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	<title>Comitato di solidarietà con il popolo palestinese &#187; Occupazione</title>
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		<title>Proseguono senza sosta le demolizioni di case palestinesi</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Aug 2010 17:47:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lo dicono i dati di Ocha (Onu). A luglio le ruspe si sono accanite maggiormente: durante questo mese le autorità israeliane hanno demolito ben 140 strutture, tra case, tende, baracche, stalle, cisterne d’acqua, presidi medici e costruzioni commerciali.
Gerusalemme, 14 agosto 2010, Nena News
Circa 550 palestinesi sono finiti in  strada nelle ultime settimane: questo il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4>Lo dicono i dati di Ocha (Onu). A luglio le ruspe si sono accanite maggiormente: durante questo mese le autorità israeliane hanno demolito ben 140 strutture, tra case, tende, baracche, stalle, cisterne d’acqua, presidi medici e costruzioni commerciali.</h4>
<h5>Gerusalemme, 14 agosto 2010, <a href="http://www.nena-news.com/?p=2972">Nena News</a></h5>
<p>Circa 550 palestinesi sono finiti in  strada nelle ultime settimane: questo il risultato della politica delle demolizioni di case a Gerusalemme est e nelle aree C della Cisgiordania (60 % del territorio, sotto il pieno controllo di Israele), secondo i dati diffusi dall’Ocha, l’ufficio dell’Onu che si occupa di coordinare gli affari umanitari nei territori occupati palestinesi. Il mese di luglio è stato quello in cui le ruspe si sono accanite maggiormente: durante questo mese le autorità israeliane hanno demolito ben 140 strutture, tra case, tende, baracche, stalle, cisterne d’acqua, presidi medici e costruzioni commerciali. Il 13 luglio 7 case son state abbattute a Gerusalemme est, lasciando senza un tetto 25 persone, di cui 14 bambini. Allo stesso modo il 19 luglio, il villaggio Al Farisiye, nella Valle del Giordano, è stato interamente distrutto.<span id="more-3032"></span></p>
<p>Le situazioni più a rischio sono quelle dei residenti in area che le autorità israeliane designano come zone militari, che sono il 18% della Cisgiordania, in particolare localizzate nei pressi delle colonie. Il trend negativo di luglio è destinato a continuare nei prossimi mesi, poiché l’Amministrazione Civile, che è il settore preposto alle demolizioni, ha confermato di aver ricevuto istruzioni dal Ministero della Difesa di portare avanti le demolizioni. A questo si aggiunge il via libera dato alle costruzioni di case dei coloni, come è avvenuto una decina di giorni fa, quando il Comitato Urbanistico del Comune di Gerusalemme ha approvato la costruzione di 40 nuove case nella colonia di Pisgat Ze’ev, a Gerusalemme est. Questo semaforo verde è arrivato nemmeno un mese dopo l’approvazione di altre 32 unità abitative nella stessa  colonia. Il tutto rientra nel progetto di costruzione di 220 case da costruire a est del campo profughi di Shuafat e ad ovest dei villaggi palestinesi di Hizma e Anata.</p>
<p>Ai coloni quindi vengono rilasciati permessi, ai palestinesi, di contro, sono demolite le abitazioni, con la motivazione che si tratta di strutture costruite senza il permesso israeliano, e quindi sono considerate illegali dalle autorità israeliane. Ma ottenere permessi edilizi per palestinesi che abitano in area C è pressochè impossibile e a loro non resta che “l’abusivismo”, per riparare, mantenere o allargare le proprie case. Secondo il dati dell’Ocha solo l’1% della terra in Area C è destinata ai palestinesi. A Gerusalemme est solo il 13%, mentre il 35% è per le colonie israeliane. Come potenza occupante Israele è obbligato a amministrare i territori che occupa in modo da garantire benefici alla popolazione civile, assicurando la soddisfazione dei suoi bisogni primari e il rispetto dei diritti alla salute, alla casa, all’acqua e alla formazione. Invece Israele si impegna attivamente nelle demolizioni, privando intere famiglie del proprio sostegno economico e psicologico. Ocha sottolinea in particolare l’impatto devastante sulla psiche dei bambini, che sono spesso affetti da stress post-traumatico, depressione, ansia. Le organizzazioni umanitarie e gli attivisti possono agire sull’emergenza, intervenendo per impedire le demolizioni o nelle situazioni di ricostruzione. Ma ciò che serve, ripete Ocha, è un immediato stop della politica demolizioni e della deportazione della popolazione civile, e il ritorno delle famiglie alle loro case. (red)</p>
<h5>Nena News</h5>
<h3>Gerusalemme, il nuovo piano regolatore cancella i palestinesi</h3>
<h5>di Michele Giorgio</h5>
<p>Il cuore del conflitto ridisegnato come un&#8217;entità sotto completa sovranità israeliana: via a un&#8217;ondata di colonizzazione<br />
Il Comune di Gerusalemme passa il Rubicone. Nel giro di qualche settimana, scriveva ieri il quotidiano Ha&#8217;aretz, l&#8217;amministrazione del sindaco israeliano Nir Barkat approverà il nuovo piano regolatore, preparato dalla Commissione per la pianificazione edilizia, volto a incentivare la costruzione di nuove colonie israeliane e l&#8217;espansione di quelle esistenti nella zona araba (Est) della Città Santa, sotto occupazione dal 1967 e che Israele si è annesso unilateralmente violando le leggi internazionali. Per completarlo c&#8217;è voluto il lavoro di anni di diversi architetti. La sua importanza sta, soprattutto, nel fatto che non fa più riferimento a Gerusalemme come a una città ancora divisa ma invece delinea una città omogenea sotto, ovviamente, la sovranità di Israele. L&#8217;idea di fondo è che la zona Est non verrà mai restituita ai palestinesi nonostante lo status futuro della zona araba sia una delle questioni centrali per qualsiasi negoziato israelo-palestinese. Gli architetti, quelli veri e quelli «politici», dietro il nuovo piano regolatore, hanno previsto oltre alla fortissima espansione della colonizzazione israeliana in ogni angolo della zona Est, anche uno sviluppo edilizio arabo. Ma l&#8217;associazione pacifista «Ir Amin», che si occupa proprio di monitorare lo sviluppo della Città Santa, dopo aver analizzato il piano, ha denunciato che le 13.500 unità abitative assegnate ai palestinesi di Gerusalemme Est non raggiungono nemmeno la metà del numero che servirebbe per soddisfare il fabbisogno di una parte della popolazione in forte crescita demografica e che già da molti anni deve accontentarsi dei pochi permessi edilizi che riesce ad ottenere dal Comune. E le costruzioni destinate ai palestinesi verranno autorizzate in massima parte a nord e a sud della zona araba, e non nell&#8217;area centrale, ossia la vallata che si estende poco fuori dalle mura della città vecchia, dove si concentrano gli sforzi dei coloni. E proprio a Silwan, sotto le mura antiche, dove il Comune vuole demolire 22 case palestinesi «illegali» per fare spazio ad un parco archeologico (il «Giardino del Re») dei coloni, domenica notte sono esplosi scontri violenti fra dimostranti palestinesi e polizia dopo che un&#8217;organizzazione di destra ha annunciato che sgombrerà «anche con la forza, se necessario» un edificio che decenni fa fungeva da sinagoga e dove nel frattempo si sono sistemate alcune famiglie palestinesi. Sempre domenica sono cominciati nel quartiere arabo di Sheikh Jarrah, i lavori edili nell&#8217;area dell&#8217;ex Hotel Shepherd, un edificio che sarà demolito in parte per fare spazio una nuova piccola colonia finanziata dal miliardario americano Irving Moskowitz.<br />
La tensione altissima a Gerusalemme potrebbe allargarsi presto anche alla Cisgiordania perché tra poco più di due mesi scade la «moratoria» (10 mesi) decisa dal governo Netanyahu nei progetti di nuove costruzioni di insediamenti colonici (quelli già approvati sono andati avanti regolarmente). Si prevedono una nuova immensa colata di cemento nei Territori occupati e una forte reazione della popolazione palestinese.</p>
<p><a href="http://www.forumpalestina.org/news/2010/Giugno10/30-06-10NuovoPianoRegolatore.htm">da Forum Palestina del 30 giugno 2010</a></p>
<h3>Gli insediamenti ebraici in Cisgiordania sono finanziati dagli evangelici statunitensi</h3>
<p>Proprio nel giorno di un delicato incontro tra il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente statunitense Barack Obama, il New York Times pubblica un’inchiesta che sembra contraddire la politica di Washington in Medio Oriente.</p>
<p>Secondo il <a href="http://www.nytimes.com/2010/07/06/world/middleeast/06settle.html?_r=1&amp;ref=global-home">quotidiano newyorchese</a>, gli insediamenti israeliani in Cisgiordania e a Gerusalemme Est hanno ricevuto negli ultimi dieci anni duecento milioni di aiuti esentasse da parte di donatori privati americani. Scoperta imbarazzante per Obama, che ha più volte chiesto a Netanyahu di congelare le colonie in Cisgiordania.</p>
<p>Le donazioni – che in minor misura riguardano anche i palestinesi &#8211; sono state fatte da singoli privati, da famiglie o da gruppi evangelici che ritengono che la Cisgiordania, sede dell’antico regno d’Israele, debba essere sotto il totale controllo ebraico per adempiere le scritture.</p>
<p>Il New York Times pubblica anche una <a href="http://www.nytimes.com/imagepages/2010/07/06/world/middleeast/06settle-graphic.html?ref=middleeast">mappa delle strutture che hanno ricevuto questi aiuti</a>.</p>
<p>da Internazionale <a href="http://www.internazionale.it/home/?p=25002">http://www.internazionale.it/home/?p=25002</a></p>
<p><a href="http://www.forumpalestina.org/news/2010/Luglio10/16-07-10InsediamentiEbraiciCisgiordania.htm">da Forum Palestina del 16 luglio 2010</a></p>
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		<title>Hebron, dove neanche i morti hanno pace</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Aug 2010 16:29:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La storia della famiglia Al-Azza a Hebron
http://ilsonnodellaragione.iobloggo.com/303/hebron-dve-neanche-i-morti-hanno-pace
segnalagto da gabri19_28

&#8220;Non guardiamo neanche alla politica, guardiamo all&#8217;umanità: dov&#8217;è l&#8217;umanità in queste persone?&#8221;, Hashim al-Azza, ci rivolge questa domanda dopo averci mostrato i danni inferti sulla sua abitazione dai vicini coloni.
Hashim vive con la sua famiglia a Hebron, in quella che secondo i trattati internazionali di Oslo, è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4>La storia della famiglia Al-Azza a Hebron<a href="http://ilsonnodellaragione.iobloggo.com/303/hebron-dve-neanche-i-morti-hanno-pace"></p>
<p>http://ilsonnodellaragione.iobloggo.com/303/hebron-dve-neanche-i-morti-hanno-pace</a></p>
<p>segnalagto da gabri19_28</h4>
<p style="text-align: center;"><a href="http://picasaweb.google.com/lh/photo/PIxDQNOXhDPAOyyeqXT9NFfWR750RZyXLaht8QrWZMg?feat=embedwebsite"><img class="aligncenter" src="http://lh3.ggpht.com/_aT71utejorw/THPxq89YptI/AAAAAAAAAtg/n1-WlQX1zhs/s800/1050072623_7afb2ef618.jpg" alt="" /></a></p>
<p>&#8220;Non guardiamo neanche alla politica, guardiamo all&#8217;umanità: dov&#8217;è l&#8217;umanità in queste persone?&#8221;, Hashim al-Azza, ci rivolge questa domanda dopo averci mostrato i danni inferti sulla sua abitazione dai vicini coloni.<br />
Hashim vive con la sua famiglia a Hebron, in quella che secondo i trattati internazionali di Oslo, è stata denominata zona H1. In questa parte della città, come del resto accade anche nella zona H2, pochi coloni tengono in scacco un&#8217;intera città. Protetti da un numero di soldati che si avvicina alle 4500 unità, 400 coloni circa hanno costretto la maggioranza araba ad abbandonare le proprie abitazioni o a vivere in un luogo trasformato in una città fantasma.</p>
<p><span id="more-3028"></span>Per arrivare a casa sua, Hashim deve percorrere tutto questo viale e passare davanti ai nuovi insediamenti dei coloni: un vecchio edificio dell&#8217;UNRWA confiscato nel 1967, una vecchia scuola per ragazzi anch&#8217;essa confiscata nel 67, e numerosi altri edifici caduti  in mano ai settlers, ora trasformati in basi di attacco verso gli arabi.  Pochi metri più avanti ci si imbatte in quella che è l&#8217;unica scuola rimasta in questa parte di città, i cui alunni subiscono ogni giorno le vessazioni dei coloni che, grandi e piccoli, passano il loro tempo libero a gettare pietre ed insultare gli scolari che entrano o escono dall&#8217;edificio.</p>
<p>Dopo aver superato numerose case abbandonate, che sulla porta di ingresso portano la scritta &#8220;Gas the Arab&#8221;, arriviamo a casa di Hashim. A causa del blocco israeliano, composto di 6 check point circondanti l&#8217;area, Hashim e la sua famiglia per entrare in casa dovevano arrampicarsi sulle mura dell&#8217;edificio per poter accedere al cortile e all&#8217;abitazione. Da 3 anni hanno potuto aprirsi un piccolo varco che permette di accedere più direttamente all&#8217;abitazione, avendo però le case dei coloni sulla destra e perpendicolarmente.</p>
<p>Bardati dietro ai più recenti e temibili trovati bellici, i coloni della Jewish Defense League, una lega – associazione di estrema destra impegnata nella difesa della ebraicità e della sicurezza di Eretz Israel, gli stessi per intenderci che marcano le case di Hebron con la stella di david e la scritta &#8220;gas the arab&#8221;, non danno tregua alla famiglia Al-Azza.</p>
<p>Hashim ci racconta di come continuo sia il lancio di spazzatura in direzione della sua abitazione. Semplici bottiglie o rifiuti tossici, fino ad arrivare a lavatrici e materiali pericolosi con cui cercare di colpire od uccidere chiunque capiti loro sotto tiro. Ci racconta di come di notte, si divertano ad illuminare le sue stanze con grossi fari e a tagliare tutti gli alberi da frutta che appartengano alla sua famiglia.</p>
<p>Ci racconta di come, durante il funerale di suo padre, sia stato trattenuto per ore al check point di uscita dalla città. Di come i militari di Tsahal, il glorioso esercito di Israele che non ha rispetto neanche dei morti, abbiano passato ore ed ore a perquisire lui e suo fratello. Di come poi si siano accaniti sulla salma di suo padre, rompendogli polso e orologio solo per evitare di sentire il continuo rumore del metal detector.</p>
<p>Non sazi di tanta atrocità, spesso i coloni si prodigano in attacci personali: ad Hashim sono stati rotti in più occasioni alcuni arti. Peggio è andata a sua figlia, che finita ostaggio di queste persone si è ritrovata una pietra in bocca, e tutti i denti danneggiati. Più o meno quello che è successo anche ai vicini di Hashim, e a lui stesso in altre occasioni.</p>
<p>Sua moglie a  causa delle continue provocazioni e violenze, ha avuto due aborti mentre era in cinta. Pensando alla domanda che ci porge quest&#8217;uomo evidentemente stanco, ma non ancora rassegnato, non possiamo che domandarci come sia possibile restare umani oggi a Hebron. Benchè razionalmente non riusciamo a darci una risposta univoca, ci è chiaro che più che mai oggi a Hebron come in tutta la Palestina Occupata, sia necessario restare umani.</p>
<h5>Insonni dalla Palestina</h5>
<p>da <a href="http://ilsonnodellaragione.iobloggo.com/303/hebron-dve-neanche-i-morti-hanno-pace">http://ilsonnodellaragione.iobloggo.com/303/hebron-dve-neanche-i-morti-hanno-pace</a></p>
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		<title>Sheikh Jarrah: palestinesi senza casa tra 45 giorni</title>
		<link>http://www.palestinalibera.org/2010/06/sheikh-jarrah-palestinesi-senza-casa-tra-45-giorni/</link>
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		<pubDate>Thu, 10 Jun 2010 22:30:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Apartheid]]></category>
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		<description><![CDATA[Le famiglie Kanabi and Siyam-Idkadk si vedranno occupare l’abitazione dai coloni israeliani.
di Barbara Antonelli
Gerusalemme Est 09 giugno, Nena News
Da 42 anni, Karim Siyam-Idkadk vive con sua moglie, due figli e la madre vedova nella sua casa di Sheikh Jarrah, a Gerusalemme Est, ma un avvocato israeliano gli ha consegnato una notifica di sfratto esecutivo, per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4>Le famiglie Kanabi and Siyam-Idkadk si vedranno occupare l’abitazione dai coloni israeliani.</h4>
<h5>di Barbara Antonelli</h5>
<p><a href="http://www.nena-news.com/?p=1467">Gerusalemme Est 09 giugno, Nena News</a></p>
<p>Da 42 anni, Karim Siyam-Idkadk vive con sua moglie, due figli e la madre vedova nella sua casa di Sheikh Jarrah, a Gerusalemme Est, ma un avvocato israeliano gli ha consegnato una notifica di sfratto esecutivo, per conto della compagnia legale Eitan Gabay. Se non lasceranno la loro casa entro 45 giorni, dovranno pagare una multa di 350 shekels al giorno alle autorita’ israeliane e subiranno lo sfratto forzato da parte della polizia. <span id="more-2710"></span>Sull’ordine di sfratto non compaiono ovviamente i nomi di chi reclama la proprietà; inoltre come nei casi precedenti, per motivare legalmente lo sfratto, gli avvocati israeliani adducono il mancato pagamento dell’affitto e la rivendicazione che le case sono costruite su terra di proprietà ebraica.</p>
<p>Quello degli Idkadk non è certo il primo caso di famiglie palestinesi sfrattate a Sheikh Jarrah: gli Al Kurd a novembre del 2008, poi gli Hanoun e gli al-Ghawi, tutte famiglie le cui case sono state occupate nel giro di poche ore da intere famiglie di coloni israeliani. Alcuni componenti delle famiglie Al Kurd e Al Ghawi, hanno anche scontato alcuni giorni di carcere per aver opposto resistenza agli sfratti o per aver partecipato alle manifestazioni ormai settimanali contro il processo di ebraicizzazione forzata di Sheikh Jarrah, come di altri quartieri arabi di Gerusalemme Est. Si tratta di 28 famiglie profughe della guerra del 1948, che tramite un accordo tra autorità giordane e Unrwa (l’agenzia dell’Onu che assiste i profughi palestinesi), hanno ricevuto delle abitazioni a  Sheikh Jarrah con la successiva promessa di entrarne in possesso dopo tre anni (a fronte di una rinuncia dello status di profughi).</p>
<p>«Facciamo quel che possiamo – dice Karem Idkadk –  anche il nostro avvocato fa quel che può, ma non possiamo cambiare la realtà. Staremo qui fino alla fine, non ce ne andremo. Dopo la scadenza dei 45 giorni useranno la forza, verrà la polizia e le forze speciali. In quel caso cosa potremo fare? Finiremo sulla strada».</p>
<p>Giusto dietro l’angolo, la famiglia Kanabi ha ricevuto lo stessa notifica, lo stesso giorno. Due dei componenti della famiglia, padre e figlio sono fisicamente disabili.</p>
<p>Tutte e due le case hanno una parte in comune con una terza proprietà, abbandonata quando l’affittuaria, una donna anziana palestinese è morta, circa 10 anni fa. Nel 2009, alcuni coloni israeliani ci si sono insediati con il supporto dell’organizzazione Bayit Echad (in ebraico «Una casa»), un movimento di coloni fondato da Benny Raz, ex agente del Mossad. Attualmente una barriera di metallo circonda la proprietà. Non è certo un caso che proprio le due case confinanti con la proprietà abbandonata e poi occupata, abbiano ricevuto notifiche di sfratto.</p>
<p>L’espropriazione delle case è solo uno dei tanti tasselli delle politiche discriminatorie portate avanti da Nir Barkat, il sindaco di Gerusalemme, e dalle precednti amministrazioni comunali, con il supporto del governo israeliano. Un report rilasciato dall’associazione ACRI a inizio maggio, mette in luce i drammatici dati relativi alla questione «casa» per la popolazione palestinese: dal 2007, 50.197 appartamenti sono stati costruiti per la popolazione ebraica (su terra espropriata) e nessuna per quella palestinese che ha dovuto far ricorso solo a permessi individuali rilasciati con il contagocce del comune.</p>
<p>Non solo: le discriminazioni di cui sono vittime i palestinesi si applicano a tutti i settori della vita pubblica e sociale e soprattutto nell’accesso alle infrastrutture e ai servizi della municipalita’. Per fare qualche esempio significativo: il budget allocato per le scuole elementari di Gerusalemme est è di circa cinque volte inferiore a quello della parte ovest (ebraica); il 65 % delle famiglie palestinesi vive sotto la soglia di povertà contro il 31 % delle famiglie ebraiche. Nella zona est il comune mette a disposizione solo 3 strutture per i servizi sociali, contro le 20 presenti a ovest. Nena News</p>
<p>vedi anche:<br />
Palestine Monitor: <a href="http://www.palestinemonitor.org/spip/spip.php?article1439">Two More Families To Be Evicted From Sheikh Jarrah</a><br />
Alternative Information Center:<br />
<a href="http://www.alternativenews.org/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=2654:four-palestinians-stripped-of-jerusalem-residency-&amp;catid=119:english&amp;Itemid=878">Four Palestinians Stripped of Jerusalem Residency</a><br />
<a href="http://www.alternativenews.org/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=2664:israel-issues-demolition-evacuation-orders-to-three-palestinian-families-in-jordan-valley&amp;catid=119:english&amp;Itemid=878">Israel Issues Demolition, Evacuation Orders to Three Palestinian Families in Jordan Valley </a></p>
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		</item>
		<item>
		<title>Gerusalemme, coloni occupano casa palestinese</title>
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		<pubDate>Sun, 09 May 2010 21:24:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Gerusalemme]]></category>
		<category><![CDATA[Occupazione]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;azione di forza e&#8217; avvenuta a Beit Safafa
Gerusalemme 03 maggio Nena-News
Dopo i quartieri Sheikh Jarrah, Monte degli Ulivi e Silwan, anche Beit Safafa, un sobborgo meridionale della zona araba (Est) di Gerusalemme sotto occupazione dal 1967, entra nel mirino dei coloni israeliani. La scorsa notte un gruppetto di «settler» scortato, secondo le testimonianze palestinesi, dalla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h5>L&#8217;azione di forza e&#8217; avvenuta a Beit Safafa</h5>
<h4>Gerusalemme 03 maggio <a href="http://www.nena-news.com/?p=411">Nena-New</a>s</h4>
<p>Dopo i quartieri Sheikh Jarrah, Monte degli Ulivi e Silwan, anche Beit Safafa, un sobborgo meridionale della zona araba (Est) di Gerusalemme sotto occupazione dal 1967, entra nel mirino dei coloni israeliani.<span id="more-2348"></span> La scorsa notte un gruppetto di «settler» scortato, secondo le testimonianze palestinesi, dalla polizia ha occupato un edificio nei pressi della città vecchia di Beit Safafa espellendo due anziani, Ali Salah, 99 anni, e sua moglie Sheha Ali, 90 anni, che vivevano in uno degli appartamenti. I coloni israeliani, dopo aver occupato la palazzina hanno issato bandiere e celebrato per tutta la notte.<br />
La vicenda della famiglia Salah di Beit Safafa si trascina da mesi. Già lo scorso ottobre l’edificio – che in quel periodo ospitava 55 persone tra le quali numerosi bambini – fu al centro di un tentativo di occupazione da parte di 12 estremisti israeliani. I coloni sostengono di aver acquistato il palazzo da una famiglia armena palestinese proprietaria in origine dell’edificio. I Salah da parte loro dicono di abitare da decenni in quelle abitazioni e di non sapere dell’esistenza di alcun proprietario armeno.<br />
Il caso di Beit Safafa ricorda da vicino quello di Sheikh Jarrar dove i coloni hanno occupato alcune abitazioni palestinesi e sostengono di essere proprietari legittimi di altre decine di casa arabe sulla base di documenti risalenti al periodo ottomano. La Corte Suprema israeliana in varie occasioni ha riconosciuto il diritto dei coloni di vivere in quelle abitazioni ma non riconosce lo stesso diritto alle centinaia di famiglie palestinesi che possedevano case nel settore ebraico (Ovest) di Gerusalemme ed espulse dopo la guerra del 1948. (red) Nena-News</p>
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		<title>1 maggio in Palestina</title>
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		<pubDate>Sun, 09 May 2010 13:46:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>
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DISOCCUPAZIONE ALLE STELLE IN CISGIORDANIA E GAZA
Roma, 01 maggio 2010 (Nena-News)
Da più parti si parla di ”crescita economica” nei Territori palestinesi occupati, almeno in riferimento alla Cisgiordania visto che la Striscia di Gaza è stretta nella morsa del blocco israeliano.  Ma la realtà è ben diversa.  Secondo un recente rapporto dell’Ufficio Centrale di [...]]]></description>
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<h3>DISOCCUPAZIONE ALLE STELLE IN CISGIORDANIA E GAZA</h3>
<h4>Roma, 01 maggio 2010 (<a href="http://www.nena-news.com/?p=257">Nena-News</a>)</h4>
<p>Da più parti si parla di ”crescita economica” nei Territori palestinesi occupati, almeno in riferimento alla Cisgiordania visto che la Striscia di Gaza è stretta nella morsa del blocco israeliano.  Ma la realtà è ben diversa.  Secondo un recente rapporto dell’Ufficio Centrale di Statistica palestinese, che ha comparato i già drammatici dati del 2008 sulla disoccupazione con quelli relativi al 2009, l’esclusione della popolazione palestinese dal mondo del lavoro interessa una percentuale sempre più alta di persone. Il tasso di disoccupazione in Cisgiordania ha raggiunto una media del 17,8%, con il 17,6 % per gli uomini e il 18,8 % per le donne, mentre quello nella Striscia di Gaza ha raggiunto il 38,6 %, coinvolgendo per il 37,3 % la popolazione maschile e per il 45,8 quella femminile. Secondo il rapporto, inoltre, la fascia della popolazione maggiormente colpita è quella dei giovani tra i 15 e i 24 anni, con il 37,2% per i maschi e il 46,9% per le femmine. In Cisgiordania il tasso di disoccupazione più alto è stato registrato nel governatorato di Qalqiliya, con il 23,4% di disoccupati, seguito dal 22,5% rilevato ad Hebron, il 21,8% a Tulkarem, il 20,2% a Betlemme. Nella Striscia di Gaza il maggior numero di disoccupati si concentra a Khan Younis con il 49,3%, seguito dal 38,4% di Rafah, e dal 35,2% di Deir Al-Balah. Il recente decreto israeliano che ha dato una pesante impennata alle politiche di espulsione dei lavoratori impegnati in Cisgiordania, ma con residenza nella Striscia di Gaza, interesserà inoltre per il 17% il settore pubblico. La conferma, se ce ne fosse bisogno, che la tragica situazione nel mondo del lavoro palestinese è la necessaria conseguenza delle politiche di occupazione, è contenuta in un altro rapporto dello scorso febbraio, redatto da due associazioni per i diritti umani, l’Alternative Information Centre e Kav La’Oved, risultato di una ricerca condotta con il contributo di alcuni economisti israeliani, secondo cui negli ultimi quattro decenni Israele ha “rubato” alla popolazione palestinese dei territori occupati oltre 2 miliardi di dollari, detraendoli dai contributi per le prestazioni sociali, alle quali i lavoratori non hanno mai avuto accesso. Secondo le informazioni fornite da funzionari israeliani, la maggior parte delle deduzioni “sono state investite in progetti di infrastrutture nei territori palestinesi”, un riferimento alle massicce sovvenzioni statali concesse all’ampliamento delle colonie. Complice della frode, aggiunge il rapporto, è la Histadrut, la federazione israeliana del lavoro, che continua a riscuotere una tassa mensile dai salari dei lavoratori palestinesi, senza che essi abbiano realmente diritto alla rappresentanza sindacale. “Questo è un chiaro caso di furto dei salari dei lavoratori palestinesi su grande scala” – ha detto Shir Hever, economista di Gerusalemme e uno degli autori del rapporto, che ha aggiunto – “non ci sono ragioni che giustifichino il ritardo di Israele nella restituzione del denaro ai lavoratori o ai loro beneficiari”. Le deduzioni iniziarono ad essere realizzate nel 1970, quando i lavoratori palestinesi cominciarono ad entrare in numero significativo in Israele, per la maggior parte impiegati come operai nel settore agricolo e edilizio. Generalmente i lavoratori perdono un quinto del loro stipendio per detrazioni che dovrebbero coprire la cassa pensioni, l’indennità di disoccupazione, l’assicurazione di invalidità, gli assegni familiari, le tasse sindacali, le ferie, l’indennità di malattia e l’assicurazione sanitaria. In pratica, tuttavia, i lavoratori hanno diritto solo alle prestazioni d’invalidità, in caso di infortuni sul lavoro, e sono assicurati contro la perdita del posto di lavoro solo se il datore di lavoro va in bancarotta. In totale, solo una frazione dei contributi, meno dell’ 8%, è stato utilizzato per la liquidazione delle prestazioni ai lavoratori palestinesi. Il resto è stato segretamente trasferito al Ministero delle Finanze. Ministero che ha definito i risultati del rapporto “inesatti e fuorvianti”, mentre l’Histadrut lo ha definito “pieno di bugie “, senza tuttavia confutare ufficialmente i calcoli contenuti nella relazione. “Una parte dei fondi dei lavoratori palestinesi – osserva ancora il rapporto – è stata spesa per le stufe portatili per i militari israeliani nelle tre settimane dell’operazione Piombo Fuso condotta a Gaza lo scorso anno”. È così che, mentre la popolazione palestinese muore sotto le bombe, chi resta perde il lavoro e il salario. (red)</p>
<h3>LE DONNE PALESTINESI CHIEDONO PIU’ ACCESSO AL LAVORO</h3>
<h4>Servizio speciale per Nena-news di Elena Hogan*</p>
<p>Gerusalemme, 01 maggio 2010 (<a href="http://www.nena-news.com/?p=232">Nena-News</a>)</h4>
<p>Soltanto il 15% delle donne nei Territori occupati palestinesi fa parte della popolazione attiva. Benché questa percentuale sia aumentata dal 11% del 1994, data di costituzione dell’ANP, grazie alla creazione di un settore pubblico che ha garantito maggiori opportunità lavorative per le donne, Amna Rimawi, segretaria del dipartimento femminile e presidente del settore agricoltura e industria alimentare del PGFTU (Palestinian General Federation of Trade Unions) specifica che il tasso di disoccupazione all’interno di questo già esiguo 15% sia alto e continui a salire: “Registriamo un tasso di disoccupazione femminile intorno al 37% solo in Cisgiordania”.</p>
<p>Accendendosi una sigaretta nel suo ufficio a Ramallah, Rimawi, storica sindacalista e membro del PGFTU sin dal 1978, descrive come prioritario ottenere migliori condizioni lavorative per le donne così come sancite dalla legislazione palestinese sul lavoro del dicembre 2001. “Gli uomini e le donne”, spiega, “dovrebbero essere pagati equamente secondo la legge. Ma in realtà in molti settori le donne guadagnano il 60% del salario percepito da un uomo. Per legge le donne hanno diritto alla maternità, ma spesso donne incinte non hanno di fatto alcuna protezione”.</p>
<p>Rimawi e il PGFTU si battono per rappresentare circa 27.000 lavoratrici (il 10% degli iscritti) tra Cisgiordania e Striscia di Gaza, confrontandosi con molteplici problematiche. Innanzitutto, le limitazioni imposte dall’occupazione israeliana: se dieci anni fa un quarto della forza lavoro palestinese lavorava in Israele, oggi il Muro che taglia la Cisgiordania e la chiusura ermetica di Gaza la soffocano dentro spazi sempre più ristretti. Il mercato del lavoro così ingabbiato, a sua volta favorisce gli uomini, che, secondo la legge islamica devono provvedere al sostentamento delle loro famiglie. “I più poveri tra i poveri hanno sempre una donna come capofamiglia”, afferma Rimawi, “e una donna che mantiene da sola i suoi figli accetterebbe qualunque condizione di lavoro, anche quando è consapevole dei propri diritti. Per questo è importante organizzare le donne in sindacati”.</p>
<p>Una struttura sociale conservatrice e patriarcale, legittimata su basi religiose o meno, limita sia l’inclusione delle donne nel mercato del lavoro, sia il loro potere decisionale al suo interno. “Quasi mai si vede un direttore generale donna nel settore privato e raramente una donna ricopre un ruolo decisionale”, sottolinea Rimawi.</p>
<p>Mentre a Gaza Hamas comprime le attività dei sindacati e ne limita la partecipazione femminile, in Cisgiordania la politica liberista perseguita dal governo Fayyad, sponsorizzata dagli Stati Uniti, a sua volta indebolisce i sindacati (nonostante l’alleanza tra il PGFTU e al-Fatah). Ai sindacati, infatti, è stata recentemente negata la possibilità di partecipare ad importanti riunioni internazionali di investimento a Betlemme ed a Londra, dove accordi transnazionali che modelleranno il futuro economico della Cisgiordania vengono siglati senza la presenza di alcuna rappresentanza di lavoratori.</p>
<p>Ma sia in Cisgiordania che a Gaza, la grande maggioranza delle donne non è nemmeno riconosciuta come parte della popolazione attiva. Come ribadisce Sawsan Saleh, direttore di AOWA (Association of Women’s Action for Training and Rehabilitation): “Di fatto il 100% delle donne palestinesi lavora… ma in casa, non pagate né ufficialmente riconosciute. E nelle zone rurali lavorano anche la terra, oppure coltivano l’orto di famiglia e badano agli animali”. In questo contesto, AOWA lavora per rafforzare il ruolo delle donne nella società palestinese in senso lato—a livello familiare, culturale, lavorativo e decisionale—attraverso programmi mirati ad arricchire la loro cultura personale e a garantire i finanziamenti e la formazione necessaria per iniziare o sviluppare attività generatrici di reddito. Allo stesso modo, gran parte del lavoro del dipartimento delle donne del PGFTU si focalizza su programmi finalizzati ad aumentare il numero di donne lavoratrici.</p>
<p>A prescindere dal sentiero culturale o politico che una comunità scelga di percorrere, le donne rimangono il 50% della società, e, come afferma Rimawi, “quando si indebolisce la metà di una società, è l’intera società ad indebolirsi. Dobbiamo continuare a rafforzare il ruolo delle donne palestinesi per rafforzare l’intera società palestinese”.</p>
<h4>* Elena Hogan e’ una giornalista stunitense. Di recente ha collaborato con alcune Ong italiane che operano nei Territori occupati palestinesi.</h4>
<h3>1 MAGGIO: GAZA, MANIFESTAZIONI A RAFAH E EREZ</h3>
<h4>Rafah, 01 maggio 2010 (Nena-News)</h4>
<p>Festa del lavoro ad alta tensione oggi all’altezza del valico di Rafah, tra la Striscia di Gaza e l’Egitto, dove si è svolta la manifestazione indetta dall’Unione generale dei lavoratori palestinesi. Tensione anche nei pressi del valico di Erez, tra Gaza e Israele, dove circa 2mila manifestanti hanno protestato con forza contro l’assedio attuato dallo Stato ebraico.”Chiediamo alla comunita’ internazionale di intervenire per mettere fine al blocco israeliano di Gaza e di correre in difesa di tutti i lavoratori palestinesi”, ha esortato Ramzi Rabah, del Fronte democratico.</p>
<p>Sul versante egiziano della frontiera di Rafah oggi  sono affluite centinaia di guardie di frontiera per contenere possibili tentativi di pressione sul valico da parte dei dimostranti, a causa delle tensioni seguite alla morte per asfissia di quattro giovani palestinesi ad inizio settimana in un tunnel tra Gaza e l’Egitto. Secondo il movimento islamico Hamas, che controlla Gaza dal 2007, a provocare quell’orribile morte sarebbe stato un gas venefico usato dagli egiziani per bloccare il tunnel ma il Cairo ha seccamente smentito un suo coinvolgimento. Oggi il quotidiano egiziano al-Ahram ha lanciato pesanti accuse ad Hamas sostenendo che i tunnel sotterranei sono una violazione della sovranità territoriale egiziana. Non solo Hamas ma tutti i palestinesi di Gaza al contrario affermano che le gallerie sono l’unica possibilità di aggirare, almeno in parte, il duro embargo israeliano contro la Striscia in atto da tre anni. L’Egitto peraltro sta completando lungo il confine una lunga barriera di acciaio sotterranea proprio per bloccare i tunnel.<br />
Nel corso delle manifestazioni per il Primo Maggio, centinaia di militanti del marxista Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp) oltre a scandire slogan contro Israele e l’assedio di Gaza, hanno anche rivolto accuse ad Hamas a causa dei recenti aumenti delle tasse decisi dal movimento islamico. Nei giorni scorsi la polizia di Hamas aveva arrestato diversi attivisti del Fplp, poi liberati. (red) <a><br />
</a></p>
<h4><a>href=&#8221;http://www.nena-news.com/?p=335&#8243;&gt;Nena-News</a></h4>
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		<title>Deportati a Gaza</title>
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		<pubDate>Sun, 09 May 2010 11:40:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Occupazione]]></category>
		<category><![CDATA[pulizia etnica]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217; ordinanza militare num. 1650, in vigore da qualche settimana in tutta la West Bank sta determinando conseguenze che stanno colpendo molte famiglie causando la deportazione di centinaia di palestinesi dalla West Bank alla Striscia di Gaza, molti di essi non sono bene accetti da Hamas e rischiano ritorsioni una volta tornati.
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Israele apre il fuoco [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4>L&#8217; ordinanza militare num. 1650, in vigore da qualche settimana in tutta la West Bank sta determinando conseguenze che stanno colpendo molte famiglie causando la deportazione di centinaia di palestinesi dalla West Bank alla Striscia di Gaza, molti di essi non sono bene accetti da Hamas e rischiano ritorsioni una volta tornati.</h4>
<p>.</p>
<h2>Israele apre il fuoco contro due deportati a Gaza</h2>
<h5>Rimane bloccato al valico di Erez l&#8217;espulso Ahmed Sabah</h5>
<h4>Valico di Erez, 04 maggio (<a href="http://www.nena-news.com/?p=432">Nena News</a>) </h4>
<p>I soldati israeliani oggi hanno aperto il fuoco e respinto due palestinesi deportati il mese scorso a Gaza che, nei pressi del valico di Erez, hanno tentato attraversare la frontiera e di tornare a casa in Cisgiordania.  I due palestinesi sono arretrati evitando conseguenze peggiori. Poco dopo, più a sud, otto mezzi blindati israeliani sono penetrati nel territorio di Gaza dove hanno demolito un edificio diroccato nelle vicinanze dell’aeroporto. <span id="more-2337"></span></p>
<p>Intanto si sta trasformando in una tragedia umana oltre che politica il caso di Ahmed Sabah, un ex detenuto palestinese della Cisgiordania deportato lo scorso 21 aprile a Gaza dall’esercito israeliano. Il movimento islamico Hamas non gli consente l&#8217;ingresso nella Striscia di Gaza, per impedire che Israele proceda con le espulsioni di palestinesi dalla Cisgiordania. Allo stesso tempo Tel Aviv non ha alcuna intenzione di riportare Sabah a Tulkarem, la città cisgiordana dove risiedeva prima di finire in carcere. Così l’ex detenuto politico si trova da 13 giorni fermo al valico di Erez e al momento non si intravede una soluzione.<br />
Sabah vuole tornare a Tulkarem e respinge con determinazione l’ordine di deportazione giunto da Israele sulla base della recente Ordinanza militare 1650 che, in violazione delle convenzioni internazionali, definisce «infiltrati» tutti i palestinesi (e i cittadini stranieri) che risiedono in Cisgiordania senza un permesso israeliano valido, ossia emesso dalle autorità di occupazione. La determinazione di Sabah tuttavia non scalfisce il muro di rifiuto di Israele poichè la sua carta di identità è stata rilasciata a Gaza dal ministro dell’interno dell’Autorità nazionale palestinese (Anp). Da parte sua Hamas esclude di poter far entrare l’ex detenuto per evitare un precedente che potrebbe aprire la strada ad una ondata di espulsioni verso Gaza.<br />
«Vivo da giorni in condizioni molti difficili ma non mi arrendo e non smetterò di reclamare il mio diritto a far ritorno alla mia famiglia in Cisgiordania», afferma Sabah che è assistito dal Centro israeliano Ha Moked per i diritti umani. (red) Nena News</p>
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		<title>MESSAGGIO DA PARTE DEI COMITATI POPOLARI  NELL&#8217;AREA DI BETLEMME</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Apr 2010 16:25:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Apartheid]]></category>
		<category><![CDATA[Iniziativa internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Occupazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Lettera scritta dai comitati popolari e rivolta ai partecipanti della marcia per la pace che si è svolta domenica qui a Betlemme e  che prevedeva, tra l&#8217;altro, l&#8217;incontro tra  pellegrini italiani (400) e il ministro del turismo israeliano (dall&#8217;altra parte del check point). Tale iniziativa faceva parte di tutta una serie di attività [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Lettera scritta dai comitati popolari e rivolta ai partecipanti della marcia per la pace che si è svolta domenica qui a Betlemme e  che prevedeva, tra l&#8217;altro, l&#8217;incontro tra  pellegrini italiani (400) e il ministro del turismo israeliano (dall&#8217;altra parte del check point). Tale iniziativa faceva parte di tutta una serie di attività previste da un accordo tra opera romana pellegrinaggi e Ministero del Turismo Israeliano.<span id="more-2268"></span></em></p>
<p><em>La lettera è stata distribuita il 24 aprile 2010 durante durante la cena di benvenuto ai 400 partecipanti (tutti italiani) della marcia per la pace che si è tenuta il giorno successivo (Programma: partenza alle 7 del mattino dalla chiesa della natività, attraversando il check point, incontro con il ministro del turismo israeliano).</em></p>
<p><em>L&#8217;iniziativa viene organizzata grazie al sostegno logistico della Fondazione Giovanni Paolo II, con sede a Gerusalemme e a Firenze (presidente ne è un frate molto famoso, Ibrahim Faltas.. presente durante tutto l&#8217;assedio alla chiesa della natività nel 2002), e fa parte di una serie di iniziative legate ad un accordo tra il Ministero del Turismo Israeliano e all&#8217;Opera Romana Pellegrinaggi volta alla collaborazione nella gestione del grosso e redditizio business dei pellegrini.</em></p>
<p><em>La Ministra del Turismo Palestinese (Dehibe) ha denunciato i dimostranti palestinesi presenti la sera del 24 aprile (ciò mostra il modo in cui purtroppo sempre più spesso questo governo non rappresenta più la società civile ma finisce col reprimerne tristemente le richieste).</em></p>
<p>&#8220;Sappiamo che vi trovate qui per impegnarvi in un&#8217;iniziativa che cerca di promuovere la pace e la riconciliazione tra noi e i nostri vicini israeliani. La pace è qualcosa che noi tutti vogliamo e ricerchiamo, ma questo particolare evento non ci farà avanzare di alcun passo. Queste solo solo alcune delle molte ragioni:</p>
<ol>
<li>I palestinesi (cristiani e musulmani) non hanno la libertà di muoversi da Betlemme a Gerusalemme per motivi religiosi, sportivi o di qualunque altro genere. Siamo ristretti da “permessi” che vengono concessi solo a pochi e questa realtà è peggiore persino del sistema di permessi in Sudafrica durante l&#8217;apartheid, come disse anche il vescovo Desmond Tutu. L&#8217;evento a cui partecipate viene presentato come se non ci fossero queste restrizioni e non considerate il fatto che voi in quanto turisti avete una maggiore libertà di movimento rispetto alla popolazione locale. È importante che vi chiediate: perché tutti i palestinesi non possono correre con noi? Perché solo pochissimi cristiani palestinesi posso avere il permesso per andare a pregare a Gerusalemme?</li>
<li>L&#8217;esercito e il governo israeliano sono impegnati in un&#8217;enorme confisca, un vero furto, di terra palestinese nell&#8217;area di Betlemme, per costruire il Muro e gli insediamenti, entrambi illegali. Nello stesso momento in cui voi correte per sport, bulldozers nel distretto di Betlemme stanno lavorando per sradicare ulivi, distruggere case e vite. Questo avviene anche nel distretto di di Betlemme, dove ora abbiamo accesso a meno del 20% dell&#8217;ampiezza originale dell&#8217;area e si prevede diminuire fino a meno del 13%. Questa terra appartiene a famiglie cristiane e musulmane a cui ora è stata rubata. La vostra iniziativa riconosce e accetta questa realtà, suggerendo che ci sia parità e desiderio di “pace” (senza definire meglio cosa questo significhi) tra i due “lati”. Questo non è un conflitto tra israeliani e palestinesi, ma tra coloro che privano e rubano la terra e impongono politiche coloniali di apartheid e persone di buona volontà che resistono a queste politiche (e questo comprende palestinesi, israeliani e internazionali).</li>
<li>La vostra iniziativa si svolge vicino a due dei campi profughi di Betlemme (Azza e Aida). Sono circa 7 milioni i profughi e rifugiati palestinesi a caausa delle politiche coloniali israeliane negli ultimi 62 anni. Per voi, ignorare questa pulizia etnica di massa e la povertà e indigenza sarebbe come avere un&#8217;iniziativa sportiva vicino a un campo di concentramento ancora attivo in Europa orientale.</li>
<li>La vostra iniziativa mostra il vostro passaggio tra Betlemme e Gerusalemme come se fosse un passaggio tra due stati. Sarete accolti da una delegazione ufficiale del governo israeliano come se aveste passato il confine di un paese. Questa è una falsità. I territori in cui vi sposterete da Betlemme a Gerusalemme sono aree occupate nel 1967 e sono considerate dal diritto internazionali come Territori Occupati Palestinesi, soggetti alla 4° convenzione di Ginevra. La vostra iniziativa riconosce dunque il controllo israeliano su queste aree come qualcosa di legittimo e come se voi stesse attraversando il confine di due paesi. Tutto questo legittima l&#8217;occupazione israeliana.</li>
<li>Nel 2009 il ministero israeliano del turismo ha avviato una campagna mediatica internazionale per promuovere il turismo verso Israele. A differenza del passato, il ministero composto da membri estremisti ha privato completamente la Cisgiordania e qualunque area palestinese (inclusa Betlemme) dalle proprie risorse. Queste sono le persone che incontrerete dall&#8217;altra parte: essi nemmeno riconoscono che esistiamo come esseri umani. Questi sono gli individui che hanno promosso una pulizia etnica e continuano ad attuarla. Rafforzerete il controllo di questo governo estremista di destra.</li>
</ol>
<p>Questi sono alcuni tra i tanti punti che possono spiegare perché questa iniziativa non aiuterà la pace. Vi chiediamo di rivedere l&#8217;organizzazione di questo evento. È importante che voi protestiate contro l&#8217;occupazione e la distruzione di terra palestinese. Betlemme vive ora il suo peggior assedio nella storia e questo evento mostra solo al mondo che tutto va bene e il governo israeliano approfitterà di questo evento per dare questa immagine. Vi chiediamo di domandare a voce alta la fine dell&#8217;occupazione per creare una vera pace. Non unitevi agli atleti israeliani, non accettate la presenza del ministero del turismo israeliano, state con le persone di Betlemme e chiedete la libertà per tutti di pregare e correre a Gerusalemme.</p>
<p>Parlate con noi se volete lavorare con palestinesi e israeliani che collaborano mano nella mano per far terminare l&#8217;occupazione e contribuite a far rispettare il diritto internazionale sul diritto dei profughi al ritorno alle loro case e terre.&#8221;</p>
<h5>I Comitati Popolari dei villaggi e città dell&#8217;area di Betlemme</h5>
<h5>segnalato da Caterina Donattini</h5>
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		<title>Agli occhi dello stato, noi, qui, non esistiamo</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Apr 2010 11:38:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Apartheid]]></category>
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		<description><![CDATA[di Nora Barrows-Friedman*
Mercoledì 14 aprile, le Forze Israeliane hanno portato a termine le operazioni di demolizione di alcune case di maggiori dimensioni all’interno di tre aree distinte nella West Bank occupata. Le demolizioni hanno lasciato senza casa dozzine di persone ad Hares (vicino alla città settentrionale di Tulkarem); e nelle cittadine di Beit Sahour e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h5>di Nora Barrows-Friedman*</h5>
<p>Mercoledì 14 aprile, le Forze Israeliane hanno portato a termine le operazioni di demolizione di alcune case di maggiori dimensioni all’interno di tre aree distinte nella West Bank occupata. Le demolizioni hanno lasciato senza casa dozzine di persone ad Hares (vicino alla città settentrionale di Tulkarem); e nelle cittadine di Beit Sahour e al-Khader vicine a Bethlehem. Ah Hares, pure alcuni negozi di proprietà di palestinesi sono stati ridotti in un cumulo di macerie, mentre ufficiali israeliani hanno minacciato gli abitanti di future demolizioni nell’area.<span id="more-2252"></span></p>
<p>Jonathan Pollack degli Anarchici Contro il Muro e del Comitato di Coordinamento di Lotta Popolare in un comunicato stampa ha scritto: “Un enorme bulldozer israeliano ha demolito la casa di Ali Mousa [in al-Khader], che fungeva da abitazione per nove persone, compreso un bambino di un anno di età, mentre i soldati impedivano a chiunque di avvicinarsi alla casa – incluso l’avvocato della famiglia, che aveva mostrato ai soldati una ingiunzione [contro] la demolizione, emessa dal tribunale nel 2006.”</p>
<p>Questi attacchi di mercoledì evidenziano la crisi in corso dell’espansione della confisca israeliana delle terre palestinesi – ma queste pratiche non si limitano alle sole zone di confine della West Bank occupata e della Striscia di Gaza. Martedì, nel deserto del Negev, la polizia israeliana ha invaso il villaggio beduino di al-Araqib, distruggendo tre case. Nello stesso momento, a Twail Abu Jarwal le Forze Israeliane hanno raso al suolo, una volta ancora, tutte le tende, le baracche e i contenitori per la raccolta dell’acqua, con una operazione che il portavoce del Consiglio Regionale dei Villaggi Non-riconosciuti nel Negev ha dichiarato essere questa la “quarantesima volta in quest’ultimi pochi anni” in cui erano state demolite case e  strutture.</p>
<p>E lunedì 12 aprile, nel villaggio di Dhammash, un villaggio non-riconosciuto lontano dal Negev e dall’attenzione dei mezzi di informazione, la polizia israeliana aveva distribuito 13 ordini di demolizioni di case  ad altrettanti proprietari di abitazioni palestinesi.</p>
<p>Dhammash si trova tra due delle città più grandi tra quelle che, in Israele, vengono dette “città miste”, Lyyd e Ramla. A dieci minuti di distanza dall’aeroporto internazionale Ben Gurion, quest’area è uno dei siti nel Medio Oriente più antichi e abitati con continuità. Durante gli ultimi 62 anni i palestinesi hanno dovuto combattere per poter restare a Dhammash, sulla loro terra, dato che il governo israeliano continua a mettere in pratica provvedimenti draconiani per eliminarli.</p>
<p>Insieme ai 13 ordini di demolizione di case di questa settimana, la polizia israeliana sta tentando di chiudere da sud la strada per il villaggio di Dhammash, tra l’adiacente ferrovia e la città di Ramle. “Questo è un passo ulteriore per costringerci ad andarcene,” ha chiarito il portavoce della comunità di Dhammash, Arafat Ahmed Ismayil . “Gli abitanti [israeliani] di Dhammash risultano cittadini israeliani. Pagano le tasse. Votano durante le elezioni nazionali. Parlano sia l’arabo che l’ebraico. Ma come per tutti i cittadini palestinesi di Israele, nei loro confronti vengono fatte sistematicamente discriminazioni per costringerli a partire,” ha sostenuto Ismayil, “ proprio come se fossero cittadini di decima classe”</p>
<p>Ha precisato, “Noi non siamo provvisti di un sistema fognario o di una fornitura sufficiente di elettricità o di un servizio idrico. Siamo stati costretti a rivolgerci al tribunale diverse volte per ottenere che il governo procuri ai nostri figli degli autobus scolastici. Il sistema scolastico stesso per i giovani palestinesi è di per sé completamente discriminatorio – la qualità dell’istruzione è ben al di sotto del livello di quella dei ragazzi ebrei.”</p>
<p>Mentre stavano camminando attraverso il villaggio di Dhammash, responsabili della comunità hanno raccontato ad Electronic Intifada che le autorità israeliane hanno distrutto strategicamente un terreno agricolo pubblico, rendendolo sterile, per impiantare nel bel mezzo del villaggio un centro altamente inquinante per la lavorazione all’aperto di rottami metallici. “Ora, quello è l’unico posto dove la gente può trovare un lavoro a Dhammash,” ha aggiunto uno dei responsabili.</p>
<p>Ismayil ha detto che a Dhammash ci sono circa 600 palestinesi che vivono in 70 case. Molte delle case esistevano fin da prima della Naqba del 1948, quando circa tre-quarti dei palestinesi vennero cacciati o fuggirono dalla Palestina storica. Tutte le case – ha affermato – sono, e lo sono state per molti anni,  sul ceppo per la decapitazione. Sei case vennero demolite fin dal 2005, ed ogni pochi mesi gli abitanti devono fare petizioni ai tribunali israeliani e firmare una istanza dopo l’altra per far ritirare i bulldozer che sono entrati nel villaggio.</p>
<p>“Loro vogliono costruire in quest’area un complesso condominiale per soli ebrei,” ha chiarito Ismayil. “Questo è il motivo per cui vogliono che ce se ne vada il più presto possibile.”</p>
<p>Secondo le statistiche più recenti, ci sono circa 110.000 palestinesi e beduini che vivono nei cosiddetti “villaggi non-riconosciuti” all’interno dello stato di Israele, l’80 % dei quali vivono nella regione del Negev. Questi villaggi non sono reperibili in alcuna mappa e tutti debbono confrontarsi con la prassi della continua demolizione delle abitazioni e con la mancanza totale di servizi di base.</p>
<p>Ismayil ha raccontato che sulle loro carte d’identità israeliane il governo si è rifiutato di indicare Dhammash come loro luogo di residenza. “Loro ci suddividono entrambi fra Lydd o  Ramle,” ha detto. “Secondo loro noi non facciamo parte di nessun luogo. Agli occhi dello stato, noi, qui, non esistiamo.”</p>
<p>Mercoled’ 14 aprile, gli abitanti di Dhammash e i responsabili della comunità si sono recati in due diversi tribunali – per la questione della strada bloccata, alla corte suprema di Gerusalemme e, per il problema degli ordini di demolizione, al tribunale regionale di Petah Tikwa. “Loro hanno ascoltato i nostri casi ed hanno detto che sarebbero stati messi a ruolo per la prossima settimana,” ha spiegato più tardi quella sera. “Ma non ci hanno detto quando sarà quella data. E’ tutto molto oscuro. Noi non siamo certi su ciò che accadrà.”</p>
<p>Ismayil ha asserito che le politiche di demolizione delle case imposte ai palestinesi all’interno di Israele sono esattamente le stesse che vengono applicate nei Territori Occupati, compresa Gerusalemme Est, e nella Striscia di Gaza.</p>
<p>“Non c’è alcuna differenza,” ha affermato. “Quando vogliono demolire una casa, impongono il coprifuoco, chiudono l’area, portano centinaia di poliziotti e di soldati con cani. Elicotteri si librano sulla testa. Portano con loro comitive di coloni estremisti ebrei per svuotare le case dei mobili ed arrestare le persone che si rifiutano di essere sfrattate.”</p>
<p>“Noi stiamo sperimentando qui, nelle terre del ’48 [Israele], le stesse pratiche di apartheid che sono operative nei Territori Occupati,” ha aggiunto Ismayil. “La gente di fuori pensa che noi stiamo godendo del dono della democrazia di Israele. Mentre noi siamo esattamente nella stessa situazione. Qui, non c’è alcuna pace, né alcuna democrazia.”</p>
<h4>*<strong>Nora Barrows-Friedman</strong> è conduttrice associata e produttrice di grado elevato di Flashpoint, una trasmissione di inchieste di attualità su Pacifica Radio. E’ pure corrispondente per Inter Press Service. Ella invia regolarmente articoli dalla Palestina, dove tiene corsi di giornalismo per giovani nel campo profughi di Dheisheh, nella West Bank Occupata.</h4>
<h4><a href="http://electronicintifada.net/v2/printer11213.shtml">da Electronic Intifada</a><br />
Traduzione di Mariano Mingarelli</h4>
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		<title>Israele e Palestina: Nuove parole per dirlo</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Apr 2010 20:28:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Eva Brugnettini*
Ilan Pappé è uno storico israeliano, uno degli esponenti di punta dei “nuovi storici”, studiosi che hanno ribaltato i miti legati alla nascita dello Stato ebraico, come quello che definiva la Palestina “terra senza un popolo”, o secondo cui i palestinesi fuggirono spontaneamente dai propri villaggi.

I suoi studi gli hanno attirato tantissime critiche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h5>di Eva Brugnettini*</h5>
<p><a href="http://www.palestinalibera.org/wp-content/media/pappè.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2226" title="pappè" src="http://www.palestinalibera.org/wp-content/media/pappè.jpg" alt="" width="128" height="121" /></a>Ilan Pappé è uno storico israeliano, uno degli esponenti di punta dei “nuovi storici”, studiosi che hanno ribaltato i miti legati alla nascita dello Stato ebraico, come quello che definiva la Palestina “terra senza un popolo”, o secondo cui i palestinesi fuggirono spontaneamente dai propri villaggi.<br />
<span id="more-2191"></span><br />
I suoi studi gli hanno attirato tantissime critiche e un certo ostracismo, anche in Italia. Solo due dei suoi numerosi saggi sono stati tradotti in italiano, e anche quelli hanno avuto un percorso sofferto e un’accoglienza “fredda”. Perciò non stupisce che l’arrivo in Italia dello storico israeliano &#8211; giovedì 8 aprile a Ravenna &#8211; non abbia avuto la rilevanza mediatica che meritava.</p>
<h4>Colonialismo</h4>
<p>Pappé vuole ridefinire il linguaggio stesso con cui è descritto il conflitto mediorientale. A tale scopo sta lavorando con il noto linguista e politologo Noam Chomsky a un libro sulla questione israelo-palestinese che uscirà la prossima estate.<br />
La prima parola da fare entrare nel vocabolario del conflitto è “colonialismo”: “Il sionismo – dice &#8211; è un movimento di ebrei tornati in Palestina dopo duemila anni di esilio alla ricerca di un rifugio dall’antisemitismo europeo. Ma al sionismo bisogna aggiungere la parola ‘colonialismo’, basta guardare il dizionario per capire che è quello che sta succedendo in Israele e Palestina”.</p>
<p>Per spiegarsi Pappé distingue tra due tipi di colonialismo: “Uno di sfruttamento, in cui i coloni sfruttano le risorse delle nuove terre per il beneficio dell’impero da cui provengono, e un altro come quello che si è visto in Australia, Nord America e Sudafrica dove i coloni si separano dalla madre patria e vogliono vivere per conto proprio nelle nuove terre, liberandosi della popolazione nativa”. E questo è quello che secondo Pappé si avvicina di più a quello ebraico.</p>
<p>Un “colonialismo unico”, certamente, ma di cui una componente è il processo di giudaizzazione. “Tutti i governi ebraici, anche di sinistra, si sono sempre impegnati molto nella giudaizzazione, soprattutto della Galilea. E nessun giornalista ne parla, perché non suona come un processo ‘criminale’. Ma da una prospettiva colonialista è un aspetto fondamentale, che porta all’alienazione dei palestinesi, finché  non diventano stranieri nel loro stesso paese”.</p>
<p>Secondo lo storico israeliano per capire la situazione mediorientale bisogna avere uno sguardo più complesso, che non si fossilizzi sulle colpe israeliane, ma che consideri quello che paradossalmente c’è di buono. “La colonizzazione può creare anche belle cose. La rinascita della lingua ebraica, città come Tel Aviv, esperimenti di socialismo come i kibbutz sono stati possibili perché gli ebrei erano liberi in una società nuova, sganciata dalle tradizioni europee. C’è qualcosa di eccitante di fianco a uno dei peggiori crimini. È una sorta di doppio spazio, e se si ignora uno dei due non si dipinge la situazione per come realmente è. Se si considera Israele soltanto come una presenza malvagia non si risolve il problema. Bisogna capire entrambi gli spazi per impegnarsi in modo più consapevole”.</p>
<h4>Ritorno</h4>
<p>Un’altra parola da eliminare – secondo Pappé &#8211; è “occupazione”, in quanto “sottintende una situazione temporanea, come parte di un conflitto. Quella che dura dal 1967 potrebbe essere un’occupazione se Israele volesse davvero andarsene o restasse nei Territori palestinesi solo per difendersi, ma questa è mitologia”.</p>
<p>Pappé è arrivato a questa conclusione consultando gli archivi dello stato israeliano, studiando i quali ha scritto La pulizia etnica della Palestina (Fazi). “La Cisgiordania doveva far parte dello Stato ebraico già dai primi programmi del 1948, quando per creare Israele servivano più terre palestinesi possibili, con il minor numero di palestinesi possibile. Quando nella guerra per la fondazione dello stato, Israele ha conquistato l’80 per cento della Palestina cacciando quasi un milione di palestinesi, bisogna chiedersi perché non abbia conquistato il 100 per cento. E la risposta è: per motivi politici. C’era un accordo con la Giordania. Poi nel ‘63, quando Israele avrebbe potuto conquistare la Cisgiordania e Gaza, erano gli Stati Uniti a essere contrari”.</p>
<p>La parola che lo storico propone al posto di occupazione è quindi “ritorno”: “Ritorno a una terra che gli ebrei sionisti considerano propria. Che spiega perché nel 2000 durante il summit di Camp David per [l'allora primo ministro israeliano Ehud] Barak l’offerta di restituire ai palestinesi l’85 per cento della Cisgiordania fosse ’un’offerta generosa’”. Ma se per gran parte della leadership israeliana la Cisgiordania appartiene a Israele, come sarà possibile la costruzione di uno stato palestinese in quella terra? Secondo Pappé l’unica cosa che gli israeliani potranno sopportare è “una ‘presenza’ palestinese sotto controllo israeliano. Un reale stato palestinese è impossibile per Israele”.</p>
<h4>Processo senza pace</h4>
<p>Altro termine da eliminare dal vocabolario del conflitto è “processo di pace”, perché “come ha detto Chomsky la parte importante di questa locuzione non è “pace” ma “processo”. Che può andare avanti all’infinito. Israele ha imposto alla politica internazionale l’idea che ci siano tanti altri conflitti più importanti di quello israelo-palestinese, e può anche essere vero. Ma così porta avanti una sorta di “soluzione n+1”, offrendo ai palestinesi ogni volta un pochino di più, e allo stesso tempo dettandone la politica: con quali leader parlare, quale partito deve essere eletto, e quale processo di pace può essere scritto”.</p>
<p>Pappé racconta un aneddoto che esemplifica il diktat israeliano: “Negli accordi di Oslo, così come per l’appuntamento di Camp David, gli israeliani avevano scritto ogni dettaglio, da quali insediamenti scambiare fino a quale capitale dare ai palestinesi. Dieci giorni prima di Camp David, uno dei leader palestinesi mi chiamò per chiedermi quale programma avrebbero dovuto portare all’incontro con Barak e [il presidente Usa] Clinton. Era una cosa assurda, cosa avevano fatto in tutti quegli anni? Ma dimostra come non ci fosse bisogno dei palestinesi, Israele portava gli input e Stati Uniti e Unione Europea dovevano imporre quello che Israele aveva deciso. Non stupisce la sollevazione popolare che ne è seguita”, vale a dire la Seconda Intifada.</p>
<h4>Cambio di regime</h4>
<p>Il quarto punto a cui Ilan Pappé tiene molto riguarda un vocabolo che dipinge il futuro. Bisogna smettere, secondo lo storico, di parlare di “soluzione”, in quanto “presuppone un accordo tra due parti, mentre qui c’è una parte che si impone sull’altra. Israele ha un atteggiamento molto didascalico verso i palestinesi, del tipo ‘Se non accettate ora, la prossima proposta sarà peggio’. Non c’è possibilità di una soluzione”.</p>
<p>Questo non significa che il conflitto andrà avanti in eterno. A suo modo Pappé è quasi ottimista. “C’è bisogno di un cambio di regime, come quello in Iraq o in Afghanistan. Ma non con la forza, non con le bombe o l’intervento della Nato. Non c’era ragione di accettare quello che succedeva in Sudafrica, così non c’è ragione di accettare quello che succede in Israele. Non sono uguali, ma uguale è il trattamento riservato al popolo indigeno”.</p>
<p>Ilan Pappé è stato il primo ebreo israeliano a proporre quella che è vista da molti come una soluzione utopica e insensata: lo Stato unico. “La soluzione a due Stati non farebbe che peggiorare le ideologie di entrambi. E Israele non permetterebbe alla Palestina di avere un proprio esercito, una propria economia e sovranità. E se anche ci fossero due Stati, cosa succederebbe ai palestinesi cittadini di Israele? Adesso sono il 20 per cento, ma poi? Quando saranno il 35 o il 40 per cento? Per continuare ad avere una maggioranza ebraica, Israele continuerà a dividersi all’infinito?”.</p>
<p>La soluzione a un unico Stato è per Pappé “più etica e pratica. Bisogna liberarsi dall’ideologia. Io ho molto più in comune con un amico palestinese che con un ebreo di Brooklyn, che però avrebbe il diritto di ‘tornare’. Israele dovrebbe trattare ebrei e palestinesi allo stesso modo, solo a partire da questo è possibile il cambio di regime”.</p>
<p>Il cambiamento di prospettiva della società ebraica non è l’unico mezzo per arrivare alla soluzione. “La campagna di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (Bds) è uno strumento molto importante adesso, perché a volte c’è bisogno di una ‘botta in testa’ dall’esterno per vedere come stanno realmente le cose”.</p>
<p>Per arrivare ad assumere posizioni così critiche verso lo Stato ebraico, e per superare “l’indottrinamento in cui cresci, inculcato soprattutto dall’esercito”, Ilan Pappé non ha ricevuto un’unica “botta in testa”, ma tanti piccoli colpi. E “il prezzo è molto alto. Smetti di parlare con tuo padre, tua madre, i tuoi fratelli, con te stesso persino”. O perdi il posto di lavoro. All’università di Haifa dove era professore, le sue posizioni anti-sioniste gli hanno valso il vuoto intorno fino a un’espulsione de facto. Ora insegna all’università di Exeter, in Gran Bretagna. Ma rimane fermo nelle sue posizioni e sicuro che l’unica vera soluzione è la “desegregazione. È ridicolo che ebrei e palestinesi non possano condividere la vita”.</p>
<p><a href="http://www.osservatorioiraq.it/modules.php?name=News&amp;file=article&amp;sid=9118">* per Osservatorio Iraq</a></p>
<p>[14 aprile 2010]</p>
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		<title>MEMORANDUM</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Apr 2010 21:46:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<description><![CDATA[AI: MEMBRI COMITATO ESECUTIVO dell&#8217;OLP, e Fateh Comitato Centrale. 
DA DR. Saeb Erakat 
Oggetto: Ordini Militari israeliani Rivolto a espulsione palestinesi dalla Cisgiordania
Data: 14 aprile 2010 
Lo scopo di questa nota è fornire consulenza sulle implicazioni dei due nuovi ordini militari israeliane in materia di prevenzione delle infiltrazioni (Emendamento n. 2) e Disposizioni in materia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>AI: MEMBRI COMITATO ESECUTIVO dell&#8217;OLP, e Fateh Comitato Centrale. </p>
<p>DA DR. Saeb Erakat </p>
<h5>Oggetto: Ordini Militari israeliani Rivolto a espulsione palestinesi dalla Cisgiordania</h5>
<p>Data: 14 aprile 2010 </p>
<p>Lo scopo di questa nota è fornire consulenza sulle implicazioni dei due nuovi ordini militari israeliane in materia di prevenzione delle infiltrazioni (Emendamento n. 2) e Disposizioni in materia di sicurezza (Emendamento n. 112), entrato in vigore il 13 aprile 2010.<br />
<span id="more-2168"></span></p>
<h5>I. la questione</h5>
<p>Ordinanza n. 1650 in materia di prevenzione di infiltrazioni  Ordine No. 1649 e con riferimento alle disposizioni di sicurezza sono stati rilasciati nel mese di ottobre 2009 come emendamenti a un ordine militari del 1969 che ha dichiarato come &#8220;infiltrati&#8221; provenienti da Giordania, Siria, Egitto e Libano (i cosiddetti &#8220;stati nemici &#8220;al momento del rilascio del provvedimento), punito con la reclusione e l&#8217;espulsione. </p>
<h5>I nuovi ordini di ri-definire un &#8220;infiltrato&#8221; in termini così generici che praticamente ogni persona attualmente presenti in Cisgiordania possono potenzialmente rientrare in tale definizione e quindi incorrere in responsabilità penale e / o essere soggetti a deportazione.</h5>
<p>Un &#8220;infiltrato&#8221; sotto i nuovi ordini è definito come &#8220;una persona che è entrato illegalmente nella in Cisgiordania&#8221; o &#8220;una persona che è presente nella zona e non è legalmente in possesso di un permesso&#8221;. La zona  si riferisce alla Cisgiordania occupata. </p>
<h5>Ai sensi Ordine Militare No. 1650, ogni persona che è entrato illegalmente nella zona deve essere condannato a sette anni di reclusione, mentre una persona che è entrata regolarmente nella zona, ma non in&#8221;possesso di un permesso&#8221; è condannato a tre anni di reclusione.</h5>
<p>Inoltre, ed indipendentemente dal fatto che &#8220;l’infiltrato&#8221;, è accusata di un reato ai sensi del decreto o meno, il comandante militare può ordinare l&#8217;espulsione della persona dalla Cisgiordania, il rilascio del provvedimento di espulsione deve essere considerato come un ordine di arresto e servire come la &#8220;fonte giuridica per il fermo  in custodia dell’infiltrato in attesa di sua espulsione&#8221;. L&#8217;espulsione può essere eseguita 72 ore dopo l&#8217;ordine ed in alcuni casi anche prima. </p>
<h5>Come conseguenza, l&#8217;espansione e l&#8217;ambiguità della nuova definizione di &#8220;infiltrato&#8221;, l&#8217;Ordine va oltre le persone provenienti dai cosiddetti &#8220;stati nemici&#8221;, come accadeva in precedenza, ma ora può essere applicata a qualsiasi palestinesi, nato in Cisgiordania o che legittimamente si  è trasferito ad essa, per esempio, da Gaza o dall&#8217;estero.</h5>
<p>I nuovi ordini militari stabiliscono che ogni persona, senza un documento o permesso &#8221; si presume di essere un infiltrato&#8221;. Secondo l&#8217;Ordinanza 1650, il permesso è un documento rilasciato dal comandante militare, o una persona da lui designata in conformità alle normative di sicurezza, o dalle autorità israeliane all&#8217;ingresso in Israele legge, 5.712-1952. </p>
<h5>II. Le persone affette dalle nuovi ordini militari</h5>
<p>La vaghezza della definizione delle nuovi ordini militari, permette a Israele di applicarli a tutte le persone attualmente presenti in Cisgiordania, a prescindere dal loro status, l&#8217;identità o nazionalità, e che ogni persona presente nella West Bank avrà bisogno di un permesso da parte delle Le autorità israeliane per evitare di essere imprigionato o deportato. Tuttavia, la precedente prassi israeliana con il regimi di autorizzazione (ad esempio la dichiarazione della zona compresa tra la Linea verde e il muro come le zone militari chiuse che richiedono un permesso) suggeriscono che Israele rilascia un permesso generale per i coloni israeliani, ma richiede l’autorizzazioni individuali per i palestinesi. </p>
<p>Nonostante ciò, i gruppi più vulnerabili che possono essere interessati dai nuovi ordini sono: </p>
<h5>1. Migliaia di persone che non hanno uno status formale nei Territori Occupati. Questi sono individui che sono entrati molti anni fa nei TOP per il ricongiungimento familiare, motivi umanitari o per altri fini, che giustificano a lungo il termine  di &#8220;visitatore&#8221; a loro concesso dall’Autorità nazionale palestinese in conformità con i termini restrittivi dell&#8217;accordo interinale. Molti di loro hanno presentato domanda di residenza, ma sono stati &#8220;congelati&#8221;, non trattati o respinta da Israele.</h5>
<p>    2. Migliaia di palestinesi ufficialmente registrati come residenti di Gaza, e che si sono spostato nel 1967 in Cisgiordania e / o loro discendenti (un permesso non è mai stato richiesto di trasferire all&#8217;interno di queste parti della TOP in passato). </p>
<h5>In conclusione,  l’applicazione di nuovi ordini militari, in quanto attuale, tutti i palestinesi in Cisgiordania sono sotto crescente minaccia della deportazione. Tuttavia, in una prima fase, è più probabile che migliaia di persone appartenenti ai due gruppi sopra citati, possono essere soggetti a pena detentiva o l’espulsione immediata dalla Cisgiordania a discrezione del commando militare israeliano. </p>
<p>III. Analisi giuridica<br />
 Nel giugno 1967, l&#8217;esercito israeliano ha preso il controllo della TOP. Da allora Israele ha mantenuto ed attuato il controllo effettivo ed efficace sul TOP e la popolazione indigena palestinese. Così, Israele si occupa militarmente i TOP come una questione di diritto. Questa è stata la posizione delle Nazioni Unite (ONU) del Consiglio di Sicurezza, l&#8217;Assemblea generale dell&#8217;ONU, la Corte Internazionale di Giustizia (CIG) e il Comitato internazionale della Croce Rossa. Che lo status della Cisgiordania, inclusa Gerusalemme est, e la Striscia di Gaza rimane quello di un territorio occupato secondo il diritto internazionale, nonostante l&#8217;applicazione degli accordi provvisori.</h5>
<p>Come occupante, le competenze e i poteri di Israele e sono regolate dalla legge internazionale, in particolare del diritto internazionale umanitario, compresa la Quarta Convenzione di Ginevra, e dei diritti umani. </p>
<h5>I nuovi ordini militari israeliane consentendo la deportazione delle persone protette costituirebbe una violazione dell&#8217;articolo 49 della Quarta Convenzione di Ginevra, che vieta qualsiasi tipo di trasferimento forzato o la deportazione delle persone protette (civili) dal territorio occupato. La deportazione dei palestinesi dalla loro terra indigena dalla potenza occupante costituirebbe anche una chiara violazione del principio di autodeterminazione nel quadro del diritto internazionale generale.</h5>
<p>Gli ordini militari prendendo di, mira coniuge e  figli dei palestinesi, è anche una chiara violazione del diritto di famiglia, diritto internazionale dei diritti umani e del diritto umanitario internazionale, compreso l&#8217;articolo 46 del Regolamento dell&#8217;Aja concernente le leggi e gli usi della guerra terrestre del 1907 stabilendo che &#8220;Famiglia e diritti onore .. devono essere &#8220;rispettati. </p>
<h5>Infine, trattando la Cisgiordania e la Striscia di Gaza come due soggetti giuridici distinti, i nuovi ordini militari, commettendo una altra chiara violazione degli accordi interinali conclusi tra l&#8217;Olp e Israele, che prevedono  la Striscia di Gaza e la Cisgiordania sono considerati una unica unità territoriale [1]. Inoltre, gli ordini  violano l&#8217;articolo 28 del protocollo relativo agli Affari civili, l&#8217;allegato III dell&#8217;accordo interinale del 1995, che concede all&#8217;Anp autorità e potere, tra l&#8217;altro, di rilasciare carte di identità e  permessi ai palestinesi visitatori.</h5>
<p>Per concludere, i contenuti dei nuovi ordini militari sono in flagrante violazione dei diritti umani fondamentali, delle norme fondamentali del diritto internazionale umanitario, il diritto di autodeterminazione e dei precedenti accordi firmati tra l&#8217;OLP e Israele.</p>
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		<title>Chi non muore di fame muore di terrore</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Apr 2010 18:12:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Caterina Donattini
L&#8217;esercito israeliano uccide due ragazzi palestinesi nel villaggio di Awarta. Li hanno spacciati per terroristi, raccoglievano metallo per vivere.
Awarta è un piccolo villaggio di contadini sulle pendici di antiche colline, incorniciato da ulivi che non hanno la voce per raccontare le storie di queste valli in Cisgiordania, a otto chilometri da Nablus. Awarta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h5>di Caterina Donattini</h5>
<p>L&#8217;esercito israeliano uccide due ragazzi palestinesi nel villaggio di Awarta. Li hanno spacciati per terroristi, raccoglievano metallo per vivere.<br />
Awarta è un piccolo villaggio di contadini sulle pendici di antiche colline, incorniciato da ulivi che non hanno la voce per raccontare le storie di queste valli in Cisgiordania, a otto chilometri da Nablus. Awarta è il villaggio natale di due ragazzi, Mohammad e Salah Qawariq, entrambi 19enni.<span id="more-2149"></span></p>
<p>Mohammed e Salah erano cugini, cresciuti insieme tra questi campi, uccisi insieme a sangue freddo sulla terra rossa, su cui il loro sangue si è sparso, la mattina del 21 marzo 2010. E la macchia rimane. La prima versione fornita dalla stampa israeliana parlava di ragazzi travestiti da contadini che brandivano forconi e bottiglie rotte contro i soldati in modo minaccioso, come riportato dal sito Ynet News lo stesso 21 marzo scorso. Il giorno dopo, però, lo stesso giornale doveva ammettere : &#8220;E&#8217; stata aperta un&#8217;indagine militare sull&#8217;incidente dei forconi vicino a Nablus. Ricerche circa gli eventi di sabato rivelano discrepanze nei rapporti militari. Solamente a 24 ore dall&#8217;incidente di Awarta è già chiaro che la dinamica dei fatti non pare lineare come descritto dai soldati&#8221;.<br />
Sono stata ad Awarta sabato scorso. Siamo in piena West Bank: il villaggio sorge sulle pendici di una dolce collina e rimane chiuso tra da due insediamenti -Itamar e Gideon-, un grosso check point che chiude la strada principale, e una base militare. Osservando dal promontorio dove sorge il cimitero si vedono i due grandi insediamenti israeliani sovrastare quelle terre che appartenevano fino agli anni Sessanta interamente ai contadini palestinesi e sono oggi confiscate al 60 percento: in parte perché occupate dalle due colonie israeliane, in parte perché i coloni e l&#8217;esercito ne impediscono l&#8217;accesso agli abitanti.</p>
<p>Il capo del consiglio comunale di Awarta mi spiega che oggi i contadini devono richiedere un permesso speciale alle autorità israeliane in modo da poter coltivare i propri campi o raccoglierne i frutti. Quel permesso Mohammed e Salah lo avevano ottenuto e per questo quella mattina si erano recati di buon mattino a raccogliere le olive dei propri alberi, muniti di due piccole bottiglie di plastica che contenevano l&#8217;acqua per la giornata. Avevano inoltre approfittato per raccogliere alcuni pezzi d&#8217;acciaio e di ferro nelle terre adiacenti, un tempo usate come discarica dal paese. Molti ragazzini si occupano della raccolta dei metalli abbandonati e da essi ricavano pochi spiccioli con cui sostenere le spese di famiglie ridotte alla fame per via di un tasso di disoccupazione che è al 70 percento. In particolare dagli anni Ottanta in poi, quando l&#8217;insediamento di Itamar fu costruito, gli spostamenti dei contadini divennero molto difficili e ostacolati da diversi attacchi dei coloni e dalla presenza costante dei militari israeliani. Da allora molte famiglie persero la propria principale fonte di sostentamento e vivono strangolati in un villaggio che non da vie d&#8217;uscita. Sulle pendici delle colline alcuni ragazzini vagano tra la spazzatura, cercando pezzi di metallo: un&#8217;immagine assurda, se si pensa che queste sono terre fertili di coltivazioni il cui accesso viene negato ai proprietari.</p>
<p>Il padre di Mohammed ci ha accolti distrutto dal dolore nella propria casa spoglia di ogni ricchezza. Quasi cieco, il volto deformato, i piedi portano i segni della mina che l&#8217;ha colpito quando aveva 13 anni. Attorno a lui la sua famiglia, che racconta degli attacchi dei coloni, che almeno una volta al mese invadono il villaggio per visitare un luogo nel centro del villaggio che loro ritengono sacro. In quell&#8217;occasione arriva l&#8217;esercito e dichiara il coprifuoco. Dopo due ore arrivano i coloni, invadono la cittadina e distruggono le tombe del cimitero, adiacenti al luogo sacro, sparano contro la scuola vicina al sito, che oggi è stata spostata per motivi di sicurezza. Un altro parente, Mohammad Abed Ar-Rahman Qawariq, è stato ucciso. Il 22 ottobre 2009, mentre tornava dai propri campi, la sua gip venne spinta in un dirupo da un gruppo di militari israeliani. Sulla sua morte sono ancora in corso indagini. Raccontano di Mohammed e Salah, della loro povertà, entrambi figli di disoccupati. Ci raccontano della macchia di sangue sulla terra, che loro hanno visto, e delle due bottiglie di plastica ritrovate appoggiate al tronco di un ulivo, insieme ad un mucchio di pezzi di ferro. I loro corpi sono stati colpiti diverse volte: i militari hanno continuato a sparare anche dopo averli uccisi. Sono state trovate almeno venti pallottole sul luogo dell&#8217;omicidio. Secondo la famiglia i medici dell&#8217;ospedale di Nablus hanno certificato che gli hanno sparato dall&#8217;alto in basso, a neanche un metro di distanza. Raccontano degli sforzi di Mohammed e Salah per studiare all&#8217;università di Nablus e allo stesso tempo lavorare nei campi, raccogliere metalli nelle discariche. La madre di Mohammed ci accoglie in un&#8217;altra stanza. Dimentico le mie domande, lei scoppia in lacrime e mi mostra i pantaloni nuovi che gli aveva comprato il giorno prima della morte, un paio di jeans neri: disperata vi affonda il volto. Il figlio più piccolo la ferma e lei si lancia contro l&#8217;armadio e scaraventa fuori due libri di letteratura araba, ancora nuovi, intonsi, li apre e piange: &#8220;Vedi, non è nemmeno riuscito a studiarli!&#8221;.</p>
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		<title>&#8220;Lo Stato più democratico del Medio Oriente&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Apr 2010 18:09:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;atomica? Non si discute
Come sulle colonie, Tel Aviv non vuole negoziare sulle sue testate Il premier Netanyahu declina l&#8217;invito di Obama al vertice di Washington
di Michele Giorgio
Benyamin Netanyahu non ci sarà. Il premier israeliano ieri ha fatto sapere che il 12 e 13 aprile non prenderà parte al vertice per la sicurezza nucleare organizzato a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>L&#8217;atomica? Non si discute</h3>
<h4>Come sulle colonie, Tel Aviv non vuole negoziare sulle sue testate Il premier Netanyahu declina l&#8217;invito di Obama al vertice di Washington</h4>
<h5>di Michele Giorgio</h5>
<p>Benyamin Netanyahu non ci sarà. Il premier israeliano ieri ha fatto sapere che il 12 e 13 aprile non prenderà parte al vertice per la sicurezza nucleare organizzato a Washington dal presidente Barack Obama. Con questa improvvisa «exit strategy», il premier israeliano riuscirà a sottrarsi al tentativo di Turchia ed Egitto di mettere al centro della discussione anche la questione dell&#8217;arsenale atomico israeliano e il rifiuto di Tel Aviv di firmare il Trattato di non proliferazione nucleare (Tnp).<span id="more-2150"></span><br />
Israele punta l&#8217;indice contro il programma atomico di Tehran ma tace sugli ordigni nucleari &#8211; tra 250 e 500, secondo le stime di GlobalSecurity.org &#8211; che si trovano nelle sue basi segrete. Sono 189 i paesi che aderiscono al Tnp e fra questi vi sono tutti i paesi arabi. Lo Stato ebraico non ha mai confermato né smentito di possedere bombe atomiche, limitandosi a dichiarare che non sarà il primo paese a usare queste armi nella regione. L&#8217;adesione al Tnp comporterebbe ispezioni internazionali nei siti nucleari ma Israele, grazie alla copertura ricevuta dagli Stati Uniti e dai principali paesi europei, ha potuto non firmare rimanendo da decenni l&#8217;unica potenza nucleare nel Medio Oriente.<br />
Netanyahu a Washington si farà rappresentare dal vicepremier e ministro per le questioni strategiche Dan Meridor, dal consigliere per la sicurezza nazionale Uzi Arad e dal direttore generale della commissione per l&#8217;energia atomica Shaul Chorev. Una partecipazione sottotono che Washington ha ugualmente definito «robusta», per evitare ulteriori polemiche con Tel Aviv. «Ovviamente ci sarebbe piaciuto avere il primo ministro, tuttavia il suo vice guiderà una delegazione israeliana che sarà robusta» ha spiegato il consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, il generale Jim Jones, aggiungendo che le relazioni tra gli Stati Uniti e Israele sono «strette, buone e continue». Per spiegare il passo indietro di Netanyahu, il quotidiano Israel ha-Yom ieri ha scritto che il premier era molto interessato a discutere della minaccia del cosiddetto «terrorismo nucleare». La sua presenza al summit avrebbe però potuto favorire pressioni di quei paesi che da tempo chiedono che le installazioni atomiche israeliane vengano finalmente sottoposte a controlli internazionali, non solo per ragioni politiche ma anche per tutelare i milioni di civili arabi nella regione. In un primo momento gli americani avevano garantito a Netanyahu che una eventualità del genere non si sarebbe concretizzata ma giovedì Uzi Arad ha appreso &#8211; si sussurra da proprio fonti Usa &#8211; che Egitto e Turchia al vertice vorrebbero discutere anche del nucleare israeliano. Dalla parte di Netanyahu si sono subito schierati i repubblicani americani. Liz Cheney, la figlia dell&#8217;ex vicepresidente Dick Cheney, ha accusato Obama «di voler indebolire i legami con Israele» e ha definito giusta la decisione del primo ministro israeliano di annullare la visita a Washington, dove peraltro Netanyahu, dietro le quinte del summit avrebbe anche dovuto cominciare a dare qualche risposta sul futuro della politica di colonizzazione ebraica portata avanti dal suo governo nel settore palestinese (Est) di Gerusalemme.<br />
Politica che non conosce soste. La tensione è tornata a salire a Gerusalemme est dopo che qualche giorno fa un gruppo di coloni israeliani ha presentato in tribunale la richiesta di sfratto per altre due famiglie palestinesi del quartiere arabo di Sheikh Jarrah. Un&#8217;iniziativa che rientra in un più vasto piano per la demolizione delle case palestinesi in quella zona, da sostituire con 200 abitazioni per coloni.<br />
«Questo è il modus operandi dei coloni &#8211; ha denunciato il pacifista israeliano Avner Inbar &#8211; prima piazzano degli estremisti nel cuore di un quartiere palestinese che minacciano i residenti, poi si rivolgono ai tribunali e chiedono di sfrattare i palestinesi con il pretesto che disturbano e intimoriscono i vicini ebrei». Ieri centinaia di attivisti palestinesi, israeliani e stranieri hanno manifestato a Sheikh Jarrah contro i coloni, tra di essi anche lo scrittore David Grossman e l&#8217;ex presidente della Knesset Avraham Burg. La polizia ha arrestato quattro manifestanti.</p>
<h4>da <a href="http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20100410/pagina/08/pezzo/275810/">il Manifesto del 10 aprile 2010</a></h4>
<h3>Israele sottrae le imposte all&#8217;Autorità Nazionale Palestinese</h3>
<p>Alcuni media israeliani hanno rivelato che il governo ha sottratto milioni di shekel dalle tasse versate in Cisgiordania, i quali invece dovevano andare all&#8217;ANP.<br />
&#8220;Haaretz&#8221; riferisce che il consigliere legale del governo israeliano ha disposto che questi provvedimenti siano bloccati e che venga studiato il modo di risarcire l&#8217;amministrazione civile palestinese per tutti questi anni, destinando perciò queste somme ai palestinesi della Cisgiordania. Il quotidiano israeliano aggiunge che contravvenendo agli accordi e alle leggi internazionali, da ben quindici anni, il governo israeliano non destina alla Cisgiordania le risorse esatte dall&#8217;amministrazione civile palestinese nella Cisgiordania stessa dalle imposte di produzione e da altre imposte sulle attività economiche. Si stima che le somme sottratte in questo modo in un solo anno ammontino a circa 80 milioni di shekel. Israele, fino agli &#8220;accordi di Oslo&#8221;, trasferiva queste somme nelle casse dell&#8217;amministrazione civile, che le utilizzava per finanziare i suoi &#8220;apparati di sicurezza&#8221;, ma dopo quegli &#8220;accordi&#8221; l&#8217;amministrazione civile palestinese in Cisgiordania ha rinunciato a quei fondi, che invece sono stati trasferiti alle casse pubbliche israeliane. Ma il diritto internazionale vieta ad uno Stato occupante di trasferire alle sue casse i frutti delle attività economiche che si svolgono in aree sotto occupazione. Il ministero delle Finanze israeliano si oppone a che queste risorse vengano trasferite all&#8217;amministrazione civile palestinese in Cisgiordania, asserendo che per i &#8220;territori occupati&#8221;, nei passati quindici anni, Israele ha speso il doppio delle somme raccolte dalle tasse lì raccolte.</p>
<h4>da <a href="http://www.forumpalestina.org/news/2010/Aprile10/09-04-10IsraeleSottraeImposte.htm">Forum Palestina del 9 aprile 2010</a></h4>
<h3>Ministro israeliano minaccia i palestinesi di tagliargli l&#8217;acqua</h3>
<p>Il ministro israeliano delle infrastrutture Uzi Landau ha minacciato ritorsioni nelle forniture d’acqua ai palestinesi in Cisgiordania accusandoli di inquinare i fiumi e le falde sotterranee (che scendono verso Israele) scaricandovi acque reflue non trattate. Secondo i dati del ministero, solo il 5% delle acque reflue palestinesi della regione viene trattato, contro il 70% delle acque reflue degli insediamenti ebraici. &#8221;I palestinesi devono assumersi le loro responsabilità e collegarsi agli impianti di depurazione”, ha detto Landau alla radio Galei Tzahal.</p>
<h4>da <a href="http://www.forumpalestina.org/news/2010/Aprile10/08-04-10MinistroIsraeliano.htm">Forum Palestina dell&#8217;8 aprile 2010</a></h4>
<h3>Strasburgo accoglie ricorso di mercenario israeliano contro estradizione in Colombia</h3>
<p>Un mercenario israeliano, accusato dalla Colombia di aver addestrato squadre paramilitari negli anni Ottanta, ha vinto l&#8217;appello alla Corte Europea dei Diritti dell&#8217;Uomo di Strasburgo contro l&#8217;estradizione dalla Russia. Gal Yair Klein è stato processato in contumacia nel 2001 per aver addestrato gli &#8220;squadroni della morte&#8221; usati da Gonzalo Rodriguez Gacha e Pablo Escobar, leader del cartello di Medellin. Tra il 1999 e il 2000, Yair Klein ha scontato anche sedici mesi di reclusione in Sierra Leone per aver contrabbandato armi alla guerriglia del Revolutionary United Front (Ruf).</p>
<p>Klein è stato arrestato nel 2007 in Russia sulla base di un mandato di cattura dell&#8217;Interpol, ma ha presentato ricorso contro l&#8217;estradizione in Colombia, sostenendo di essere a rischio di maltrattamenti nella detenzione. La Corte ha accolto la tesi difensiva di Klein, soprattutto in riferimento alle dichiarazioni minacciose rilasciate dopo il suo arresto dal vicepresidente colombiano, Humberto De la Calle Lombana. I giudici di Strasburgo hanno aggiunto inoltre che la situazione complessiva dei diritti umani in Colombia è tutt&#8217;altro che positiva.</p>
<h4>da <a href="http://www.forumpalestina.org/news/2010/Aprile10/02-04-10StrasburgoColombia.htm">Forum Palestina del 2 aprile 2010</a></h4>
<h3>Tensione per il blocco imposto dagli israeliani su tutti i Territori Palestinesi</h3>
<p>È grande la frustrazione degli abitanti dei Territori Palestinesi Occupati, soprattutto cristiani, ma anche musulmani, sottoposti in questo periodo pasquale &#8211; come spesso accade durante le festività religiose &#8211; a rafforzate limitazioni di circolazione e a divieti d’ingresso verso i luoghi sacri di Terra Santa imposti da Israele. “Circa 15.000 cristiani vorrebbero venire in questi giorni a Gerusalemme dai Territori palestinesi, ma il governo israeliano ha concesso solo poche centinaia di permessi” riferisce alla MISNA Yusef Daher, direttore del ‘Jerusalem Inter-Church Center’, turbato dai nuovi provvedimenti limitativi imposti da Tel Aviv in questa settimana, che per motivi di calendario coincide quest’anno con la Pasqua ebraica. “Dal 15 Marzo fino a pochi giorni fa – precisa Daher, un laico della comunità greco-cattolica – i rappresentanti delle comunità ortodosse arabe e di altre comunità cristiane hanno negoziato con il governo israeliano, chiedendo la libertà di poter raggiungere i luoghi di culto, ma non è servito a nulla, non siamo stati ascoltati”. Per molti fedeli cristiani non sarà quindi possibile partecipare a momenti importanti di comunione, ma le restrizioni colpiscono anche la comunità musulmana, che nei territori israeliani deve recarsi per lavoro o altri motivi; è stato anche ridotto l’accesso alla Moschea di Al-Aqsa, luogo sacro per eccellenza della comunità islamica locale. “Anche i cittadini provvisti di regolari permessi avranno dei problemi” fa eco, da Ginevra, Michel Nseir, incaricato delle questione mediorientali per il Consiglio ecumenico delle Chiese (Cec/Wcc), unendo la sua voce a chi chiede già la libera circolazione durante il periodo di Pasqua. Domenica scorsa (Domenica delle Palme), riferisce Nseir alla MISNA, l’organizzazione cattolica ‘Holy land Trust’ ha guidato un gruppo di dimostranti, cristiani e musulmani che, sfidando le forze di sicurezza israeliane, hanno superato per una breve distanza un check-point verso Gerusalemme, cogliendo alla sprovvista i soldati di Tel Aviv, troppo poco numerosi per fermare il gruppo composto da un centinaio di persone. I dimostranti si sono poi fermati, obbedendo alle ingiunzioni delle guardie che nei momenti successivi hanno chiuso totalmente il posto di blocco, procedendo inoltre al fermo di diverse persone. “I cristiani chiedono ai capi delle loro rispettive Chiese di non stare alle regole dei ‘permessi’ imposti dagli israeliani perché, dicono, viola il diritto internazionale” continua Nseir. Da Gerusalemme, Yusef Daher rivolge un messaggio ben più determinato: “Le condanne della comunità internazionale non bastano: servono fatti. Il mondo deve considerare il governo israeliano alla pari di qualsiasi altro governo, che può essere processato, sanzionato per le sue azioni” dice ancora alla MISNA. Dagli Stati Uniti, il Consiglio nazionale delle Chiese (Ncc) ha ufficialmente chiesto a Tel Aviv di “consentire l’accesso ai cristiani palestinesi” desiderosi di recarsi nei luoghi di culto durante la Settimana Santa. “Spero che il governo d’Israele riconoscerà che è inaccettabile per i cristiani vedersi negato il diritto di pregare a Gerusalemme, in particolare di quelli che hanno radici nella regione risalgono sin dai tempi di Cristo” ha scritto il reverendo Michael Kinnamon, segretario generale del Ncc, chiedendo l’immediata apertura dei passaggi dai territori palestinesi. Due capi religiosi ebraici, i rabbini Steve Gutow e David Saperstein, hanno fatto eco all’appello del Ncc.</p>
<h4>da <a href="http://www.forumpalestina.org/news/2010/Aprile10/01-04-10TensioneTerritori.htm">Forum Palestina dell&#8217;1 aprile 2010</a></h4>
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		<title>Pallottole senza gomma</title>
		<link>http://www.palestinalibera.org/2010/03/pallottole-senza-gomma/</link>
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		<pubDate>Mon, 29 Mar 2010 23:42:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>
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		<description><![CDATA[Alcuni dubbi sulle versioni ufficiali dell’esercito israeliano
di Amira Hass &#8211; 26 marzo 2010
Il 20 marzo i soldati israeliani hanno ucciso due ragazzi palestinesi in un villaggio vicino a Nablus durante una manifestazione per denunciare l’annessione di alcuni territori compiuta dai coloni di un vicino insediamento. L’esercito ha dichiarato di aver usato proiettili di metallo ricoperti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>Alcuni dubbi sulle versioni ufficiali dell’esercito israeliano</h3>
<h5>di Amira Hass &#8211; 26 marzo 2010</h5>
<p>Il 20 marzo i soldati israeliani hanno ucciso due ragazzi palestinesi in un villaggio vicino a Nablus durante una manifestazione per denunciare l’annessione di alcuni territori compiuta dai coloni di un vicino insediamento. L’esercito ha dichiarato di aver usato proiettili di metallo ricoperti di gomma da una distanza di 70 metri, un mezzo legittimo per disperdere la folla. I palestinesi accusano invece i soldati di aver usato armi da fuoco.<br />
All’inizio la stampa israeliana ha scelto la versione dell’esercito, anche se la radio militare – a volte più coraggiosa di quella pubblica – aveva citato un anonimo comandante secondo il quale le regole d’ingaggio non erano state rispettate. L’attivista israeliano Jonathan Pollak, portavoce del Comitato di coordinamento per la lotta popolare (palestinese), ha smentito la versione ufficiale spiegando che le pallottole di gomma non possono penetrare nel cranio e nel petto di nessun essere umano. E comunque non da una distanza di 70 metri.</p>
<p>Il 23 marzo la polizia militare ha annunciato l’apertura di un’inchiesta. Evidentemente anche le alte sfere cominciano ad avere dei dubbi. Questo mi fa tornare in mente il quotidiano polacco Gazeta Wyborcza, che nel 2003 aveva ricevuto un rapporto sui prigionieri iracheni picchiati, torturati e umiliati dai soldati americani ad Abu Ghraib. Il giornale decise di non pubblicare le testimonianze: gli arabi avevano sicuramente esagerato, se non inventato di sana pianta. Poi la documentazione arrivò alla Cbs, che la mostrò a tutti. A quanto pare gli arabi non avevano esagerato.</p>
<h4>da<a href="http://www.internazionale.it/home/?p=19883"> Internazionale</a></h4>
<h5>Il fatto:</h5>
<h3>Due giovani palestinesi uccisi dai soldati israeliani in Cisgiordania</h3>
<p>Un ragazzo palestinese colpito dalle forze israeliane è morto oggi per le ferite, secondo quanto riferito dai medici palestinesi, dopo avere partecipato ieri agli scontri in cui è rimasto vittima un altro giovane, e che aggravano le tensioni nella Cisgiordania occupata. Osaid al-Kaddous, di 17 anni, era tra i dimostranti che si sono scontrati con le forze israeliane nel villaggio palestinese di Iraq Burin, vicino a Nablus. Ieri, durante gli stessi scontri, è stato ucciso Mohammed Ibrahim, di 16 anni. Kaddus è stato colpito alla testa da un proiettile, come ha riferito un medico palestinese. L&#8217;esercito israeliano ha negato di avere usato munizioni pesanti. Gli abitanti di Iraq Burin protestano da una settimana contro le restrizioni imposte da Israele nell&#8217;accesso alle terre coltivate che si distendono vicino all&#8217;insediamento ebraico di Har Brakha. Nei pressi di Betlemme circa 100 giovani palestinesi si sono scontrati oggi con la sicurezza israeliana. In giornata sono attesi i funerali di entrambi, le prime vittime palestinesi della nuova ondata di proteste in Cisgiordania e a Gerusalemme est. In un comunicato le forze armate hanno detto che due palestinesi sono stati colpiti dai militari in quello che hanno definito &#8220;una sommossa illegale&#8221; nel villaggio, e rivendicano di avere impiegato soltanto proiettili di gomma.<br />
Ghassan Khatib, portavoce del governo palestinese del premier Salam Fayyad, ha detto: &#8220;Questo episodio rientra nell&#8217;escalation israeliana&#8221;.</p>
<h4><a href="http://www.forumpalestina.org/news/2010/Marzo10/21-03-10PalestinesiUccisi.htm">da Forum Palestina del 21 marzo 2010</a></h4>
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		<title>«Pacifisti, fari nella notte»</title>
		<link>http://www.palestinalibera.org/2010/03/%c2%abpacifisti-fari-nella-notte%c2%bb/</link>
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		<pubDate>Wed, 24 Mar 2010 22:37:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Enrico Campofreda
L&#8217;INTERVISTA. Paola Canarutto, della Rete ebrei contro l’occupazione, parla del conflitto in Palestina. «Netanyahu è prigioniero di una maggioranza ancor più estremista e teme che gli alleati l‘abbandonino facendo cadere l’esecutivo».
Sul critico momento nei rapporti diplomatici fra Stati Uniti e Israele abbiamo interpellato Paola Canarutto della Rete ebrei contro l’occupazione. «E’ evidente come [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Enrico Campofreda</p>
<h4>L&#8217;INTERVISTA. Paola Canarutto, della Rete ebrei contro l’occupazione, parla del conflitto in Palestina. «Netanyahu è prigioniero di una maggioranza ancor più estremista e teme che gli alleati l‘abbandonino facendo cadere l’esecutivo».</h4>
<p>Sul critico momento nei rapporti diplomatici fra Stati Uniti e Israele abbiamo interpellato Paola Canarutto della Rete ebrei contro l’occupazione. «E’ evidente come Obama si trovi in difficoltà col mondo arabo per i comportamenti del governo d’Israele. Io non ho simpatie per la politica estera statunitense che da anni porta guerre, come in Agfghanistan e Iraq, però più fonti hanno rivelato come Biden senza mezzi termini abbia detto a Netanyahu che la linea del suo governo sugli insediamenti diventa insostenibile per l’amministrazione Obama. Perché non scompaia del tutto la prospettiva dei due stati, in Israele-Palestina, gli USA dovrebbero mantener fede alle proprie parole: se chiudessero i rubinetti, Israele non resisterebbe cinque minuti.<span id="more-1990"></span></p>
<p>Sul fronte interno Netanyahu, destromane già di suo, è prigioniero d’una maggioranza ancor più estremista e teme che gli alleati l&#8217;abbandonino facendo cadere l’Esecutivo. Parlo di Yishai dello Shas e di Lieberman, i fondamentalisti e i fascisti che puntellano il governo del Likud. Questo influenza la sua politica. Purtroppo Obama è messo sotto pressione dall’estrema destra neocon, non ha il coraggio né la forza per spezzare il cerchio e rischia anche lui. È noto che il 79% degli ebrei USA alle ultime elezioni ha votato Democratico, e cioè Obama; ma un neocon importante, tal Podhoretz, ha recentemente invitato di finanziatori di Obama a destinare d&#8217;ora in poi i loro assegni ai Repubblicani; e gli eletti al Congresso a votare contro la sua proposta di riforma sanitaria. Tutto questo per contrastare le sue posizioni su Israele. Insomma un problema interno influenza la politica estera anche a Washington».</p>
<h5>Cosa pensa del sostegno di Netanyahu alla “riconquista” dei luoghi sacri?</h5>
<p>E’ utile ricordare come gli ebrei avessero l’orrore dell’idolatria e quello che sta avvenendo è idolatria allo stato puro. Nessuno rivela come la Tomba di Rachele è una tomba d’uno sceicco islamico del 1700. La rincorsa al sacro serve per riappropriarsi di della zona di Betlemme dove c’è questo sito oppure della Moschea di Abramo a Hebron. Per decenni i governi d’Israele hanno disneyzzato Gerusalemme, stravolto gran parte della Cisgiordania, ora si inventano origini bibliche, quando nessuno sa se un Abramo sia davvero esistito, e nel caso, da dove sia passato. Denominare luoghi di Gerusalemme &#8216;Città di Davide&#8217; o &#8216;Porta di Salomone&#8217; serve solo a impadronirsi della città, e ora lo stesso lavoro &#8216;archeologico&#8217; serve ad impadronirsi della Cisgiordania. Però bisogna prendere sul serio gli israeliani quando parlano dei loro programmi: Weisglass (consigliere di Sharon, ndr) aveva detto che l’uscita da Gaza avrebbe messo in formaldeide il processo di pace. Così è stato.</p>
<h5>Ma la nascita dello Stato d’Israele nel 1948 era incentrata sulla stessa tattica, prendere il posto dei palestinesi, e quei padri della patria erano laburisti non fascisti.</h5>
<p>E’ vero, è la vittoria del sionismo che proclamava “un popolo senza terra per una terra senza popolo”. Se lì c’è un altro popolo lo butti fuori e fine del discorso. Per farlo ti appropri prima delle case poi dei luoghi santi. E’ ciò che è accaduto e continua ad accadere.</p>
<h5>Il processo di pace è diventato davvero impossibile?</h5>
<p>Qualche movimento per la pace è rimasto, so di manifestazioni settimanali a Sheikh Jarrah, quartiere di Gerusalemme est su cui hanno mire i coloni, purtroppo restano pochi fari nella notte. Non dimentichiamo che quasi il 95% degli israeliani ebrei ha approvato l’attacco a Gaza dell’anno scorso. A differenza degli italiani, gli israeliani sanno l&#8217;inglese: hanno così accesso anche a fonti mediatiche non del loro Paese. Eppure proseguono ad approvare quel che fa il proprio governo, questo davvero lascia un profondo pessimismo sul futuro.</p>
<h4>da <a href="www.terranews.it/news/2010/03/%C2%ABpacifisti-fari-nella-notte%C2%BB">TERRA</a> di marzo 2003</h4>
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		<title>Di fatto, gli Stati Uniti hanno dato il via libera a Israele per nuovi insediamenti a Gerusalemme Est</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Mar 2010 22:47:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
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		<description><![CDATA[di Akiva Eldar*
Per ridimensionare l’affronto                      ricevuto dal governo Netanyahu, Biden ha dovuto lodare la                     [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di Akiva Eldar*</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Per ridimensionare l’affronto                      ricevuto dal governo Netanyahu, Biden ha dovuto lodare la                      decisione del primo ministro israeliano di fare in modo che                      approvazioni di nuovi insediamenti non si ripetano in occasione                      di importanti visite di responsabili americani; ma un atteggiamento                      del genere sottintende che nuovi insediamenti di fatto sono                      tollerati dagli Stati Uniti – scrive il giornalista                      israeliano Akiva Eldar<span id="more-1691"></span></em></p>
<p style="text-align: justify;">Le scuse presentate dal primo ministro Benjamin                      Netanyahu e dal ministro degli interni Eli Yishai ricordano                      la barzelletta del servo che pizzicò il fondoschiena                      del re. Sulla via del patibolo, il servo si scusò:                      pensava si trattasse di quello della regina.</p>
<p style="text-align: justify;">La dichiarazione emessa dall’ufficio                      di Netanyahu affermava che, alla luce dell’attuale controversia                      tra Israele e gli Stati Uniti sulla costruzione di nuove abitazioni                      a Gerusalemme Est, si sarebbe dovuto evitare che i piani per                      le nuove case nel quartiere di Ramat Shlomo fossero approvati                      proprio questa settimana. La dichiarazione affermava anche                      che il premier aveva ordinato a Yshai di mettere a punto delle                      procedure che avrebbero evitato il ripetersi di un simile                      incidente. In altre parole, Yishai avrà tutta la libertà                      di proporre ulteriori progetti per l’edificazione di                      abitazioni ebraiche a Gerusalemme Est la settimana prossima,                      ovvero quando il vicepresidente americano Joe Biden non sarà                      più in Israele.</p>
<p style="text-align: justify;">Sulla base della reazione di Biden, sembra                      che egli (e, verosimilmente il suo capo, il presidente Barack                      Obama) abbia deciso che era preferibile ripartire con pochi                      grappoli d’uva acerba piuttosto che litigare con il                      guardiano della vigna. Nel suo discorso all’Università                      di Tel Aviv, Biden ha detto di aver apprezzato l’impegno                      di Netanyahu a garantire che incidenti del genere non si ripeteranno.                      Ma che cosa significa ciò, esattamente? Che la prossima                      volta che egli tornerà in Israele, alla Commissione                      di pianificazione e edificazione verrà richiesto di                      rimandare la discussione di simili progetti finché                      il gentile ospite non sarà ripartito?</p>
<p style="text-align: justify;">Con la tempesta mediatica che si sta placando,                      Netanyahu può tirare un sospiro di sollievo. In un                      certo senso, questo clamore in realtà lo ha aiutato:                      per asciugarsi lo sputo in faccia che aveva ricevuto, Biden                      ha dovuto dire che si trattava solo di pioggia. Di conseguenza,                      egli ha lodato l’affermazione di Netanyahu secondo cui                      l’effettiva edificazione delle nuove abitazioni a Ramat                      Shlomo sarebbe cominciata solo dopo diversi anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Così Israele ha di fatto ricevuto                      il via libera americano ad approvare un numero ancora maggiore                      di progetti di costruzione a Gerusalemme Est.</p>
<p style="text-align: justify;">Biden potrebbe non esserne a conoscenza,                      ma i palestinesi sicuramente ricordano che questo è                      esattamente il modo in cui cominciò la costruzione                      del quartiere di Har Homa, a Gerusalemme Est: anche allora                      Netanyahu persuase la Casa Bianca che l’edificazione                      sarebbe cominciata solo dopo diversi anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando Biden è arrivato in Israele,                      la Lega Araba aveva appena raccomandato che Mahmoud Abbas,                      il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese                      (ANP), accettasse la proposta di Washington di colloqui indiretti                      con Israele. Ma, invece di potersene andare con l’annuncio                      che i colloqui erano ufficialmente iniziati, Biden se n’è                      andato con la notizia che la Lega Araba aveva sospeso la sua                      raccomandazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Netanyahu può così sperare                      che il pasticcio di Ramat Shlomo abbia rinviato il momento                      della verità, quando egli dovrà rivelare la                      propria interpretazione del principio dei “due stati                      per due popoli”. E qualora nessuno si fosse reso conto                      di quanto sono “imparziali” gli Stati Uniti come                      mediatori, nel suo discorso di Tel Aviv Biden ha affermato                      che per gli USA non esiste “un amico migliore”                      di Israele.</p>
<p style="text-align: justify;">Per Netanyahu, il fatto che l’onere                      di far progredire i negoziati adesso sia ricaduto sulle spalle                      degli stati arabi è stato la ciliegina sulla torta                      – proprio due settimane prima del vertice della Lega                      Araba a Tripoli, dove l’iniziativa di pace araba del                      2002 sarà di nuovo messa in discussione. Per mesi,                      il presidente americano Barack Obama ha tentato di persuadere                      i leader arabi a non privare questa importante iniziativa                      del loro sostegno vitale. La sua argomentazione è che                      niente renderebbe più felice il presidente iraniano                      Mahmoud Ahmadinejad di un colpo di grazia inferto al processo                      di pace, e dello scoppio di una terza intifada. E la sua gioia                      sarebbe raddoppiata se essa divampasse a Gerusalemme.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma se per il momento gli Stati Uniti stanno                      cercando di ricucire lo strappo, alcuni diplomatici occidentali                      dicono che il conto da pagare arriverà una volta avviati                      i colloqui con l’ANP (ammesso che abbiano inizio). Gli                      Stati Uniti hanno già detto che durante questi colloqui                      sosterranno proprie proposte di mediazione, e la loro rabbia                      e frustrazione per l’incidente di Ramat Shlomo probabilmente                      li renderà molto più vicini alle posizioni dei                      palestinesi – sostengono questi diplomatici.</p>
<p style="text-align: justify;">Ad esempio, una fonte israeliana sostiene                      che Netanyahu vorrebbe che la questione della sicurezza di                      Israele fosse collocata in cima all’ordine del giorno                      dei colloqui. Ma i palestinesi vogliono che il primo problema                      da affrontare sia quello dei confini, Gerusalemme compresa.                      E l’Unione Europea, che per questa settimana aveva in                      programma il potenziamento di diversi accordi con Israele                      in onore della ripresa dei colloqui, adesso ha posticipato                      questa decisione finché non sarà chiaro se i                      colloqui riprenderanno effettivamente.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>* Akiva Eldar è                      un analista politico israeliano; scrive abitualmente sul quotidiano                      “Haaretz”</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>da Haaretz del 13 marzo tradotto e pubblicato                      in <a href="http://www.medarabnews.com">www.medarabnews.com</a></em></p>
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		<title>L&#8217;esercito israeliano dichiara BIL’IN e NIL’IN zone militari chiuse il venerdì per i prossimi 6 mesi</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Mar 2010 15:59:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Muro]]></category>
		<category><![CDATA[Occupazione]]></category>
		<category><![CDATA[Resistenza]]></category>

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		<description><![CDATA[Un&#8217;iniziativa della Rete Internazionale per la Resistenza popolare nonviolenta:
Venerdì 19 marzo iniziative locali e internazionali contro il divieto israeliano
La mattina del 15 marzo 2010 le autorità militari israeliane hanno dichiarato “zone militari chiuse” i villaggi di Bil’in e Nil’in ogni venerdì, dalle 8 del mattino alle 8 di sera, per un periodo di sei mesi.
Dopo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4>Un&#8217;iniziativa della Rete Internazionale per la Resistenza popolare nonviolenta:</h4>
<h3 style="text-align: center;"><span style="color: #b40404;">Venerdì 19 marzo iniziative locali e internazionali contro il divieto israeliano</span></h3>
<p style="text-align: justify;">La mattina del 15 marzo 2010 le autorità militari israeliane hanno dichiarato “zone militari chiuse” i villaggi di Bil’in e Nil’in ogni venerdì, dalle 8 del mattino alle 8 di sera, per un periodo di sei mesi.<span id="more-1688"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Dopo l’ondata di repressione contro i Comitati Popolari di Resistenza Nonviolenta nei villaggi palestinesi in Cisgiordania, una nuova misura repressiva investe i protagonisti delle manifestazioni nonviolente del venerdì, nel tentativo di porre nuove limitazioni e ostacoli allo svolgimento delle dimostrazioni, e la partecipazione dei cittadini israeliani e internazionali. Ogni venerdì per i prossimi sei mesi, tutti gli attivisti israeliani e internazionali dovranno lasciare i villaggi di Bil’in e Nil’in fino alle 8 di sera, pena la deportazione o l’arresto da parte dei soldati.</p>
<p style="text-align: justify;">Un provvedimento, questo, che s’inserisce nel solco della politica di soppressione da parte delle autorità israeliane dei Comitati Popolari di Resistenza Nonviolenta, mentre si allarga la protesta popolare non solo nei villaggi di Bi&#8217;lin e Nil&#8217;in ma anche ad al’Massara, Nabi Saleh, Dein Nidham e Sheik Jarrah, ed a poche settimane dalla V Conferenza Internazionale di Bil’in, per la quale sono attesi, come di consueto, attivisti e membri della società civile da tutto il mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Un’azione che ha come scopo evidente quello di impedire ogni forma di resistenza popolare nonviolenta contro l’occupazione israeliana delle terre palestinesi e la costruzione del Muro dell’Apartheid, e l&#8217;appoggio di cittadini israeliani e internazionali che il movimento riceve ormai da cinque anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Come Rete Internazionale esprimiamo la nostra più viva e totale solidarietà ai Comitati Popolari e ai cittadini israeliani e internazionali che creativamente e coraggiosamente portano avanti la resistenza nonviolenta nonostante la campagna repressiva, i raid notturni e gli arresti dei loro componenti, e siamo certi troveranno i modi per manifestare.</p>
<p style="text-align: justify;">Invitiamo ad organizzare iniziative locali e internazionali per venerdì 19 Marzo in difesa del diritto a manifestare e in solidarietà con i Comitati Popolari Palestinesi, per la fine dell&#8217;occupazione militare israeliana.</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Gli scontri continuano. Netanyahu ribadisce: gli insediamenti vanno avanti</title>
		<link>http://www.palestinalibera.org/2010/03/gli-scontri-continuano-netanyahu-ribadisce-gli-insediamenti-vanno-avanti/</link>
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		<pubDate>Tue, 16 Mar 2010 14:59:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Gerusalemme]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Occupazione]]></category>
		<category><![CDATA[Resistenza]]></category>
		<category><![CDATA[UE]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>

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		<description><![CDATA[La rabbia di Gerusalemme 
Decine di palestinesi hanno partecipato agli scontri con la polizia israeliana a Gerusalemme est il 16 marzo, proclamata “giornata della rabbia” da Hamas in protesta per la riconsacrazione di un’antica sinagoga nella città.
&#8230; leggi tutto su Internazionale

Varie da Forum Palestina (News del 16 marzo 2010):
Anche oggi scontri con le truppe israeliane, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;"><span style="color: #b40404;">La rabbia di Gerusalemme </span></h3>
<p style="text-align: justify;">Decine di palestinesi hanno partecipato agli scontri con la polizia israeliana a Gerusalemme est il 16 marzo, proclamata “giornata della rabbia” da Hamas in protesta per la riconsacrazione di un’antica sinagoga nella città.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.internazionale.it/home/?p=19264#more-19264"><em>&#8230; leggi tutto su Internazionale</em></a></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: center;"><em>Varie da <a href="http://www.forumpalestina.org/">Forum Palestina</a> (News del 16 marzo 2010):</em></p>
<h3 style="text-align: center;"><span style="color: #b40404;">Anche oggi scontri con le truppe israeliane, è la &#8220;giornata della rabbia&#8221; palestinese</span></h3>
<p style="text-align: justify;">Violenti scontri                      sono in corso tra centinaia di giovani palestinesi e le forze                      dell&#8217;ordine israeliane in numerosi quartieri di Gerusalemme                      est: lo hanno riferito alcuni testimoni. <span id="more-1679"></span>Il movimento islamico                      palestinese Hamas ha proclamato per oggi la &#8220;Giornata                      della rabbia&#8221; in risposta all&#8217;inaugurazione della sinagoga                      Hurva nella Città vecchia. Scrive il quotidiano israeliano                      Haaretz che 3.000 poliziotti e soldati supplementari sono                      stati dispiegati a Gerusalemme e nei posti di frontiera con                      la Cisgiordania. Hamas ha proclamato la &#8220;giornata della                      rabbia&#8221; in risposta all&#8217;inaugurazione della sinagoga                      Hurva nella Città vecchia. Ieri le proteste si erano                      limitate a lanci di pietre nei pressi del Monte degli Ulivi.                      Oggi, per il quinto giorno consecutivo, è stato vietato                      l&#8217;accesso ai fedeli musulmani al MOnte del Tempio. La richiesta                      avanzata dagli Stati Uniti a Israele di rinunciare al suo                      piano di sviluppo coloniale a Gerusalemme est è &#8220;irragionevole&#8221;:                      ha affermato oggi il ministro israeliano degli Affari esteri,                      Avigdor Lieberman. La richiesta della comunità occidentale                      &#8220;è irragionevole per quanto ci riguarda&#8221;,                      ha detto il capo della diplomazia d&#8217;Israele alla radio locale.                      Ieri il primo ministro Benjamin Netanyahu ha ribadito che                      la costruzione di nuovi insediamenti a Gerusalemme est continuerà.</p>
<p style="text-align: justify;">
<h3 style="text-align: center;"><span style="color: #095509;">Netanyahu annuncia: gli insediamenti israeliani a Gerusalemme Est andranno avanti lo stesso</span></h3>
<p style="text-align: justify;">Il primo ministro israeliano Benjamin                      Natanyahu è tornato ieri ad assumere un atteggiamento di                      sfida sulla questione degli insediamenti ebraici a Gerusalemme                      est, condannati da tutta la comunità internazionale. &#8221;Le                      costruzioni a Gerusalemme andranno avanti come è stato negli                      ultimi 42 anni&#8221;, ha detto Netanyahu, facendo riferimento                      all&#8217;annessione israeliana della zona est di Gerusalemme conquistata                      dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967. La decisione di Israele                      di costruire nuove colonie a Gerusalemme est «è                      illegale e mette in pericolo e mette in pericolo» la                      ripresa dei colloqui tra israeliani e palestinesi, ha dichiarato                      al Cairo l’alto rappresentante per la Politica estera                      dell’Unione europea, Catherine Ashton. «La posizione                      dell&#8217;UE è chiara: gli insediamenti costituiscono un                      ostacolo per la pace e minano la possibilità di costituire                      due Stati», ha detto Ashton.</p>
<p style="text-align: justify;">
<h3 style="text-align: center;"><span style="color: #b40404;">L&#8217;ambasciatore israeliano a Washington è preoccupato per la crisi tra USA e Israele, ma il Dipartimento di Stato USA getta acqua sul fuoco<br />
</span></h3>
<p style="text-align: justify;">La crisi diplomatica tra Israele e Stati                      Uniti, esplosa dopo l&#8217;annuncio di Tel Aviv del nuovo piano                      edilizio ebraico a Gerusalemme est, &#8221;è la più grave dal                      1975&#8221;. Lo scrive il quotidiano &#8216;Yediot Aharonot&#8217; citando                      l&#8217;ambasciatore israeliano a Washington Michael Oren. L&#8217;ambasciatore                      avrebbe ammesso la gravità della situazione, la più profonda                      da 35 anni a questa parte, nel corso di una conversazione                      telefonica con i consoli israeliani negli Usa. Nel 1975 le                      relazioni tra i due alleati subirono un pesante contraccolpo                      quando l&#8217;allora segretario di Stato Henry Kissinger minacciò di riprendere in considerazione i rapporti con lo Israele                      a causa del rifiuto da parte di Tel Aviv di accettare un piano                      di ritiro delle sue truppe armate dalla Penisola del Sinai                      (insediatesi ai tempi della Guerra dei Sei giorni nel 1967).                      Le tensioni di questi giorni sono iniziate quando Israele                      ha dato luce verde alla costruzione di 1.600 nuove unita&#8217;                      abitative ebraiche a Gerusalemme est. L&#8217;annuncio venne fatto                      martedi&#8217; scorso proprio nel corso della visita del vice presidente                      americano Joe Biden nella regione volta alla promozione dei                      proximity talks, i colloqui indiretti tra israeliani e palestinesi.                      Ma malgrado le controversie fra Washington e Tel Aviv sugli                      insediamenti ebraici a Gerusalemme est, Israele resta un alleato                      strategico degli Stati Uniti ha detto il portavoce del Dipartimento                      di Stato americano, Philip Crowley. &#8221;Il nostro impegno per                      la sicurezza di Israele rimane un punto fermo&#8221;, ha detto                      Crowley, ammettendo che esistono comunque &#8221;motivi di preoccupazione&#8221;                      legati a questioni specifiche.<strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align: center;">
<h3 style="text-align: center;"><span style="color: #095509;">Scontri tra studenti palestinesi e soldati israeliani vicino Gerusalemme</span></h3>
<p style="text-align: justify;">Dieci studenti palestinesi dell&#8217;università                      cisgiordana di Bir Zeit sono stati feriti in scontri con l&#8217;esercito                      israeliano nei pressi del check-point di Atara, fra la Cisgiordania                      e Gerusalemme. Lo hanno reso noto fonti palestinesi, precisando                      che in due sono stati feriti da proiettili. Gli studenti manifestavano                      per &#8220;la difesa di Gerusalemme est&#8221;, la zona araba                      annessa da Israele nel 1967, e contro l&#8217;inaugurazione ufficiale,                      in programma questo pomeriggio, della sinagoga di Hourva,                      nel quartiere ebraico della Città vecchia, considerata                      una provocazione dai palestinesi. L&#8217;ospedale di Ramallah,                      situato nelle vicinanze dell&#8217;università di Bir Zeit,                      ha confermato di aver ricevuto sei studenti, &#8220;due dei                      quali presentavano ferite da arma da fuoco, uno allo stomaco                      e l&#8217;altro al collo&#8221;. Il nosocomio ha precisato che altri                      quattro studenti, fra questi una donna, sono stati feriti                      proiettili di gomma e che altri quattro sono stati medicati                      sul posto dopo essere rimasti leggermente feriti negli scontri.                      L&#8217;esercito dello Stato ebraico ha reso noto, da parte sua,                      il ferimento di quattro palestinesi ma non ha confermato l&#8217;uso                      di proiettili. Secondo una portavoce di Tsahal, un soldato                      israeliano, preso a sassate dagli studenti, è rimasto                      lievemente ferito. La portavoce ha precisato che una settantina                      di palestinesi hanno aggredito a sassaiole i soldati israeliani                      che hanno risposto con &#8220;mezzi anti-sommossa&#8221;.<em><br />
(fonte Afp) </em></p>
<h3 style="text-align: center;"><span style="color: #b40404;">Manifestazioni anti-israeliane a Il Cairo. 15 arresti</span></h3>
<p style="text-align: justify;">La polizia egiziana ha arrestato 15 studenti                      nel corso di una manifestazione nei pressi dell&#8217;Universita&#8217;                      del Cairo organizzata per protestare contro i nuovi insediamenti                      coloniali israeliani a Gerusalemme Est. Lo ha reso noto una                      fonte della sicurezza. Centinaia di studenti hanno manifestato                      oggi in diverse universita&#8217; dell&#8217;Egitto contro il progetto                      edilizio israeliano che prevede la costruzione di 1.600 nuovi                      insediamenti a Gerusalemme est. Gli scontri tra polizia e                      manifestanti e gli arresti sono stati registrati nella sola                      università del Cairo.</p>
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		<title>Alta tensione a Gerusalemme</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Mar 2010 22:45:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Gerusalemme]]></category>
		<category><![CDATA[Occupazione]]></category>
		<category><![CDATA[Resistenza]]></category>

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		<description><![CDATA[Alta                      tensione a Gerusalemme. I palestinesi indicono lo sciopero                      generale contro la pulizia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;">Alta                      tensione a Gerusalemme. I palestinesi indicono lo sciopero                      generale contro la pulizia etnica</h3>
<p>Barricate sono state erette dalle forze                      armate israeliane all’interno della Città Vecchia                      di Gerusalemme dove stanno per confluire manifestanti palestinesi                      diretti verso la moschea di Al Aqsa. Lo riferiscono mezzi                      d’informazione palestinesi confermando il clima di tensione                      nella parte orientale della città dove è stato                      prorogato, per il quarto giorno consecutivo, lo stato d’allerta                      e il divieto di accesso alla ‘Spianata delle moschee’                      per i palestinesi al di sotto dei 50 anni. Le restrizioni                      imposte dal governo israeliano mirano a fiaccare lo sciopero                      generale indetto dai movimenti palestinesi in vista dell’inaugurazione                      dopo il restauro, dell’antica sinagoga di Hourva, prevista                      nel pomeriggio. Già ieri una cerimonia religiosa di                      introduzione dei rotoli della Bibbia nella sinagoga, all’interno                      della Città vecchia, si era svolta sotto il controllo                      della polizia che ha anche prolungato fino alla mezzanotte                      di domani il totale isolamento della Cisgiordania, in vigore                      da Giovedì scorso. Rinnovate tensioni si sono manifestate                      anche nel fine-settimana quando guardie di frontiera israeliane                      hanno aggredito un corteo di ragazzi che manifestava nelle                      aree di Bab Hatta e Ras Al Amoud: i giovani avevano lanciato                      pietre contro i militari che hanno risposto con lacrimogeni                      e proiettili d’acciaio rivestiti in gomma. Gli scontri                      seguono una settimana di polemiche anche sul piano politico,                      dopo l’annuncio da parte del primo ministro israeliano                      Benjamin Netanyahu di un nuovo progetto di 1600 abitazioni                      a Gerusalemme Est, la zona abitata dai palestinesi che stanno                      venendo via via espulsi.</p>
<p><a href="http://www.forumpalestina.org/news/2010/Marzo10/15-03-10ScioperoGenerale.htm"><em>da Forum Palestina</em></a></p>
<h3 style="text-align: center;">Donne palestinesi guidano manifestazione contro l&#8217;occupazione israeliana</h3>
<p style="text-align: justify;">Sabato si è svolta una manifestazione                      di donne palestinesi alle porte di Gerusalemme, al checkpoint                      di Qalandiya, tra la Cisgiordania e la città santa.                      Le donne, cantando in arabo &#8220;Gerusalemme è araba,                      la nostra capitale eterna&#8221;, hanno piantato una bandiera                      palestinese oltre il recinto di metallo che divide i territori.                      I soldati sono intervenuti, spingendo via le donne e lanciando                      gas lacrimogeni.Secondo un reporter dell&#8217;Afp, l&#8217;esercito ha                      lanciato gas lacrimogeno per disperdere circa 200 persone                      tra donne e giovani palestinesi che si erano riunite al checkpoint                      di Qalandiya, a nord di Gerusalemme. Quattro donne e due ragazzi sono rimasti lievemente feriti                      negli scontri. Un militare ha fatto sapere che sono stati                      effettuati 4 arresti. Le donne hanno voluto manifestare contro                      la decisione annunciata dal Premier israeliano di costruire                      1.600 nuove unita&#8217; abitative a Gerusalemme est.</p>
<p style="text-align: left;"><a href="http://www.forumpalestina.org/news/2010/Marzo10/14-03-10DonnePalestinesi.htm"><em>da Forum Palestina</em></a></p>
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		<title>Tribunale Russell sulla Palestina. I seduta</title>
		<link>http://www.palestinalibera.org/2010/03/tribunale-russell-sulla-palestina-i-seduta/</link>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 12:41:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>
		<category><![CDATA[Occupazione]]></category>
		<category><![CDATA[Tribunale Russell]]></category>

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		<description><![CDATA[Note di Giorgio Forti Rete ECO &#8211; Ebrei Contro l&#8217;Occupazione

La prima seduta del Tribunale Russell sulla Palestina ha avuto luogo a Barcelona nei giorni 1, 2 e 3 marzo 2010 (per informazioni sulla struttura ed il modo di operare del Tribunale Russell vedere il sito: http:// www.russelltribunalonpalestine.com)
Il Tribunale costituito a Barcellona ha avuto come scopo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;"><strong>Note di Giorgio Forti</strong> <a href="http://rete-eco.it"><em>Rete ECO &#8211; Ebrei Contro l&#8217;Occupazione</em></a></p>
<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } 		A:link { color: #0000ff } --></p>
<p style="text-align: justify;">La prima seduta del Tribunale Russell sulla Palestina ha avuto luogo a Barcelona nei giorni 1, 2 e 3 marzo 2010 (per informazioni sulla struttura ed il modo di operare del Tribunale Russell vedere il sito: http:// <a href="http://www.russelltribunalonpalestine.com/">www.russelltribunalonpalestine.com</a>)</p>
<p style="text-align: justify;">Il Tribunale costituito a Barcellona ha avuto come scopo quello di esaminare in che misura l’Unione Europea ed i suoi Stati membri si siano resi complici dell’occupazione, in corso da 40 anni, dei Territori Palestinesi, e delle violazioni dei diritti del popolo palestinese commesse da Israele.<span id="more-1664"></span></p>
<p style="text-align: justify;">La giuria era composta da:<br />
<em>Mairead Corrigan Maguire</em> (premio Nobel per la pace nel 1976, Irlanda del Nord)<br />
<em>Juan Tapia Guzman</em> (Giudice, Cile)<br />
<em>Gisèle Halimi</em> (Avvocato, già ambasciatore dell’Unesco, Francia)<br />
<em>Cynthia McKinney</em> (politica statunitense, Green Party, Usa)<br />
<em>Michael Mansfield</em> (Avvocato, Presidente dell’Haldane Society Socialist Lawyers, Gran Bretagna)<br />
<em>José Antonio Martin Pallin</em> (Magistrato Emerito della Corte Suprema, Spagna)<br />
<em>Ronnie Kasrils</em> (Autore e attivista, Sud Africa)<br />
<em>Alberto San Juan</em> (Attore, Spagna)<br />
<em>Aminata Traoré Auteur</em> (Politica e attivista, Mali).</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Il senatore belga Pierre Galand ha descritto l’organizzazione e gli scopi del Tribunale Russell sulla Palestina, a nome del Comitato Organizzatore Internazionale.</p>
<p style="text-align: justify;">I Capi di Stato e i Ministri degli Esteri dei Paesi dell’Unione Europea, oltre al Presidente della Commissione Europea Josè Manuel Barroso, al Presidente del Consiglio Europeo Herman Van Rompuy, e all’Alto Rappresentante UE per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza Catherine Ashton, sono stati informati dello svolgimento della sessione del Tribunale, e sono stati invitati a presentare argomentazioni per la difesa, se lo desiderassero. Nessuno di loro tuttavia è stato presente.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra i numerosi testimoni ed esperti che hanno deposto davanti alla Giurìa, sono stati interrogati e hanno risposto alle domande, si indicano qui i più importanti:</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">Felicia Langer</span>, avvocata dei diritti umani, premio Bruno Kreisky, ha specificato le numerose violazioni da parte di Israele delle leggi internazionali e delle stesse leggi israeliane, in tutti i campi: la occupazione del territorio palestinese con le armi, la violazione dei diritti umani della popolazione di cui ha, come occupante, la responsabilità; la sistemazione nei territori occupati di una propria, numerosa, popolazione civile.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">Gustave Massiah</span> (Fr) economista e urbanista, ha descritto dettagliatamente i danni economici subiti dai palestinesi a causa dell’occupazione e della costruzione del Muro di Separazione: danni ai trasporti, all’agricoltura, al patrimonio edilizio e quelli dovuti agli ostacoli messi da Israele allo sviluppo di un sistema industriale palestinese.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono intervenuti anche <span style="text-decoration: underline;">Pilar Sampietro</span>, della rubrica “Mediterraneo” della radio Nazionale Spagnola, e <span style="text-decoration: underline;">Luis Llach</span>, compositore e cantante di “ Nova Canço”, che ha espresso la sua solidarietà al popolo palestinese.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">Madjid Benchikh</span> (Algeria) ha sostenuto la responsabilità dell’EU e degli Stati membri per l’aver consentito ad Israele, senza prendere contromisure, la violazione del diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese: i cittadini arabo-palestinesi di Israele non sono rappresentati nel Governo che impone loro leggi,  pratiche amministrative e politiche, e sono molto poco rappresentati nel parlamento israeliano. Nei Territori Palestinesi Occupati (TPO) il parlamento eletto non ha poteri reali.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche <span style="text-decoration: underline;">David Bondia</span>, esperto spagnolo, ha dimostrato che la chiusura di West Bank e Gaza ha abolito l’autodeterminazione del popolo palestinese: ha creato di fatto un regime di apartheid, dove i cittadini (in Israele) e gli abitanti arabi-palestinesi (nei TPO) sono gravemente discriminati su base etnica e religiosa a tutti i livelli della vita della società.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">Daragh Murray</span> (Irlanda e Palestina) ha testimoniato sulle conseguenze della chiusura dei palestinesi in stretti confini sulla perdita della possibilità di autodeterminazione: mancata libertà di movimento con gravissimi danni per l’economia, la sanità, l’istruzione; impossibilità di raggiungere ospedali e scuole, di eliminare la spazzatura, di far funzionare i sistemi di fognatura. A Gaza, dove il blocco è stato più rigido e prolungato, tutto questo ha portato alla gravissima crisi che si osserva oggi. Murray ha fornito al Tribunale dati dettagliati sulla disoccupazione e sulle condizioni sanitarie della popolazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Sulla annessione da parte di Israele di Gerusalemme Est, hanno testimoniato <span style="text-decoration: underline;">Ghada Karmi</span>, esperta israeliana, medico e autrice, <span style="text-decoration: underline;">Meir Margalit</span>, israeliano dell’ICAHD (Israeli Centre Against House Demolition), e <span style="text-decoration: underline;">Charles Shamas</span>, palestinese. La prima ha illustrato i metodi adottati da Israele per espellere il maggior numero possibile di palestinesi dalla città, ed ha appassionatamente denunziato la “ebraicizzazzione” di tutta la città. Israele vuole che si trasferiscano a Gerusalemme tutte la ambasciate, e si serve abilmente delle grandi competenze che Israele può offrire in molti campi, compreso lo spionaggio (l’intelligence). Margalit ha testimoniato sul diverso atteggiamento e linguaggio usato dalle due delegazioni della Unione Europea (UE) in Palestina: quella di Tel Aviv che mostra la faccia filoisraeliana, e quella a Gerusalemme, che mostra il volto pacifista, per “piacere” ai palestinesi, soprattutto alla ANP. Il testimonio Charles Shamas, palestinese, ha descritto la collaborazione bancaria tra UE e Israele, che controlla tutto il flusso di denaro e credito  tra Europa e Israele-Palestina. Questo sistema bancario è l’unico esistente nei TPO: nessun accordo economico bilanciato tra UE e Palestina è possibile se non si elimina questo sistema, liberando i palestinesi dal pesantissimo giogo. James Phillips, irlandese, e M Sfard, israeliano, testimoniano sul sistema di oppressione e strangolamento messo in atto dalle colonie israeliane: sradicamento di alberi, appropriazione dell’acqua, uso esclusivo delle strade su cui i palestinesi non sono ammessi.</p>
<p style="text-align: justify;">L’Accordo di Associazione UE-Israele è stato esaminato e duramente criticato dall’esperta belga <span style="text-decoration: underline;">Agnes Bertrand</span>, da <span style="text-decoration: underline;">Patrice Bouveret</span> (Francia), <span style="text-decoration: underline;">Véronique De Geyser</span> ( Belgio), testimone e parlamentare europeo, e <span style="text-decoration: underline;">Raoul Romeva</span>, spagnolo e parlamentare europeo. La Bertrand ha testimoniato che non vi è stata alcuna azione da parte dell’UE per farsi risarcire da Israele i danni per la distruzione di  case e infrastrutture costruite con fondi europei. Sono state anche testimoniate violazioni per quanto riguarda la esportazione di prodotti delle colonie nei TPO alle condizioni di privilegio doganale riservate ai prodotti di Israele.</p>
<p style="text-align: justify;">I testimoni ed esperti hanno messo in luce le gravi violazioni dell’accordo da parte di Israele: contro i diritti umani nei riguardi di palestinesi senza che questo provocasse reazioni dell’UE, mentre l’art.2 dell’Accordo stabilisce la sua sospensione  nel caso di violazione dei diritti umani da parte di un contraente. Inoltre, la UE è colpevole di non aver protestato per la fabbricazione di armamenti nucleari da parte di Israele, anch’essa incompatibile con l’Accordo. La De Geyser ha denunciato la complicità passiva dell’UE nei riguardi dell’import-export, anche di armi, tra paesi dell’UE ed Israele. Ha criticato anche il cambiamento della politica europea, che dopo le elezioni dl 2006, vinte da Hamas, ha applicato sanzioni ai palestinesi, cioè all’ANP, ed ha considerato, seguendo il volere di Israele, Hamas come un’entità terrorista, con questo rifiutando ogni trattativa con il breve governo di Hamas. Come già nel caso dei Mujaiddin del Popolo iraniani, l’esser tolti dalla lista dei “terroristi” è pratica difficilissima.  <span style="text-decoration: underline;">Philip Shiner</span> (Gran Bretagna) ha affermato il principio di Giurisdizione Universale per il perseguimento dei crimini contro i Diritti Umani, quali la Carta delle Nazioni Unite li ha proclamati, ricordando che i Paesi della EU ed Israele li hanno sottoscritti. Tuttavia, vi sono molte possibilità per Israele di aggirare questo principio, a causa del comportamento di Stati ed individui. <span style="text-decoration: underline;">Clare Short</span>, parlamentare europea, ha ribadito la violazione del diritto internazionale da parte di Israele, per l’aver allargato i suoi confini con l’uso della forza. EU e USA sono colpevoli di connivenza. Ha anche asserito che la minaccia di antisemitismo contro Israele non può essere una attenuante, perché semmai l’antisemitismo è problema europeo, non palestinese.</p>
<p style="text-align: justify;">L’assedio prima, l’attacco poi contro Gaza è stato trattato analiticamente dal <span style="text-decoration: underline;">Dottor Derek Summerfield</span>, britannico, che ha reso una dettagliata e molto ben documentata testimonianza sulle disastrose condizioni di quella città già prima dell’attacco israeliano detto “piombo fuso”, a causa dell’assedio israeliano in atto già da parecchi anni quando è stata scatenata l’operazione militare il 26 dicembre 2008. In conseguenza dell’assedio, già nel 2003 il 20% dei bambini di Gaza erano anemici per denutrizione. Il perdurare dell’assedio ha causato un progressivo peggioramento della situazione umanitaria, divenuta catastrofica durante e dopo l’operazione militare e relativo massacro, data la insufficienza dei servizi sanitari disponibili ed il fatto che il blocco israeliano è continuato durissimo, impedendo l’afflusso di materiale sanitario, di medici e di cibo. Anche la possibilità di trasportare malati e feriti gravi per essere curati altrove è stata impedita da Israele, e circa 200 pazienti sono morti nell’attesa. Le autorità dell’UE hanno chiesto ad Israele di lasciar entrare cibo, ma non hanno affermato l’illegalità dell’assedio, quindi sono conniventi con il massacro. Il dottor Sommerfield ha anche testimoniato dell’uso della tortura nelle carceri israeliane, anche contro minorenni.</p>
<p style="text-align: justify;">Il colonnello <span style="text-decoration: underline;">Desmond Travers</span>,  Irlandese, membro della Commissione Goldstone, ha descritto le armi usate d Israele nell’attacco a Gaza ed i loro effetti, mettendo in evidenza l’uso del fosforo bianco, un’arma vietata dalle convenzioni internazionali in aree dove viva una popolazione civile come Gaza e i suoi dintorni. Ha testimoniato di aver visto sui contenitori per il trasporto del fosforo bianco, la scritta “E “ che significa “experimental”, materiale considerato non usabile secondo le convenzioni. Ha anche descritto al Tribunale le proprietà del DIME, materiale che esplodendo si frantuma in frammenti microscopici, non individuabili nel corpo di colpiti con le radiografie convenzionali. Rispondendo a domanda dei giudici, ha testimoniato dell’uso da parte di guerriglieri palestinesi di razzi Qassam, di scarsa efficacia ma chiaramente diretti contro la popolazione civile, quindi condannabili in quanto usati come rappresaglia contro i civili. La sua testimonianza è stata convalidata da <span style="text-decoration: underline;">Raji Sourani</span>, palestinese, direttrice del Palestinian Center for Human Rights di Gaza.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">Ewa Jasiewicz</span> (Polonia), ha testimoniato della sua esperienza diretta di volontaria per l’emergenza medica a Gaza durante l’attacco israeliano: ambulanze della Mezzaluna Rossa prese a bersaglio da aerei e droni israeliani, ed anche dal fuoco di militari della forza di invasione, a distanza ravvicinata; distruzione delle strutture ospedaliere e di mezzi di sussistenza. Quanto ha visto non lascia dubbi sul carattere di punizione collettiva e indiscriminata dell’attacco israeliano.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">François Dubuisson</span>, esperto belga, ha illustrato la illegalità della costruzione del Muro quasi completamente in territorio palestinese: la condanna della Corte internazionale di Giustizia è ineccepibile, e la UE è impegnata ad esigere da Israele  la eliminazione del Muro, ed il pagamento dei danni arrecati ai palestinesi. Gli Stati che hanno votato la risoluzione di condanna hanno contratto l’obbligo di non riconoscere il Muro, di non cooperare alla sua costruzione e di adottare contro Israele sanzioni efficaci, come il disdire l’Accordo di cooperazione economica con Israele, sulla base dell’art.2 di esso, e comunque cessare ogni rapporto attivo finchè Israele sia inadempiente.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="text-decoration: underline;">Francis Wurtz</span>, testimonio francese, ex-parlamentare europeo, ha fatto un’excursus storico, rilevando la progressiva inadempienza europea nei riguardi dei suoi doveri di promozione del diritto dei palestinesi ad avere un loro stato. A suo parere, la UE si è disimpegnata politicamente durante la presidenza Bush negli USA, ed ha utilizzato il quartetto per nascondere le sue responsabilità. Richiesto dalla giuria se l’EU debba trattare con Hamas per raggiungere un accordo sulla formazione di uno stato palestinese, Wurtz ha evitato di rispondere dicendo che non è tanto importante con chi si tratta, quanto la volontà di arrivare ad una conclusione. Tale intervento è l’unico chiaramente dilatorio e sfuggente che si sia osservato nelle due giornate piene del dibattito che è stato molto impegnato e approfondito.</p>
<p style="text-align: justify;">La seduta dl Tribunale ha avuto spazio nei programmi della televisione nazionale spagnola, ed il maggior quotidiano spagnolo, il liberale El Pais, ha dedicato un’intera pagina all’evento, lunedì 1 marzo.</p>
<p style="text-align: justify;">La prossima seduta del Tribunale Russell sulla Palestina avrà luogo a Londra, nel prossimo autunno. In ogni Paese dell’UE esiste un  Comitato nazionale di appoggio; in Italia il Comitato è stato creato ed organizzato dalla Fondazione Basso, presieduta dal Dottor Gianni Tognoni.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>(Si ringrazia Paola Canarutto per la segnalazione del presente articolo&#8230; e dei numerosi articoli e riferimenti che ci segnala quotidianamente)</em></p>
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		<title>Piano Bustan per l&#8217;espulsione dei palestinesi da Gerusalemme</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 11:56:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una silenziosa rivoluzione per tenere i palestinesi fuori da Gerusalemme
Sfratti e piani urbanistici stanno esaurendo le prospettive per una soluzione di pace a due stati
di Rory McCarthy
da Guardian.co.uk
Nella brochure distribuita la settimana scorsa dall’ufficio del sindaco di Gerusalemme, c’erano degli schizzi accattivanti che illustravano un piano di sviluppo urbano che trasformerebbe una zona povera e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;"><span style="color: #b40404;">Una silenziosa rivoluzione per tenere i palestinesi fuori da Gerusalemme</span></h3>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #b40404;"><em>Sfratti e piani urbanistici stanno esaurendo le prospettive per una soluzione di pace a due stati</em></span></p>
<p>di Rory McCarthy<br />
<a href="http://www.guardian.co.uk/theobserver/2010/mar/07/palestinians-jerusalem-frozen-out">da <em>Guardian.co.uk</em></a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.palestinalibera.org/wp-content/media/al-bustanab.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1656" title="al-bustanab" src="http://www.palestinalibera.org/wp-content/media/al-bustanab-300x225.jpg" alt="" width="240" height="180" /></a>Nella brochure distribuita la settimana scorsa dall’ufficio del sindaco di Gerusalemme, c’erano degli schizzi accattivanti che illustravano un piano di sviluppo urbano che trasformerebbe una zona povera e sovraffollata in un parco, con ruscelli, ristoranti ed alberghi. Si faceva riferimento alla volontà di far rivivere nell’area la “gloria di una volta” e rifarne “una isola di verde” appena fuori le mura cittadine. E’ vero che alcune abitazioni avverrebbero dovuto essere abbattute ma erano state costruite illegalmente e comunque il piano doveva costituire un progresso sia per i residenti che per la città. Così si è espresso il sindaco Nir Barkat.<span id="more-1655"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Però Gerusalemme non è una città qualsiasi: si trova al cuore del conflitto tra Israele e i palestinesi, e progetti di questo genere sono politici e spesso imprevedibili. L’area in questione è Bustan, parte di Silwan nella Gerusalemme Est, casa di palestinesi, e sempre di più, di coloni ben finanziati ed armati. La maggior parte del mondo, inclusa la Gran Bretagna, non riconosce la sovranità israeliana sulla parte orientale della città, la parte che fu catturata nel 1967, occupata e poi annessa.</p>
<p style="text-align: justify;">Barkat è un sindaco laico con delle opinioni fortemente di destra. Quando gli fu chiesto dei palestinesi di Bustan, intervenne per dire che erano “residenti arabi”. Egli sottolineò il fatto che le 88 case palestinesi a Bustan furono costruite senza permesso edilizio e che una città come New York, per esempio, non avrebbe mai permesso la costruzione di case abusive nel Central Park. Ma la pianificazione qui è uno strumento di politica, una politica per cui Israele mantiene una maggioranza demografica ebraica a Gerusalemme e cerca di esercitare il pieno controllo sulla città che considera la sua eterna ed unita capitale. Pochi palestinesi riescono ad ottenere il permesso edilizio, ma la maggior parte vanno avanti e costruiscono a prescindere. Solo il 13% di Gerusalemme Est è regolarmente assegnata a costruzioni per palestinesi, secondo fonti ONU.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche se molta attenzione è stata rivolta ai contenziosi sugli insediamenti nella West Bank occupata, è proprio a Gerusalemme che il contesa principale avviene. Il governo di destra insiste che una Gerusalemme unita e pienamente sovrana è un pilastro dello stato ebraico. Ma i palestinesi dicono che senza Gerusalemme Est, quale capitale di uno stato palestinese, non può esserci un accordo fattibile per una pace a due stati.</p>
<p style="text-align: justify;">Il piano Bustan &#8211; per il momento sospeso in quanto Israele è conscia delle critiche internazionali &#8211; è uno dei tanti possibili cambiamenti in atto. A Sheikh Jarrah, anche esso ad Est, i profughi palestinesi sono stati sfrattati dalle loro case e i coloni vi sono entrati. Un numero crescente di palestinesi stanno perdendo permessi di residenza israeliani senza i quali non possano vivere nella città. Nuovi timbri di passaporto emessi da Israele sul confine giordano impediscono ad alcuni visitatori &#8211; la più parte palestinesi espatriati &#8211; dall’entrare Gerusalemme. Il quadro visto nell’insieme, rappresenta un significativo se pur silenzioso cambiamento in atto sul terreno. I diplomatici europei sono così preoccupati che nei loro rapporti interni fuoriusciti alla stampa, avvisano che tutto ciò sta rendendo sempre più remota la possibilità reale di un accordo di pace basato sul principio di due stati.</p>
<p style="text-align: justify;">traduzione Mariano Mingarelli Associazione Amicizia Italo-Palestinese</p>
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