetica presenza di armi a bordo è strumentale alla criminalizzazione di un’iniziativa determinata ma assolutamente pacifica. Lo ha ribadito nel suo ultimo comunicato la stessa coalizione: “la nostra destinazione è Gaza. Le nostre intenzioni sono non violente. Il nostro obiettivo è far cessare l’assedio illegale, completamente e permanentemente”.</p>
<p>Un assedio che prosegue da oltre 4 anni, cioè dal momento in cui le autorità israeliane hanno capito che la vittoria di Hamas alle elezioni legislative del 2006 poteva essere utilizzata per attuare una sorta di punizione collettiva del milione e mezzo di abitanti della Striscia. Da allora gli aiuti umanitari entrano col contagocce e a intermittenza in un territorio che non ha più, da tempo, un’economia propria, su cui poter contare. Recentemente, ricorda ancora la coalizione della Flotilla 2,  “l’autorità sanitaria di Gaza ha proclamato lo stato di emergenza a causa di una grave carenza di medicine vitali. Circa 178 tipi di farmaci e 123 tipi di forniture mediche sono già esauriti e altri 69 tipi di farmaci e 70 tipi di forniture mediche sono destinati ad esaurirsi nei prossimi tre mesi”. Ovvio che i “canali stabiliti” per far arrivare aiuti a Gaza non bastano, ma è anche vero che, e fanno bene a sottolinearlo gli internazionali, “in nessun’altra parte del mondo la comunità internazionale chiede alla popolazione di accettare aiuti umanitari al posto della libertà”. Questo il senso della Freedom Flotilla, quello di portare, insieme agli aiuti, un forte segnale politico di sostegno alla lotta di liberazione palestinese.</p>
<p>In Italia oltre 10.000 persone, con la manifestazione dello scorso 14 maggio a Roma, hanno ribadito il proprio sostegno alla missione, che porterà in acque internazionali anche la nave italiana “Stefano Chiarini” e con essa giornalisti e rappresentanti di un movimento che da anni non esita a scendere in piazza al fianco del popolo palestinese e contro la subalternità dei governi italiani alle politiche israeliane. Un movimento che ha contribuito all’allargamento e alla sempre crescente efficacia della Campagna BDS, cui di pari passo ha corrisposto la sempre crescente preoccupazione israeliana per questa forma di offensiva pacifica e di massa. La coalizione italiana, che comprende più di 200 adesioni di comitati, associazioni, partiti, sindacati, sta già chiamando alla mobilitazione nell’eventualità che Israele ricorra ancora una volta alla forza militare per fermare le navi della Flotilla:  “nel caso l’attacco minacciato si  verificasse, invitiamo sin da ora a scendere subito in piazza, a Roma all’ambasciata israeliana in Via Michele Mercati, a Milano al consolato israeliano in Corso Europa e in tutte le altre città nelle piazze principali”. Un minuto dopo l’attacco. Punto di riferimento per la mobilitazione e per la diffusione delle informazioni sarà un info point che il coordinamento italiano metterà a disposizione a Roma, in Via Baldassarre Orero 61, per seguire ogni minimo passaggio che riguarderà la missione in generale e la nave italiana in particolare, che ospiterà anche passeggeri svizzeri, olandesi e turchi che si sarebbero imbarcati sulla Mavi Marmara, che non partirà più, come annunciato qualche giorno fa da Ankara.</p>
<p>A Gaza sono in migliaia ad attendere l’arrivo della Flotilla perché, come hanno sottolineato pochi giorni fa in un comunicato 46 organizzazioni della società civile palestinese rivolgendosi ai popoli di tutto il mondo, “le iniziative della società civile che organizza le Freedom Flotilla sono una presa di posizione di giustizia e solidarietà verso il popolo palestinese, mentre i vostri governi non lo fanno”. In questa presa di posizione sta tutta l’umanità cui si appellava lo slogan di Vittorio Arrigoni, quello che tutte le organizzazioni della coalizione hanno voluto adottare per titolare la Freedom Flotilla 2. E’ la stessa umanità che, nelle ore in cui le acque internazionali saranno solcate dalle navi della flotta, porterà al massimo livello tensione e apprensione per l’incolumità di tutti i passeggeri.</p>
<p>“Dietro agli slogan umanitari” diceva qualche giorno fa il comandante della Marina Militare israeliana, l’ammiraglio Eliezer Marom, si nasconde in realtà “un pericoloso antisemitismo, un odio verso lo Stato ebraico”. Nessuna ideologia antisemita muoverà le navi della Flotilla, questo è chiaro, ma un sano odio, questo si, verso le politiche israeliane di occupazione, apartheid e pulizia etnica del popolo palestinese. In questo, forse, sta il massimo del senso di umanità che muoverà tra poche ore la Freedom Flotilla 2, nell’aver saputo raccogliere un imperativo come quello che Immanuel Kant ha affidato alle pagine della sua “Critica della ragion pratica”: &#8220;agisci in modo da considerare l&#8217;umanità sempre anche come scopo, e mai come semplice mezzo&#8221;.</p>
<p><a href="http://www.contropiano.org/it/archivio-news/documenti/item/2082-la-freedon-flotilla-sta-per-levare-le-ancore-direzione-gaza">da Contropiano</a></p>
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		<title>Vauro &#8220;scrive&#8221; all&#8217;ammiraglio Maron</title>
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		<pubDate>Sat, 25 Jun 2011 07:22:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ter</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Freedom Flotilla]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<h4>Vauro “scrive” al comandante delle forze navali di Israele che minaccia di fermare con la forza la Freedom Flotilla &#8211; Stay Human</h4>
<p><object width="560" height="349"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/iacNxlke3PA?version=3&amp;hl=it_IT&amp;rel=0" /><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="560" height="349" src="http://www.youtube.com/v/iacNxlke3PA?version=3&amp;hl=it_IT&amp;rel=0" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
<p><span id="more-4884"></span></p>
<p>Roma, 25 giugno 2011, Nena News<br />
<a href="https://picasaweb.google.com/lh/photo/c-e6rDKQbmZ2tubfS-98-DlkbW3bCRFkImx4F43Lvxg?feat=embedwebsite"><img class="alignleft" src="https://lh3.googleusercontent.com/-smDfeb18ZEE/TdDULbqNCdI/AAAAAAAABG0/SMWTV-cqe78/s288/Roma%252520Vauro.JPG" alt="" width="288" height="264" /></a>Caro ammiraglio Eliezer Maron mi vorrà scusare se con questa mia le rubo un po’ di tempo. So che è impegnatissimo ad addestrare i suoi commandos ad assaltare, per fermarle, le navi della Freedom Flotilla 2 che si apprestano a salpare cariche di aiuti umanitari alla volta di Gaza. Sa, io sarò su una di quelle navi ed allora mi perdonerà se prima di essere respinto o arrestato dai suoi soldati mi permetto di dirle poche e semplici cose a proposito di alcune sue affermazioni. Lei dice che non saremmo spinti da motivi umanitari ma da «odio verso Israele».</p>
<p>Dovrebbe vedere i volti delle ragazze e dei ragazzi che stanno per imbarcarsi. Ci troverebbe sorrisi, sguardi di speranza, a volte l’ingenuità di chi ancora crede che valga la pena spendersi per gli altri. Ci troverebbe tutto meno che l’odio. Anzi, forse insieme alla solidarietà attiva verso la popolazione di Gaza stretta da anni in un assedio feroce c’è anche quella per Israele prigioniera di una logica che pare non riesca a concepire altra legge se non quella del più forte rischiando così di soffocare tutto ciò che di migliore la sua società ha espresso ed esprime. Lei che è un militare sa meglio di me che l’assediante è spesso vittima del proprio assedio. A proposito, proprio lei che è un soldato arriva ad affermare che le navi civili cariche solo di giovani e di aiuti «hanno lo scopo di sfidare i militare israeliani».<br />
Ma via ammiraglio! Il suo governo ha sempre fatto vanto di avere uno degli eserciti più potenti e meglio armati del mondo e basterebbero una decina di navi cargo a sfidarlo addirittura? Le voglio dire una cosa che forse alimenterà il suo orgoglio marziale: sui volti di quelle ragazze e ragazzi e anche sul mio che ragazzo non sono più da tempo, potrebbe leggere anche la paura. Sì, mi, ci fate paura. Ci fanno paura i suoi commandos armati e le sue navi da guerra, ci fa paura il momento in cui le incroceremo. Ed è proprio questa paura che ci dà un motivo in più per salpare, perché ci avvicina, anche se in misura ridotta, a quella che sono condannati a provare quotidianamente gli uomini, i bambini, le donne di Gaza quando dal cielo piovono missili e bombe al fosforo e quando la sola speranza di una vita degna di essere vissuta si trasforma per loro in disperazione e rabbia.</p>
<p>È davvero certo ammiraglio Eliezer che la sicurezza di Israele possa essere garantita esclusivamente dalla paura che incute? Già, dimenticavo, queste non sono questioni che la riguardano. Lei ha detto che risponde soltanto alle forze armate israeliane. Che obbedisce agli ordini insomma. Mi perdonerà se «ho solo obbedito agli ordini» mi riporta alla memoria giustificazioni usate in altri orribili tempi per declinare responsabilità di crimini orrendi avvenuti nella storia europea recente. Del resto lei ha anche detto che cercherà di non usare contro di noi «armi letali» e la ringrazio sinceramente per la sua premura. Ha aggiunto che sta addestrando i suoi soldati a non reagire violentemente a sputi o lanci di cicche. Ecco, questo addestramento può risparmiarglielo. Le assicuro che nessuno sputerà ai commandos. Sputare ad un uomo è un atto volto ad umiliarlo ed è proprio contro ogni azione che umilia la condizione umana che noi, pacificamente, ci stiamo battendo. Altrimenti tradiremmo le parole di Vittorio Arrigoni «restiamo umani» nel nome delle quali la Flotilla partirà.</p>
<p>Sarebbe bello, per concludere, che ci incontrassimo nel mare di fronte a Gaza e che ci salutassimo facendo suonare le sirene, noi delle nostre navi cargo, lei delle sue navi da guerra e potessimo arrivare al porto di quella città e scaricare con gli aiuti anche i sorrisi di quei volti giovani che le raccontavo, per poter dire a quella popolazione che non è sola, non è dimenticata e che ancora vale la pena di non trasformare la disperazione in odio. Lo so è solo un sogno ingenuo. Ma sa, sognare aiuta ad immaginare un mondo che non conosca solo morti e conflitti e quindi anche a costruirlo. Spero che anche lei ammiraglio sia capace di sognare e comunque glielo auguro di cuore. A presto. <a href="http://www.nena-news.com/?p=10945">Nena News</a></p>
<p>Questo articolo è stato pubblicato il 25 giugno 2011 dal quotidiano Il Manifesto</p>
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		<title>Appello di 21 intellettuali israeliani «Sì all&#8217;indipendenza palestinese»</title>
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		<pubDate>Sat, 28 May 2011 11:06:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ter</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Unità palestinese]]></category>
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		<description><![CDATA[In un lettera indirizzata all&#8217;Europa, l&#8217;ex presidente della Knesset Burg e altre 20 personalita&#8217; dello Stato ebraico criticano duramente Obama e Netanyahu e chiedono riconoscimento dichiarazione unilaterale Stato palestinese di Michele Giorgio* Ci sono anche l’ex presidente della Knesset Avraham Burg e il premio Nobel Daniel Kahneman tra i firmatari dell’appello a riconoscere la dichiarazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4>In un lettera indirizzata all&#8217;Europa, l&#8217;ex presidente della Knesset Burg e altre 20 personalita&#8217; dello Stato ebraico criticano duramente Obama e Netanyahu e chiedono riconoscimento dichiarazione unilaterale Stato palestinese</h4>
<h5>di Michele Giorgio*</h5>
<p>Ci sono anche l’ex presidente della Knesset Avraham Burg e il premio Nobel Daniel Kahneman tra i firmatari dell’appello a riconoscere la dichiarazione unilaterale di indipendenza palestinese, elaborato da un gruppo di 21 personalità d’Israele e intellettuali vicini al «Movimento di Solidarietà con Sheikh Jarrah» (Gerusalemme est), rivolto all’Europa e alla comunità internazionale. Il documento, che verrà diffuso oggi dai media locali e che il manifesto ha ottenuto ieri in anticipo, è una risposta ai discorsi pronunciati nei giorni scorsi negli Stati Uniti dal presidente Usa Barack Obama e dal premier israeliano Benyamin Netanyahu, contrari all’iniziativa annunciata dal presidente palestinese Abu Mazen di rompere l’impasse facendo ricorso all’Assemblea Generale dell’Onu il prossimo settembre.<span id="more-4849"></span></p>
<p>«La dichiarazione palestinese d’indipendenza è allo stesso tempo una sfida e una oppotunità per entrambe le parti. E’ un momento decisivo», scrivono i firmatari dell’appello. «Il fallimento della comunità internazionale e in primo luogo degli Stati Uniti – proseguono – di rilanciare i negoziati evidenzia una realtà innegabile e sconcertante: la pace è stata presa prigioniera dal “processo di pace”. L’edificazione in corso di insediamenti (colonici israeliani) in Cisgiordania e a Gerusalemme Est e il rifiuto (di Netanyahu) di congelare le costruzioni nell’interesse del negoziato, indica che l’attuale leadership di Israele usa il processo di pace come una manovra diversiva e non come un mezzo per la soluzione del conflitto». Pertanto – aggiungono Burg, Kahneman e gli altri firmatari tra i quali tre vincitori del Premio d’Israele: Avishai Margalit, Yirmiyahu Yovel e Menachem Yaari – «di fronte al continui rinvii e alla sfiducia reciproca, la dichiarazione palestinese di indipendenza non solo è legittima ma rappresenta anche un passo positivo e costruttivo per entrambe la nazioni». I firmatari non si dicono contrari a scambi territoriali tra Israele e Palestina nel quadro di un accordo fondato sul ritiro israeliano alle linee del 1967 (antecendenti all’occupazione dei Territori) e sono favorevoli alla proclamazione di Gerusalemme come capitale dei sue Stati e anche al riconoscimento di Gaza come parte integrante della Palestina. Chiedono però che la «leader palestinese nella Striscia», ossia Hamas, accetti Israele (possibilità che il movimento islamico esclude).</p>
<p>Da parte sua Burg – per decenni alto dirigente del movimento sionista (è stato anche responsabile dell’Agenzia Ebraica) ma che qualche anno fa ha rotto con l’establishment politico israeliano – aggiunge che «Netanyahu sta trascinando la regione in un periodo di intransigenza e di spargimento di sangue ed è sottomesso agli elementi più estremisti della società israeliana…malgrado la scorsa settimana a Washington sia stata colma di retorica e priva di contenuto, noi non ci arrendiamo». L’ex presidente della Knesset perciò invita i leader mondiali a fare l’unica cosa che può aiutare concretamente la pace: riconoscere la dichiarazione d’indipendenza palestinese il prossimo settembre.</p>
<p>L’appello delle 21 personalità israeliane, che chiederanno di incontrare gli ambasciatori europei, verrà certamente accolto con favore alla Muqata di Ramallah anche se Abu Mazen e il suo entourage, pur confermando di voler andare a settembre all’Onu, hanno accusato il colpo dei ripetuti «no» di Obama ad una dichiarazione unilaterale d’indipendenza. Il presidente dell’Anp mercoledì aveva denunciato il discorso di Netanyahu, dinanzi al Congresso Usa come un «passo indietro». Il documento riceverà ben altra accoglienza dal governo israeliano ma in ogni caso non pare destinato a turbare più di tanto Netanyahu. Il primo ministro ha trovato il consenso in ascesa al rientro dagli Usa. Un sondaggio pubblicato ieri dal giornale Haaretz, indica che la popolarità complessiva di Netanyahu – precipitata al 38% negli ultimi mesi – ora è vicina al 50%. Anche Obama recupera molte posizioni nella classifica del gradimento degli israeliani. Il proseguimento dell’occupazione militare dei Territori palestinesi e della colonizzazione di Cisgiordania e Gerusalemme Est sembrano andare bene alla maggioranza del paese. D’altronde perché questi cittadini dovrebbero preoccuparsi di mettere fine dopo 44 anni all’occupazione quando gran parte della comunità internazionale, a partire dell’Amministrazione Obama, evita di fare la voce grossa con Netanyahu che invece usa con altri paesi della regione. Applaudono il premier persino gli incontentabili coloni che se da un lato criticano la disponibilità manifestata da Netanyahu al Congresso sulla possibile evacuazione di un paio di colonie israeliane in Cisgiordania, all’altro esprimono «una sostanziale comunanza di vedute».</p>
<p>* dal Il Manifesto del 27 maggio 2011</p>
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		<title>Gaza &#8211; Egitto: riaperto il valico di Rafah per le persone, non per le merci</title>
		<link>http://www.palestinalibera.org/2011/05/gaza-egitto-riaperto-il-valico-di-rafah-per-le-persone-non-per-le-merci/</link>
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		<pubDate>Sat, 28 May 2011 10:57:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ter</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[ANP]]></category>
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		<description><![CDATA[Questa mattina le autorità egiziane hanno revocato le restrizioni attuate dopo il 2007. Ma la riapertura riguarderà le persone non le merci. Il blocco di Gaza non è finito. Rafah, 28 maggio 2011, Nena News Il primo autobus palestinese con a bordo una cinquantina di persone ha attraversato il valico di Rafah e questa mattina, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4>Questa mattina le autorità egiziane hanno revocato le restrizioni attuate dopo il 2007. Ma la riapertura riguarderà le persone non le merci. Il blocco di Gaza non è finito.</h4>
<p>Rafah, 28 maggio 2011, Nena News<br />
Il primo autobus palestinese con a bordo una cinquantina di persone ha attraversato il valico di Rafah e questa mattina, dopo dopo le 8 italiane, è entrato in Egitto sulla base delle nuove disposizioni decise dalle autorità del Cairo che, come avevano promesso, hanno revocato le restrizioni attuate dal giugno 2006 in poi (in seguito alla cattura del soldato israeliano Ghilad Shalit da parte di un commando palestinese). Da oggi in poi il movimento da e per Gaza sarà «libero», su «base permanente», non più limitato a 300 transiti e solo in alcuni giorni.<span id="more-4846"></span></p>
<p>Numerose persone hanno atteso questo momento su entrambi i lati della frontiera, in un clima di entusiasmo, e hanno applaudito quando l’autobus, al termine dei controlli di frontiera, è finalmente passato in territorio egiziano e si è diretto verso il Cairo. Subito dopo sono transitate due ambulanze con a bordo palestinesi bisognosi di cure mediche in Egitto.</p>
<p>Il valico rimarrà aperto per gran parte del giorno. Donne, anziani e minorenni potranno attraversarlo senza visto. I palestinesi maggiorenni invece dovranno ottenere prima il permesso delle autorità egiziane.  E’ da sottolineare che non transiteranno per Rafah le merci e, pertanto, oggi non è terminato il blocco della Striscia di Gaza attuato da Israele e al quale negli anni passati ha partecipato attivamente anche l’Egitto per volontà dell’ex raìs Hosni Mubarak, uno stretto alleato di Israele nelle questioni di «sicurezza».</p>
<p>La novità vera è la scelta fatta dal governo transitorio egiziano di riaprire il valico rispettando solo in minima parte l’accordo raggiunto con Usa-Anp-Ue nel 2005 (dopo il ritiro di soldati e coloni israeliani da Rafah) che prevede che Rafah operi sotto la supervisione e il monitoraggio di osservatori europei (Eubam) che, di fatto, hanno il compito di segnalare a Israele l’eventuale passaggio di palestinesi «sospetti». Il Cairo a quanto pare non intende tenere conto del ruolo dell’Eubam che, peraltro, da quattro anni attende di conoscere il futuro della missione nella base di Ashqelon (Israele). Il passo fatto dagli egiziani perciò ha suscitato allarme e proteste in Israele che prevede l’ingresso a Gaza di «terroristi» e armi. Le pressioni sul governo egiziano sono enormi e gli Stati Uniti si dicono «certi» che l’Egitto sorveglierà «adeguatamente» il valico di Rafah. Il portavoce del dipartimento di Stato, Mark Toner, ieri ha detto che gli egiziani «sono ben consapevoli» della «necessità» di sorvegliare contro il contrabbando di armi.</p>
<p>Intanto sull’onda della riconciliazione Fatah-Hamas raggiunta ad inizio del mese al Cairo, l’Autorità nazionale palestinese (Anp) ha annunciato, attraverso da Muhammad Mustafa, consigliere economico del presidente Abu Mazen, di voler costituire un fondo da un miliardo di dollari per finanziare la ricostruzione di Gaza. Mustafa ha promesso lo stanziamento immediato di 200 milioni di dollari e la raccolta di altri 800 milioni fra investitori pubblici e privati palestinesi, arabi e di altri paesi. L’obiettivo è quello di ricostruire case e attività economiche colpite dai bombardamenti della devastante offensiva israeliana «Piombo Fuso» di due anni e mezzo fa (1.400 palestinesi uccisi) e di fornire crediti ad almeno 350 imprese nonchè di progettare o riqualificare infrastrutture di base: quali l’aeroporto di Rafah un porto, una nuova centrale elettrica, un impianto per desalinizzare l’acqua di mare.</p>
<p>Muhammad Mustafa, un indipendente, è indicato dai media locali come il possibile premier del governo di unità nazionale frutto dell’accordo Fatah-Hamas, incaricato di preparare nuove elezioni entro un anno. <a href="http://www.nena-news.com/?p=10134">Nena News</a></p>
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		<title>“Dopo l&#8217;attacco alla Mavi Marmara sono cambiate molte cose”</title>
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		<pubDate>Sun, 22 May 2011 22:33:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ter</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Arrigoni]]></category>
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		<description><![CDATA[Intervista a Huseyn Oruc a cura di Enrico Campofreda ISTANBUL &#8211; Hüseyin Oruç è uno dei membri dell’IHH, Fondazione turca per i diritti e aiuti umanitari che anche quest’anno rilancia iniziativa di solidarietà col popolo di Gaza attraverso la Freedom Flotilla. L’esperienza del 2010 si concluse col tragico attacco della Marina israeliana che all’alba del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>Intervista a Huseyn Oruc a cura di Enrico Campofreda</h3>
<h4>ISTANBUL &#8211; Hüseyin Oruç è uno dei membri dell’IHH, Fondazione turca per i diritti e aiuti umanitari che anche quest’anno rilancia iniziativa di solidarietà col popolo di Gaza attraverso la Freedom Flotilla. L’esperienza del 2010 si concluse col tragico attacco della Marina israeliana che all’alba del 31 maggio assalì in acque internazionali la Mavi Marmara, uccise nove attivisti, ne ferì 54 di cui 23 gravemente. Abbiamo incontrato Oruç nella sede del movimento nel quartiere di Fatih a Istanbul ovest.</h4>
<h5><span id="more-4815"></span>Signor Oruç cos’è cambiato nel sostegno internazionalista ai palestinesi dall’assalto omicida a Mavi Marmara?</h5>
<p>Da quel momento sono cambiate molte cose soprattutto per l’attivismo turco. I militari israeliani hanno attaccato una nave di una nazione alleata e hanno ucciso cittadini turchi. E’ la prima volta che questo accade dal secondo conflitto mondiale. Israele ha compiuto un gravissimo errore, gli sarà difficile trovare nell’area mediorientale un Paese determinato a sostenerlo come si era dimostrata la Turchia. In tutta la regione solo un paio di soggetti appoggiano attualmente Israele, mentre ovunque sale la coscienza sui crimini perpetrati a danno dei palestinesi, a Gaza e in Cisgiordania. L’Onu deve intervenire e porre fine a un embargo illegale, contrario a qualsiasi principio umanitario. Per ragioni di diritto internazionale il commercio e ogni genere di attività dovrebbero essere riattivate nella Striscia. Israele non può giustificare in alcun modo il suo operato.</p>
<h5>All’iniziale riprovazione del governo Erdogan contro Israele sono seguite altre azioni diplomatiche?</h5>
<p>Dopo l’attacco le relazioni diplomatiche non si sono interrotte, sono però sensibilmente diminuite. L’ambasciatore israeliano è tuttora ad Ankara mentre la Turchia mantiene a Tel Aviv solo un funzionario. C’è un oggettivo deterioramento dei rapporti.</p>
<h5>Qual è il sentire del popolo turco verso la condizione dei Gazousi?</h5>
<p>Basta girare per qualsiasi strada turca, di città o campagna, e chiedere alle persone se conoscono il caso di Mavi Marmara. Il 95% risponde che nella vicenda la Turchia ha ragione da vendere. Quell’assalto ha completamente cambiato la mentalità dei turchi e oggi molti scettici sono diventati solidali con la missione.</p>
<h5>Nelle prossime elezioni turche quanto pesa la politica estera di Davotoglu e qual è l’idea sulle rivolte di Maghreb e Mashreq?</h5>
<p>Negli ultimi otto anni la Turchia ha sensibilmente mutato la sua politica estera. Oggi siamo un importante membro delle Nazioni Unite e ciò che accade da noi viene osservato con attenzione nel mondo. Naturalmente le situazioni del bacino del Mediterraneo incidono moltissimo nella nostra politica interna. L’opposizione è meno attenta a esse mentre l’attuale Esecutivo le ritiene d’importanza vitale. Alla maggioranza dei turchi questa linea di condotta piace, una consistente fetta della popolazione sta dando credito al governo.</p>
<h5>Cosa pensate dell’omicidio dell’attivista italiano Arrigoni?</h5>
<p>Conoscevo molto bene e condividevo quello che faceva Arrigoni perché lo facciamo anche noi. Vittorio ha dato alla causa palestinese tutto se stesso: i suoi pensieri, il suo corpo, l’intera vita. Molta gente pensa alla situazione di Gaza, lui era fisicamente lì. Vittorio era un vero sostenitore del dramma di quelle persone. Abbiamo conosciuto a fondo lui e i suoi princìpi e dal primo momento ne abbiamo condannato l’assassinio. Si è trattato d’un crimine enorme, contro di lui, la famiglia, l’umanità intera. Esempi come il suo servono per cambiare il mondo perché con la pace si può cambiare. Con tutto il rispetto per ogni religione, il concetto espresso non è religioso: devo aiutare le persone perché sono umano. Vittorio restiamo umani con te.</p>
<h5>Quali obiettivi si pone l’odierna iniziativa del Freedom Flotilla?</h5>
<p>A Gaza un milione e mezzo di palestinesi vivono come in prigione, né Israele né l’Egitto fanno nulla per risolvere questa situazione. I gazawi hanno bisogno di aiuto umanitario perché Israele ha distrutto case, infrastrutture, ha azzerato la metà di Gaza e molti dei suoi centri operativi e artigianali. Gli abitanti della Striscia non vogliono mendicare, non si ritengono mendicanti, necessitano di sostegno, per ora umanitario, ma soprattutto vogliono che finisca l’embargo. Da poco è stato riaperto il valico di Rafah, da lì viene nuovamente introdotto materiale sanitario, si spera che quest’apertura rilanci l’attività economica e commerciale della popolazione. La missione di Freedom Flotilla è proprio quella di eliminare l’embargo illegale.</p>
<h5>Uno dei temi dell’International Solidarity Movement è il BDS (boicottaggio, disinvestimento, sanzioni) nei confronti della politica sionista. Sono misure diffuse in Turchia?</h5>
<p>Molti turchi non conoscevano a fondo la storia palestinese, non sapevano quel che accadde e cosa continua ad accadere nei Territori Occupati. Ora le cose stanno cambiando. Da un anno a questa parte si lavora principalmente sul boicottaggio dell’economia israeliana e delle maggiori compagnie statunitensi che la supportano. Parecchi prodotti israeliani vengono respinti, anche altre aziende internazionali si stanno adeguando.</p>
<h5>Cosa pensate del recente riavvicinamento fra Fatah e Hamas?</h5>
<p>Tutto il bene possibile. I due partiti devono assolutamente comprendersi, hanno pagato un altissimo prezzo individuale e collettivo, hanno gli stessi propositi e lavorano per la nazione palestinese. Con la firma del Cairo si ristabilisce una via per intraprendere passi comuni e raggiungere uno Stato effettivamente indipendente. Milioni di palestinesi guardano al prossimo settembre e sperano in un pronunciamento favorevole dell’Onu per una vera autodeterminazione. Come struttura umanitaria noi sosteniamo quest’azione altamente rappresentativa per il futuro di pace.</p>
<p><em>Enrico Campofreda, 7 maggio 2011</em></p>
<p>da <a href="http://www.forumpalestina.org/news/2011/Maggio11/10-05-11IntervistaOruc.htm">Forum Palestina</a></p>
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		<title>Netanyahu a Obama: «I confini del 1967, superati dai fatti»</title>
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		<pubDate>Sun, 22 May 2011 19:51:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ter</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Michele Giorgio «Israele vuole la pace. Io voglio la pace», ha proclamato ieri Benjamin Netanyahu al termine dell&#8217;incontro a Washington con il presidente Usa Barack Obama. E il premier israeliano ha aggiunto di essere pronto a lavorare con l&#8217;Amministrazione americana per raggiungere un accordo con i palestinesi. Ma Netanyahu, confermando le dichiarazioni rese a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h5>di Michele Giorgio</h5>
<p>«Israele vuole la pace. Io voglio la pace», ha proclamato ieri Benjamin Netanyahu al termine dell&#8217;incontro a Washington con il presidente Usa Barack Obama. E il premier israeliano ha aggiunto di essere pronto a lavorare con l&#8217;Amministrazione americana per raggiungere un accordo con i palestinesi. <span id="more-4794"></span>Ma Netanyahu, confermando le dichiarazioni rese a caldo l&#8217;altra sera, dopo il discorso di Obama rivolto al Nordafrica e al Medio oriente, ha anche ripetuto con forza che i confini del 1967, precedenti l&#8217;occupazione militare di Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est, sono «indifendibili (per Israele) e non tengono conto di certi cambiamenti avvenuti sul terreno, cambiamenti demografici». Si è riferito alle colonie ebraiche (costruite contro le leggi internazionali) all&#8217;interno dei territori palestinesi occupati, che Netanyahu intende annettersi nel quadro di qualsiasi accordo di pace. Ma anche a Gerusalemme Est, la zona araba della città che Israele non vuole restituire ai palestinesi.</p>
<p>Obama ha seguito con sguardo serio Netanyahu mentre parlava ai giornalisti. Il presidente Usa giovedì ha pronunciato un discorso che abbraccia gran parte delle posizioni israeliane. Ma a Netanyahu non è bastato. Il premier israeliano vuole incassare l&#8217;intera posta in gioco, dalla continuazione della colonizzazione della Cisgiordania fino alla rinuncia definitiva dei palestinesi al diritto al ritorno per i profughi del 1948. Netanyahu da Obama si aspetta anche il via libera al controllo di Israele della Valle del Giordano. L&#8217;opzione, se realizzata, finirebbe per schiacciare il futuro staterello di Palestina tra il Muro di separazione ad Ovest e la massiccia presenza militare e di coloni israeliani ad Est, rendendolo un bantustan. Quale sarà la posizione che Obama prenderà su questo e altri punti non è chiaro ma ieri al presidente Usa non è rimasto che ufficializzare che tra Stati uniti e Israele rimangono «differenze» sulla «precisa formulazione e sul linguaggio» di un accordo per il Medio Oriente. Differenze che, con ogni probabilità, Obama eviterà di rimarcare di nuovo nel discorso che pronuncerà domani davanti all&#8217;Aipac, la più influente delle lobby americane pro-Israele. Una identità di vedute Obama e Netanyahu la raggiungono invece sulla questione della presenza di Hamas nel futuro governo palestinese. Il presidente americano, come Netanyahu, ha sottolineato che un esecutivo palestinese che includesse anche il movimento islamico (che non riconosce Israele) renderebbe difficile per Tel Aviv negoziare un accordo con i palestinesi.</p>
<p>Intanto Il Quartetto per il Medio Oriente (Usa, Russia, Onu e Ue) si schiera con il presidente Usa. Ieri ha comunicato di «sostenere energicamente» il discorso di giovedì che puntando «sulle questioni territoriali e della sicurezza fornisce a israeliani e palestinesi le basi per giungere ad una soluzione finale del conflitto». Soddisfazione ha espresso l&#8217;Unione europea mentre i palestinesi preferiscono non esprimere apertamente la forte delusione per il secco «no» di Obama alla proclamazione unilaterale dello Stato di Palestina, a settembre alle Nazioni unite. Ieri il quotidiano di Ramallah Al-Hayat al-Jadida, vicino all&#8217;Anp di Abu Mazen, ha criticato gli Stati uniti che da un lato chiedono ai palestinesi di tornare al tavolo dei negoziati e dall&#8217;altro non esigono con forza il congelamento della colonizzazione ebraica della Cisgiordania e di Gerusalemme Est.</p>
<p>da <a href="http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/in-edicola/manip2n1/20110521/manip2pg/09/manip2pz/303557/">Il Manifesto del 21 maggio 2011</a></p>
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		<title>15 maggio di sangue. Anniversario della Nakba. Oggi come ieri, pulizia etnica</title>
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		<pubDate>Thu, 19 May 2011 21:59:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ter</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Con molta più violenza e più tragicamente di quello che avete sentito dai media, l’esercito israeliano ha represso nel sangue le numerosissime manifestazioni, dai confini di Siria e Libano a Ramallah e Gerusalemme. In 14 sono stati uccisi, 182 feriti, 149 sono rimasti intossicati dai lacrimogeni. A Gaza è stato ucciso un uomo e feriti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Con molta più violenza e più tragicamente di quello che avete sentito dai media, l’esercito israeliano ha represso nel sangue le numerosissime manifestazioni, dai confini di Siria e Libano a Ramallah e Gerusalemme. In 14 sono stati uccisi, 182 feriti, 149 sono rimasti intossicati dai lacrimogeni. A Gaza è stato ucciso un uomo e feriti 135 civili. Ma per i nostri TG bastano pochi secondi. E sempre ovviamente per non farci capire che da un capo all’altro della Palestina occupata, il tappo sta saltando…<br />
<span id="more-4766"></span><br />
Ma al di là della pesantissima cronaca, diamo voce ad un giornalista israeliano che svela questa pulizia etnica infinita, Nakba dal 1948 al 2011, dalle colonne di Haaretz:</p>
<p>“Mentre siamo disperatamente impegnati a dimenticare, negare e cancellare la nostra più grande pulizia etnica del 1948 – oltre 600.000 rifugiati, alcuni fuggiti per paura delle forze israeliane e altri espulsi con la forza – scopriamo che il 1948 non terminò mai perché “lo spirito del 1948” è ancora vivo oggi. E’ lo spirito che oggi ci fa avere un obiettivo preciso: cercare di ripulire questa terra dei suoi abitanti arabi quanto più possibile e anche un po’ di più. E’ l’obiettivo più segreto e insieme più desiderato: prendere la terra di Israele per gli ebrei, per loro soli. Nessuno lo definisce “transfer”, per carità! E nessuno si sognerebbe di definirla pulizia etnica. Alcuni pensavano che sia sufficiente rendere la vita dei palestinesi così miserabile da indurli a partire… In effetti solo tra il 2000 e il 2007 più di 250.000 palestinesi se ne sono andati dalla loro terra volontariamente. (…)</p>
<p>(…) Chi mi obietta che “non si tratta di apartheid”, mi risponda: perchè un israeliano può lasciare il Paese anche per tutta la vita e nessuno si sogna per questo di revocargli la cittadinanza, un palestinese la perde per sempre? Perché un israeliano può sposare uno straniero e ricevere un permesso di residenza per lui, mentre ad un palestinese non è permesso di sposare una sua vicina di casa che vive in Giordania? E quante tragedie simili ho conosciuto nel corso degli anni! E per completare il piano, proprio alla vigilia dell’anniversario della Nakba-catastrofe palestinese, il mio collega Akiva Eldar denunciava la più scioccante delle conclusioni: Israele ha revocato la residenza a 140.000 palestinesi della Cisgiordania. Questo 14% dei residenti in West Bank ha osato andare all’estero non sapendo che tornando avrebbero perso la loro cittadinanza. In altre parole, vennero espulsi dalla loro terra e dalle loro case. In altre parole, una pulizia etnica. Il 1948 non è finito mai… Gideon Levy, Haaretz, 12 maggio 2011″</p>
<p>da <a href="http://www.bocchescucite.org/?p=8716">Bocche Scucite del 17 maggio 2011</a></p>
<p><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="http://www.addtoany.com/share_save#url=http%3A%2F%2Fwww.palestinalibera.org%2F2011%2F05%2F15-maggio-di-sangue-anniversario-della-nakba-oggi-come-ieri-pulizia-etnica%2F&amp;title=15%20maggio%20di%20sangue.%20Anniversario%20della%20Nakba.%20Oggi%20come%20ieri%2C%20pulizia%20etnica" id="wpa2a_40"><img src="http://www.palestinalibera.org/wp-content/plugins/add-to-any/share_save_171_16.png" width="171" height="16" alt="Share"/></a></p>]]></content:encoded>
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