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	<title>Comitato di solidarietà con il popolo palestinese &#187; Israele</title>
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		<title>Israele: prove di impunità, reazioni interne e autocelebrazioni dopo la pirateria</title>
		<link>http://www.palestinalibera.org/2010/06/israele-prove-di-impunita-reazioni-interne-e-autocelebrazioni-dopo-la-pirateria/</link>
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		<pubDate>Sun, 13 Jun 2010 15:37:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Gli Stati Uniti accettano che sia solo Israele a condurre &#8220;l&#8217;inchiesta&#8221; sul massacro degli attivisti sulla nave diretta a Gaza

Gli Stati Uniti hanno dato il via libera alla commissione d&#8217;inchiesta israeliana per indagare sul sanguinoso raid contro la &#8220;Freedom Flotilla&#8221; al largo di Gaza. Lo riporta l&#8217;edizione online del quotidiano Haaretz precisando che in giornata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>Gli Stati Uniti accettano che sia solo Israele a condurre &#8220;l&#8217;inchiesta&#8221; sul massacro degli attivisti sulla nave diretta a Gaza</h3>
<p style="text-align: center;"><a href="http://picasaweb.google.com/lh/photo/fVcuP6tRD0t3oP4fL5IbuVfWR750RZyXLaht8QrWZMg?feat=embedwebsite"><img class="aligncenter" src="http://lh4.ggpht.com/_aT71utejorw/TBTvll1hkcI/AAAAAAAAAog/B8m8Pig2rg0/s288/Israel_refuses_lift_blockade_by_Latuff2.jpg" alt="" /></a></p>
<p><span id="more-2734"></span>Gli Stati Uniti hanno dato il via libera alla commissione d&#8217;inchiesta israeliana per indagare sul sanguinoso raid contro la &#8220;Freedom Flotilla&#8221; al largo di Gaza. Lo riporta l&#8217;edizione online del quotidiano Haaretz precisando che in giornata il Primo ministro Benjamin Netanyahu annuncerà ufficialmente obiettivi e composizione della commissione che sarà chiamata a pronunciarsi anche sulla conformità del blocco israeliano nella Striscia al diritto internazionale. Israele attendeva da giorni l&#8217;assenso americano che è giunto dopo quattro giorni di consultazioni condotte dal vice presidente Joe Biden da parte Usa e dal ministro della Difesa Ehud Barak e dallo stesso Netanyahu da parte israeliana. Stando sempre ad Haaretz, sono stati gli Usa ad avere l&#8217;ultima parola sulla natura della commissione. Secondo anticipazioni del quotidiano, la commissione sarà presieduta da un ex giudice della Corte suprema e da giuristi israeliani specializzati in diritto internazionale oltre che da due osservatori stranieri, uno americano e uno europeo. Ieri Netanyhau aveva assicurato che la commissione indagherà sia sull&#8217;operato dei militari e del governo israeliano ma anche sul comportamento tenuto dagli attivisti a bordo della flottiglia. La commissione dovrà inoltre stabilire se l&#8217;intervento israeliano in acque internazionali sia stato legale.<br />
<a href="http://www.forumpalestina.org/news/2010/Giugno10/11-06-10StatiUnitiInchiesta.htm">da Forum Palestina</a></p>
<p>vedi anche:<br />
<a href="http://www.nena-news.com/?p=1478">Israele preme per accantonare inchiesta internazionale su Mavi Marmara</a></p>
<h3>Flotilla: “sangue” in fontane Tel Aviv</h3>
<h4>Azione di attivisti contro assedio Gaza, oggi salpa nave iraniana</h4>
<p>Tel Aviv 11 giugno 2010, <a href="http://www.nena-news.com/?p=1542">Nena News<br />
</a>Sgorga acqua rossa oggi dalle fontane pubbliche di Tel Aviv, come il colore del sangue versato da nove attivisti turchi contro il blocco di Gaza, uccisi lo scorso 31 maggio dai soldati israeliani lanciati all’arrembaggio delle navi della Freedom Flotilla. La clamorosa protesta è stata attuata nelle fontane delle centrali via Dizengoff, Yigal Alon e dal  Masaryk dal «Comitato contro il blocco di Gaza» per ricordare agli israeliani la brutalità dell’assedio contro il territorio palestinese e le recenti uccisioni dei pacifisti stranieri.</p>
<p>La protesta ha fatto ancora più effetto perché attuata nella celebre fontana realizzata dallo scultore Yaakov Agam, in Piazza Dizengoff.  Tuttavia difficilmente l’azione scuoterà gli israeliani convinti in maggioranza della correttezza dell’assedio di Gaza e sostenitori dell’uso della forza anche contro i pacifisti internazionali che via mare provano a raggiungere la Striscia. Un sondaggio d’opinione pubblicato dal quotidiano Haaretz rivela che il 48% degli israeliani non ritiene necessaria la costituzione di alcuna commissione di inchiesta sull’arrembaggio della nave turca «Mavi Marmara», conclusosi con l’uccisione di nove passeggeri. Il 74% degli intervistati ritiene che i soldati abbiano agito «molto bene».</p>
<p>Oggi dovrebbe salpare per Gaza una nave iraniana carica di aiuti umanitari. La televisione al Alam ieri sera ha riferito che a bordo ci sono anche giornalisti e parlamentari.(red) Nena News</p>
<p>Vedi anche:<br />
<a href="http://www.nena-news.com/?p=1553">Gay parade, un corteo anche i palestinesi</a><br />
<a href="http://falafelcafe.wordpress.com/2010/06/12/israele-uno-striscione-critica-il-basso-numero-di-vittime-del-blitz-sulla-flottiglia/">Israele, uno striscione critica il basso numero di vittime del blitz sulla flottiglia<br />
</a><br />
<h3>Medaglia al valore all&#8217;israeliano che ha ucciso sei attivisti sulla Mavi Marmara</h3>
<h4>Il membro del comando israeliano che ha colpito a morte sei persone sulla nave<br />
potrebbe ricevere una “medaglia al valore”.</h4>
<h5>di James Hider e Alexander Christie-Miller</h5>
<p><a href="http://www.timesonline.co.uk/tol/news/world/middle_east/article7144448.ece">Times on line del 5 giugno 2010</a></p>
<p>Sei dei nove attivisti uccisi nell’incursione di lunedì sul convoglio umanitario sono stati colpiti da un singolo componente del commando israeliano che, al momento, viene preso in considerazione per  l’attribuzione di una medaglia al valore.</p>
<p>Le notizie divulgate da Israele di una probabile onorificenza concessa al soldato –  per aver salvato i suoi camerati feriti a seguito della loro aggressione subita ad opera di passeggeri forniti di mazze, coltelli e perfino delle armi che avevano tolte a quelli del commando – si prevede che possano infiammare le discussioni con la Turchia a proposito dell’attacco alla flottiglia.</p>
<p>Mustafa Akyol, un importante redattore politico, ha definito la mossa come “un insulto e una provocazione nei confronti della Turchia”. Ieri, il Primo Ministro Turco, Recep Tayyip Erdogan, ha sfogato la sua rabbia con una citazione tratta dalla Bibbia.</p>
<p>“Mi rivolgo loro nella loro stessa lingua. Il sesto comandamento dice: ‘Non uccidere.’ Se non sono in grado di capire….lo pronuncio in ebraico: ‘ Lo Tirtzakh’,” ha dichiarato Mr. Erdogan.</p>
<p>Ieri sono spuntati fuori dei particolari nuovi sull’incursione, che hanno innescato accuse di pirateria e di terrorismo di stato, facendo naufragare l’alleanza strategica di Israele con la Turchia. Le autopsie condotte in Turchia sono in grado di dimostrare che la maggior parte delle vittime è stata colpita da una distanza ravvicinata. Il dr. Haluk Ince, direttore  dell’Istituto  per gli Esami Clinici di Istanbul, ha dichiarato che cinque delle vittime  sono morte per ferite da pallottola alla testa.</p>
<p>Le cronache fanno pensare che i passeggeri stessero trascinando tre commando catturati nella stiva della nave quando si è scatenata la sparatoria. Tuttavia, un passeggero britannico che è sopravissuto allo scontro avvenuto nelle acque internazionali prima che facesse giorno, ha raccontato al Times che alcuni degli attivisti più spiccatamente pacifisti presenti a bordo avevano cercato di proteggere i soldati israeliani catturati.</p>
<p>Il militare israeliano del commando che aveva ucciso sei dei passeggeri che si trovavano sul Mavi Marmara, il traghetto turco di proprietà della società caritatevole IHH, ha raccontato al Jerusalem Post di essere stato l’ultimo dei 15 soldati a calarsi dall’elicottero sull’imbarcazione  lungo una fune.</p>
<p>Citato, per motivi di sicurezza, con il solo nome di Sergente del gruppo S,  egli ha detto che , diversamente dalle notizie iniziali diffuse dall’esercito israeliano, la sparatoria era scattata nel breve intervallo di pochi minuti, nel momento in cui lui e i suoi camerati erano stati aggrediti da una “banda di mercenari”.</p>
<p>Non appena era atterrato sopra il ponte, ha raccontato di aver visto tre dei suoi ufficiali superiori che erano scesi prima di lui giacere feriti, uno con una ferita da pallottola nello stomaco, un altro colpito ad un ginocchio e il terzo, malmenato, fuori coscienza. Ha dispiegato i suoi uomini attorno ai feriti, ha estratto la sua pistola Glock da 9mm ed ha aperto il fuoco sui passeggeri che, lui dice, avevano sparato sul gruppo d’assalto con armi tolte ai primi soldati che erano scesi.</p>
<p>“Quando ho toccato il ponte, sono stato immediatamente attaccato da gente con mazze, tubi metallici ed accette, “ ha raccontato. “Erano senz’alcun dubbio dei terroristi. Nei loro occhi potevo vedere la rabbia assassina e che loro stavano venendo per ucciderci.” Ha detto di aver visto uno dei passeggeri che teneva una pistola sequestrata puntata alla testa di un altro commando israeliano.</p>
<p>Attivisti Americani e britannici che erano sull’imbarcazione hanno raccontato una storia diversa, accusando gli israeliani di aver sparato  pallottole dai battelli che circondavano la nave, dal tetto ove si erano calati  gli israeliani e dall’elicottero che volteggiava sopra di loro. Hanno detto che le donne erano andate sotto coperta per essere di aiuto in una sorta di ambulatorio preparato prima dell’attacco e che i soldati israeliani fatti prigionieri erano stati portati di sotto, in quel posto.</p>
<p>Ieri il quotidiano turco Haberturk ha pubblicato delle immagini che mostrano come questi venivano trattati sulla nave. “Venivano medicati quasi subito.” ha riferito Fatima Mohammadi, americana. “Poi venivano rilasciati per tornarsene in Israele, fasciati.”</p>
<p>Ha raccontato di essere stata l’unica donna a trovarsi sul ponte  quando è cominciata la sparatoria. “Hanno cominciato con pallottole rivestite di gomma e con granate assordanti e poi a un certo punto tutto è cambiato. Il cameraman vicino a me era stato colpito una volta da una pallottola di gomma e un’altra da un proiettile vero sparato da qualcuno dei battelli. Il sangue sgorgava mentre medicavo il suo braccio.”</p>
<p>Alexandra Lort-Phillips, un’attivista di 37 anni  proveniente da Hackney, East London, ha descritto di aver visto un soldato israeliano tirato giù nel pozzo delle scale, sotto il ponte dove atterravano i soldati.</p>
<p>“Scesi lungo il pozzo delle scale e c’era una gran massa di gente e molte grida,” ha narrato al Times. “C’era la percezione di ‘Mio dio, abbiamo preso un soldato israeliano’. Non penso che si sapesse veramente che cosa avremmo fatto. Vidi che gli veniva tolta un’arma. Che veniva rimossa la cintura della pistola e qualcuno  che correva oltre di me con l’arma e che scompariva. Avrebbero potuto sparargli, ma non lo avevano fatto.”</p>
<p>Un passeggero turco ferito, Muhyittin Yildirim, ha detto: “Alcuni soldati israeliani erano stati resi inoffensivi. I nostri amici avevano preso le loro armi: Se avessero avuto cattive intenzioni, avrebbero usato le armi contro i soldati, invece le buttarono in mare.” Ha detto che la gente ha opposto resistenza “ come precauzione” perché non si fidavano dei soldati.</p>
<p>Ms Lort-Phillips ha raccontato che circa 25 persone si erano raccolte attorno a un soldato mentre veniva trattenuto per le gambe  e spogliato fino a rimanere con la sola biancheria intima. “Le donne presenti gridavano ‘ Non fategli male.’ “</p>
<p>Ha negato che questi fosse stato picchiato, ma ha raccontato. “Ovviamente c’erano alcuni ragazzi che erano molto agitati a causa della situazione. E’ come te lo potresti immaginare quando c’è un litigio tra due uomini.”</p>
<p>Tauqir Sharif, di 23 anni, da East London, ha affermato che la sparatoria proveniva dall’elicottero sopra la testa. “La gente veramente cercava un posto dove nascondersi. Tutti correvano, strillavano, gridavano. Loro stavano usando tutti i diversi tipi di armi – pallottole rivestite di gomma, proiettili,” ha raccontato facendo riferimento agli israeliani.</p>
<p>Un palestinese nato a Briton, Osama Qashoo, ha descritto come un fotografo che era vicino a lui era stato colpito mentre sollevava la sua macchina fotografica. “C’era una pioggia di proiettili,” ha ricordato.”Posi la mia mano dietro la sua testa e cercai di sollevarlo. Allora ho sentito che la mia mano era bagnata. Il suo cervello era sulla mia mano. Non ho potuto trattenerlo.”</p>
<p>(tradotto da mariano mingarelli &#8211; Associazione Amicizia Italo-Palestinese)</p>
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		<title>Minacce e rischio di espulsione dalla Knesset per la parlamentare araba Zuabi</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Jun 2010 23:15:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Due deputati arabo-israeliani dell&#8217;alleanza &#8216;Ta&#8217;al &#8211; United Arab List&#8217; hanno ricevuto minacce di morte da parte di persone rimaste anonime, come riportano i siti dei quotidiani &#8216;Haaretz&#8217; e &#8216;Yedioth Ahronoth&#8217;. Uno di loro, Taleb el-Sana, ha anche riferito di essere stato aggredito verbalmente all&#8217;interno dell&#8217;edificio del Parlamento.Minacce via facebook e adesso rischia anche il ritiro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Due deputati arabo-israeliani dell&#8217;alleanza &#8216;Ta&#8217;al &#8211; United Arab List&#8217; hanno ricevuto minacce di morte da parte di persone rimaste anonime, come riportano i siti dei quotidiani &#8216;Haaretz&#8217; e &#8216;Yedioth Ahronoth&#8217;. <span id="more-2672"></span>Uno di loro, Taleb el-Sana, ha anche riferito di essere stato aggredito verbalmente all&#8217;interno dell&#8217;edificio del Parlamento.Minacce via facebook e adesso rischia anche il ritiro del passaporto e la soppressione dei fondi per la difesa legale dei parlamentari, Haneen Zuabi deputata israeliana del Balad, il partito progressista arabo. Non e&#8217; esclusa neanche l&#8217;espulsione dalla Knesset. Il motivo? Essere stata a bordo la settimana scorsa di uno dei carghi umanitari della Freedom Flotilla diretti verso Gaza e intercettati dall&#8217;esercito israeliano, che ha provocato l&#8217;uccisione di nove pacifisti. Una commissione parlamentare della Knesset ha votato già ieri contro la Zuabi. Michael Ben-Ari, uno dei membri della commissione, &#8221;e&#8217; ora di mostrare un cartellino giallo ai deputati arabi, specialmente alla Zuabi, complice dell&#8217;attentato contro i nostri soldati&#8221;. La delibera della commissione non avra&#8217; effetto senza la previa approvazione della Knesset, che potrebbe affrontare la questione nei prossimi giorni. &#8221;Si tratta di un attacco contro la democrazia &#8211; ha commentato la deputata araba &#8211; &#8221;la decisione della commissione non fa altro che confermare l&#8217;atmosfera d&#8217;istigazione conto di me. Mi voglio far passare da terrorista, solo perche&#8217; critico la politica di Israele&#8221;.</p>
<p><a href="http://www.forumpalestina.org/news/2010/Giugno10/08-06-10EspulsioneKnesset.htm">da Forum Palestina</a></p>
<p>In inglese:<br />
<a href="http://www.alternativenews.org/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=2660:israeli-knesset-committee-recommends-revoking-privileges-of-mk-zoabi-after-her-participation-in-freedom-flotilla-&amp;catid=119:english&amp;Itemid=878">su AIC (Alternative Information Centre)</a><br />
<a href="http://electronicintifada.net/v2/article11325.shtml">su Electronic Intifada</a></p>
<p>L&#8217;attacco in Parlamento alla parlamentare palestinese israeliana, &#8216;colpevole&#8217; di essere stata su una delle navi: <a href="http://www.youtube.com/watch?v=Q3iIhE-euwk&amp;feature=related">http://www.youtube.com/watch?v=Q3iIhE-euwk&amp;feature=related</a></p>
<p>Israele &#8220;Stato democratico&#8221;:<br />
Israele vuole ripulire il Paese dei non ebrei.<br />
<a href="http://www.haaretz.com/magazine/week-s-end/a-scandalous-web-of-laws-1.294081">da Haaretz del 7 giugno 2010</a></p>
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		<title>Crescono le pressioni per una inchiesta internazionale sul massacro degli attivisti della Freedom Flottilla</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Jun 2010 16:02:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Aumentano le pressioni su Israele perché accetti lo svolgimento di una inchiesta internazionale sul blitz compiuto lo scorso lunedì dalle sue forze speciali contro una flottiglia umanitaria diretta nella Striscia di Gaza, in cui sono rimasti uccisi nove attivisti turchi. Dopo che il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, ha proposto l&#8217;istituzione di una commissione presieduta dall&#8217;ex premier neozelandese Geoffrey Palmer, che avrebbe come membri rappresentanti israeliani, turchi e americani, anche il presidente francese Nicolas Sarkozy, nel corso di un colloquio telefonico, ha invitato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ad accettare &#8220;una inchiesta credibile e imparziale&#8221; sul blitz. &#8220;Il presidente della Repubblica ha invitato&#8221;, in un colloquio telefonico, il premier &#8220;Netanyahu a dare seguito alle richieste del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite riguardo alla messa in opera di una inchiesta credibile e imparziale sulle condizioni dell&#8217;intervento israeliano contro la &#8216;Freedom Flotilla&#8217;&#8221; ha dichiarato la presidenza francese. Sarkozy ha informato Netanyahu anche della &#8220;disponibilità della Francia a partecipare&#8221;, ha proseguito. &#8220;Riguardo alla situazione nella Striscia di Gaza, il capo di Stato ha sottolineato l&#8217;urgenza di una soluzione per mettere fine al blocco&#8221;, ha aggiunto la presidenza. Da parte sua Netanyahu ha respinto la proposta di Ban Ki-moon, come ha spiegato ai suoi ministri nel corso del consueto vertice di governo della domenica. &#8220;L&#8217;indagine sui fatti dovrà essere svolta in modo responsabile e obiettivo&#8221;, ha dichiarato Netanyahu. &#8220;Abbiamo bisogno di considerare la questione attentamente, salvaguardando gli interessi di Israele e dell&#8217;esercito israeliano&#8221;. Anche l&#8217;ambasciatore israeliano a Washington, Michael Oren, in un&#8217;intervista a Fox News ha detto chiaramente che Israele non accetta lo svolgimento di &#8220;una inchiesta internazionale&#8221;. &#8220;Israele è una democrazia, Israele ha la capacità e il diritto di condurre una inchiesta interna, non può essere oggetto di una inchiesta di qualsiasi commissione internazionale&#8221;.<br />
<a href="http://www.forumpalestina.org/news/2010/Giugno10/07-06-10CresconoPressioni.htm">da Forum Palestina</a></p>
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		<title>Boicottaggio porta a porta, imprese dei coloni in rosso</title>
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		<pubDate>Sun, 23 May 2010 10:26:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Michele Giorgio &#8211; GERUSALEMME
RAMALLAH &#8211; Campagna dell&#8217;Anp: palestinesi, non commerciate con i settler
«Questo boicottaggio è stupido e miserabile, i palestinesi devono interromperlo subito». Non è stato un capo dei coloni israeliani a pronunciare ieri parole tanto infuocate nei confronti della protesta che i palestinesi stanno attuando contro gli insediamenti ebraici costruiti in Cisgiordania (in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h5>di Michele Giorgio &#8211; GERUSALEMME</h5>
<h4>RAMALLAH &#8211; Campagna dell&#8217;Anp: palestinesi, non commerciate con i settler</h4>
<p>«Questo boicottaggio è stupido e miserabile, i palestinesi devono interromperlo subito». Non è stato un capo dei coloni israeliani a pronunciare ieri parole tanto infuocate nei confronti della protesta che i palestinesi stanno attuando contro gli insediamenti ebraici costruiti in Cisgiordania (in violazione delle leggi internazionali) dopo l&#8217;occupazione militare nel 1967.<br />
Ad alzare la voce è stata Dalia Itzik, ex speaker della Knesset e attuale capogruppo del partito «centrista» Kadima, a conferma che il boicottaggio delle colonie e dei loro prodotti, avviato inizialmente dalla campagna popolare «Karame» (dignità) e poi adottato dall&#8217;Anp, si sta rivelando un efficace strumento di pressione economica nelle mani dei palestinesi.</p>
<p><span id="more-2500"></span>Cominciano ad avere il fiato corto le aziende nelle colonie israeliane che, secondo dati palestinesi, nel 2009 hanno venduto merci per 500 milioni di dollari nei Territori occupati. Al boicottaggio dei palestinesi della Cisgiordania, cominciato nei mesi scorsi, si aggiunge quello deciso qualche giorno fa a Nazareth dall&#8217;Alto Coordinamento degli arabo israeliani e le misure adottate in Europa contro i prodotti degli insediamenti esportati illegalmente con il marchio «made in Israel».<br />
E risultati registra la campagna mondiale «Bds (Boycott, divestment and sanctions) avviata nei confronti non solo delle colonie ma dello stesso Stato di Israele &#8211; sino a quando, spiegano i promotori, non rispetterà i suoi obblighi internazionali &#8211; che qualche giorno fa ha visto il musicista e cantante britannico Elvis Costello annullare il suo tour nello Stato ebraico a causa, ha spiegato, «delle umiliazioni subite dal popolo palestinese».<br />
Domenica scorsa il Washington Post ha riferito che almeno 17 imprese hanno chiuso i battenti nell&#8217;insediamento di Maale Adumim (a est di Gerusalemme) uno dei più grandi dei 120 costruiti in Cisgiordania. Avi Elkayam, portavoce di 300 aziende con sede nelle colonie, ha ammesso la grande difficoltà che sta affrontando la zona industriale di Mishor Adumim e riferito della chiusura di una grossa impresa specializzata nel taglio della pietra (proveniente da una cava palestinese).<br />
Le difficoltà e la rabbia dei settler-imprenditori crescono con il passare delle settimane e il Consiglio delle colonie (Yesha) ha coniato l&#8217;espressione «terrorismo economico degli arabi» per sollecitare il governo israeliano a varare immediatamente contromisure, a cominciare dalla chiusura totale dei valichi all&#8217;import-export dei palestinesi della Cisgiordania (Gaza è già soggetta da tre anni a un embargo durissimo da parte israeliana). Per ora i palestinesi non si sono fatti intimidire e martedì scorso tremila giovani hanno cominciato a promuovere il boicottaggio delle colonie «porta a porta» in applicazione di un decreto legge firmato dal presidente dell&#8217;Anp Abu Mazen che prevede forti sanzioni (fino a 22 dollari) e anche il carcere (fino a cinque anni) per i palestinesi che commerciano con i settler.<br />
Nei prossimi mesi i tremila «promotori» visiteranno 427 mila abitazioni palestinesi per esortare la popolazione a rispettare il più possibile il boicottaggio degli insediamenti. «I nostri giovani &#8211; spiega Haitam Kayali, della campagna «Karame» &#8211; distribuiranno opuscoli e volantini alle famiglie per diffondere informazioni sulla pericolosità degli insediamenti per la nostra futura indipendenza». Con la stessa motivazione verranno affissi poster in città e villaggi della Cisgiordania.<br />
La controffensiva israeliana è scattata sul piano diplomatico e, stando a ciò che riferiscono fonti palestinesi, alcuni funzionari europei avrebbe espresso al premier dell&#8217;Anp Salam Fayyad «preoccupazione» per le conseguenze del boicottaggio delle colonie che, a loro dire, potrebbe rivelarsi un boomerang. In particolare per gli oltre 20mila lavoratori palestinesi ai quali è stato chiesto di non recarsi più negli insediamenti. A mezza bocca qualcuno spiega che l&#8217;Ue teme che, alla fine, sarà costretta a versare altri fondi all&#8217;Anp, necessari per pagare i sussidi a tanti futuri disoccupati.</p>
<p><a href="http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20100521/pagina/10/pezzo/278690/">il manifesto &#8211; 21 maggio 2010</a></p>
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		<title>Campagna BDS: emblematico editoriale di una agenzia israeliana</title>
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		<pubDate>Sun, 23 May 2010 10:15:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Boicottaggio]]></category>
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		<description><![CDATA[Un editoriale di Ynet news (agenzia israeliana) rivela le preoccupazioni e le contromisure che l’establishment israeliano intende prendere contro la campagna di pressioni internazionali avviatasi con le iniziative BDS in tutto il mondo. Ultima in ordine di tempo nel nostro paese, l’iniziativa di contestazione alla multinazionale farmaceutica israeliana “Teva” alla Fiera Cosmofarma di Roma sabato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4>Un editoriale di Ynet news (agenzia israeliana) rivela le preoccupazioni e le contromisure che l’establishment israeliano intende prendere contro la campagna di pressioni internazionali avviatasi con le iniziative BDS in tutto il mondo. Ultima in ordine di tempo nel nostro paese, l’iniziativa di contestazione alla multinazionale farmaceutica israeliana “Teva” alla Fiera Cosmofarma di Roma sabato scorso. L’editoriale di Ynet news è stato tradotto da Stephanie Westbrook.</h4>
<p><a name="contrastare-la-guerra-soft"></a></p>
<h3>Contrastare la guerra “soft”</h3>
<h4>Fayyad si rende conto del potenziale potere della guerra “soft” contro Israele;  anche noi dovremmo</h4>
<h5>di Asher Fredman<br />
<a href="http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-3884712,00.html">ynetnews</a> – 5 maggio 2010</h5>
<p><span id="more-2495"></span><br />
Israele sta prendendo coscienza della crescente minaccia della guerra “soft” perseguita a livello internazionale contro il paese. Pare che l’artista jazz Gil Scott-Heron abbia disdetto il suo prossimo concerto a Tel Aviv, e questo è solo l’ultimo risultato della crescente campagna per promuovere un boicottaggio culturale contro Israele. L’assalto contro la vice ambasciatrice di Israele nel Regno Unito mentre completava una sua relazione universitaria il 28 aprile è un altro segnale che la guerra “soft” può ben presto trasformarsi in una “dura”.</p>
<p>Quelli che portano avanti la guerra soft hanno adottato diverse tattiche, incluse le azioni legali contro funzionari israeliani all’estero, la delegittimazione di Israele come il principale paese che viola i diritti umani nel mondo, e un deciso sforzo nel mettere a tacere i sostenitori di Israele. Equiparando la loro causa alla lotta contro l’apartheid in Sud Africa, hanno fatto la promozione di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS) contro Israele il punto centrale della loro campagna.</p>
<p>Il primo ministro palestinese Salam Fayyad sembra essere stato uno dei primi tra i responsabili politici della regione a riconoscere e apprezzare questi sviluppi. Il suo piano da due anni per rafforzare la creazione unilaterale di uno stato palestinese si basa sul presupposto che il potenziamento degli istituzioni palestinesi aiuterà a creare un clima internazionale in cui Israele è costretto ad accettare le richieste chiave palestinesi.</p>
<p>La scommessa è che la crescente pressione internazionale su Israele sarà un catalizzatore più efficace per concessioni israeliane piuttosto che la resistenza violenta o i difficili negoziati. Il tempo, ritiene, sta dalla sua parte.</p>
<p>Ad oggi, il successo del movimento BDS è stato limitato. Nonostante i ripetuti inviti da potenti ONG come Amnesty International a cessare la vendita di attrezzature militari a Israele, nessun paese ha accettato di farlo. Anche il Regno Unito, che ha creato una bufera la scorsa estate quando ha revocato alcune licenze per l’esportazione di armi verso Israele, ha insistito con forza che questo non costituiva alcun tipo di embargo.</p>
<p>Nonostante i numerosi tentativi di adottare risoluzioni di disinvestimento nei campus in tutti gli Stati Uniti e in Europa, sono poche le risoluzioni che sono state approvate, ancora di meno quelle attuate.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;">Tuttavia, il pericolo per Israele dipende dal potenziale effetto “valanga” di queste campagne</span>. In diversi aspetti, il numero delle campagne che raggiungono il loro obiettivo è meno importante che la percezione che il movimento nel suo complesso sta guadagnando sul terreno. Questa percezione genera legittimità per la guerra soft, invoglia altri ad unirsi e può diventare una profezia che si autoavvera.</p>
<p><strong>Tagliare le gambe al movimento BDS</strong></p>
<p>Comprendendo l’importanza di questa percezione, il sito web dell’<em>Israel Apartheid Week</em> (IAW) 2010 vantava, “l’IAW 2010 si svolge dopo un anno di successi incredibili per il movimento Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) a livello internazionale”. Gli event dell’IAW di Toronto comprendevano un incontro intitolato “Cinque anni dal lancio del BDS – Festeggiamo i nostri successi”.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;">È essenziale quindi che gli organismi del governo incaricati di elaborare la strategia di Israele per combattere la guerra soft dedichino risorse importanti per tagliare le gambe al movimento BDS</span>. Ci sono poche possibilità che qualsiasi argomento possa convincere i sostenitori più convinti del BDS che è sbagliato isolare Israele. <span style="text-decoration: underline;">La percezione, tuttavia, che il movimento abbia successo deve essere contrastata</span>.</p>
<p>Come risposta alle notizie in merito di decisioni di disinvestimento da parte di fondi pensione, Israele deve perseguire, e soprattutto pubblicizzare, l’aumento degli investimenti e di nuovi legami commerciali con altri paesi. Artisti e personalità bombardati da campagne su Internet chiedendo che annullino il loro spettacolo devono essere contattati e devono essere informati della versione israeliana della storia.</p>
<p>Ci sono molte altre misure che Israele può e deve adottare per contrastare questo assalto. In parallelo alle campagne di immagine che enfatizzano le realizzazioni scientifiche e culturali di Israele, le domande più difficili devono essere affrontate direttamente. Nei campus universitari, raccontare i contributi di Israele nella tecnologie degli SMS oppure nel rock indipendente risulta insignificante di fronte ad una foto di un posto di blocco.</p>
<p>Anche ai convinti serve predicare. Molti giovani, che in passato sarebbere stati disposti a prendere posizione a favore di Israele, sono stati influenzati da notizie sbilanciate da parte dei media e dalle relazioni pungenti di gruppi come Amnesty International e Human Rights Watch. Pubblicizzare i numerosi elementari errori di fatto e di diritto in queste relazioni sarebbe un primo passo.</p>
<p>L’area di interesse geografico su cui Israele concentra gli sforzi deve allargarsi in modo significativo. Mentre la maggior parte dell’attenzione è stata tradizionalmente dedicata agli Stati Uniti, l’Israele Apartheid Week 2010 ha avuto luogo in 13 città canadesi, 12 città europee, e 10 negli Stati Uniti.</p>
<p>Il punto che deve essere assimilato è che la guerra soft non costituisce semplicemente un fastidio o addirittura una minaccia economica. <span style="text-decoration: underline;">Si tratta di un processo che potrebbe svolgere un ruolo importante nel indirizzare il futuro status quo tra Israele e i palestinesi</span>. Questo status quo sarebbe quello imposto dall’esterno, e non prenderebbe necessariamente in considerazione gli interessi di Israele.</p>
<p>La leadership palestinese ha riconosciuto le implicazioni di vasta portata di queste prospettive in continua evoluzione. È ora che la leadership israeliana si svegli.</p>
<h5>Traduzione di Stephanie Westbrook</h5>
<p><a href="http://www.forumpalestina.org/news/2010/Maggio10/11-05-10CrescePreoccupazioneBDS.htm">da Forum Palestina</a></p>
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		<title>Israele oggi manda in mare controflottilla</title>
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		<pubDate>Sat, 22 May 2010 14:26:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Israele]]></category>

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		<description><![CDATA[Decine di yacht mostreranno striscioni contro Turchia
Tel Aviv, 22 maggio 2010 Nena News
Centinaia di israeliani a bordo di decine di yacht lasceranno il porto di Herzliya oggi alle 10 ora locale (le 9 in Italia) per manifestare in mare aperto, con cartelli sul genocidio degli armeni e la repressione dei curdi, contro la Turchia e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>Decine di yacht mostreranno striscioni contro Turchia</h2>
<h4>Tel Aviv, 22 maggio 2010 <a href="http://www.nena-news.com/?p=909">Nena News</a></h4>
<p>Centinaia di israeliani a bordo di decine di yacht lasceranno il porto di Herzliya oggi alle 10 ora locale (le 9 in Italia) per manifestare in mare aperto, con cartelli sul genocidio degli armeni e la repressione dei curdi, contro la Turchia e la Freedom Flotilla in viaggio verso Gaza sotto embargo israeliano. Lo ha riferito nei giorni scorsi il quotidiano di Tel Aviv “Yediot Ahronot”.<span id="more-2413"></span></p>
<p>    L’intento, spiegava il giornale, è quello di “imbarazzare” Ankara e di dimostrare che lo Stato ebraico non resta a guardare mentre la spedizione pacifista è in navigazione verso la Striscia di Gaza, con l’intento dichiarato di rompere il blocco navale israeliano. «Siamo fiduciosi che la stampa internazionale passerà questo messaggio ai turchi», ha dichiarato l’organizzatore della «controFlotilla», Guy Bechor.</p>
<p>      La Marina militare israeliana da parte sua ha reso noto che la prossima settimana, quando è previsto l’arrivo della Freedom Flotilla, dichiarerà la fascia di mare davanti alle coste di Gaza «area militare chiusa», lasciando intendere che potrebbe usare la forza per fermare la missione navale internazionale.</p>
<p>       E’ salito nel frattempo a nove il numero delle navi pacifiste guidate dal cargo da 1.200 tonnellate «MV Rachel Corrie» decise a rompere il blocco di Gaza e a portare aiuti e materiali di prima necessità alla popolazione palestinese. Un comunicato degli organizzatori della Freedom Flotilla, diffuso dalla «Rete romana di solidarietà con il popolo palestinese», afferma che non serviranno a fermare la spedizione gli avvertimenti lanciati da Israele. Un portavoce del Free Gaza Movement, uno dei partner della coalizione «Freedom Flotilla» che in passato ha inviato 8 missioni navali verso Gaza, ha dichiarato: «Non ci hanno intimidito finora e non ci intimidiranno neanche questa volta».<br />
(red) Nena News</p>
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		<title>Droni, piloti in guerra con il joystick</title>
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		<pubDate>Sun, 09 May 2010 14:05:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[high tech]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>

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		<description><![CDATA[Gli americani in Afghanistan e Iraq, gli israeliani a Gaza
Questo articolo riguarda l’Afghanistan non il Vicino Oriente ma l’uso dei droni (gli aerei senza pilota e guidati elettronicamente a distanza) è stato fatto in abbondanza dagli Stati Uniti anche in Iraq, e occasionalmente in Yemen, nonché da Israele contro i palestinesi a Gaza. Per questa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h5>Gli americani in Afghanistan e Iraq, gli israeliani a Gaza</h5>
<h4>Questo articolo riguarda l’Afghanistan non il Vicino Oriente ma l’uso dei droni (gli aerei senza pilota e guidati elettronicamente a distanza) è stato fatto in abbondanza dagli Stati Uniti anche in Iraq, e occasionalmente in Yemen, nonché da Israele contro i palestinesi a Gaza. Per questa ragione la Nena-News ha ritenuto opportuno tradurre in italiano e pubblicare questo interessante servizio del Los Angeles Times dello scorso febbraio sulla guerra nel terzo millennio versione USA, che assomiglia sempre più a un gioco elettronico ma che resta una guerra vera con morti e feriti tra civili innocenti. <span id="more-2346"></span></h4>
<p><strong>David Zucchino, Los Angeles Times 27 feb</strong><br />
Le sfide psicologiche legate all’utilizzo dei droni sono uniche: i «piloti» dicono che nonostante le distanze, l’input video dà loro una sensazione più vera di ciò che accade a terra di quanto non avrebbero da un aereo da guerra che vola a tutta velocità.</p>
<p>Dal suo appartamento a Las Vegas, Sam Nelson è andato al lavoro in macchina, attraversando il deserto lungo la ventosa autostrada 95 diretta verso Indian Springs. Durante il viaggio ha acceso il canale radio XM e ha tentato di mettere da parte tutte le cose della vita quotidiana—le bollette, l’affitto, il bucato— e di prepararsi al lavoro.</p>
<p>Nelson, un capitano dell’Air Force, si è diretto verso il suo turno giornaliero di un nuovo tipo di lavoro, un lavoro che potrebbe richiedere l’uccisione di un altro essere umano lontano 7.500 miglia. Seduto su una poltrona imbottita dentro un basso edificio marrone chiaro, ha pilotato (a distanza) un aereo drone pesantemente armato che planava sopra l’Afghanistan. Finito il suo turno, ha guidato 40 minuti indietro attraverso il deserto per arrivare di nuovo al trambusto e ai neon di Las Vegas.</p>
<p>I piloti e gli equipaggi dei droni si trovano all’avanguardia di una rivoluzione; una rivoluzione sulla quale i militari e servizi segreti USA hanno puntato pesantemente. Si è spedito d’urgenza il primo Predator armato in Afghanistan solo quattro giorni dopo l’attacco dell’11 settembre 2001. Oggi l’Air Force statunitense spende quasi 3 miliardi di dollari all’anno per comprare e utilizzare i droni e addestra i piloti a far volare più droni che aerei con il pilota a bordo.</p>
<p>La richiesta è così grande che si addestrano anche non-piloti come ingegneri civili e polizia militare. Sono in uso più di 7.000 droni di tutti i tipi sopra l’Iraq e l’Afghanistan.</p>
<p>Il Pentagono ha adattato tecnologie in origine commerciali come la televisione satellitare e il video digitale per dare ai piloti, alle truppe di combattimento e ai comandanti al quartier generale uno sguardo in tempo reale del nemico sugli schermi del computer.</p>
<p>Questo è il combattimento nell’età dei videogiochi e della realtà virtuale. Anche se i piloti dei droni operano dall’altra parte del mondo, sono impegnati in un combattimento letale come un qualsiasi pilota a bordo un aereo.</p>
<p>Il pilota di un drone può aprire fuoco su un insorto che si rifugia nelle colline afghane e stare a casa in tempo per un barbecue in giardino. In solo un’ora o due il pilota può passare da un litigio con la moglie/il marito ad una conversazione molto tesa via radio con un soldato sotto tiro.</p>
<p>«Durante il viaggio per arrivare qua, ti prepari per il combattimento in volo», dice il colonnello in pensione Chris Chambliss, che fino all’estate scorsa comandava le operazioni dei droni dalla base Air Force Creech, il centro di comando per sette basi dell’Air Force negli Usa dove si fanno volare droni sopra l’Iraq e l’Afghanistan. «E durante il viaggio verso casa in macchina, ti prepari per quella parte della tua vita che sarà la partita di calcio».</p>
<p>Gli equipaggi dei droni non mettono a rischio la loro vita. Invece, gestiscono fiumi di video e dati. Con riunioni prima e dopo le loro missioni, le loro giornate lavorative si allungano normalmente fino a 10 o 11 ore. Molti sono piloti militari con esperienza ma gli operatori delle videocamere sono molto più giovani, spesso hanno solo 19 o 20 anni, e nuovi allo stress del combattimento.</p>
<p>Così come le truppe in Iraq o Afghanistan, gli equipaggi dei droni hanno accesso a psicologi e medici. Sono stati istruiti a stare attenti gli uni agli altri riguardo lo stress. Le sfide psicologiche sono uniche: i piloti dicono che nonostante le distanze, l’input video dà loro una sensazione più intima di ciò che accade per terra di quanto non avrebbero da un aereo di guerra che vola a tutta velocità.</p>
<p>Dopo il periodo passato nel Nevada a far volare i droni, che l’esercito chiama “remotely piloted aircraft” (“veicolo aereo pilotato a distanza”), Nelson ora  fa parte di un equipaggio a Kandahar, in Afghanistan. Gli equipaggi situati lì e in Iraq, spesso lottando contro venti forti e temperature gelide, controllano i droni durante il decollo e l’atterraggio, per poi passarli (eletronicamente, ndt) alle squadre basate negli Stati uniti.</p>
<p>Quando stava ancora nel Nevada, un giorno, appena giunto per il suo turno, Nelson ha ascoltato un briefing riguardante il campo di battaglia, e poi ha aperto la porta del suo ufficio, la stazione base di controllo.</p>
<p>Si è seduto nella poltrona della cabina di pilotaggio, conosciuto dai piloti come il «Naugahyde Barcalounger», di fronte alle schermate del computer che riportavano immagini dal vivo dalle montagne dell’Afghanistan, a colori durante il giorno e in bianco e nero durante la notte. Ha scritto messaggi in chat che lo connettevano a numerosi militari e analisti in tutto il mondo, riusciva a consultare cartine geografiche, immagini satellitari e rapporti dei servizi segreti. Parlava per radio con i comandanti a terra e le truppe, che vedevano le stesse immagini dal vivo sui loro portatili e radio a mano.</p>
<p>Seduto accanto a Nelson, che ha pilotato aerei cargo C-5 in Iraq prima di passare ai droni, c’era il sergente Jim Jochum al controllo della videocamera. Un coordinatore dei servizi segreti, incaricato di analizzare le immagini, era nella stanza accanto.</p>
<p>Quando sono impegnati in una missione, i responsabili dei droni spesso dimenticano di stare nel Nevada. Il capitano Mark Ferst, un ex-pilota di B-52, ha detto che i piloti si sentono più coinvolti nel combattimento di quanto non si sentissero nelle cabine di pilotaggio vere e proprie. “Quando volavo sui B-52 ero a 30.000- 40.000 piedi dalla terra (10.500-14.500 metri ndr) e non si vedevano le bombe cadere”, ha detto Ferstl. “Qui si sta molto più vicini alla realtà del volo o così sembra”.</p>
<p>Il colonnello Dale Fridley, un cinquantenne ex-pilota di caccia F-15, ha detto che uno suoi dei momenti più gratificanti alla guida dei droni è avvenuto senza sparare un colpo. Dopo che un veicolo militare si era guastato nel deserto della provincia afghana di Helmand, una roccaforte Taleban, il resto del convoglio è tornato alla base. I soldati bloccati sono riusciti a dormire mentre il drone di Fridley sorvegliava dall’alto, fino all’arrivo della squadra di soccorso.</p>
<p>«E questo», ha detto Fridley, «è qualcosa che non sarebbe mai e poi mai stato possibile prima».</p>
<h4>(red) <a href="http://www.nena-news.com/?p=617">Nena-News</a> (la traduzione dall’inglese è di Elena Hogan)</h4>
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		<title>Agli occhi dello stato, noi, qui, non esistiamo</title>
		<link>http://www.palestinalibera.org/2010/04/agli-occhi-dello-stato-noi-qui-non-esistiamo/</link>
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		<pubDate>Sun, 25 Apr 2010 11:38:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Nora Barrows-Friedman*
Mercoledì 14 aprile, le Forze Israeliane hanno portato a termine le operazioni di demolizione di alcune case di maggiori dimensioni all’interno di tre aree distinte nella West Bank occupata. Le demolizioni hanno lasciato senza casa dozzine di persone ad Hares (vicino alla città settentrionale di Tulkarem); e nelle cittadine di Beit Sahour e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h5>di Nora Barrows-Friedman*</h5>
<p>Mercoledì 14 aprile, le Forze Israeliane hanno portato a termine le operazioni di demolizione di alcune case di maggiori dimensioni all’interno di tre aree distinte nella West Bank occupata. Le demolizioni hanno lasciato senza casa dozzine di persone ad Hares (vicino alla città settentrionale di Tulkarem); e nelle cittadine di Beit Sahour e al-Khader vicine a Bethlehem. Ah Hares, pure alcuni negozi di proprietà di palestinesi sono stati ridotti in un cumulo di macerie, mentre ufficiali israeliani hanno minacciato gli abitanti di future demolizioni nell’area.<span id="more-2252"></span></p>
<p>Jonathan Pollack degli Anarchici Contro il Muro e del Comitato di Coordinamento di Lotta Popolare in un comunicato stampa ha scritto: “Un enorme bulldozer israeliano ha demolito la casa di Ali Mousa [in al-Khader], che fungeva da abitazione per nove persone, compreso un bambino di un anno di età, mentre i soldati impedivano a chiunque di avvicinarsi alla casa – incluso l’avvocato della famiglia, che aveva mostrato ai soldati una ingiunzione [contro] la demolizione, emessa dal tribunale nel 2006.”</p>
<p>Questi attacchi di mercoledì evidenziano la crisi in corso dell’espansione della confisca israeliana delle terre palestinesi – ma queste pratiche non si limitano alle sole zone di confine della West Bank occupata e della Striscia di Gaza. Martedì, nel deserto del Negev, la polizia israeliana ha invaso il villaggio beduino di al-Araqib, distruggendo tre case. Nello stesso momento, a Twail Abu Jarwal le Forze Israeliane hanno raso al suolo, una volta ancora, tutte le tende, le baracche e i contenitori per la raccolta dell’acqua, con una operazione che il portavoce del Consiglio Regionale dei Villaggi Non-riconosciuti nel Negev ha dichiarato essere questa la “quarantesima volta in quest’ultimi pochi anni” in cui erano state demolite case e  strutture.</p>
<p>E lunedì 12 aprile, nel villaggio di Dhammash, un villaggio non-riconosciuto lontano dal Negev e dall’attenzione dei mezzi di informazione, la polizia israeliana aveva distribuito 13 ordini di demolizioni di case  ad altrettanti proprietari di abitazioni palestinesi.</p>
<p>Dhammash si trova tra due delle città più grandi tra quelle che, in Israele, vengono dette “città miste”, Lyyd e Ramla. A dieci minuti di distanza dall’aeroporto internazionale Ben Gurion, quest’area è uno dei siti nel Medio Oriente più antichi e abitati con continuità. Durante gli ultimi 62 anni i palestinesi hanno dovuto combattere per poter restare a Dhammash, sulla loro terra, dato che il governo israeliano continua a mettere in pratica provvedimenti draconiani per eliminarli.</p>
<p>Insieme ai 13 ordini di demolizione di case di questa settimana, la polizia israeliana sta tentando di chiudere da sud la strada per il villaggio di Dhammash, tra l’adiacente ferrovia e la città di Ramle. “Questo è un passo ulteriore per costringerci ad andarcene,” ha chiarito il portavoce della comunità di Dhammash, Arafat Ahmed Ismayil . “Gli abitanti [israeliani] di Dhammash risultano cittadini israeliani. Pagano le tasse. Votano durante le elezioni nazionali. Parlano sia l’arabo che l’ebraico. Ma come per tutti i cittadini palestinesi di Israele, nei loro confronti vengono fatte sistematicamente discriminazioni per costringerli a partire,” ha sostenuto Ismayil, “ proprio come se fossero cittadini di decima classe”</p>
<p>Ha precisato, “Noi non siamo provvisti di un sistema fognario o di una fornitura sufficiente di elettricità o di un servizio idrico. Siamo stati costretti a rivolgerci al tribunale diverse volte per ottenere che il governo procuri ai nostri figli degli autobus scolastici. Il sistema scolastico stesso per i giovani palestinesi è di per sé completamente discriminatorio – la qualità dell’istruzione è ben al di sotto del livello di quella dei ragazzi ebrei.”</p>
<p>Mentre stavano camminando attraverso il villaggio di Dhammash, responsabili della comunità hanno raccontato ad Electronic Intifada che le autorità israeliane hanno distrutto strategicamente un terreno agricolo pubblico, rendendolo sterile, per impiantare nel bel mezzo del villaggio un centro altamente inquinante per la lavorazione all’aperto di rottami metallici. “Ora, quello è l’unico posto dove la gente può trovare un lavoro a Dhammash,” ha aggiunto uno dei responsabili.</p>
<p>Ismayil ha detto che a Dhammash ci sono circa 600 palestinesi che vivono in 70 case. Molte delle case esistevano fin da prima della Naqba del 1948, quando circa tre-quarti dei palestinesi vennero cacciati o fuggirono dalla Palestina storica. Tutte le case – ha affermato – sono, e lo sono state per molti anni,  sul ceppo per la decapitazione. Sei case vennero demolite fin dal 2005, ed ogni pochi mesi gli abitanti devono fare petizioni ai tribunali israeliani e firmare una istanza dopo l’altra per far ritirare i bulldozer che sono entrati nel villaggio.</p>
<p>“Loro vogliono costruire in quest’area un complesso condominiale per soli ebrei,” ha chiarito Ismayil. “Questo è il motivo per cui vogliono che ce se ne vada il più presto possibile.”</p>
<p>Secondo le statistiche più recenti, ci sono circa 110.000 palestinesi e beduini che vivono nei cosiddetti “villaggi non-riconosciuti” all’interno dello stato di Israele, l’80 % dei quali vivono nella regione del Negev. Questi villaggi non sono reperibili in alcuna mappa e tutti debbono confrontarsi con la prassi della continua demolizione delle abitazioni e con la mancanza totale di servizi di base.</p>
<p>Ismayil ha raccontato che sulle loro carte d’identità israeliane il governo si è rifiutato di indicare Dhammash come loro luogo di residenza. “Loro ci suddividono entrambi fra Lydd o  Ramle,” ha detto. “Secondo loro noi non facciamo parte di nessun luogo. Agli occhi dello stato, noi, qui, non esistiamo.”</p>
<p>Mercoled’ 14 aprile, gli abitanti di Dhammash e i responsabili della comunità si sono recati in due diversi tribunali – per la questione della strada bloccata, alla corte suprema di Gerusalemme e, per il problema degli ordini di demolizione, al tribunale regionale di Petah Tikwa. “Loro hanno ascoltato i nostri casi ed hanno detto che sarebbero stati messi a ruolo per la prossima settimana,” ha spiegato più tardi quella sera. “Ma non ci hanno detto quando sarà quella data. E’ tutto molto oscuro. Noi non siamo certi su ciò che accadrà.”</p>
<p>Ismayil ha asserito che le politiche di demolizione delle case imposte ai palestinesi all’interno di Israele sono esattamente le stesse che vengono applicate nei Territori Occupati, compresa Gerusalemme Est, e nella Striscia di Gaza.</p>
<p>“Non c’è alcuna differenza,” ha affermato. “Quando vogliono demolire una casa, impongono il coprifuoco, chiudono l’area, portano centinaia di poliziotti e di soldati con cani. Elicotteri si librano sulla testa. Portano con loro comitive di coloni estremisti ebrei per svuotare le case dei mobili ed arrestare le persone che si rifiutano di essere sfrattate.”</p>
<p>“Noi stiamo sperimentando qui, nelle terre del ’48 [Israele], le stesse pratiche di apartheid che sono operative nei Territori Occupati,” ha aggiunto Ismayil. “La gente di fuori pensa che noi stiamo godendo del dono della democrazia di Israele. Mentre noi siamo esattamente nella stessa situazione. Qui, non c’è alcuna pace, né alcuna democrazia.”</p>
<h4>*<strong>Nora Barrows-Friedman</strong> è conduttrice associata e produttrice di grado elevato di Flashpoint, una trasmissione di inchieste di attualità su Pacifica Radio. E’ pure corrispondente per Inter Press Service. Ella invia regolarmente articoli dalla Palestina, dove tiene corsi di giornalismo per giovani nel campo profughi di Dheisheh, nella West Bank Occupata.</h4>
<h4><a href="http://electronicintifada.net/v2/printer11213.shtml">da Electronic Intifada</a><br />
Traduzione di Mariano Mingarelli</h4>
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		<title>Decreto apartheid, espulsi i primi due palestinesi</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Apr 2010 11:05:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Michele Giorgio
Non ha frenato le autorità di occupazione israeliane la manifestazione unitaria Hamas-Fatah dell&#8217;altro giorno ad Erez (Gaza) contro il recente «decreto militare 1650» che potrebbe causare la deportazione di migliaia di palestinesi della Cisgiordania descritti come «infiltrati». Poche ore dopo il corteo, due palestinesi sono stati espulsi verso Gaza.
Mercoledì Ahmad Sabbah, che aveva [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h5>di Michele Giorgio</h5>
<p>Non ha frenato le autorità di occupazione israeliane la manifestazione unitaria Hamas-Fatah dell&#8217;altro giorno ad Erez (Gaza) contro il recente «decreto militare 1650» che potrebbe causare la deportazione di migliaia di palestinesi della Cisgiordania descritti come «infiltrati». Poche ore dopo il corteo, due palestinesi sono stati espulsi verso Gaza.<span id="more-2250"></span><br />
Mercoledì Ahmad Sabbah, che aveva appena finito di scontare un periodo di 10 anni di reclusione in un carcere israeliano, si preparava a tornare a Tulkarem (Cisgiordania) ma al momento del rilascio è stato trasferito a Erez. «Non potete farlo, è mio diritto andare a casa, dai miei familiari», ha protestato Sabbah, «reo» di possedere una carta di identità emessa a Gaza. A nulla sono servite anche le proteste di Saber al Beyari che da 15 anni viveva a Giaffa con la moglie, una palestinese israeliana. L&#8217;uomo è stato prelevato in un ospedale, dove era ricoverato da alcuni giorni, e portato a Erez, dove ieri sera era ancora bloccato. Il governo di Hamas ha negato il suo ingresso spiegando che Gaza non diventerà il «contenitore» degli espulsi da Israele.<br />
È da escludere che il decreto militare 1650 rientri nei temi al centro dei colloqui che l&#8217;inviato americano George Mitchell, atteso ieri sera a Tel Aviv, avrà con i dirigenti israeliani. Mitchell è giunto senza nuove idee Usa e, alla vigilia del suo arrivo, Netanyahu ha respinto nettamente le richieste di Washington di sospendere la costruzione di colonie ebraiche nel settore palestinese (est) di Gerusalemme. Obama negli ultimi giorni, in varie occasioni, ha ribadito la stretta alleanza strategica tra Usa e Israele ma le polemiche tra le due parti non cessano come conferma la presenza nello Stato ebraico anche del massimo esperto in Medio Oriente della Casa Bianca in appoggio ai colloqui che porterà avanti Mitchell.<br />
L&#8217;Amministrazione Usa al suo interno appare divisa. Accanto a chi preme per contenere i dissensi con Netanyahu, c&#8217;è chi critica apertamente il governo dello Stato ebraico. Come l&#8217;ex ambasciatore a Tel Aviv Martin Indyk, oggi consigliere di Mitchell, che ha invitato il premier israeliano a rilanciare il negoziato con i palestinesi. In una intervista radiofonica e in un articolo pubblicato sul New York times, Indyk ha spiegato che «se Israele è una superpotenza e non necessita della protezione degli Usa, che pure isolano e premono sull&#8217;Iran, allora faccia quello che crede. Ma se ha bisogno degli Stati Uniti &#8211; ha aggiunto l&#8217;ex ambasciatore &#8211; allora deve tener conto degli interessi americani».</p>
<h4><a href="http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20100423/pagina/08/pezzo/276743/">da il Manifesto del 23 aprile 2010</a></h4>
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		<title>La cattiva immagine di Israele nel mondo secondo un sondaggio della BBC</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Apr 2010 10:56:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un sondaggio della BBC pubblicato lo scorso 19 aprile, testimonia la cattiva immagine che Israele ha nel mondo. Il sondaggio è stato condotto in 28 paesi e Israele risulta il paese più malvisto insieme alla Corea del Nord, il Pakistan e &#8211; ironia della sorta &#8211; l&#8217;Iran.
In effetti Israele è giudicato positivamente in due soli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un sondaggio della BBC pubblicato lo scorso 19 aprile, testimonia la cattiva immagine che Israele ha nel mondo. Il sondaggio è stato condotto in 28 paesi e Israele risulta il paese più malvisto insieme alla Corea del Nord, il Pakistan e &#8211; ironia della sorta &#8211; l&#8217;Iran.<span id="more-2245"></span></p>
<p>In effetti Israele è giudicato positivamente in due soli stati: gli Stati Uniti, e la cosa non sorprende, a dispetto della crisi che mette a confronto i due governi, e il Kenya. Nel campione della BBC, il peggior risultato per Israele è registrato in Egitto, malgrado una pace, effettivamente glaciale , che dura da più di trent&#8217; anni, prima della Turchia che è legata ugualmente ad Israele da un trattato di cooperazione militare&#8230;.Ma sarebbe sbagliato legare la cattiva immagine e il peso dell&#8217; Islam. Il Brasile e la Thailandia considerano allo stesso modo molto negativamente l&#8217; influenza di Israele.</p>
<p style="text-align: left;"><a href="http://www.palestinalibera.org/wp-content/media/SondaggioBBC.gif"><img class="aligncenter size-full wp-image-2246" title="SondaggioBBC" src="http://www.palestinalibera.org/wp-content/media/SondaggioBBC.gif" alt="" width="500" height="989" /></a><a href="http://www.forumpalestina.org/news/2010/Aprile10/24-04-10SondaggioBbc.htm">da Forum Palestina</a></p>
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		<title>Israele NON DEVE entrare nell&#8217;OCSE!</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Apr 2010 10:48:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Iniziativa internazionale]]></category>
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		<description><![CDATA[FIRMA LA PETIZIONE
Care/i tutte/i,
Il prossimo maggio ci sarà il voto all&#8217;OCSE sulla canditatura di Israele. Ci vuole un solo voto negativo per bloccare il suo ingresso, e dobbiamo fare di tutto per garantire che l&#8217;Israele, già dimostratosi un potere oppressivo di occupazione e colonizzazione con un sistema di
discriminazione razziale istituzionalizzata, che commette crimini di guerra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;"><a href="http://www.forumpalestina.org/news/2010/Maggio10/01-05-10PetizioneIsraeleOCSE.htm">FIRMA LA PETIZIONE</a></h3>
<p>Care/i tutte/i,</p>
<p>Il prossimo maggio ci sarà il voto all&#8217;OCSE sulla canditatura di Israele. Ci vuole un solo voto negativo per bloccare il suo ingresso, e dobbiamo fare di tutto per garantire che l&#8217;Israele, già dimostratosi un potere oppressivo di occupazione e colonizzazione con un sistema di<br />
discriminazione razziale istituzionalizzata, che commette crimini di guerra come documentato nel rapporto Goldstone dell&#8217;ONU, non entri a far parte dell&#8217;OCSE. In Europa e in tutto il mondo c&#8217;è una campagna svolta a bloccare l&#8217;ingresso di Israele.</p>
<p>In allegato [in fondi all'articolo] ci sono sei lettere da inviare via email:</p>
<p>- cinque in inglese indirizzate ai rappresentanti dei paesi più propensi a votare no (Messico, Turchia, Irlanda, Svizzera e Portogallo)</p>
<p>- una in italiano indirizzata ai ministri Frattini e Tremonti, insieme all&#8217;ambasciatore italiano all&#8217;OCSE.</p>
<p>Basta copiare e incollare il testo, aggiungere la firma e inviarlo agli indirizzi email indicati nelle lettere.</p>
<p>Una prima riunione dove si deciderà in linea di massima la questione si svolgerà l&#8217;11 maggio. Il voto finale sara durante il consiglio dell&#8217;OCSE, presieduta da Frattini, il 28/29 maggio.</p>
<p>Ricordatevi &#8211; ci vuole un solo voto negativo.  Facciamo di tutto perché ci sia.</p>
<p>Per maggiori informazioni sulle campagne internazionali: <a href="http://holdisraelac countable. net/">http://holdisraelac countable. net/</a></p>
<p>Si prega la massima diffusione! Fate girare anche ai vostri amici all&#8217;estero.</p>
<p>Stephanie Westbrook<br />
Loretta Mussi</p>
<p><a href="http://www.palestinalibera.org/wp-content/media/ocse-it.doc">ocse-italia</a></p>
<p><a href="http://www.palestinalibera.org/wp-content/media/ocse-irlanda1.doc">ocse-irlanda</a></p>
<p><a href="http://www.palestinalibera.org/wp-content/media/ocse-messico.doc">ocse-messico</a></p>
<p><a href="http://www.palestinalibera.org/wp-content/media/ocse-portogallo.doc">ocse-portogallo</a></p>
<p><a href="http://www.palestinalibera.org/wp-content/media/ocse-svizzera.doc">ocse-svizzera</a></p>
<p><a href="http://www.palestinalibera.org/wp-content/media/ocse-turchia.doc">ocse-turchia</a></p>
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		<title>Israele e Palestina: Nuove parole per dirlo</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Apr 2010 20:28:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<category><![CDATA[campagna BDS]]></category>
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		<category><![CDATA[Sionismo]]></category>

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		<description><![CDATA[di Eva Brugnettini*
Ilan Pappé è uno storico israeliano, uno degli esponenti di punta dei “nuovi storici”, studiosi che hanno ribaltato i miti legati alla nascita dello Stato ebraico, come quello che definiva la Palestina “terra senza un popolo”, o secondo cui i palestinesi fuggirono spontaneamente dai propri villaggi.

I suoi studi gli hanno attirato tantissime critiche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h5>di Eva Brugnettini*</h5>
<p><a href="http://www.palestinalibera.org/wp-content/media/pappè.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2226" title="pappè" src="http://www.palestinalibera.org/wp-content/media/pappè.jpg" alt="" width="128" height="121" /></a>Ilan Pappé è uno storico israeliano, uno degli esponenti di punta dei “nuovi storici”, studiosi che hanno ribaltato i miti legati alla nascita dello Stato ebraico, come quello che definiva la Palestina “terra senza un popolo”, o secondo cui i palestinesi fuggirono spontaneamente dai propri villaggi.<br />
<span id="more-2191"></span><br />
I suoi studi gli hanno attirato tantissime critiche e un certo ostracismo, anche in Italia. Solo due dei suoi numerosi saggi sono stati tradotti in italiano, e anche quelli hanno avuto un percorso sofferto e un’accoglienza “fredda”. Perciò non stupisce che l’arrivo in Italia dello storico israeliano &#8211; giovedì 8 aprile a Ravenna &#8211; non abbia avuto la rilevanza mediatica che meritava.</p>
<h4>Colonialismo</h4>
<p>Pappé vuole ridefinire il linguaggio stesso con cui è descritto il conflitto mediorientale. A tale scopo sta lavorando con il noto linguista e politologo Noam Chomsky a un libro sulla questione israelo-palestinese che uscirà la prossima estate.<br />
La prima parola da fare entrare nel vocabolario del conflitto è “colonialismo”: “Il sionismo – dice &#8211; è un movimento di ebrei tornati in Palestina dopo duemila anni di esilio alla ricerca di un rifugio dall’antisemitismo europeo. Ma al sionismo bisogna aggiungere la parola ‘colonialismo’, basta guardare il dizionario per capire che è quello che sta succedendo in Israele e Palestina”.</p>
<p>Per spiegarsi Pappé distingue tra due tipi di colonialismo: “Uno di sfruttamento, in cui i coloni sfruttano le risorse delle nuove terre per il beneficio dell’impero da cui provengono, e un altro come quello che si è visto in Australia, Nord America e Sudafrica dove i coloni si separano dalla madre patria e vogliono vivere per conto proprio nelle nuove terre, liberandosi della popolazione nativa”. E questo è quello che secondo Pappé si avvicina di più a quello ebraico.</p>
<p>Un “colonialismo unico”, certamente, ma di cui una componente è il processo di giudaizzazione. “Tutti i governi ebraici, anche di sinistra, si sono sempre impegnati molto nella giudaizzazione, soprattutto della Galilea. E nessun giornalista ne parla, perché non suona come un processo ‘criminale’. Ma da una prospettiva colonialista è un aspetto fondamentale, che porta all’alienazione dei palestinesi, finché  non diventano stranieri nel loro stesso paese”.</p>
<p>Secondo lo storico israeliano per capire la situazione mediorientale bisogna avere uno sguardo più complesso, che non si fossilizzi sulle colpe israeliane, ma che consideri quello che paradossalmente c’è di buono. “La colonizzazione può creare anche belle cose. La rinascita della lingua ebraica, città come Tel Aviv, esperimenti di socialismo come i kibbutz sono stati possibili perché gli ebrei erano liberi in una società nuova, sganciata dalle tradizioni europee. C’è qualcosa di eccitante di fianco a uno dei peggiori crimini. È una sorta di doppio spazio, e se si ignora uno dei due non si dipinge la situazione per come realmente è. Se si considera Israele soltanto come una presenza malvagia non si risolve il problema. Bisogna capire entrambi gli spazi per impegnarsi in modo più consapevole”.</p>
<h4>Ritorno</h4>
<p>Un’altra parola da eliminare – secondo Pappé &#8211; è “occupazione”, in quanto “sottintende una situazione temporanea, come parte di un conflitto. Quella che dura dal 1967 potrebbe essere un’occupazione se Israele volesse davvero andarsene o restasse nei Territori palestinesi solo per difendersi, ma questa è mitologia”.</p>
<p>Pappé è arrivato a questa conclusione consultando gli archivi dello stato israeliano, studiando i quali ha scritto La pulizia etnica della Palestina (Fazi). “La Cisgiordania doveva far parte dello Stato ebraico già dai primi programmi del 1948, quando per creare Israele servivano più terre palestinesi possibili, con il minor numero di palestinesi possibile. Quando nella guerra per la fondazione dello stato, Israele ha conquistato l’80 per cento della Palestina cacciando quasi un milione di palestinesi, bisogna chiedersi perché non abbia conquistato il 100 per cento. E la risposta è: per motivi politici. C’era un accordo con la Giordania. Poi nel ‘63, quando Israele avrebbe potuto conquistare la Cisgiordania e Gaza, erano gli Stati Uniti a essere contrari”.</p>
<p>La parola che lo storico propone al posto di occupazione è quindi “ritorno”: “Ritorno a una terra che gli ebrei sionisti considerano propria. Che spiega perché nel 2000 durante il summit di Camp David per [l'allora primo ministro israeliano Ehud] Barak l’offerta di restituire ai palestinesi l’85 per cento della Cisgiordania fosse ’un’offerta generosa’”. Ma se per gran parte della leadership israeliana la Cisgiordania appartiene a Israele, come sarà possibile la costruzione di uno stato palestinese in quella terra? Secondo Pappé l’unica cosa che gli israeliani potranno sopportare è “una ‘presenza’ palestinese sotto controllo israeliano. Un reale stato palestinese è impossibile per Israele”.</p>
<h4>Processo senza pace</h4>
<p>Altro termine da eliminare dal vocabolario del conflitto è “processo di pace”, perché “come ha detto Chomsky la parte importante di questa locuzione non è “pace” ma “processo”. Che può andare avanti all’infinito. Israele ha imposto alla politica internazionale l’idea che ci siano tanti altri conflitti più importanti di quello israelo-palestinese, e può anche essere vero. Ma così porta avanti una sorta di “soluzione n+1”, offrendo ai palestinesi ogni volta un pochino di più, e allo stesso tempo dettandone la politica: con quali leader parlare, quale partito deve essere eletto, e quale processo di pace può essere scritto”.</p>
<p>Pappé racconta un aneddoto che esemplifica il diktat israeliano: “Negli accordi di Oslo, così come per l’appuntamento di Camp David, gli israeliani avevano scritto ogni dettaglio, da quali insediamenti scambiare fino a quale capitale dare ai palestinesi. Dieci giorni prima di Camp David, uno dei leader palestinesi mi chiamò per chiedermi quale programma avrebbero dovuto portare all’incontro con Barak e [il presidente Usa] Clinton. Era una cosa assurda, cosa avevano fatto in tutti quegli anni? Ma dimostra come non ci fosse bisogno dei palestinesi, Israele portava gli input e Stati Uniti e Unione Europea dovevano imporre quello che Israele aveva deciso. Non stupisce la sollevazione popolare che ne è seguita”, vale a dire la Seconda Intifada.</p>
<h4>Cambio di regime</h4>
<p>Il quarto punto a cui Ilan Pappé tiene molto riguarda un vocabolo che dipinge il futuro. Bisogna smettere, secondo lo storico, di parlare di “soluzione”, in quanto “presuppone un accordo tra due parti, mentre qui c’è una parte che si impone sull’altra. Israele ha un atteggiamento molto didascalico verso i palestinesi, del tipo ‘Se non accettate ora, la prossima proposta sarà peggio’. Non c’è possibilità di una soluzione”.</p>
<p>Questo non significa che il conflitto andrà avanti in eterno. A suo modo Pappé è quasi ottimista. “C’è bisogno di un cambio di regime, come quello in Iraq o in Afghanistan. Ma non con la forza, non con le bombe o l’intervento della Nato. Non c’era ragione di accettare quello che succedeva in Sudafrica, così non c’è ragione di accettare quello che succede in Israele. Non sono uguali, ma uguale è il trattamento riservato al popolo indigeno”.</p>
<p>Ilan Pappé è stato il primo ebreo israeliano a proporre quella che è vista da molti come una soluzione utopica e insensata: lo Stato unico. “La soluzione a due Stati non farebbe che peggiorare le ideologie di entrambi. E Israele non permetterebbe alla Palestina di avere un proprio esercito, una propria economia e sovranità. E se anche ci fossero due Stati, cosa succederebbe ai palestinesi cittadini di Israele? Adesso sono il 20 per cento, ma poi? Quando saranno il 35 o il 40 per cento? Per continuare ad avere una maggioranza ebraica, Israele continuerà a dividersi all’infinito?”.</p>
<p>La soluzione a un unico Stato è per Pappé “più etica e pratica. Bisogna liberarsi dall’ideologia. Io ho molto più in comune con un amico palestinese che con un ebreo di Brooklyn, che però avrebbe il diritto di ‘tornare’. Israele dovrebbe trattare ebrei e palestinesi allo stesso modo, solo a partire da questo è possibile il cambio di regime”.</p>
<p>Il cambiamento di prospettiva della società ebraica non è l’unico mezzo per arrivare alla soluzione. “La campagna di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (Bds) è uno strumento molto importante adesso, perché a volte c’è bisogno di una ‘botta in testa’ dall’esterno per vedere come stanno realmente le cose”.</p>
<p>Per arrivare ad assumere posizioni così critiche verso lo Stato ebraico, e per superare “l’indottrinamento in cui cresci, inculcato soprattutto dall’esercito”, Ilan Pappé non ha ricevuto un’unica “botta in testa”, ma tanti piccoli colpi. E “il prezzo è molto alto. Smetti di parlare con tuo padre, tua madre, i tuoi fratelli, con te stesso persino”. O perdi il posto di lavoro. All’università di Haifa dove era professore, le sue posizioni anti-sioniste gli hanno valso il vuoto intorno fino a un’espulsione de facto. Ora insegna all’università di Exeter, in Gran Bretagna. Ma rimane fermo nelle sue posizioni e sicuro che l’unica vera soluzione è la “desegregazione. È ridicolo che ebrei e palestinesi non possano condividere la vita”.</p>
<p><a href="http://www.osservatorioiraq.it/modules.php?name=News&amp;file=article&amp;sid=9118">* per Osservatorio Iraq</a></p>
<p>[14 aprile 2010]</p>
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		<title>La lunga mano del Mossad</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Apr 2010 18:56:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Israele]]></category>

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		<description><![CDATA[L’impronta sionista nelle “guerre sporche” dell’America Latina
di Andrea Necciai
Da qualche tempo in tutto il subcontinente latinoamericano (ma specie in Centroamerica e nei Caraibi) sta operando una nuova e potente “internazionale del terrore”. Più esattamente, si tratta di una zona grigia in cui interagiscono specialisti nelle guerre di bassa intensità, commercianti di armi, apparati dei servizi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>L’impronta sionista nelle “guerre sporche” dell’America Latina</h3>
<h5>di Andrea Necciai</h5>
<p>Da qualche tempo in tutto il subcontinente latinoamericano (ma specie in Centroamerica e nei Caraibi) sta operando una nuova e potente “internazionale del terrore”. Più esattamente, si tratta di una zona grigia in cui interagiscono specialisti nelle guerre di bassa intensità, commercianti di armi, apparati dei servizi segreti e di sicurezza statali in stretta collaborazione con contractors privati. <span id="more-2197"></span>Sotto la consueta regia di Washington e con il concorso di tutti questi attori, gli alti comandi degli eserciti alleati possono ora mettere in scena operazioni coperte e di polizia politica molto più efficaci che nel passato; come hanno recentemente dimostrato nell’attuazione del colpo di stato in Honduras (contro un governo eletto democraticamente) e nel soffocare con le armi la resistenza pacifica del suo popolo.</p>
<p>E’ ovvio che azioni di questo genere richiedono un know-how di alta professionalità. Per questo motivo tra tutti gli specialisti del settore si distinguono gli agenti israeliani, in virtù della loro storica esperienza in materia di controinsorgenza e di repressione dei movimenti popolari di opposizione, tanto in Medio Oriente come in America Latina.</p>
<p>Nel caso del golpe honduregno del giugno 2009, il CODEH (Comitato per i Diritti Umani dell’Honduras) ha denunciato ha più riprese che “il regime di Micheletti ha assunto ufficiali israeliani per addestrare l’esercito honduregno all’uso della violenza contro i manifestanti, compreso l’assassinio selettivo, per instaurare il terrore e smantellare la resistenza”, ed informa inoltre che “compagnie di sicurezza private” [leggi “contractors”- ndr] sono direttamente coinvolte nella repressione”.*</p>
<p>A partire dal dopoguerra, l’appoggio militare israeliano alle dittature dell’America Latina ha sempre potuto contare sul contributo determinante dell’”Istituto di Operazioni e Strategie Speciali”, meglio conosciuto come “Mossad”.</p>
<p>Nato nel 1949 come centrale di coordinamento tra i due servizi segreti già esistenti, quello degli “affari interni” e quello dell’ “intelligence militare”, il Mossad ha sempre goduto di un’autonomia pressoché illimitata, “al di fuori di ogni controllo e al di sopra di ogni critica”. Al momento, secondo stime ufficiose, il suo organico conterebbe 1.200 uomini, suddivisi in 8 sezioni (o dipartimenti) tra cui spicca l’ultimo e il più famoso, lo “Special Operation Division”, o “Metsada” in ebraico, “quello a cui sono affidate le missioni più segrete condotte dai katsa, gli agenti operativi sul campo, e portate a termine dai kidon (baionetta), i killer dell&#8217;”Istituto”: assassini mirati (condannati da Onu e Amnesty come “esecuzioni extra-giudiziarie”), sequestri, sabotaggi, torture, azioni paramilitari e di guerra psicologica.”**</p>
<p>Negli ultimi 60 anni, la lista delle operazioni (militari, di spionaggio o di polizia politica) gestite dal Mossad è lunghissima, quasi infinita, come la striscia di cadaveri di cui è lastricato il suo cammino che si snoda dal Medio Oriente all’America Latina passando per Africa ed Europa.</p>
<p>Negli anni della Guerra Fredda l’intervento israeliano in Centroamerica vide come protagonisti agenti del Mossad messi al servizio del terrorismo di stato in Honduras e in Guatemala; mentre in Nicaragua si dedicavano all’addestramento e all’organizzazione dei “contras”, i mercenari autori di crimini di guerra tra i più efferati, mandati a combattere contro il paese sandinista una guerra illegittima e mai dichiarata.</p>
<p>C’è lo zampino di Israele anche nel fallito colpo di stato contro il presidente venezuelano Hugo Chavez (aprile 2002). Secondo le inchieste delle autorità venezuelane, l’imprenditore di origine israeliana Isaac Perez Recao, padrone di un’impresa di sicurezza privata ed attivo nel commercio di armamenti, fu individuato come una delle principali menti della cospirazione anti-chavista. Un volta fallito il colpo di stato, fuggì precipitosamente a Miami a bordo di un aereo.</p>
<p>Attualmente si contano un quarantina di società israeliane, collegate direttamente o indirettamente al Mossad, che svolgono attività di compravendita di armi o sistemi d’arma, servizi di spionaggio e di repressione contro movimenti civili e personalità che sostengono i governi più progressisti del Sudamerica. Non a caso queste operazioni si svolgono principalmente in Colombia, Argentina, Brasile, Perù e Paraguay, aree vitali per gli interessi politico-economici di Stati Uniti ed Israele nel teatro latinoamericano.</p>
<p>Una delle principali compagnie è la “Global CST”, “diretta da Israel Ziv e con la quale collaborano ex militari delle alte sfere del Mossad e dello Tsahal. La Global CST opera in Colombia offrendo consulenze all’esercito colombiano e al DAS (la polizia politica colombiana). L’acquisto di armi israeliane da parte delle Colombia, servito per rafforzare l’attività offensiva delle Forze armate [ma molte armi sono finite ai paramilitari colombiani], e avvenuto attraverso sostanziosi contratti promossi dall’esportatore sionista di armi conosciuto come CIBAT, prova di per sé il concorso di Israele nel peggioramento della situazione della regione.”***</p>
<p>In ultimo, non è casuale che persino la guardia del corpo dell’attuale presidente honduregno Porfirio Lobo, oggi a capo del governo-emanazione della dittatura golpista, sia stata affidata ad un istruttore appartenente alla ISA (Agenzia Internacional de Seguridad), di cui fanno parte militari ed ufficiali del Mossad israeliano.</p>
<p>AL Revés #4 &#8211; Aprile 2010<br />
Andrea Necciai</p>
<p>Note:</p>
<p>*Dichiarazione del Fronte Nazionale, in occasione della giornata contro il colpo di stato in Honduras, 28/8/2009.<br />
**”L&#8217;«Istituto», un mito costruito sui cadaveri”, di Maurizio Matteuzzi, 19/2/2010.<br />
***”Viene dal Mossad la scorta di Pepe Lobo”, di Percy Alvarado Godoy (“Latinoamerica” n°109 – 4/2009).</p>
<h4>da www.resistenze.org</h4>
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		<title>La questione palestinese imbrigliata dentro i problemi regionali</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Apr 2010 13:27:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Sergio Cararo
La quiete prima della tempesta. E’ questa l’impressione che molti osservatori stanno ricavando dalla situazione in Medio Oriente. Molti sono i fattori che indicano come le contraddizioni che si vanno accumulando in uno dei principali teatri di crisi mondiali abbiano tutte le potenzialità per creare “un incidente della storia” capace di inviare a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h5>di Sergio Cararo</h5>
<p>La quiete prima della tempesta. E’ questa l’impressione che molti osservatori stanno ricavando dalla situazione in Medio Oriente. Molti sono i fattori che indicano come le contraddizioni che si vanno accumulando in uno dei principali teatri di crisi mondiali abbiano tutte le potenzialità per creare “un incidente della storia” capace di inviare a tutto campo la sua onda lunga destabilizzante. La questione palestinese appare oggi fortemente ipotecata da questo scenario regionale.<br />
<span id="more-2185"></span></p>
<p>Volendo schematizzare i problemi incancrenitisi nell’area possiamo indicare i seguenti:</p>
<ol>
<li>Le difficoltà dell’amministrazione USA di Obama nell’esercitare ancora la propria egemonia sui processi nella regione. L’oltranzismo di Israele ha infatti depotenziato ogni ambizione della nuova amministrazione della Casa Bianca mentre l’effetto del discorso di Obama a Il Cairo si è già dissolto senza produrre alcun recupero di credibilità ideologica da parte degli USA nel mondo arabo e islamico;</li>
<li>La perdita israeliana dell’unico alleato nell’area ossia la Turchia. La nuova linea politica di Ankara rivela le sue ambizioni a giocare un ruolo regionale più attivo e meno subalterno. Allo stesso modo la crisi diplomatica tra Israele e Turchia ha congelato le possibilità di riaprire il negoziato con la Siria nel tentativo di staccarla dall’alleanza con l’Iran;</li>
<li>Il rischio sempre più concreto di un attacco militare israeliano e statunitense contro l’Iran che ha tutte le potenzialità di estendersi ad un più devastante conflitto regionale con  immediate conseguenze in Iraq e in Libano;</li>
<li>Lo stallo nel negoziato tra Israele e ANP e la cristallizzazione della spaccatura interpalestinese tra il governo di Ramallah e il governo di Gaza;</li>
<li>La perdita di credibilità dell’Egitto come paese leader del mondo arabo decisivo ai fini di un negoziato complessivo sugli assetti della regione. L’appiattimento egiziano ai diktat israeliani e USA (vedi il Muro al confine con Gaza e la complicità con l’assedio dei palestinesi nella Striscia) ne ha delegittimato la credibilità.</li>
<p>E’ evidente come un contesto regionale così compromesso possa riattivizzarsi solo attraverso una svolta sul piano negoziale tra i palestinesi e Israele che riconsegni la centralità al ruolo degli USA oppure attraverso uno “scossone” che molti intravedono nell’ipotesi dell’attacco all’Iran o – in misura indiretta – con un nuovo attacco al Libano dove Hezbollah ha rafforzato molto sia sul suo peso politico entrando nel governo di unità nazionale sia – e non un dettaglio – le sue capacità militari. Quello che è certo, è che dentro questa situazione, la questione palestinese torna ad essere un vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro (e di fuoco) della regione mediorientale. Per le forze che in questi anni hanno sviluppato una intensa mobilitazione al fianco della resistenza palestinese – pur mantenendo la propria iniziativa contro l’apparato coloniale sionista &#8211; è quantomeno tempo di riflessione.</p>
<h4>Le ipoteche sulla questione palestinese</h4>
<p>Di fronte alla spaccatura della soggettività e della prospettiva politica del movimento di liberazione palestinese polarizzato tra Hamas e Al Fatah , oggi chiunque abbia a cuore le sorti della causa palestinese non può che auspicare la ricomposizione dell’unità nazionale nella prospettiva della resistenza e della ripresa dell’iniziativa politica a tutto campo contro l’occupazione israeliana. Esiste infatti il rischio concreto – come perseguito sistematicamente in altre realtà regionali sia da Israele che dagli USA &#8211; di una frantumazione dell’identità nazionale palestinese in diverse entità separate geograficamente e politicamente (Gaza, Cisgiordania, i palestinesi del ’48 residenti in Israele, la situazione specifica di Gerusalemme, i palestinesi dei campi profughi nella diaspora).</p>
<p>Fino ai primissimi anni Novanta l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina aveva in qualche modo assicurato una direzione e un coordinamento delle diverse realtà in cui era stato frantumato il popolo palestinese, ma gli accordi di Oslo e l’emergere della centralità dell’Autorità Nazionale Palestinese hanno depotenziato e liquidato sia l’OLP che la sua capacità di assicurare una direzione unitaria della resistenza palestinese in tutte le sue realtà.</p>
<p>In questi ormai quasi quaranta anni di sostegno alla lotta del popolo palestinese, abbiamo ritenuto che questo dovesse andare all’intero popolo palestinese ovunque collocato e indipendentemente dalla sua rappresentanza politica predominante in una fase o in un&#8217;altra. Certo, l’esperienza storica ci ha  portato a privilegiare il confronto con i compagni del FPLP o del FDLP piuttosto che con altre forze all’interno dell’OLP. Ci sentiamo di confermare questo approccio indicando come oggi la vera discriminante sia quella tra le forze che oppongono resistenza all’occupazione israeliana e chi invece vi collabora e questo non riguarda solo l’ANP.  Il problema semmai riguarda la liquidazione a cui è stata sottoposta l’OLP e che anche dentro l’ultimo congresso di Al Fatah non ha visto esprimersi una controtendenza abbastanza forte e capace da recuperare il terreno perduto.</p>
<h4>La Resistenza Globale e le forze in campo</h4>
<p>Questo indebolimento dell’OLP – perseguito scientificamente da Israele &#8211; ha visto crescere altre forze di carattere politico-religioso nel campo palestinese come Hamas che hanno via via acquisito una influenza crescente fino alla vittoria elettorale del 2006, una vittoria legittima che è stata negata frontalmente e criminalizzata dall’apparato coloniale israeliano e dalle sue complicità negli USA, Europa e mondo arabo, inclusi settori non irrilevanti dell’ANP. Oggi queste forze ispirate all’islam politico rivelano di disporre nell’intera regione mediorientale di maggiori risorse, coordinamento e progettualità rispetto a quelle eredi del nazionalismo arabo laico e progressista negli anni scorsi duramente attaccate dall’imperialismo e dai regimi arabi. Questa sensazione è emersa piuttosto chiaramente dal recente Forum della Resistenza svoltosi a Beirut che abbiamo avuto occasione di seguire direttamente e che è stato ampiamente resocontato su Contropiano online. Di questo indubbiamente occorre tenere conto per definire chiaramente i punti di confronto e quelli di divergenza sulle prospettive. A tale proposito è utile richiamare  le riflessioni fatte in questi anni sul significato di quello che abbiamo definito come il fronte della Resistenza Globale. “La lotta a difesa del diritto all’autodeterminazione, vera e non eterodiretta, ha perciò due percorsi da seguire in modo chiaro e parallelo. Il primo è quello del sostegno al diritto dei popoli e della necessità di contrastare l’intervento militare e politico delle grandi potenze e, per quanto ci riguarda direttamente, quello del nostro paese ed ora anche dell’ Unione Europea. Il secondo è quello di un’azione di solidarietà internazionale con tutte quelle forze politiche, sociali e di classe che spingono verso il superamento del sistema capitalistico, coscienti che le forze che stanno emergendo e reagendo alla devastante riorganizzazione planetaria dei paesi imperialisti non sono tutte protese verso uno sbocco progressista. In questo senso i giudizi sulla funzione delle religioni in queste lotte non possono essere politicamente predeterminati ma vanno valutati rispetto al contesto in cui agiscono ed è solo rispetto a questo che vanno prese posizioni politiche altrettanto non schematiche. Questo approccio ovviamente non può far sottacere la nostra convinzione che le religioni in quanto tali non possono essere una risposta ai problemi che lo sviluppo complessivo e mondiale pone oggi alla umanità”. (dal documento per la II Assemblea nazionale della Rete dei Comunisti, 2007).  E’ sulla base di questa chiarezza che in questi anni abbiamo costruito relazioni leali con molte forze politiche nell’area mediorientale, da quelle di ispirazione marxista a forze come Hezbollah.</p>
<h4>Lo Stato Unico come soluzione adeguata</h4>
<p>Alla luce delle considerazioni fin qui esposte, la posizione dei “due popoli due stati” come soluzione per il conflitto in Palestina non solo si è rivelata un tragico inganno e una proposta resa impraticabile dalla realtà sul campo, ma è una ipotesi che andrebbe a legittimare  proprio l’idea di uno “stato ebraico” in Israele eventualmente separato da un possibile “stato islamico” palestinese. In sostanza sarebbe la negazione di tutto il processo di autodeterminazione nazionale perseguito in questi decenni dalle forze più avanzate dello schieramento palestinese. Appare più convincente ed anche più coerente l’ipotesi dello Stato Unico per tutti coloro che abitano sul territorio della Palestina storica indipendentemente ed anzi in contrasto con ogni discriminazione di tipo religioso o etnico. Questa consapevolezza sembra ricominciare ad emergere come sbocco possibile in ambiti crescenti (seppur ancora minoritari) del movimento progressista palestinese e israeliano e viene percepita come seria minaccia dai gruppi sionisti e dalle autorità israeliane. In questo senso appare inevitabile che anche nella sinistra europea si riprenda e si approfondisca la lotta politica e culturale contro il sionismo inteso come progetto coloniale e apparato ideologico fondativo dell’occupazione israeliana della  Palestina.</p>
<p>In attesa che le soggettività politiche del popolo palestinese avvino un processo di rottura effettiva con la politica perseguita da Oslo in poi, occorre auspicare ed agire per sostenere – così per come può esprimersi qui ed ora &#8211; la resistenza attiva contro la crescente occupazione coloniale dei Territori Palestinesi, contro il rafforzamento del sistema di apartheid verso i palestinesi del ’48 residenti in Israele e porre con la dovuta forza la questione del diritto al ritorno dei profughi dei campi nella diaspora. La dimensione internazionale del sostegno alle forze che animano la resistenza popolare palestinese appare decisiva. I fatti ci indicano che ciò che l’apparato coloniale sionista al momento teme di più sono proprio le campagne internazionali &#8211; da quella contro il Muro alla campagna BDS (boicottaggio, disinvestimento, sanzioni) &#8211;  o le iniziative come Free Gaza. Non è un caso che la repressione israeliana in questa ultima fase si sia abbattuta contro gli attivisti palestinesi e israeliani attivi in queste campagne o contro giornalisti e attivisti internazionali attivi nei Territori Palestinesi. L’apparato coloniale israeliano è forte sul terreno del controllo militare del territorio ma estremamente vulnerabile nel contesto regionale e internazionale. Paradossalmente nasce da questa consapevolezza la debolezza e la pericolosità delle scelte che ha davanti l’establishment israeliano.</p>
<p>* da <a href="http://www.contropiano.org/">Contropiano</a> di febbraio 2010</ol>
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		<title>MEMORANDUM</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Apr 2010 21:46:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<description><![CDATA[AI: MEMBRI COMITATO ESECUTIVO dell&#8217;OLP, e Fateh Comitato Centrale. 
DA DR. Saeb Erakat 
Oggetto: Ordini Militari israeliani Rivolto a espulsione palestinesi dalla Cisgiordania
Data: 14 aprile 2010 
Lo scopo di questa nota è fornire consulenza sulle implicazioni dei due nuovi ordini militari israeliane in materia di prevenzione delle infiltrazioni (Emendamento n. 2) e Disposizioni in materia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>AI: MEMBRI COMITATO ESECUTIVO dell&#8217;OLP, e Fateh Comitato Centrale. </p>
<p>DA DR. Saeb Erakat </p>
<h5>Oggetto: Ordini Militari israeliani Rivolto a espulsione palestinesi dalla Cisgiordania</h5>
<p>Data: 14 aprile 2010 </p>
<p>Lo scopo di questa nota è fornire consulenza sulle implicazioni dei due nuovi ordini militari israeliane in materia di prevenzione delle infiltrazioni (Emendamento n. 2) e Disposizioni in materia di sicurezza (Emendamento n. 112), entrato in vigore il 13 aprile 2010.<br />
<span id="more-2168"></span></p>
<h5>I. la questione</h5>
<p>Ordinanza n. 1650 in materia di prevenzione di infiltrazioni  Ordine No. 1649 e con riferimento alle disposizioni di sicurezza sono stati rilasciati nel mese di ottobre 2009 come emendamenti a un ordine militari del 1969 che ha dichiarato come &#8220;infiltrati&#8221; provenienti da Giordania, Siria, Egitto e Libano (i cosiddetti &#8220;stati nemici &#8220;al momento del rilascio del provvedimento), punito con la reclusione e l&#8217;espulsione. </p>
<h5>I nuovi ordini di ri-definire un &#8220;infiltrato&#8221; in termini così generici che praticamente ogni persona attualmente presenti in Cisgiordania possono potenzialmente rientrare in tale definizione e quindi incorrere in responsabilità penale e / o essere soggetti a deportazione.</h5>
<p>Un &#8220;infiltrato&#8221; sotto i nuovi ordini è definito come &#8220;una persona che è entrato illegalmente nella in Cisgiordania&#8221; o &#8220;una persona che è presente nella zona e non è legalmente in possesso di un permesso&#8221;. La zona  si riferisce alla Cisgiordania occupata. </p>
<h5>Ai sensi Ordine Militare No. 1650, ogni persona che è entrato illegalmente nella zona deve essere condannato a sette anni di reclusione, mentre una persona che è entrata regolarmente nella zona, ma non in&#8221;possesso di un permesso&#8221; è condannato a tre anni di reclusione.</h5>
<p>Inoltre, ed indipendentemente dal fatto che &#8220;l’infiltrato&#8221;, è accusata di un reato ai sensi del decreto o meno, il comandante militare può ordinare l&#8217;espulsione della persona dalla Cisgiordania, il rilascio del provvedimento di espulsione deve essere considerato come un ordine di arresto e servire come la &#8220;fonte giuridica per il fermo  in custodia dell’infiltrato in attesa di sua espulsione&#8221;. L&#8217;espulsione può essere eseguita 72 ore dopo l&#8217;ordine ed in alcuni casi anche prima. </p>
<h5>Come conseguenza, l&#8217;espansione e l&#8217;ambiguità della nuova definizione di &#8220;infiltrato&#8221;, l&#8217;Ordine va oltre le persone provenienti dai cosiddetti &#8220;stati nemici&#8221;, come accadeva in precedenza, ma ora può essere applicata a qualsiasi palestinesi, nato in Cisgiordania o che legittimamente si  è trasferito ad essa, per esempio, da Gaza o dall&#8217;estero.</h5>
<p>I nuovi ordini militari stabiliscono che ogni persona, senza un documento o permesso &#8221; si presume di essere un infiltrato&#8221;. Secondo l&#8217;Ordinanza 1650, il permesso è un documento rilasciato dal comandante militare, o una persona da lui designata in conformità alle normative di sicurezza, o dalle autorità israeliane all&#8217;ingresso in Israele legge, 5.712-1952. </p>
<h5>II. Le persone affette dalle nuovi ordini militari</h5>
<p>La vaghezza della definizione delle nuovi ordini militari, permette a Israele di applicarli a tutte le persone attualmente presenti in Cisgiordania, a prescindere dal loro status, l&#8217;identità o nazionalità, e che ogni persona presente nella West Bank avrà bisogno di un permesso da parte delle Le autorità israeliane per evitare di essere imprigionato o deportato. Tuttavia, la precedente prassi israeliana con il regimi di autorizzazione (ad esempio la dichiarazione della zona compresa tra la Linea verde e il muro come le zone militari chiuse che richiedono un permesso) suggeriscono che Israele rilascia un permesso generale per i coloni israeliani, ma richiede l’autorizzazioni individuali per i palestinesi. </p>
<p>Nonostante ciò, i gruppi più vulnerabili che possono essere interessati dai nuovi ordini sono: </p>
<h5>1. Migliaia di persone che non hanno uno status formale nei Territori Occupati. Questi sono individui che sono entrati molti anni fa nei TOP per il ricongiungimento familiare, motivi umanitari o per altri fini, che giustificano a lungo il termine  di &#8220;visitatore&#8221; a loro concesso dall’Autorità nazionale palestinese in conformità con i termini restrittivi dell&#8217;accordo interinale. Molti di loro hanno presentato domanda di residenza, ma sono stati &#8220;congelati&#8221;, non trattati o respinta da Israele.</h5>
<p>    2. Migliaia di palestinesi ufficialmente registrati come residenti di Gaza, e che si sono spostato nel 1967 in Cisgiordania e / o loro discendenti (un permesso non è mai stato richiesto di trasferire all&#8217;interno di queste parti della TOP in passato). </p>
<h5>In conclusione,  l’applicazione di nuovi ordini militari, in quanto attuale, tutti i palestinesi in Cisgiordania sono sotto crescente minaccia della deportazione. Tuttavia, in una prima fase, è più probabile che migliaia di persone appartenenti ai due gruppi sopra citati, possono essere soggetti a pena detentiva o l’espulsione immediata dalla Cisgiordania a discrezione del commando militare israeliano. </p>
<p>III. Analisi giuridica<br />
 Nel giugno 1967, l&#8217;esercito israeliano ha preso il controllo della TOP. Da allora Israele ha mantenuto ed attuato il controllo effettivo ed efficace sul TOP e la popolazione indigena palestinese. Così, Israele si occupa militarmente i TOP come una questione di diritto. Questa è stata la posizione delle Nazioni Unite (ONU) del Consiglio di Sicurezza, l&#8217;Assemblea generale dell&#8217;ONU, la Corte Internazionale di Giustizia (CIG) e il Comitato internazionale della Croce Rossa. Che lo status della Cisgiordania, inclusa Gerusalemme est, e la Striscia di Gaza rimane quello di un territorio occupato secondo il diritto internazionale, nonostante l&#8217;applicazione degli accordi provvisori.</h5>
<p>Come occupante, le competenze e i poteri di Israele e sono regolate dalla legge internazionale, in particolare del diritto internazionale umanitario, compresa la Quarta Convenzione di Ginevra, e dei diritti umani. </p>
<h5>I nuovi ordini militari israeliane consentendo la deportazione delle persone protette costituirebbe una violazione dell&#8217;articolo 49 della Quarta Convenzione di Ginevra, che vieta qualsiasi tipo di trasferimento forzato o la deportazione delle persone protette (civili) dal territorio occupato. La deportazione dei palestinesi dalla loro terra indigena dalla potenza occupante costituirebbe anche una chiara violazione del principio di autodeterminazione nel quadro del diritto internazionale generale.</h5>
<p>Gli ordini militari prendendo di, mira coniuge e  figli dei palestinesi, è anche una chiara violazione del diritto di famiglia, diritto internazionale dei diritti umani e del diritto umanitario internazionale, compreso l&#8217;articolo 46 del Regolamento dell&#8217;Aja concernente le leggi e gli usi della guerra terrestre del 1907 stabilendo che &#8220;Famiglia e diritti onore .. devono essere &#8220;rispettati. </p>
<h5>Infine, trattando la Cisgiordania e la Striscia di Gaza come due soggetti giuridici distinti, i nuovi ordini militari, commettendo una altra chiara violazione degli accordi interinali conclusi tra l&#8217;Olp e Israele, che prevedono  la Striscia di Gaza e la Cisgiordania sono considerati una unica unità territoriale [1]. Inoltre, gli ordini  violano l&#8217;articolo 28 del protocollo relativo agli Affari civili, l&#8217;allegato III dell&#8217;accordo interinale del 1995, che concede all&#8217;Anp autorità e potere, tra l&#8217;altro, di rilasciare carte di identità e  permessi ai palestinesi visitatori.</h5>
<p>Per concludere, i contenuti dei nuovi ordini militari sono in flagrante violazione dei diritti umani fondamentali, delle norme fondamentali del diritto internazionale umanitario, il diritto di autodeterminazione e dei precedenti accordi firmati tra l&#8217;OLP e Israele.</p>
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		<title>&#8220;Lo Stato più democratico del Medio Oriente&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Apr 2010 18:09:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;atomica? Non si discute
Come sulle colonie, Tel Aviv non vuole negoziare sulle sue testate Il premier Netanyahu declina l&#8217;invito di Obama al vertice di Washington
di Michele Giorgio
Benyamin Netanyahu non ci sarà. Il premier israeliano ieri ha fatto sapere che il 12 e 13 aprile non prenderà parte al vertice per la sicurezza nucleare organizzato a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>L&#8217;atomica? Non si discute</h3>
<h4>Come sulle colonie, Tel Aviv non vuole negoziare sulle sue testate Il premier Netanyahu declina l&#8217;invito di Obama al vertice di Washington</h4>
<h5>di Michele Giorgio</h5>
<p>Benyamin Netanyahu non ci sarà. Il premier israeliano ieri ha fatto sapere che il 12 e 13 aprile non prenderà parte al vertice per la sicurezza nucleare organizzato a Washington dal presidente Barack Obama. Con questa improvvisa «exit strategy», il premier israeliano riuscirà a sottrarsi al tentativo di Turchia ed Egitto di mettere al centro della discussione anche la questione dell&#8217;arsenale atomico israeliano e il rifiuto di Tel Aviv di firmare il Trattato di non proliferazione nucleare (Tnp).<span id="more-2150"></span><br />
Israele punta l&#8217;indice contro il programma atomico di Tehran ma tace sugli ordigni nucleari &#8211; tra 250 e 500, secondo le stime di GlobalSecurity.org &#8211; che si trovano nelle sue basi segrete. Sono 189 i paesi che aderiscono al Tnp e fra questi vi sono tutti i paesi arabi. Lo Stato ebraico non ha mai confermato né smentito di possedere bombe atomiche, limitandosi a dichiarare che non sarà il primo paese a usare queste armi nella regione. L&#8217;adesione al Tnp comporterebbe ispezioni internazionali nei siti nucleari ma Israele, grazie alla copertura ricevuta dagli Stati Uniti e dai principali paesi europei, ha potuto non firmare rimanendo da decenni l&#8217;unica potenza nucleare nel Medio Oriente.<br />
Netanyahu a Washington si farà rappresentare dal vicepremier e ministro per le questioni strategiche Dan Meridor, dal consigliere per la sicurezza nazionale Uzi Arad e dal direttore generale della commissione per l&#8217;energia atomica Shaul Chorev. Una partecipazione sottotono che Washington ha ugualmente definito «robusta», per evitare ulteriori polemiche con Tel Aviv. «Ovviamente ci sarebbe piaciuto avere il primo ministro, tuttavia il suo vice guiderà una delegazione israeliana che sarà robusta» ha spiegato il consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, il generale Jim Jones, aggiungendo che le relazioni tra gli Stati Uniti e Israele sono «strette, buone e continue». Per spiegare il passo indietro di Netanyahu, il quotidiano Israel ha-Yom ieri ha scritto che il premier era molto interessato a discutere della minaccia del cosiddetto «terrorismo nucleare». La sua presenza al summit avrebbe però potuto favorire pressioni di quei paesi che da tempo chiedono che le installazioni atomiche israeliane vengano finalmente sottoposte a controlli internazionali, non solo per ragioni politiche ma anche per tutelare i milioni di civili arabi nella regione. In un primo momento gli americani avevano garantito a Netanyahu che una eventualità del genere non si sarebbe concretizzata ma giovedì Uzi Arad ha appreso &#8211; si sussurra da proprio fonti Usa &#8211; che Egitto e Turchia al vertice vorrebbero discutere anche del nucleare israeliano. Dalla parte di Netanyahu si sono subito schierati i repubblicani americani. Liz Cheney, la figlia dell&#8217;ex vicepresidente Dick Cheney, ha accusato Obama «di voler indebolire i legami con Israele» e ha definito giusta la decisione del primo ministro israeliano di annullare la visita a Washington, dove peraltro Netanyahu, dietro le quinte del summit avrebbe anche dovuto cominciare a dare qualche risposta sul futuro della politica di colonizzazione ebraica portata avanti dal suo governo nel settore palestinese (Est) di Gerusalemme.<br />
Politica che non conosce soste. La tensione è tornata a salire a Gerusalemme est dopo che qualche giorno fa un gruppo di coloni israeliani ha presentato in tribunale la richiesta di sfratto per altre due famiglie palestinesi del quartiere arabo di Sheikh Jarrah. Un&#8217;iniziativa che rientra in un più vasto piano per la demolizione delle case palestinesi in quella zona, da sostituire con 200 abitazioni per coloni.<br />
«Questo è il modus operandi dei coloni &#8211; ha denunciato il pacifista israeliano Avner Inbar &#8211; prima piazzano degli estremisti nel cuore di un quartiere palestinese che minacciano i residenti, poi si rivolgono ai tribunali e chiedono di sfrattare i palestinesi con il pretesto che disturbano e intimoriscono i vicini ebrei». Ieri centinaia di attivisti palestinesi, israeliani e stranieri hanno manifestato a Sheikh Jarrah contro i coloni, tra di essi anche lo scrittore David Grossman e l&#8217;ex presidente della Knesset Avraham Burg. La polizia ha arrestato quattro manifestanti.</p>
<h4>da <a href="http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20100410/pagina/08/pezzo/275810/">il Manifesto del 10 aprile 2010</a></h4>
<h3>Israele sottrae le imposte all&#8217;Autorità Nazionale Palestinese</h3>
<p>Alcuni media israeliani hanno rivelato che il governo ha sottratto milioni di shekel dalle tasse versate in Cisgiordania, i quali invece dovevano andare all&#8217;ANP.<br />
&#8220;Haaretz&#8221; riferisce che il consigliere legale del governo israeliano ha disposto che questi provvedimenti siano bloccati e che venga studiato il modo di risarcire l&#8217;amministrazione civile palestinese per tutti questi anni, destinando perciò queste somme ai palestinesi della Cisgiordania. Il quotidiano israeliano aggiunge che contravvenendo agli accordi e alle leggi internazionali, da ben quindici anni, il governo israeliano non destina alla Cisgiordania le risorse esatte dall&#8217;amministrazione civile palestinese nella Cisgiordania stessa dalle imposte di produzione e da altre imposte sulle attività economiche. Si stima che le somme sottratte in questo modo in un solo anno ammontino a circa 80 milioni di shekel. Israele, fino agli &#8220;accordi di Oslo&#8221;, trasferiva queste somme nelle casse dell&#8217;amministrazione civile, che le utilizzava per finanziare i suoi &#8220;apparati di sicurezza&#8221;, ma dopo quegli &#8220;accordi&#8221; l&#8217;amministrazione civile palestinese in Cisgiordania ha rinunciato a quei fondi, che invece sono stati trasferiti alle casse pubbliche israeliane. Ma il diritto internazionale vieta ad uno Stato occupante di trasferire alle sue casse i frutti delle attività economiche che si svolgono in aree sotto occupazione. Il ministero delle Finanze israeliano si oppone a che queste risorse vengano trasferite all&#8217;amministrazione civile palestinese in Cisgiordania, asserendo che per i &#8220;territori occupati&#8221;, nei passati quindici anni, Israele ha speso il doppio delle somme raccolte dalle tasse lì raccolte.</p>
<h4>da <a href="http://www.forumpalestina.org/news/2010/Aprile10/09-04-10IsraeleSottraeImposte.htm">Forum Palestina del 9 aprile 2010</a></h4>
<h3>Ministro israeliano minaccia i palestinesi di tagliargli l&#8217;acqua</h3>
<p>Il ministro israeliano delle infrastrutture Uzi Landau ha minacciato ritorsioni nelle forniture d’acqua ai palestinesi in Cisgiordania accusandoli di inquinare i fiumi e le falde sotterranee (che scendono verso Israele) scaricandovi acque reflue non trattate. Secondo i dati del ministero, solo il 5% delle acque reflue palestinesi della regione viene trattato, contro il 70% delle acque reflue degli insediamenti ebraici. &#8221;I palestinesi devono assumersi le loro responsabilità e collegarsi agli impianti di depurazione”, ha detto Landau alla radio Galei Tzahal.</p>
<h4>da <a href="http://www.forumpalestina.org/news/2010/Aprile10/08-04-10MinistroIsraeliano.htm">Forum Palestina dell&#8217;8 aprile 2010</a></h4>
<h3>Strasburgo accoglie ricorso di mercenario israeliano contro estradizione in Colombia</h3>
<p>Un mercenario israeliano, accusato dalla Colombia di aver addestrato squadre paramilitari negli anni Ottanta, ha vinto l&#8217;appello alla Corte Europea dei Diritti dell&#8217;Uomo di Strasburgo contro l&#8217;estradizione dalla Russia. Gal Yair Klein è stato processato in contumacia nel 2001 per aver addestrato gli &#8220;squadroni della morte&#8221; usati da Gonzalo Rodriguez Gacha e Pablo Escobar, leader del cartello di Medellin. Tra il 1999 e il 2000, Yair Klein ha scontato anche sedici mesi di reclusione in Sierra Leone per aver contrabbandato armi alla guerriglia del Revolutionary United Front (Ruf).</p>
<p>Klein è stato arrestato nel 2007 in Russia sulla base di un mandato di cattura dell&#8217;Interpol, ma ha presentato ricorso contro l&#8217;estradizione in Colombia, sostenendo di essere a rischio di maltrattamenti nella detenzione. La Corte ha accolto la tesi difensiva di Klein, soprattutto in riferimento alle dichiarazioni minacciose rilasciate dopo il suo arresto dal vicepresidente colombiano, Humberto De la Calle Lombana. I giudici di Strasburgo hanno aggiunto inoltre che la situazione complessiva dei diritti umani in Colombia è tutt&#8217;altro che positiva.</p>
<h4>da <a href="http://www.forumpalestina.org/news/2010/Aprile10/02-04-10StrasburgoColombia.htm">Forum Palestina del 2 aprile 2010</a></h4>
<h3>Tensione per il blocco imposto dagli israeliani su tutti i Territori Palestinesi</h3>
<p>È grande la frustrazione degli abitanti dei Territori Palestinesi Occupati, soprattutto cristiani, ma anche musulmani, sottoposti in questo periodo pasquale &#8211; come spesso accade durante le festività religiose &#8211; a rafforzate limitazioni di circolazione e a divieti d’ingresso verso i luoghi sacri di Terra Santa imposti da Israele. “Circa 15.000 cristiani vorrebbero venire in questi giorni a Gerusalemme dai Territori palestinesi, ma il governo israeliano ha concesso solo poche centinaia di permessi” riferisce alla MISNA Yusef Daher, direttore del ‘Jerusalem Inter-Church Center’, turbato dai nuovi provvedimenti limitativi imposti da Tel Aviv in questa settimana, che per motivi di calendario coincide quest’anno con la Pasqua ebraica. “Dal 15 Marzo fino a pochi giorni fa – precisa Daher, un laico della comunità greco-cattolica – i rappresentanti delle comunità ortodosse arabe e di altre comunità cristiane hanno negoziato con il governo israeliano, chiedendo la libertà di poter raggiungere i luoghi di culto, ma non è servito a nulla, non siamo stati ascoltati”. Per molti fedeli cristiani non sarà quindi possibile partecipare a momenti importanti di comunione, ma le restrizioni colpiscono anche la comunità musulmana, che nei territori israeliani deve recarsi per lavoro o altri motivi; è stato anche ridotto l’accesso alla Moschea di Al-Aqsa, luogo sacro per eccellenza della comunità islamica locale. “Anche i cittadini provvisti di regolari permessi avranno dei problemi” fa eco, da Ginevra, Michel Nseir, incaricato delle questione mediorientali per il Consiglio ecumenico delle Chiese (Cec/Wcc), unendo la sua voce a chi chiede già la libera circolazione durante il periodo di Pasqua. Domenica scorsa (Domenica delle Palme), riferisce Nseir alla MISNA, l’organizzazione cattolica ‘Holy land Trust’ ha guidato un gruppo di dimostranti, cristiani e musulmani che, sfidando le forze di sicurezza israeliane, hanno superato per una breve distanza un check-point verso Gerusalemme, cogliendo alla sprovvista i soldati di Tel Aviv, troppo poco numerosi per fermare il gruppo composto da un centinaio di persone. I dimostranti si sono poi fermati, obbedendo alle ingiunzioni delle guardie che nei momenti successivi hanno chiuso totalmente il posto di blocco, procedendo inoltre al fermo di diverse persone. “I cristiani chiedono ai capi delle loro rispettive Chiese di non stare alle regole dei ‘permessi’ imposti dagli israeliani perché, dicono, viola il diritto internazionale” continua Nseir. Da Gerusalemme, Yusef Daher rivolge un messaggio ben più determinato: “Le condanne della comunità internazionale non bastano: servono fatti. Il mondo deve considerare il governo israeliano alla pari di qualsiasi altro governo, che può essere processato, sanzionato per le sue azioni” dice ancora alla MISNA. Dagli Stati Uniti, il Consiglio nazionale delle Chiese (Ncc) ha ufficialmente chiesto a Tel Aviv di “consentire l’accesso ai cristiani palestinesi” desiderosi di recarsi nei luoghi di culto durante la Settimana Santa. “Spero che il governo d’Israele riconoscerà che è inaccettabile per i cristiani vedersi negato il diritto di pregare a Gerusalemme, in particolare di quelli che hanno radici nella regione risalgono sin dai tempi di Cristo” ha scritto il reverendo Michael Kinnamon, segretario generale del Ncc, chiedendo l’immediata apertura dei passaggi dai territori palestinesi. Due capi religiosi ebraici, i rabbini Steve Gutow e David Saperstein, hanno fatto eco all’appello del Ncc.</p>
<h4>da <a href="http://www.forumpalestina.org/news/2010/Aprile10/01-04-10TensioneTerritori.htm">Forum Palestina dell&#8217;1 aprile 2010</a></h4>
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		<title>Una mortale eredità lasciata da Israele si aggira ancora di soppiatto in Libano</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Apr 2010 18:02:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>
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		<description><![CDATA[di Natacha Yazbeck
da Uruknet.info
Tyro, Libano (AFP, Agence France Presse) – Dopo quasi quattro anni da quando Israele, durante la sua guerra devastante con Hezbollah,  ha cosparso il Sud del Libano di mine, con grande difficoltà si riesce a far parlare il ragazzetto Mohammed al-Hajj Mussa del giorno in cui ha perso le sue gambe.
L’11 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h5>di Natacha Yazbeck<br />
da <a href="http://www.uruknet.info?p=64776">Uruknet.info</a></h5>
<p>Tyro, Libano (AFP, Agence France Presse) – Dopo quasi quattro anni da quando Israele, durante la sua guerra devastante con Hezbollah,  ha cosparso il Sud del Libano di mine, con grande difficoltà si riesce a far parlare il ragazzetto Mohammed al-Hajj Mussa del giorno in cui ha perso le sue gambe.<span id="more-2157"></span></p>
<p>L’11 agosto 2006, il magro ragazzo dai capelli neri era a cavallo di una motocicletta, dietro a suo padre, per consegnare del cibo ad una città vicina gravemente colpita nei raid israeliani, quando una bomba a grappolo andò a finire sotto uno dei copertoni.</p>
<p>“Più tardi mi venne detto che, circa quattro ore dopo l’esplosione, mi avevano trovato in un torrente,” ha raccontato ad AFP Mohammed, ora 15-enne, nella sua casa deteriorata all’interno del campo profughi palestinese di Al-Bass situato nella città costiera di Tyro, nel sud del Libano.</p>
<p>“Ripresi i sensi quando mi tirarono fuori dall’acqua e me ne resi conto. Potevo vedere le mie gambe che si erano rotte.”</p>
<p>La notte stessa, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite all’unanimità approvò la Risoluzione 1701 che richiedeva la fine delle ostilità e tre giorni dopo la guerra che era durata un mese  cessò.</p>
<p>Ma Israele lasciò un’eredità mortale: la Nazioni Unite stimano che nella battaglia estiva gli aerei israeliani abbiano sganciato nel sud del Libano più di 4 milioni di bombe a grappolo.</p>
<p>Le Nazioni Unite affermano che il 90 % delle bombe venne fatta cadere dopo che la Risoluzione 1701 era già stata approvata, nelle ultime 72 ore prima del cessate il fuoco.</p>
<p>Circa il 40 % delle munizioni non esplose nell’impatto, tanto da trasformarle di fatto in mine anti-uomo.</p>
<p>Secondo l’esercito libanese ed i dati delle Nazioni Unite,  queste munizioni, a partire dal 2006, hanno ucciso 46 civili e ne hanno mutilati più di 300.</p>
<p>La maggior parte delle vittime è data da genieri, da agricoltori e da bambini ignari, che hanno fatto l’errore di scambiare quegli oggetti luccicanti per giochi.</p>
<p>Il 4 di Aprile si celebra la Giornata Internazionale per la Consapevolezza delle Mine e l’Assistenza  per gli Effetti delle Mine e degli attivisti hanno in progetto di piantare in Libano alberi nei campi ripuliti dalle mine.</p>
<p>Ma con la nuova crisi umanitaria che attraversa il mondo e la svolta negativa dell’economia globale, l’aspettativa per le vittime delle mine nel sottile paese mediterraneo è in calo per il prosciugarsi dei finanziamenti.</p>
<p>Vittime quali Mohammed sono in lista d’attesa per protesi ortopediche, mentre le attività di sminamento sono rallentate in quanto l’esercito e le organizzazioni internazionali sono costrette a ridurre la manodopera.</p>
<p>“Stiamo affrontando una grave carenza di finanziamenti,” ha dichiarato il Colonnello Rolly Fares, che dirige il programma di assistenza alle vittime delle mine.</p>
<p>Sin dalla fine della guerra del 2006, sono state disinnescate più di 197.000 bombe a grappolo, ha affermato Fares, ma centinaia di migliaia costituiscono tuttora una minaccia per la gente del sud del Libano.</p>
<p>“Abbiamo bonificato circa il 52 % di un’area interessata estesa 45 chilometri quadrati, ma – ha detto &#8211; per la scarsità di denaro abbiamo un minor numero di squadre di sminamento”.</p>
<p>&#8211;“Sono terrorizzati dall’idea di un’altra guerra” – ha dichiarato Maha Shuman Jebahi, dell’Associazione Libanese  di Assistenza agli Handicappati, la mancanza di finanziamenti ha comportato che un numero molto grande di vittime è rimasto in attesa di arti ortopedici.</p>
<p>“Come si fa a dire loro,” continua. “Che noi possiamo fornire assistenza psicologica, ma non siamo in grado di dare loro una gamba?”</p>
<p>Ma Mohammed , che è oltretutto profugo palestinese, si rifiuta di appuntare con uno spillo le sue speranze di avere un nuovo paio di gambe. Egli ritiene che in quel modo sia più facile farcela.</p>
<p>E’ stato curato per le sue ferite in Germania e in Malesia, ma ora, ritornato in Libano, l’adolescente in fase di sviluppo sta lottando per ottenere arti ortopedici adeguati.</p>
<p>“Questi non vanno bene,” ha asserito, indicando un paio di gambe artificiali appoggiate ad un angolo, con i jeans drappeggiati attorno le caviglie e scarpe da ginnastica ad entrambi i piedi. “ Fanno male e cominciano a rompersi.</p>
<p>“Non sono le gambe che voglio,” ha aggiunto. “Tutto ciò che voglio è una vita, un’ istruzione, una ragazza.”</p>
<p>Khaled Yamout, che dirige il programma di intervento riguardante le mine nel terreno per conto dell’Aiuto del Popolo Norvegese, ha detto che la sua organizzazione ha subito quest’anno una decurtazione del suo stanziamento del 25 %  ed un taglio del 50 % per il prossimo anno.</p>
<p>“Il solo governo libanese non è in grado di provvedere a garantire la sicurezza del terreno per i civili,” ha dichiarato Yamout all’AFP. “Il peso è oltre ogni dubbio enorme.”</p>
<p>L’utilizzo delle bombe a grappolo in Libano da parte di Israele, risale a decenni addietro. Secondo lo Human Rights Watch (HRW), Israele ha usato tali munizioni durante la guerra civile del Libano (1975 – 1990) e poi ancora  nel 2006.</p>
<p>Anche gli Stati Uniti, secondo lo HRW, nel 1983 sganciarono queste bombe mortali sull’esercito siriano di stanza vicino a Beirut.</p>
<p>Sebbene lo scorso anno lo stato ebraico abbia fornito le mappe sull’ubicazione delle bombe a grappolo e delle mine nel terreno, l’esercito libanese ha dichiarato che tali mappe sono imperfette ed incomplete.</p>
<p>Il mese scorso, in un’importante iniziativa, le Nazioni Unite hanno comunicato che un nuovo paese, il 30°, ha sottoscritto la convenzione internazionale sul bando delle bombe a grappolo, preparando così la strada per il documento che entrerà in vigore  il 1° di agosto.</p>
<p>Gli Stati Uniti e Israele non sono tra i firmatari.</p>
<p>Ma per la gente del sud del Libano, la convenzione è in ritardo di anni ed offre poche speranze a chi vive nella paura che una nuova guerra stia aleggiando, minacciando nuove devastazioni.</p>
<p>Oggi il contadino settantenne Ibrahim Ramadan può fissare con lo sguardo la sua terra solo da lontano. I gruppi di assistenza lo hanno avvertito che è ancora disseminata di mine; egli teme per la sicurezza dei suoi nipoti e preferisce tenerli dentro, in casa.</p>
<p>Nella sua casa, nella ventosa città meridionale di Ghanduriyeh, bersagliata in malo modo durante la guerra del 2006, Ramadan ha confessato ad AFP: “Nessuno osa ora toccare questa terra, i campi sui quali noi ed i nostri antenati prima di noi, abbiamo coltivato ulivi, tabacco e frumento.”</p>
<p>Oggi, egli dice, le tensioni sono nuovamente elevate e la gente della sua città si sta preparando per un&#8217;altra fase di violenza.</p>
<p>“La popolazione è spaventata,” sostiene.” E’ atterrita del doversi avventurare entro i loro stessi campi.</p>
<p>“E’ terrorizzata dalla paura di un’altra guerra.”</p>
<h4>tradotto da Mariano Mingarelli &#8211; <a href="http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=1870:notizie-dal-libano-la-mortale-eredita-lasciata-da-israele&amp;catid=26:dal-medio-oriente&amp;Itemid=76">Associazione Amicizia Italo &#8211; Palestinese</a></h4>
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		<title>Un razzismo che esula dal linguaggio: l’Apartheid di Israele</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Apr 2010 09:38:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Saree Makdisi*
Sebbene l’Apartheid del Sud Africa può rappresentare il precedente storico più vicino al sistema Israele-Palestina, scrive Saree Makdisi, il trattamento che lo stato israeliano somministra al popolo palestinese sotto molti aspetti eclissa le sofferenze imposte dal governo dell’apartheid del Sud Africa alla popolazione “non bianca”. Sebbene i suoi sostenitori a livello mondiale si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h5>di Saree Makdisi*</h5>
<p><em>Sebbene l’Apartheid del Sud Africa può rappresentare il precedente storico più vicino al sistema Israele-Palestina, scrive Saree Makdisi, il trattamento che lo stato israeliano somministra al popolo palestinese sotto molti aspetti eclissa le sofferenze imposte dal governo dell’apartheid del Sud Africa alla popolazione “non bianca”. Sebbene i suoi sostenitori a livello mondiale si rifiutino di ammettere che Israele perpetri ogni  forma di sistematico razzismo, Makdisi mette in rilievo che il razzismo del paese è ‘messo in pratica nella condotta  piuttosto che nel linguaggio’ ed il trattare i palestinesi semplicemente non come inferiori, ma addirittura come subumani, ha messo radici profonde.</em><span id="more-2110"></span><br />
Tra i momenti salienti  dei mio viaggio recente in Sud Africa c’è stato un giro al Museo dell’Apartheid di Johannesburg e nel centro del sobborgo di Fordsie con i miei intimi amici Hanif e Salim Valley (che vi sono cresciuti durante gli anni dell’apartheid – un’esperienza che portò entrambi ad impegnarsi nella causa della giustizia), così come una camminata attraverso i paraggi del sobborgo mezzo demolito di Fietas.<br />
Come Sophiatown, a Johannesburg e il Distretto Sei di Città del Capo, Fietas negli anni ’70 venne liberata in gran parte della sua popolazione “non-bianca” ( alcuni dei suoi precedenti abitanti furono trasferiti di forza a Lenasia, altri all’Eldorado Park) e poi sistematicamente demolita. I suoi inquietanti spazi aperti con l’erba cresciuta oggi appaiono come  aridi ricordi  del passato violento della città, a ricordare che in determinate circostanze la progettazione  della città, la pianificazione e la zonizzazione nell’immediato sono attività violente. Malgrado il suo aspetto apparentemente inoffensivo, la burocrazia può essere devastante come una bomba. Ciò che era avvenuto a Fietas sta sicuramente ad attestarlo: intere famiglie furono costrette ad andarsene, un sobborgo venne fatto a pezzi, case furono polverizzate dai bulldozer che manifestavano materialmente una nozione razzista della burocrazia per ciò che riguardava la distribuzione appropriata della gente e delle identità etniche in spazi sociali. La logica della divisione per razze è di per sé violenta; spaventosa come può apparire la sua attuazione, il crimine effettivo sta nella logica stessa.</p>
<p>La violenza della burocrazia e della logica razzista è ovviamente uno dei temi centrali nel Museo dell’Apartheid. Di tutte le prove, quella che io ritenni essere la più impressionante fu probabilmente una delle più inconsistenti dal punto di vista visivo: un elenco, che decorava una parete, delle diverse leggi e dei regolamenti che costituivano il sistema sudafricano dell’apartheid. Quella parete, e diverse altre prove, mi fecero capire realmente la portata della forza della quale l’apartheid del Sud Africa aveva fatto continuamente mostra di sé nel campo della parola e in quello delle immagini, tramite un’infinità di cartelli, insegne, parole, leggi, nomi, classificazioni &#8211; una serie senza fine di binomi concepiti attorno a quello definitivo “bianchi/mai bianchi”. Uno degli aspetti più convincenti riguardanti l’apartheid africano consiste nel fatto che non fu assolutamente un sistema logico invisibile o impenetrabile o anonimo, esso osò avere un nome vero e proprio. Dopo tutto, insistette nel richiamare l’attenzione su di sé con il suo sistema di inequivocabili cartelli, etichette ed evidenziatori – su ogni autobus, all’ingresso di ogni bagno.</p>
<p>Naturalmente non ebbi la possibilità di considerare l’apartheid sudafricano senza valutare la sua importanza per la comprensione dell’odierna situazione in Israele-Palestina. Per chiunque è andato in Palestina, l’area desolata di Fietas sulla quale cresce l’erba appare familiare per una buona ragione: ha il suo equivalente in ogni rovina coperta d’erba di ciascuna delle centinaia di città e di villaggi in Palestina la cui gente, nel 1948; venne trascinata fuori dalle loro case a causa di una logica razziale che stabiliva che essi non potessero vivere in uno spazio destinato presumibilmente (da Dio e dalle Nazioni Unite) ad un altro popolo; come pure in ogni  area desolata di Gaza, scompigliata dal vento, dove molte di quelle case degli stessi profughi erano state demolite una volta ancora dai bulldozer dell’esercito israeliano per sgomberare la visuale e fare spazio per zone di fuoco aperto; ed anche in ogni angolo della Gerusalemme Est occupata, dove bulldozer israeliani avevano demolito case di famiglie palestinesi, deliberatamente e con metodo, nel vano tentativo di conservare il rapporto tra ebrei e non ebrei per ciò che riguarda la popolazione della città (di 72 contro 28 se si è interessati agli squallidi particolari), che era stato stabilito negli anni ’70 dai pianificatori della città – che fino ad ora è stato mantenuto negando ai palestinesi residenti della città il permesso di costruire, demolendo con il bulldozer le loro case nel caso in cui loro avessero costruito ugualmente,  privandoli del loro status di residenti ed espellendoli dalla città tutte le volte che è stato possibile. Dal 2003 soltanto, 2.162 palestinesi gerosolimitani hanno subito questo destino, in quanto espulsi nei sobborghi della West Bank e privati del loro diritto a ritornare nella città ove erano nati, mentre ebrei provenienti dalla Moldovia, da Londra, da Melbourne e da Brooklyn, che mai prima d’allora avevano posto i loro occhi su Gerusalemme, occupavano il loro posto.</p>
<p>E’ divenuto un luogo comune usare casualmente il termine di apartheid per fare riferimento alle forme di discriminazione che Israele conserva nei Territori Occupati: due diverse reti per i trasporti, due diversi sistemi abitativi, due diversi complessi educativi, e perfino due diversi sistemi legali e amministrativi per i due popoli, l’ebraico e il non ebraico.</p>
<p>Tuttavia, esattamente la medesima logica discriminatoria è all’opera dalla parte opposta rispetto alle linee armistiziali del 1948 e del 1967, all’interno della stessa Israele. E nonostante la resistenza che si produce quando si applica il termine ai Territori Occupati, risulta praticamente impossibile impostare una conversazione razionale sul sistema dell’apartheid all’opera all’interno di una Israele pre-1967. Molti di coloro che sostengono Israele in Europa e in America, e perfino alcuni dei suoi critici liberali – uno che accetta il giudizio che il sistema di separazione che Israele ha imposto sui Territori Occupati abbia superato una determinata linea di demarcazione – respingono in modo categorico di approvare la possibilità che ci sia una qualche forma sistematica di razzismo nel sedicente stato ebraico. Per loro, la Risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 1975 che denunciava il Sionismo essere pari ad una forma di Razzismo – la sola risoluzione delle Nazioni Unite ad essere successivamente annullata – era essa stessa una pericolosa forma di razzismo.</p>
<p>Quando viene posta allo stesso livello di Israele allora, l’accusa di apartheid non produce alcuna contro-argomentazione avallata da  contro-evidenza, ma piuttosto muraglie di vere e proprie smentite dure, se non esplosioni indistinte di rabbia cieca, come se  la smentita o il mero furore   potessero impedire definitivamente la discussione. E’ un fatto sbalorditivo che, ad oggi, correnti politiche dominanti, giornalisti e normali cittadini negli Stati Uniti e ovunque, perfino nello stesso Sud Africa – ne ho avuta testimonianza io stesso mentre svolgevo le mie lezioni al Wits nel febbraio del 2010 – si rifiutino di impegnarsi nella discussione, sulla testimonianza e i fatti relativi a questa questione; si aggrappino testardamente ad una ripetizione, come fosse un mantra, di miti resi completamente inutilizzabili dall’eccessivo uso. “Il popolo ebraico sa che cosa vuol dire essere oppressi, subire delle discriminazioni, e perfino essere condannati a morte a causa della loro religione,” disse Nancy Pelosi, il portavoce della Camera dei Deputati degli Stati Uniti, in un debole tentativo di contestare la principale affermazione  contenuta nel libro del 2006 del Presidente Carter ‘Palestina: pace non apartheid’ ( il quale aveva addirittura escluso esplicitamente dalla sua analisi Israele all’interno dei suoi confini anteriori al 1967, limitandola ai soli Territori Occupati). “Essi sono stati leader nella lotta per i diritti umani negli Stati Uniti e ovunque nel mondo. E’ sbagliato insinuare che il popolo ebraico sosterrebbe un governo in Israele o da qualche altra parte che istituzionalizza l’oppressione su base etnica e respinge i democratici che avanzano accuse con vigore.” Un tale rifiuto ad annotare un argomento razionale, e di ripiegare su un piano equivalente alla superstizione – Gli ebrei sono degli esseri sovrumani,  incapaci di fare del male – non è limitato solo agli Stati Uniti. “ Se si bollerà Israele come stato di Apartheid, allora si attaccheranno anche…….i valori del Canada,” ha affermato il parlamentare canadese Peter Shurman in una sdegnata denuncia dell’annuale Israeli Apartheid Week degli universitari canadesi, che era stata condannata dal parlamento di Ottawa. “L’uso di espressioni quali ‘Israeli Apartheid Week’  si equivalgono approssimativamente a frasi di odio che si possono dire senza essere arrestati, ma non sono certo che ciò in realtà non oltrepassi tale  linea di demarcazione,” ha ribadito Shurman.</p>
<p>Né tali forme di smentite sono limitate ai politici. Qui, ad esempio, Roger Cohen, redattore agli esteri del The New York Times, è colui che, dapprima ha criticato la politica di Israele nei Territori Occupati, per scrivere poi, proprio l’altro giorno, sul Washington Post: “L’Israele di oggi e il Sud Africa di ieri non hanno quasi nulla in comune. Nel Sud Africa, la minoranza bianca della popolazione governò con durezza la maggioranza nera del popolo. Ai non-bianchi erano negati i diritti civili e, nel 1958, venne tolta loro perfino la cittadinanza. Al contrario, gli arabo-israeliani, circa un quinto della popolazione del paese, hanno gli stessi diritti civili e politici degli ebrei-israeliani. Arabi seggono alla Knesset e prestano servizio militare nell’esercito, sebbene la maggior parte sia esentata dalla leva. Qualsiasi cosa sia  – e ciò appare in modo sospetto equivalente ad una democrazia liberale – non può essere apartheid.”</p>
<p>Ho saputo da diverso tempo, naturalmente che, non importa quante volte giornalisti come Cohen ripetono l’affermazione che gli “arabo-israeliani” – cioè i cittadini palestinesi di Israele – hanno gli stessi diritti civili e politici degli ebrei-israeliani, quello semplicemente non è il caso. Una cieca recitazione può essere confortante, ma nei fatti non muta la realtà. Ciò che ho appreso dal mio viaggio nel Sud Africa è, ciononostante, che il parallelismo tra le due situazioni (Sud Africa da una parte e Israele con i Territori Occupati dall’altra) è molto più consistente di quanto venga pubblicamente ammesso negli interventi, sebbene esistano alcune notevoli differenze.</p>
<p>Una cosa che ho imparato nel mio viaggio è che ogni singola legge importante dell’Apartheid sudafricano che ho visto riportata sulla parete del Museo di Johannesburg ne ha una totalmente equivalente  nell’Israele di oggi.</p>
<p>Il famigerato Population Registration Act del 1950, che assegnò ad ogni sudafricano una identità razziale in base alla quale lui o lei aveva accesso (o era negato) ad una diversa serie di diritti, ha un diretto equivalente nelle leggi israeliane che assegnano ad ogni cittadino dello stato una distinta identità nazionale. Secondo la legge israeliana, non esiste nulla che stia a indicare la nazionalità israeliana. Come sentenziò la Corte Suprema negli anni ’70, “Non esiste una nazione israeliana distinta dal popolo ebraico.” In tal modo, i cittadini ebrei dello stato vengono classificati possedere “nazionalità ebraica”, ma i non-ebrei, anche se possono essere cittadini dello stato, non sono esplicitamente membri della “nazione” – ad esempio, per gli ebrei di tutto il mondo, che vogliano essere riconosciuti o no, lo stato di Israele afferma di essere il loro. Di conseguenza, l’identità nazionale dei cittadini palestinesi di Israele – che costituiscono il 20 % della popolazione reale piuttosto che solo  di quella teorica dello stato – è negata e cancellata ad ogni livello istituzionale. A differenza dei cittadini ebrei, ai quali è riconosciuto il possesso di una identità nazionale, la legge israeliana priva metodicamente i cittadini palestinesi della loro identità nazionale e li riduce ad una mera  espressione etnica, che rappresenta il motivo per cui è stato inventato il termine di “arabi-israeliani” per far riferimento a loro. (Tale termine non è stato mai utilizzato per indicare gli ebrei-arabi che compongono una parte considerevole della popolazione ebraica di Israele – gli effettivi arabo-israeliani – perché nel loro caso, ovviamente, Israele vuole cancellare la loro identità araba ed assimilarli in quanto ebrei, dal momento che nel caso dei cittadini palestinesi resta valido il contrario: essi non possono essere assimilati come ebrei, così viene messa in rilievo la loro indigesta arabicità).</p>
<p>Questo gioco di prestigio è molto difficile da scacciare. Ho avuto diversi diverbi infruttuosi con la redazione del Los Angeles Times sull’uso da parte del giornale del termine di “arabi-israeliani” per far riferimento ai cittadini palestinesi di Israele. Bene, non propriamente delle discussioni – Io sostengo, offro la prova di mostrare la formulazione artificiosa dure e fuorviante del termine e il punto fin dove i palestinesi all’interno di Israele lo rifiutano totalmente e  chiamano sé stessi palestinesi. ma gli editori del giornale alzano le loro spalle e dicono che la mia può essere una buona idea, ma………</p>
<p>Naturalmente, questo pretesto linguistico serve ad uno scopo: è ciò che consente alle persone altrimenti perfettamente razionali come Roger Cohen o i redattori di Los Angeles Times di venire e di fare un uso  spensierato del discorso dello stato di accettare la cancellazione da parte di Israele dell’identità palestinese nella totale e beata inconsapevolezza che questo è ciò che essi stanno facendo, e d’altra parte di venirsene fuori miracolosamente dicendo che lo stato tratta tutti i suoi cittadini allo stesso modo: l’atto di discriminazione non è percepibile perché è impenetrabile. Come si può, dopo tutto, ammettere che Israele faccia discriminazioni nei confronti della sua popolazione palestinese, quando non c’è nulla di tutto ciò? Quali palestinesi? Non ci sono dei palestinesi all’interno di Israele, solo degli “arabo-israeliani”. Ma questo è il punto: la negazione, la cancellazione, l’atto di discriminazione c’è già prima che venga fatta la dichiarazione. Non ci sono parole per questo; non  si possono pronunciare.</p>
<p>Infatti, questo è soprattutto ciò che distingue marcatamente l’apartheid israeliano dall’apartheid sudafricano. Mentre l’ultimo ha insistito nel darsi un nome e nel attrarre l’attenzione su di sé usando continui segnali verbali e visivi, il primo sopprime e occulta le espressioni di razzismo che esso incarna proprio del tutto. Coloro che appoggiano il razzismo in Israele possono farlo in totale libertà senza dover tener conto del fatto che questo è ciò che essi stanno facendo. E’ l’esempio ultimo di ciò che ha teorizzato di recente David Theo Goldberg come “razzismo senza razzismo”. In breve, questo è l’uso più brillante di una negazione che è stata richiesta e di una cancellazione che è stata perfino messa in pratica nel mondo, sebbene, come per tante cose in Israele (ad esempio, costruire il Parco dell’Indipendenza a Gerusalemme su di un cimitero palestinese, o inventare la categoria giuridica degli “assenti presenti” per far riferimento a quei palestinesi che erano stati scacciati dalle loro case nel 1948, ma che erano rimasti all’interno dei confini dello stato, o  disegnare paesaggi sul lato israeliano del muro della West Bank tanto da oscurare o ridurne la sua vera portata), è una brillantezza meramente priva di significato, e perciò in ogni caso non proprio una brillantezza, ma piuttosto un maggiore esempio ancora di forme incredibili di ritrattazione, a proposito delle quali Israele e i suoi ammiratori sono così abili, anzi, sulle quali l’ammirazione dell’occidente liberale per Israele confida proprio per la sua esistenza.</p>
<p>Alla fine del giorno, il Sud Africa bianco, a prescindere dalla sua posizione ideologica, dovette guardare l’insegna che diceva “bianchi/mai bianchi” e adeguarsi conseguentemente – un imbarazzo che con grande efficacia il Museo dell’Apartheid di Johannesburg ripropone al suo ingresso. L’israeliano ebreo, e i sostenitori stranieri di Israele, non è mai stato costretto a fare quel confronto, non ha mai dovuto fare quella scelta – gli è stato reso possibile per prima cosa dalla lingua: il razzismo è liquidato prima e reso incomprensibile. Gli israeliani ebrei e gli ammiratori dello stato possono affermare che Israele tratta tutti i suoi cittadini allo stesso modo, non tanto perché essi non si rendono conto che la discriminazione opera al livello della nazionalità piuttosto che a quello secondario della cittadinanza, ma piuttosto perché , diversamente dai bianchi del Sud Africa, essi sono risparmiati  dal dover fare i conti con tale realizzazione. Ad essi è permesso, ed essi permettono a sé stessi, di vedere giusto tramite ciò, di concedersi il disconoscimento di una realtà sgradevole che di fatto li sta guardando fissa in volto, di disconoscere continuamente gli avvenimenti quando qualcun altro insiste nel catalogarli, documentarli e presentarli – di esplodere in una furia cieca e piena di risentimento se i fatti vengono imposti loro con troppa insistenza.</p>
<p>Tuttavia, spogliare i cittadini palestinesi della loro identità nazionale non è solo una semplice umiliazione. In Israele, diversi diritti fondamentali – come l’accesso alla proprietà della terra e della casa, per esempio – sono concomitanti all’identità nazionale e non la minore categoria di una mera cittadinanza. Perciò, ebrei che non sono cittadini, in effetti hanno più diritti dei cittadini che non sono ebrei; in nessun altro paese sulla terra  si ha che dei non-cittadini, privilegiati per motivi razziali, godano di maggiori diritti dei residenti.</p>
<p>Perciò, il Group Areas Act del 1950, che assegnò aree differenti del Sud Africa per l’uso residenziale dei diversi gruppi razziali, ha un diretto equivalente nel sistema di norme che determinano l’accesso alla terra all’interno di Israele (come pure all’interno dei Territori Occupati, naturalmente, ma in questo caso sto parlando di un Israele pre-1967). I cittadini palestinesi dello stato sono giuridicamente esclusi dal potersi stabilire in quelle che vengono designate ufficialmente come “insediamenti di comunità ebraiche” o “insediamenti rurali ebraici” organizzati in consigli rurali che controllano la maggiore estensione di terra in Israele. Difatti, ad essi è vietato vivere su terra dello stato o su terra posseduta  da “istituzioni nazionali” come il Fondo Nazionale Ebraico (JNF), che costituisce il 93 % della terra all’interno di Israele, quasi ogni centimetro quadro della quale è data da proprietà palestinesi espropriate con la violenza dal nuovo stato dopo la pulizia etnica della Palestina del 1948. Da nessuna parte, infatti, la portata dell’istituzionalizzazione di questo tipo di discriminazione è più palesemente evidente che nelle dichiarazioni del JNF, che si promuove come “il custode della terra di Israele per conto dei suoi proprietari – dovunque il popolo ebraico”. Questa istituzione non solo riconosce, ma giustifica con orgoglio il suo primato di lunga data della discriminante avversa ai cittadini palestinesi con il rimarcare  che quello “non è un ente pubblico che opera per conto di tutti i cittadini dello stato. La sua fedeltà è rivolta al popolo ebraico e la sua responsabilità è solo nei suoi confronti [cioè, del popolo ebraico]. In quanto proprietario della terra del JNF, il JNF non deve comportarsi in modo equo nei confronti di tutti i cittadini dello stato.” Oltretutto, fa notare, “la Knesset di Israele [cioè, il parlamento] e la società israeliana hanno espresso la loro opinione secondo la quale la distinzione tra ebrei e non-ebrei, che sta alla base della visione sionista, è una distinzione che è consentita,” e, anzi, che la sua assegnazione della terra ai soli ebrei “è in completo accordo con i principi fondativi dello stato di Israele in quanto stato ebraico e che il valore dell’uguaglianza, persino se lo si applica alle terre del JNF, dovrebbe recedere di fronte a questo principio.”</p>
<p>Come risultato di tutte le forme di discriminazione con le quali essi devono competere in quanto non-ebrei che vivono nel sedicente stato ebraico (sedicente malgrado la continuativa presenza non-ebraica, dei palestinesi), il 10 % circa dei cittadini palestinesi di Israele  vive oggigiorno in “villaggi non-riconosciuti” che sono antecedenti alla formazione dello stato di decenni se non di secoli, ma che non compaiono ancora in alcuna mappa ufficiale. Essi non sono perciò collegati con la rete elettrica nazionale, con il sistema di distribuzione idrica nazionale, la rete telefonica o il sistema internet. Essi non esistono ufficialmente, se non per il fatto che tutte le case di questi villaggi sono candidate alla demolizione per la loro esistenza su terra che lo stato ha definito, retroattivamente, di uso agricolo, per il non esserci dopo tutto alcun “residente” su di esse. In questo caso è ancora al lavoro  la stessa logica di profonda negazione della negazione: come si può negare le condizioni di vita in villaggi che in primo luogo, secondo lo stato, non esistono ufficialmente? Non c’è letteralmente nulla da negare!</p>
<p>Il The Black Education Act del 1953, che creò un sistema educativo separato e diseguale per i sudafricani neri, ha un diretto equivalente nelle norme amministrative che hanno creato sistemi educativi separati e disuguali per cittadini ebrei e non-ebrei dello stato di Israele (e ancora la stessa cosa funziona pure per i Territori Occupati). I nudi dati statistici chiariscono il tutto: lo stato mette a disposizione 1.600 asili sovvenzionati, per esempio, ma di questi solo 25 si trovano in città palestinesi. Solo 4.200 degli 80.000 bambini israeliani al di sotto dei quattro anni di età che frequentano l’asilo sono palestinesi, sebbene questo numero, se fosse stato proporzionale alla reale popolazione, esso avrebbe dovuto essere superiore a  20.000. Dopo l’asilo, Israele investe più di tre volte tanto, su una base pro capite, in uno studente ebreo di quanto non faccia per uno non-ebreo (cioè palestinese). L’elenco attuale dello stato, riguardante le 553 città e villaggi che hanno la precedenza nel finanziamento per l’istruzione, esclude tutte le città palestinesi all’interno di Israele all’infuori di quattro villaggi. Ci sono 25 scuole d’arte speciali per bambini ebrei e nessuna per bambini palestinesi – tutti cittadini dello stato. E al più alto livello del suo sistema scolastico, Israele mette a disposizione molti più corsi universitari a studenti ebrei che non a quelli palestinesi. Come risultato di tutte queste forme di discriminazione, di procedure palesemente discriminatorie di ammissione e di immatricolazione – e malgrado il fatto che i palestinesi tradizionalmente diano una grande importanza all’istruzione dei loro figli, un fatto confermato dai numeri,  grandi in modo sproporzionato, di palestinesi tra l’intelligentsia araba – una proporzione molto più grande di studenti ebrei ce la fa a superare la scuola superiore, ad essere accettata all’università ed a laurearsi. Solo il 10 % degli studenti universitari d’Israele è dato da palestinesi, per esempio, sebbene, parlando in modo relativo, esso dovrebbe essere il doppio di quel numero. Solo il 3 % dei suoi studenti nei dottorati di ricerca sono palestinesi. Solo l’1 % dei docenti universitari è palestinese.</p>
<p>E la lista continua. Il South Africa’s Prohibition of Mixed Marriages Act del 1949 ha il suo equivalente nelle leggi israeliane che vietano agli ebrei di sposare dei non-ebrei (d’altra parte, non esiste alcun divieto verbale che segnala questo impedimento in quanto tale, ma in Israele non esiste alcun ordinamento relativo al matrimonio civile, per cui ad un ebreo è permesso sposare solo un altro ebreo, e poi solo secondo il rito religioso ortodosso); il The Natives (Urban Areas) Consolidation Act del 1945  e il Black (Native)Amendment Act del 1952 che ordinavano ai sudafricani neri di portare con sè i lasciapassare per regolare il loro accesso alle aree urbane hanno equivalenti in diverse disposizioni di legge israeliane che regolano e controllano gli spostamenti dei palestinesi – ma non degli ebrei – all’interno dei Territori Occupati e tra i Territori Occupati  Gerusalemme e Israele; il The Public Safety Act del 1953 ha il suo equivalente nelle disposizioni militari israeliane che autorizzano nei Territori Occupati una detenzione di lungo termine dei palestinesi, senza processo (ma non degli ebrei, che sono protetti dal diritto civile israeliano) – a partire dal 1967 un totale complessivo di 650.000 palestinesi sono stati tenuti reclusi da Israele, circa il 20 % della popolazione complessiva; il The Promotion of Bantu Self-Government Act del 1952, che dette mandato di un maggiore riconoscimento ufficiale a Bantustan come il Transkei, e il The Bantu Homelands Constitution Act del 1971, hanno il loro equivalente nella creazione, grazie agli Accordi di Oslo, di una cosiddetta Autorità Palestinese per la gestione degli affari dei palestinesi (ma non degli ebrei) residenti nei Territori Occupati.</p>
<p>Infatti, proprio come il Sud Africa creò il Transkei, il Ciskei e il Bophuthatswana allo scopo di poter cancellare quanti più neri fosse possibile dai registri della propria popolazione del Sud Africa, Israele conserva le sacche della West Bank e tutta Gaza come aree recintate per la popolazione non-ebrea del territorio, mentre colonizza ciò che rimane con la sua stessa popolazione allo scopo di poter avere la sua torta e di poterla pure mangiare: incorporare la terra (colonizzandola) ma non la popolazione, e quindi sostenere la rivendicazione che si tratta di uno stato ebraico finché non devia dal minimo necessario il numero dei non-ebrei che ufficialmente vivono all’interno dello stato – e quindi perpetuare la storia non reale che non priva del diritto del voto la maggior parte della popolazione del paese che è data da palestinesi. Naturalmente Israele priva del diritto del voto la maggioranza palestinese del paese: oggigiorno ci sono 11 milioni di palestinesi e 5 milioni di ebrei israeliani. La manipolazione delle popolazioni e dei territori compiuta da Israele oscura, tuttavia, per quanto possibile queste circostanze materiali: 1 milione di palestinesi sono cittadini di Israele dissolti linguisticamente entro la categoria degli “arabi israeliani”, così loro non contano; 6 milioni di palestinesi continuano a vivere nell’esilio al quale furono costretti con la violenza nel 1948 da Israele, che continua a negare loro il diritto giuridico e morale al ritorno, così pure loro non contano. Quindi rimangono solo i 4 milioni all’incirca di palestinesi nei Territori Occupati, ed essi hanno la benedizione di un’autonomia illusoria (o per lo meno la chiacchiera che un giorno avranno l’autonomia) e dell’Autorità Palestinese collaborazionista con la sua dirigenza irrimediabilmente compromessa e politicamente fallita. Il fatto che Israele abbia conservato – sebbene si sia rifiutata testardamente di risolverne lo status – i Territori Occupati per oltre quarant’anni, o per due terzi della sua stessa esistenza in quanto stato, smentisce la incongruente provvisorietà dello status dei territori. Israele ha colonizzato, ripopolato e sviluppato parzialmente la West Bank e Gerusalemme Est; mezzo milione dei suoi stessi cittadini vi si sono installati; vi ha esteso l’applicazione delle sue proprie leggi; ne ha utilizzato in ogni singolo giorno le risorse idriche e lo spazio aereo. In pratica Israele ha annesso la West Bank; solo nominalmente non l’ha fatto. E il solo motivo per cui non l’ha fatto è perché solo la finzione che la West Bank (e Gaza) si trova al di fuori dello stato permette ad Israele di portare avanti la simulazione sul piano delle parole che è smentita dalla realtà materiale – la quale permette, ad esempio, a Roger Cohen  di venire a dire, bene, sì, ci può essere una discriminazione nella West Bank, “ma non è propriamente una parte di Israele”, così non conta realmente, e in ogni modo quel territorio sarà eventualmente “il cuore” di uno stato palestinese ( qualcosa su cui si è discusso per quasi due decenni, per metà del tempo in cui la West Bank è stata effettivamente occupata, senza che ciò facesse la sia pur minima differenza sul terreno – ad esempio, la popolazione delle colonie è sostanzialmente triplicata a partire da quando ci furono i primi cosiddetti colloqui di pace nel 1991).</p>
<p>Ci sono, ovviamente, maggiori diversità tra l’apartheid all’interno di Israele e l’apartheid in Sud Africa.</p>
<p>Ho già evidenziato una delle maggiori diversità: la perspicuità dell’apartheid sudafricano e la relativa inintelligibilità – impenetrabilità – dell’apartheid israeliano. Da nessuna parte in Israele o nei Territori Occupati c’è un cartello che dice in modo nudo e crudo “per soli ebrei”. Il razzismo è applicato nella pratica piuttosto che espresso con le parole. Il che è ciò che mette i sostenitori di Israele in grado di essere coinvolti in interminabili affermazioni equivoche, che spaccano il capello in quattro, a cui sono così spesso ridotti per giustificare una forma di razzismo che smentisce che sia così ciò che lo è. Ad esempio, all’accusa che nella West Bank ci sono due diversi sistemi viari, uno per ebrei (che collega le colonie tra loro e con Israele) ed uno per i non-ebrei, la replica – una che è abitualmente diffusa dall’hasbara [spiegazione, n.d.t.] israeliana e dalle organizzazioni di propaganda negli Stati Uniti e in Europa, come CAMERA, la cui capacità di contorsione linguistica è così estrema da essere quasi comica – invariabilmente è quella di insistere che un sistema viario è riservato a tutti i cittadini israeliani, non solo agli ebrei. Nel senso più strettamente  letterale – al livello del linguaggio che ha cessato di fungere come linguaggio perché non comunica più significato, perché non è destinato a farlo – questo è vero. D’altro canto, nelle colonie della West Bank vivono solo ebrei ( i palestinesi, che essi siano cittadini di Israele o no, non hanno il permesso di vivere là in quanto non sono ebrei), così in pratica se non nominalmente un sistema viario è realizzato separatamente per gli ebrei. Ancora, come con così tante altre cose, ciò che è in gioco qui è una forma di negazione che non può portare essa stessa al riconoscimento di sé per ciò che è. Lo si deve al fissare ossessivamente lo sguardo al linguaggio, non notare i significati assenti in quanto non sono addotti nel linguaggio – “dove si dice ‘per soli ebrei’?” – che rende possibile ai fautori stessi di Israele di evitare di riconoscere una realtà materiale: non ci deve essere un cartello sul quale sta scritto in parole “per soli ebrei” perché solo gli ebrei possano usare in pratica quella strada. A differenza dell’apartheid in Sud Africa, ciò che vediamo in Israele è un razzismo che evita l’evidenza delle parole; razzismo senza un proprio termine, o, secondo la formulazione di Goldgerg, razzismo senza razzismo. Il ché, tuttavia, non lo rende un po’ meno razzista.</p>
<p>Un’altra differenza è data dal fatto che il sistema dell’apartheid all’interno del Sud Africa, per tutta la sua violenza e brutalità, è mai stato così violento e così brutale come il sistema che si desume all’interno di Israele e nei Territori Occupati. Il movimento dei neri in Sud Africa era controllato, non completamente bandito, com’è nel caso, ad esempio, di Gaza. Il governo del Sud Africa inviò carri armati Caspar e soldati con fucili dentro Soweto – non carri pesanti ed elicotteri apache che lanciano missili Hellfire ed F-16 che scaricano una tonnellata di bombe sulla popolazione civile. Il Massacro di Sharpeville fu un fatto eccezionale in Sud Africa; nel caso dei palestinesi, sarebbe difficile – benché naturalmente questo non è per sminuirlo – compilare una lista di massacri che si prolungano da Deir Yassin e Tintura, negli anni ’40, a Kufar Kassem, Rafah e Khan Younis , negli anni ’50, a Sabra e Chatila, negli anni ’80, a Nablus e Jenin , negli anni 2000, a Gaza nel 2008-2009. Non c’è nulla di simile della trascorsa aggressione di Israele a Gaza del 2008-2009 in tutta l’intera storia dell’apartheid in Sud Africa: l’assassinio di una persona su mille; la distruzione di decine di migliaia di case in una sola volta; l’interruzione dei rifornimenti essenziali di cibo, medicine, combustibile e materiale da costruzione alla popolazione costituita in gran parte – com’è a Gaza – da bambini, condannandoli alla malnutrizione; la malignità compiaciuta alle disgrazie altrui sulla stampa, perché tutto il mondo si renda conto ( sebbene non che questo faccia un briciolo di differenza), come fece di recente il collega  israeliano di Harvard Martin Kramer, che la riduzione della popolazione dovuta all’assedio e alla malnutrizione avrebbe ridotto anche il numero dei “giovani superflui” e conseguentemente avrebbe ridotto la minaccia rappresentata da Gaza per Israele.</p>
<p>Veterani, reduci dalla lotta contro l’apartheid in Sud Africa, che visitano Israele e i Territori Occupati ripetutamente affermano la stessa cosa. “ E’ peggio, peggio, peggio di quanto abbiamo sopportato,” ha fatto notare  Mondli Makhanya,  editore capo del Sunday Times del Sud Africa, dopo una recente visita in Palestina. “Il livello dell’apartheid, del razzismo e della brutalità  è addirittura peggiore del peggiore periodo di apartheid. Il regime di apartheid considerava i neri come esseri inferiori; credo che gli Israeliani non considerino affatto  i palestinesi come esseri umani.”</p>
<p>E, naturalmente, quella è essenzialmente la maggiore differenza tra l’apartheid sudafricano e l’apartheid israeliano. C’è una differenza abissale tra inferiorità e disumanizzazione: è la stessa differenza che c’è tra sfruttamento ed annientamento. Come il Museo dell’Apartheid di Johannesburg chiarisce molto bene, in Sud Africa il sistema venne progettato per sfruttare il lavoro dei neri, per impiegare la forza lavoro della popolazione  nera nelle case, negli uffici e nelle miniere d’oro, ma negando ad essi di avere uguali diritti – perché la elite bianca  avesse il suo dolce e lo potesse pure mangiare. Il sistema israeliano non ha nulla a che fare con lo sfruttamento della forza lavoro palestinese; il lavoro derivante dai Territori Occupati è al momento totalmente irrilevante per l’economia israeliana, avendolo compensato con i recenti immigrati provenienti dalla ex Unione Sovietica e con l’offerta di lavoratori a basso costo provenienti dal sud-est asiatico, resa possibile dai circuiti globali di scambio. E’, com’è sempre stato, nel caso della rimozione di un popolo e la sua sostituzione con un altro, un processo che ha avuto inizio ma che non è finito nel 1948, e che continua fino ai giorni nostri: ogni giorno una casa palestinese viene abbattuta a Gerusalemme, ogni giorno una famiglia palestinese viene espulsa da quella città fantasma che è il centro di Hebron, ogni giorno una gerosolimitana palestinese viene spogliata dei suoi titoli di residenza e viene espulsa dalla città ove è nata, ogni giorno una famiglia palestinese viene mandata in frantumi e distrutta a causa di una legge israeliana che venne istituita nel 2003 che proibisce a un palestinese in Israele o a Gerusalemme di sposare  e di vivere con coniuge proveniente dai Territori Occupati, anche se un ebreo israeliano può sposare un colono ebreo della West Bank ed essi possono vivere insieme dove preferiscono ( quando una legge simile venne proposta al colmo dell’apartheid in Sud Africa nel 1980, essa venne rigettata sbrigativamente dall’alta corte del paese come un’inaccettabile violazione del diritto alla famiglia del popolo nero; l’alta corte di Israele ha confermato nel 2006 questa nuova legge del paese).</p>
<p>In una parola, come ho messo in evidenza in un altro contesto, l’apartheid sudafricano fu bio-politico in natura, preoccupato della gestione e dell’amministrazione del lavoro nero esistente. Quello di Israele è, per adottare la frase che Achille Mbembe ha così efficacemente elaborato,  necropolitico, interessato alla distruzione e cancellazione dei palestinesi, qualcosa nei confronti della quale ciascun palestinese resiste ogni singolo giorno, magari con l’atto di continuare testardamente ad esistere.</p>
<p>Questa necropolitica conta, tuttavia, in modo decisivo e assoluto sul sistema di imperscrutabilità e di impercettibilità che permette agli israeliani e ai sostenitori di Israele di continuare a praticare e avallare una forma violenta e volgare di razzismo senza dover fare i conti con, e riconoscere il fatto che, questo è precisamente ciò che essi stanno facendo. In altri contesti ho sostenuto – più di recente nel mio articolo Inchiesta Fondamentale a proposito della costruzione del cosiddetto Museo della Tolleranza (in realtà una specie di santuario del sionismo) proprio sopra le rovine di uno dei più importanti cimiteri musulmani di Gerusalemme – che oggigiorno in pratica ci sono due forme centrali di sionismo: un sionismo intransigente che vediamo in opera, per esempio, nelle dichiarazioni di Avigdor Lieberman, attuale ministro degli esteri di Israele, che ha fatto della richiesta pubblica di espulsione dei cittadini palestinesi di Israele, che implica una sorta di brutale sincerità, la piattaforma della sua fulminea ascesa nella politica israeliana; e un sionismo conciliante  &#8211; quello ancora dominante – i cui seguaci, che in virtù dei cortocircuiti linguistici ed emotivi ho rappresentato in questa occasione, si sono risparmiati di dover fere i conti con e riconoscere onestamente che ciò che loro sostengono è un’organizzazione razzista; è solo sulle basi di tale enorme imperscrutabilità , di fatto, che essi possono continuare a sostenerla. Questa rappresenta quel tipo di posizione sionista che sostiene, per esempio, in modo completamente innocente, che è un comportamento anti-semitico quello di criticare il sionismo in quanto esso rappresenta solo il diritto del popolo ebraico di possedere una patria nazionale come per ogni altro popolo. Nel domandare con tale insistenza perché mai agli ebrei dovrebbe essere negato quello stesso diritto che possiede ogni altro popolo, il sionismo conciliante conta sul corto circuito emotivo, di cui ho trattato qui, per disconoscere la vera domanda che  sta ponendo, perché il retro-disco della stessa questione non è se gli ebrei hanno il diritto ad una patria, esso è invece se questo diritto rende nullo il diritto proprio del popolo palestinese ad una patria (e la risposta a tale domanda è assolutamente negativa). Solo con il concentrarsi in modo talmente ossessivo e con l’essere assorbito sulla parte anteriore della questione permette al sionismo conciliante di evitare di dover fare i conti con il suo lato odioso e con il fatto incancellabile che non c’è, non c’è stato e non ci sarà una via per creare uno stato ebraico in Palestina senza negare o annullare la rivendicazione palestinese alla stessa terra ed ai diritti storici che si accompagnano a questa pretesa. Piuttosto che trasformare la negazione dei diritti palestinesi in una componente esplicita della sua posizione ideologica – come fa il sionismo intransigente – il sionismo conciliante rimuove tale negazione dal suo campo visivo, difatti, per cominciare,  negare che non c’è nulla da negare. E, come dissi in precedenza, la grande forza del sistema dell’apartheid di Israele sta nell’essere così strutturato da non far mai il grande errore dell’apartheid sudafricano di costringere la gente ad affrontare la schiettezza e la volgarità del suo razzismo. In tal modo essi possono appoggiarlo ed andare avanti,  ritenendosi delle persone virtuose, morali e progressiste, tecnologicamente chic, amorevoli con gli animali e riguardosi con l’ambiente.</p>
<p>Tutto ciò dove porta i palestinesi e coloro che difendono i loro diritti?</p>
<p>Ci sono, penso, due deduzioni immediate che si possono trarre da questa dissertazione. Un punto è questo: la ragione per cui i negoziati tra palestinesi e israeliani sembrano spesso così inconsistenti è che tutto lo scopo del cortocircuito linguistico e delle forme di negazione della negazione, a proposito delle quali ho qui dissertato, consiste nell’evitare il negoziato, o almeno superarlo rendendo inaccessibile il nocciolo del conflitto tra sionismo e i palestinesi. La grande forza di un razzismo che esiste senza che sia espresso dalle parole – che sia immune dalle parole – sta nell’essere anche completamente indifferente al linguaggio: ogni tentativo di evidenziarlo dicendo “questo è il problema” verrà a incappare nella risposta assolutamente sincera “quale problema?” Quale razzismo? Quali villaggi? Quale rete viaria? Quali palestinesi? Questo è un complesso strutturale per il quale non esiste alcuna soluzione a livello delle parole e quindi del negoziato diplomatico (figurarsi un negoziato tra due parti totalmente impari).  Quindi la evidente inutilità dei tentativi di porre un termine a questo conflitto con l’accrescere la consapevolezza tra gli israeliani o i sostenitori di Israele sparsi nel mondo, o con l’appellarsi ai loro impulsi migliori, l’assoluto ostinato rifiuto di riconoscere la realtà, trova una conferma ogniqualvolta conferenze sui diritti dei palestinesi si sono incrociate a giro per il mondo con quel muro tediosamente familiare di consistenti negazioni e con quel rifiuto totale di prendere in considerazione fatti, evidenza, ragione, leggi, principi – in caso contrario esplosioni, a dire il vero, di scomposto furore – ai quali noi tutti siamo abituati.</p>
<p>Il secondo punto è che dovrebbe essere perfino più ovvio di quello che mai appare, in vista del sistema di apartheid in atto sia in Israele che nei Territori Occupati – un sistema di apartheid che è inseparabile dal progetto di inventare e sostenere il pretesto di uno stato ebraico in quello che di fatto è un paese profondamente eterogeneo – non ci può essere alcuna soluzione pacifica e giusta del conflitto sionista con i palestinesi fintantoché non si desiste dal tentativo di mettere un popolo al posto di un altro , di imporre una identità monoculturale ad un paese multiculturale, e le sue istituzioni non vengono completamente soppresse. Creare una istituzione statale palestinese nella West Bank accanto ad Israele la cui rivendicazione di ebraicità verrebbe ad essere rafforzata in una soluzione a due-stati, servirebbe poco agli abitati della West Bank, ancor meno a quelli di Gaza,  nulla ai profughi e ai loro discendenti e meno di nulla ai palestinesi cittadini di Israele, il cui status oltraggioso di non-ebrei peggiorerebbe ulteriormente. Solo la creazione di uno stato democratico e laico in tutta la Palestina storica, nel quale gli ebrei israeliani ed i palestinesi – tutti, sia quelli che sono attualmente sotto occupazione, che quelli che vivono come cittadini di seconda classe di Israele, ed i profughi del 1948 con i loro discendenti, il cui diritto al ritorno è assolutamente fuor di dubbio – possono vivere come cittadini uguali, può risolvere il conflitto una volta per tutte.</p>
<p>Da queste due conclusioni ne evince pure una terza. Ad una pace giusta non si giungerà semplicemente implorando o cercando di convincere gli ebrei israeliani a comportarsi in modo giusto e ad abbandonare e smantellare il sistema razzista che li dota di privilegi, nel mentre negano i diritti fondamentali dei palestinesi. Tutti i precedenti storici più vicini a questo conflitto – in particolar modo il Sud Africa – ci ricordano che i gruppi privilegiati non abbandonano la loro prerogative proprio perché è la cosa giusta da fare o perché si comportano come se si sentissero male di fruire di questi privilegi; essi ci rinunciano solo quando non hanno altra possibilità. Questo caso non è diverso. Una pace giusta fondamentalmente non ha bisogno di violenza, al di fuori della pressione che deve  essere applicata per incidere su Israele; questa è la ragione per cui per così tanti popoli di buona volontà sparsi per il mondo, e per così tanti palestinesi stessi, lo sviluppo del movimento BDS (boicottaggio, disinvestimento e sanzioni) è una fonte di speranza di questo tipo.</p>
<p><strong>*Saree Makdisi</strong> è professore di letteratura inglese presso l’Università della California, Los Angeles (UCLA) ed è autore di <em>Palestine Inside Out: An Everyday Occupation</em> [pubblicato in Italia dalla Isbn Edizioni con il titolo “<em>Palestina borderline</em>”]</p>
<h4>da <a href="http://www.pambazuka.org/en/category/features/62928.html">Pambazuka News 11 marzo 2010</a></h4>
<p>tradotto da Mariano Mingarelli <a href="http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=1861:apartheid-sudafricano-e-apartheid-israeliano&amp;catid=22:dossier&amp;Itemid=42">Associazione Amicizia Italo-Palestinese</a></p>
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		<title>Armi britanniche per Piombo fuso, bufera su Brown</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Apr 2010 09:22:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Paolo Gerbaudo
l governo britannico «deve imparare la lezione» di fronte all&#8217;evidenza dell&#8217;utilizzo di armamenti «made in the UK» nell&#8217;operazione «Piombo fuso» lanciata dall&#8217;esercito israeliano contro Gaza nel dicembre 2008. A chiederlo è la commissione parlamentare per il controllo all&#8217;esportazione di armi che in una relazione presentata ieri ai Commons ha criticato pesantemente il governo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h5>di Paolo Gerbaudo</h5>
<p>l governo britannico «deve imparare la lezione» di fronte all&#8217;evidenza dell&#8217;utilizzo di armamenti «made in the UK» nell&#8217;operazione «Piombo fuso» lanciata dall&#8217;esercito israeliano contro Gaza nel dicembre 2008. A chiederlo è la commissione parlamentare per il controllo all&#8217;esportazione di armi che in una relazione presentata ieri ai Commons ha criticato pesantemente il governo per aver violato la promessa che armi britanniche vendute ad Israele non sarebbero mai state usate contro i palestinesi.<br />
A seguito di mesi di audizioni, la commissione di inchiesta ha stabilito che ogni anno il Regno unito vende ad Israele commesse d&#8217;armi per un valore tra 10 e 30 milioni di sterline. 28 milioni di sterline di armamenti furono venduti nel solo 2008, anno dell&#8217;attacco a Gaza. Di fronte all&#8217;indignazione provocata dall&#8217;operazione israeliana, il governo britannico ha revocato cinque commesse di armi. Ma secondo la commissione «ora il governo deve prendere provvedimenti a lungo termine».<br />
Tra gli armamenti britannici che riforniscono l&#8217;arsenale di uno degli eserciti più potenti al mondo figurano apparecchiature ad alta tecnologia per i caccia F16, gli elicotteri Apache e i carri armati Merkava, equipaggiamenti per le comunicazioni, per la teleguida dei missili e pure i display elettronici incorporati negli elmetti dei soldati di Israele. Tra le imprese fornitrici spicca l&#8217;aerospaziale Bae Systems, che fino a qualche anno fa produceva pure componenti per le bombe a grappolo ed è recentemente finita sotto inchiesta per una tangente da 2 miliardi di sterline versata alle autorità saudite per ottenere una commessa da 80 miliardi di sterline in armamenti.<br />
I nuovi controlli chiesti dalla commissione non sono sufficienti, secondo la Campaign Against Arms Trade che lotta contro il traffico di armi. «È impossibile assicurare che le armi vendute in Israele non siano utilizzate nei territori occupati». L&#8217;unica soluzione è «un embargo totale all&#8217;esportazione di armi verso Israele».</p>
<h4>da il manifesto del 31<a href="http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20100331/pagina/09/pezzo/274949/"> marzo 2010</a></h4>
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		<title>«Il processo di pace è morto»</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Mar 2010 23:25:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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A Gaza è ancora battaglia. Berlusconi: restituire il Golan alla Siria Il segretario generale Moussa lancia l&#8217;allarme sul negoziato israelo-palestinese
Lo avevano battezzato «il vertice di Gerusalemme», per il sostegno economico (500 milioni di dollari), e non solo, che verrà stanziato per i palestinesi del settore est della città sotto occupazione israeliana. Invece il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h5>di Michele Giorgio</h5>
<h4>A Gaza è ancora battaglia. Berlusconi: restituire il Golan alla Siria Il segretario generale Moussa lancia l&#8217;allarme sul negoziato israelo-palestinese</h4>
<p>Lo avevano battezzato «il vertice di Gerusalemme», per il sostegno economico (500 milioni di dollari), e non solo, che verrà stanziato per i palestinesi del settore est della città sotto occupazione israeliana. Invece il summit di ieri a Sirte, in Libia, verrà ricordato per il congelamento, di fatto, dell&#8217;iniziativa concepita dai sauditi e lanciata otto anni fa al vertice di Beirut in cui il mondo arabo proclamò di essere pronto a riconoscere Israele in cambio di un ritiro totale dello Stato ebraico dai territori arabi e palestinesi che occupò militarmente nel 1967. Un&#8217;offerta ribadita ad ogni vertice ma alla quale i governi israeliani, di ogni colore, dal 2002 a oggi, non hanno mai risposto, affermando così che Tel Aviv non chiede solo pace e riconoscimento ma vuole tenersi il Golan siriano e concedere ai palestinesi un minuscolo Stato a sovranità limitata.<span id="more-2049"></span><br />
A rappresentare la frustrazione e l&#8217;impotenza del mondo arabo, anche quello moderato e alleato degli Stati Uniti, è stato ieri il Segretario generale della Lega araba, Amr Moussa, che ha esortato i paesi membri a prepararsi al fallimento dei colloqui israelo-palestinesi, peraltro non ancora partiti. «Dobbiamo esaminare la possibilità che il processo di pace sia un completo fallimento. È tempo di affrontare Israele. Dobbiamo dotarci di piani alternativi perché la situazione è giunta a un punto di svolta», ha detto Moussa, senza specificare quali alternative e senza citare l&#8217;iniziativa del 2002. Da parte sua il presidente dell&#8217;Anp, Abu Mazen, che aveva ricevuto proprio dalla Lega araba il via libera al negoziato indiretto con Israele, ieri ha continuato a dichiararsi fedele alla soluzione dei «due Stati» ma ha dovuto ammettere che questo sbocco appare sempre più impraticabile di fronte alle politiche israeliane sul terreno. «Non ci saranno negoziati indiretti con Israele senza la fine dell&#8217;occupazione in Terra Santa e della colonizzazione di Gerusalemme» ha avvertito Abu Mazen. A margine del summit, il negoziatore palestinese Saeb Erekat ha spiegato che la pace non sarà «ad ogni costo» e ai leader arabi ha chiesto un aiuto economico per progetti sanitari, d&#8217;istruzione e abitativi a Gerusalemme est e di spingere Hamas ad accettare la proposta di «riconciliazione palestinese» fatta dall&#8217;Egitto (palesemente a svantaggio del movimento islamico).<br />
In questo clima dominato dalla rassegnazione e dalle notizie sulle ultime incursioni militari israeliane a Gaza, le più massicce dai giorni di «Piombo fuso», sono passate senza suscitare entusiasmo varie proposte sullo sviluppo delle relazioni future tra i 22 membri della Lega araba, come quella formulata da Moussa di lavorare alla creazione di una sorta Unione regionale araba (che piace soprattutto ai paesi più poveri come lo Yemen). Hanno fatto meno rumore del previsto anche le polemiche provocate dal gelo espresso da vari paesi arabi verso l&#8217;assegnazione all&#8217;Iraq dell&#8217;organizzazione del prossimo vertice per la mancanza a Baghdad delle necessarie condizioni di sicurezza. In realtà alcuni leader arabi, come il siriano Bashar Assad, non hanno intenzione di tenere il prossimo vertice all&#8217;ombra delle truppe di occupazione americane. Non sono invece sfuggiti ai media israeliani gli inviti di Amr Moussa ai paesi membri ad aderire ad un suo progetto per rafforzare i legami con Tehran, attraverso un forum per la cooperazione regionale e la risoluzione dei conflitti che includa le nazioni non arabe come appunto l&#8217;Iran e la Turchia. Il premier turco, Recep Tayyip Erdogan, presente al summit, ha immediatamente appoggiato la proposta.<br />
Mentre a Sirte andavano avanti gli interventi dei partecipanti, incluso quello del più fedele alleato di Israele in Europa, Silvio Berlusconi, unico leader occidentale invitato al vertice dal presidente libico Gheddafi &#8211; Berlusconi ha esortato Israele a ritirarsi dal Golan e ad accogliere le richieste dell&#8217;Amministrazione Obama per il congelamento della colonizzazione ebraica nei Territori occupati -, la tensione si manteneva alta a Gaza, dove un combattente palestinese delle Brigate Al Quds, il braccio armato del Jihad islami, è stato ucciso ieri nel corso di una nuova incursione dell&#8217;esercito israeliano nella zona di Khan Yunis. In precedenza almeno altri due palestinesi erano rimasti uccisi quando mezzi corazzati e bulldozer israeliani erano entrati, sempre nei pressi di Khan Yunis, per demolire edifici e abbattere alberi nell&#8217;area dove venerdì nel corso di un scontro a fuoco erano morti due militari dello Stato ebraico e due palestinesi. Un terzo soldato, rimasto gravemente ferito, ieri veniva dato in fin di vita. La rappresaglia israeliana proseguirà nelle prossime ore e a Gaza si attendono attacchi diretti contro il governo di Hamas.<br />
<a href="http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20100328/pagina/08/pezzo/274758/">da il manifesto del 28 marzo 2010</a></p>
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