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	<title>Comitato di solidarietà con il popolo palestinese &#187; Prigionieri</title>
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		<title>L’OLP chiede sostegno per i prigionieri politici</title>
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		<pubDate>Sun, 09 May 2010 11:28:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Prigionieri]]></category>

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		<description><![CDATA[Roma, 01 maggio 2010 (Nena-News)
L’ Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp) chiede attenzione sulla situazione dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane e si rivolge agli “attivisti e ai sostenitori della libertà in tutto il mondo” perché siano fatte pressioni per un miglioramento delle condizioni di detenzione. “Circa 7.500 prigionieri, di cui 340 sono bambini [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4>Roma, 01 maggio 2010 (<a href="http://www.nena-news.com/?p=67">Nena-News</a>)</h4>
<p>L’ Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp) chiede attenzione sulla situazione dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane e si rivolge agli “attivisti e ai sostenitori della libertà in tutto il mondo” perché siano fatte pressioni per un miglioramento delle condizioni di detenzione.<span id="more-2335"></span> “Circa 7.500 prigionieri, di cui 340 sono bambini e 37 donne, sono detenuti nelle carceri israeliane; 1.500 di loro sono malati, mentre 60 bambini hanno urgente bisogno di cure”, ricorda l’Olp in un comunicato aggiungendo che “i prigionieri sono stati incarcerati con crudeltà, trattati ingiustamente, e che le loro esigenze mediche e sanitarie non sono state rispettate”. In base ai dati disponibili, negli ultimi tre anni a circa 735 prigionieri provenienti dalla Striscia di Gaza è stato negato il diritto alle visite, come anche a centinaia di prigionieri di Gerusalemme e dei territori occupati nel 1948, che sono stati isolati dal resto dei detenuti. L’Organizzazione per la liberazione della Palestina non ha mancato di fare riferimento alla recente Ordinanza israeliana 1650 in base alla quale, fra i palestinesi che rischiano di risultare “illegali” in Cisgiordania, Israele ha intenzione di deportare sette prigionieri dopo che avranno scontato la condanna. Infine l’Olp invita la comunità internazionale, la Croce Rossa, e le Nazioni Unite ad adoperarsi per l’attuazione della quarta Convezione di Ginevra e perché Israele ponga fine alle pratiche illegali contro i prigionieri e le loro famiglie.</p>
<p>La questione dei prigionieri sarà al centro anche dell’ottava “Conferenza Internazionale sul Diritto al Ritorno” dei profughi palestinesi, prevista per l’8 maggio a Berlino. Saranno presenti Aziz Dweik, Presidente del Consiglio Legislativo Palestinese, diverse personalità provenienti dall’Europa e dal mondo, tra cui politici, accademici, attivisti di ONG e delegazioni palestinesi da tutto il continente europeo. L’intento della Conferenza, organizzata tra gli altri dal “Centro britannico per il diritto al ritorno dei profughi palestinesi” e dall’ “Assemblea palestinese in Germania”, sarà quello di esprimere un “forte sostegno al popolo palestinese e alla sua causa” nel 62° anniversario della Nakba. Lo slogan della Conferenza: “il nostro ritorno e la libertà per i nostri prigionieri sono inevitabili”. (red)</p>
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		<title>Giornata del Prigioniero. Dal &#8216;67 a oggi, 750 mila palestinesi arrestati da Israele</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Apr 2010 20:54:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>
		<category><![CDATA[Prigionieri]]></category>

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		<description><![CDATA[di &#8216;Abd el-Ghani ash-Shami
Un nuovo rapporto pubblicato dall&#8217;ex prigioniero e ricercatore specializzato sulle questioni dei detenuti palestinesi &#8216;Abd al-Naser Farwana spiega che gli occupanti israeliani, dal 1967, hanno arrestato circa 750.000 palestinesi di ogni parte della Palestina, tra cui circa 12.000 donne e decine di migliaia di ragazzini.

Il rapporto statistico, pubblicato in occasione della Giornata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h5>di &#8216;Abd el-Ghani ash-Shami</h5>
<p>Un nuovo rapporto pubblicato dall&#8217;ex prigioniero e ricercatore specializzato sulle questioni dei detenuti palestinesi &#8216;Abd al-Naser Farwana spiega che gli occupanti israeliani, dal 1967, hanno arrestato circa 750.000 palestinesi di ogni parte della Palestina, tra cui circa 12.000 donne e decine di migliaia di ragazzini.<br />
<span id="more-2195"></span><br />
Il rapporto statistico, pubblicato in occasione della Giornata del prigioniero palestinese, che cade ogni anno il 17 aprile, evidenzia che vi sono circa 70.000 prigionieri messi in carcere da Israele a partire dall&#8217;Intifada di al-Aqsa (scoppiata il 28 settembre 2000), tra cui si contano circa 850 donne e 8.000 ragazzini.</p>
<p>Farwana chiarisce che gli arresti non si limitano ai membri di una specifica parte politica o di un settore della società, ma interessano tutti, indistintamente, comprendendo bambini, ragazzi, vecchi, ragazze, madri e mogli, malati e invalidi, operai e accademici, parlamentari ed ex ministri, leader politici, sindacali, professionali eccetera.</p>
<p>Farwana osserva perciò che quello di &#8220;prigioniero&#8221; è, nello specifico lessico palestinese, il termine più chiaro e stabile, essendo ormai entrato a far parte della cultura palestinese, poiché non vi è famiglia palestinese in cui uno o più membri non siano stati arrestati. Pertanto la questione dei prigionieri è diventata una questione centrale per il popolo palestinese, interessando ogni famiglia palestinese.</p>
<p>Farwana rivela nel suo rapporto che il totale dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, al 15 aprile 2010, è di circa 7.000, tra cui 35 donne e 337 ragazzini, oltre a 257 &#8220;detenuti amministrativi&#8221;. Tra costoro, vi sono anche ben 15 parlamentari ed ex ministri, nonché leader politici. Tutti sono distribuiti in circa venti carceri, istituti penitenziari e centri di detenzione, i più noti dei quali sono quelli di Nafha, Rimon, Ashqelon, Beersheba (Bi&#8217;r as-Sab&#8217;), Hedarim, Jalbu&#8217;, Shatta, ar-Ramla, ad-Damon, Hisharun, più i penitenziari del Negev, di Ofer, di Megiddo&#8230;</p>
<p>Circa 5.110 detenuti (il 73% del totale) scontano pene di diversa durata: 791 prigionieri scontano uno o più ergastoli, 579 sono i prigionieri condannati a pene superiori ai vent&#8217;anni e 1.065 scontano pene comprese tra i dieci e i vent&#8217;anni.</p>
<p>Ve ne sono poi 1.633 (il 23,3% del totale) in attesa di giudizio, con i &#8220;detenuti amministrativi&#8221; che sono 257 (il 3,7% del totale), mentre otto sono agli arresti in base alla legge sui combattenti illegali.</p>
<p>Da quando è scoppiata l&#8217;Intifada di al-Aqsa, le autorità d&#8217;occupazione hanno emesso a carico di palestinesi circa 20.000 condanne alla &#8220;detenzione amministrativa&#8221;, tra nuovi arresti e rinnovi di precedenti arresti, così 257 palestinesi sono ancora in carcere in base a questo tipo di detenzione.</p>
<p>Per quanto riguarda i ragazzini, il curatore del rapporto evidenzia che gli occupanti israeliani, dall&#8217;inizio dell&#8217;Intifada di al-Aqsa, ne hanno arrestati circa 8.000, di cui 337 sono ancora in carcere, rappresentando oggi una percentuale del 4,8% del totale dei prigionieri. Tra costoro, 298 hanno un&#8217;età compresa tra sedici e diciotto anni e 39 hanno meno di sedici anni, ma sono egualmente esposti a tutti i maltrattamenti, le punizioni, i diritti negati ecc. che devono sopportare gli adulti, pertanto il loro futuro è fortemente a rischio e la loro situazione è in contrasto senz&#8217;altro con tutte le norme e i patti internazionali sui diritti dell&#8217;infanzia.</p>
<p>Il 97% dei ragazzini arrestati sono stati sottoposti a torture: sacchetti in testa, terrore, botte. Vi sono tra coloro circa 400 prigionieri che hanno compiuto diciott&#8217;anni in galera e continuano ad essere in galera; altri invece sono stati arrestati che erano ragazzini, ma poi hanno passato in carcere più anni di quelli che ne avevano passati fuori.</p>
<p>Per quanto riguarda le prigioniere, Farwana riferisce che le forze d&#8217;occupazione israeliane, a partire dall&#8217;Intifada di al-Aqsa, hanno arrestato circa 850 donne. Oggi in carcere ve ne sono 35: una è di Gaza (Wafa&#8217; al-Bus), in isolamento nel carcere di ar-Ramla da alcuni mesi; quattro sono di al-Quds (Gerusalemme), tre della Palestina occupata nel 1948 [Israele, ndr] e le altre di varie località della Cisgiordania. Tutte si trovano in luoghi inadatti per delle donne, senza alcuna attenzione al fatto che sono donne, ai loro bisogni, quindi senza alcun rispetto dei loro diritti sanciti nei trattati internazionali. Cinque di queste prigioniere scontano pene all&#8217;ergastolo: Ahlam at-Tamimi, Qahira as-Sa&#8217;di, Sana&#8217; Shahadeh, Du&#8217;a&#8217; al-Jayyusi e Amina Muna.</p>
<p>Quattro di queste prigioniere hanno partorito in carcere, senza poter godere di condizioni adeguate a livello medico e senza che i familiari potessero star loro accanto durante il parto in ospedale. Queste &#8216;madri in carcere&#8217; sono: Mirfat Taha, di al-Quds (Gerusalemme), il cui bambino è nato l&#8217;8 febbraio 2003; Manal Ghanim, che ha partorito il 10 ottobre 2003; Samar Subayh, del campo profughi di Jabaliya (Gaza), che ha messo al mondo un figlio il 30 aprile 2006; Fatima Az-Zaqq, il cui figlio Yusuf ha visto la luce il 17 gennaio 2008. Tutte, adesso, sono state liberate.</p>
<p>Per quanto riguarda invece la distribuzione geografica dei prigionieri, Farwana osserva che la stragrande maggioranza (5.873, ovvero l&#8217;83,9%) è della Cisgiordania, mentre quelli della Striscia di Gaza sono 735 (il 10,5% del totale); invece, quelli di al-Quds (Gerusalemme) e della Palestina occupata nel &#8216;48 [Israele, ndr] sono 392 e rappresentano il 5,6% del totale, per non parlare poi delle decine di detenuti di vari Paesi arabi.</p>
<p>Per quanto concerne gli aspetti sociali, il rapporto sottolinea che la maggioranza dei prigionieri sono ragazzi non sposati tra i diciotto e i trent&#8217;anni: 4.760 (il 68% del totale) sono per l&#8217;appunto non sposati.</p>
<p>Vi sono poi 313 detenuti in carcere da prima degli &#8220;Accordi di Oslo&#8221; e dell&#8217;edificazione dell&#8217;Autorità Nazionale Palestinese (4 maggio 1994): 126 sono della Cisgiordania, 125 della Striscia di Gaza, 41 di al-Quds (Gerusalemme), 20 della Palestina occupata nel 1948 [Israele, ndr] e uno del Golan [al-Julan, ndr] siriano occupato.</p>
<p>Tra i &#8220;veterani&#8221; ve ne sono 115 che sono in carcere da più di vent&#8217;anni di fila. Essi sono noti come &#8220;i decani della prigionia&#8221;. Tra questi vi sono i cosiddetti &#8220;Generali della perseveranza&#8221; che comprende quattordici prigionieri, e sono quelli che hanno trascorso in carcere più di un quarto di secolo consecutivamente: questa denominazione gli è stata attribuita in virtù della loro pazienza e perseveranza dimostrate nel sopportare ogni difficoltà. Si tratta di Na&#8217;il al-Barghouthi (di Ramallah, in carcere dal 4 aprile 1978), Fakhri al-Barghouthi (di Ramallah, in carcere dal 23 giugno 1978), Akram Mansour (di Qalqiliya, agli arresti dal 2 agosto 1979), Fu&#8217;ad ar-Razim (di al-Quds/Gerusalemme, in carcere dal 30 gennaio 1981), Ibrahim Jaber (di al-Khalil/Hebron, arrestato l&#8217;8 gennaio 1982), Hasan Salama (di Ramallah, in prigione dall&#8217;8 agosto 1982), &#8216;Uthman Maslah (di Salfit, arrestato il 15 ottobre 1982), Sami, Karim e Maher Younis (della Palestina del &#8216;48/Israele), in carcere dal gennaio del 1983, Salim al-Kayyal (in carcere dal 30 maggio 1983), Hafid Qandas (di Yafa/Giaffa, arrestato il 15 maggio 1984, &#8216;Isa &#8216;Abd Rabbo (di Betlemme, in carcere dal 20 ottobre 1984), Ahmad Farid Shahadeh (di Ramallah, agli arresti dal 16 febbraio 1985). È degno di nota che tre di questi &#8220;Generali della perseveranza&#8221; sono nelle carceri di Israele da oltre trent&#8217;anni.</p>
<p>Per ciò che attiene alle condizioni sanitarie dei prigionieri, il rapporto, senza timore d&#8217;esagerare, consente di affermare che tutti costoro soffrono di varie malattie causate dalle dure condizioni in cui versano le prigioni (incuria sanitaria, cure vietate ecc.). Alcuni di questi malati soffrono di patologie gravissime, ed alcuni sono addirittura in stato terminale, come quelli che, e sono decine, sono malati di cancro.</p>
<p>Farwana, nel suo rapporto, fa riflettere sul fatto che Israele è l&#8217;Unico Stato al mondo che ha reso le torture fisiche e psicologiche, proibite in ogni loro forma a livello internazionale, una cosa legale tra i suoi apparati di sicurezza e giudiziari, fornendo loro addirittura copertura. Gli apparati di sicurezza israeliani praticano la tortura contro i prigionieri palestinesi in circa settanta modi diversi, a livello corporale e psicologico: percosse, congelamento, terrore, scosse, stare in piedi a oltranza, privazione del sonno e del cibo, isolamento, pressioni sui testicoli, rottura delle costole, percosse sulle ferite, imprigionamento dei parenti (puniti anche davanti al prigioniero), sputi in faccia, incaprettamento, botte allo stomaco e alla testa eccetera.</p>
<p>Farwana ha dichiarato che nel periodo per il quale esistono statistiche ufficiali si può dire che vi sia una stretta relazione tra l&#8217;arresto e le torture, poiché tutti quelli che sono stati arrestati sono stati in qualche modo torturati, psicologicamente o corporalmente, oppure sono stati sottoposti a danneggiamenti morali e ad umiliazioni di fronte ad un pubblico o a membri della loro famiglia.</p>
<p>Nel suo rapporto Farwana ricorda che, in base alla documentazione a sua disposizione, dal 1967 i martiri tra i prigionieri sono 197, l&#8217;ultimo dei quali è stato &#8216;Ubayda Maher al-Qudsi ad-Duweyk (25 anni, di al-Khalil/Hebron), arrestato e ferito il 26 agosto 2009, ma deceduto il 13 settembre 2009 perché rimasto senza le cure necessarie.</p>
<p>Tra i prigionieri che hanno trovato il martirio in carcere se ne contano 49 a causa dell&#8217;incuria sanitaria, 70 a causa delle torture, 71, intenzionalmente, dopo l&#8217;arresto e 7 a causa di un eccessivo utilizzo della forza o ammazzati con una revolverata dentro il carcere.</p>
<h4><a href="http://www.forumpalestina.org/news/2010/Aprile10/22-04-10GiornataPrigioniero.htm">da Forum Palestina</a></h4>
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		<title>17 aprile: Giornata dei prigionieri palestinesi</title>
		<link>http://www.palestinalibera.org/2010/04/17-aprile-giornata-dei-prigionieri-palestinesi/</link>
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		<pubDate>Mon, 19 Apr 2010 22:02:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>
		<category><![CDATA[Prigionieri]]></category>
		<category><![CDATA[Tortura]]></category>

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		<description><![CDATA[
Detenuto palestinese muore in un carcere israeliano. Nessuna risoluzione del Parlamento Europeo come quella contro Cuba?
Un detenuto palestinese di 27 anni è morto in un carcere israeliano. Lo hanno reso noto le autorità di Te Aviv. Raed Hamad è stato trovato morto nella sua cella ieri l&#8217;altro a tarda ora: sul suo corpo, ha annunciato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span id="more-2175"></span></p>
<h3>Detenuto palestinese muore in un carcere israeliano. Nessuna risoluzione del Parlamento Europeo come quella contro Cuba?</h3>
<p>Un detenuto palestinese di 27 anni è morto in un carcere israeliano. Lo hanno reso noto le autorità di Te Aviv. Raed Hamad è stato trovato morto nella sua cella ieri l&#8217;altro a tarda ora: sul suo corpo, ha annunciato l&#8217;avvocato, sarà effettuata l&#8217;autopsia per accertare le cause del decesso. Issa Karake, ministro palestinese per le questioni carcerarie, ha dichiarato che il detenuto era in reclusione solitaria da diciotto mesi e questo ha aggravato le sue condizioni. L&#8217;avvocato di Hamad, Tareq Barghouth, ha dichiarato che il suo cliente aveva bisogno di sostegno psicologico ma nessuno glielo ha fornito nei suoi cinque anni di detenzione. Israele ha quasi 7.500 palestinesi prigionieri nelle proprie carceri e l&#8217;Anp (Autorità nazionale palestinese) ne reclama il rilascio. Il 17 aprile tra l&#8217;altro si è celebrata la giornata del detenuto politico palestinese: i movimenti Hamas e al Fatah hanno partecipato insieme alla cerimonie nella Striscia di Gaza.</p>
<h4><a href="http://www.forumpalestina.org/news/2010/Aprile10/19-04-10DetenutoPalestineseMuore.htm">da Forum Palestina</a></h4>
<h3>La situazione dei prigioneri palestinesi nelle carceri israeliane</h3>
<p>Il 17 aprile di ogni anno, i palestinesi della Striscia di Gaza e della Cisgiordania occupata, commemorano la <em>Giornata del prigioniero palestinese</em>, istituita nel 1974 dal Consiglio Nazionale Palestinese. Tra le azioni più incisive della commemorazione di quest’anno, vi è lo sciopero della fame attuato dai prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane. Si tratta di una protesta contro le misure razziste che i soldati israeliani impongono ai familiari dei prigionieri. Tra questi abusi attualmente vige il divieto delle visite. I soldati e le guardie carcerarie israeliane intimano alle madri dei prigionieri di svestirsi completamente prima di recarsi a far visita ai loro cari. Questa misura provocatoria vuole chiaramente creare un sentimento di ostilità tra i prigionieri, i quali hanno dichiarato: “<em>Con lo sciopero della fame chiediamo di fermare simili sconcertanti pratiche</em>”.Le fazioni e le istituzioni della società civile palestinesi della Striscia di Gaza e della Cisgiordania hanno invitato tutti a sostentere i prigionieri con qualunque inziativa e chiedendone la liberazione. Tra i primi eventi organizzati nella giornata di sabato, vi è stato un sit-in organizzato dai familiari dei prigionieri della Striscia di Gaza, davanti la sede della Croce Rossa. Hanno portato con loro le foto dei figli detenuti ed hanno esibito striscioni con appelli rivolti alla comunità internazionale. Le richieste, ancora una volta, sono quelle di esercitare pressioni su Israele affinché rispetti i diritti di detenuti e prigionieri a partire dal diritto di visita dei loro familiari.</p>
<p><strong>Il divieto di visita imposto da Israele ai familiari.</strong> Sono quasi 4 anni ormai che le forze d’occupazione impogono totale divieto di visita ai familiari dei prigioniei della Striscia di Gaza. Questo divieto entrò in vigore a seguito del rapimento, da parte dei resistenti palestinesi, del soldato israeliano Gilad Shalit. Oltre alla negazione del diritto di visita, anche le degradanti condizioni in cui Israele detiene i prigionieri palestinesi rappresentano una violazione della Convenzione di Ginevra. Sono circa 7.500 i prigionieri palestinesi attualmente nelle prigioni israeliane. 37 sono donne, 15 deputati del Consiglio Legislativo (Clp). Tra queste cifre ci sono anche i bambini palestinesi detenuti da Israele: sono 330 e sono sottoposti a tortura ed altri metodi di abuso. Come gli adulti, anche i bambini vengono maltrattati durante gli interrogatori e sono costretti in piccolo celle, spesso sovraffollate.</p>
<p><strong>I metodi di tortura.</strong> Percosse, mani e gambe legate e bende sugli occhi, scosse elettriche, privazione del sonno, insulti ed umiliazioni di ogni tipo.Anche i bambini vengono sottoposti a metodi disumani e degradanti, in contravvenzione agli standard legali sull’infanzia. Si registrano: negazione dei pasti, sporcizia e costrizione in ambienti infestati da insetti, detenzioni in celle senza ventilazione e/o illuminazione.Mancanza di assistenza sanitaria adeguata, negazione di ricambio del vestiario (spesso proprio quello che portano i familiari in visita), assenza della possibilità di avere la consulenza di uno psicologo.Si sono riportati anche casi di furto di beni personali, come denaro, in seguito ad irruzioni improvvise e violente da parte dei soldati israeliani nelle celle di detenuti e prigionieri palestinesi. Nelle prigioni israeliane infine, vige il divieto all’istruzione.</p>
<p><strong>L’Alta Corte.</strong> 5,000 sono i prigionieri palestinesi perseguiti e condannati: 790 stanno scontando pluriergastoli. 1.900 sono i detenuti (quindi senza condanna perché, nella maggioranza dei casi, senza alcuna accusa). I palestinesi in detenzione amministrativa sono 290 dall’inizio del 2010. 9 palestinesi, provenienti dalla Striscia di Gaza, sono stati sottoposti alla &#8220;Legge del combattente illegale&#8221;.</p>
<p>Distribuzione geografica dei prigionieri palestinesi. 765 provengono dalla Striscia di Gaza; 395 provengono da Gerusalemme est e dai territori occupati nel 1948; il resto, e dunque la maggioranza, proviene dalla Cisgiordania. Qui, le forze di occupazione israeliana effettuano quotidiane incursioni ed arresti indiscriminati.</p>
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		<title>Israele: la sola democrazia del Medio Oriente?</title>
		<link>http://www.palestinalibera.org/2010/03/israele-la-sola-democrazia-del-medio-oriente/</link>
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		<pubDate>Thu, 11 Mar 2010 22:47:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Muro]]></category>
		<category><![CDATA[Occupazione]]></category>
		<category><![CDATA[Prigionieri]]></category>

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		<description><![CDATA[Foto quiz: puoi individuare la prigione militare? 
Relazione sulla lotta per i diritti umani in Israele e in Palestina
di Amir Terkelda
theonlydemocracy
La settimana scorsa mentre guidavo per andare alla prigione militare di Ofer, nella West Bank, per presenziare a un’udienza di Abdallah Abu Rahma di Bili’in, mi è venuto da pensare che la maggior parte della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;"><span style="color: #b40404;"><strong>Foto quiz: puoi individuare la prigione militare? </strong></span></h3>
<p style="text-align: center;">Relazione sulla lotta per i diritti umani in Israele e in Palestina</p>
<p>di Amir Terkelda<br />
<a href="http://theonlydemocracy.org/2010/03/photo-quiz-can-you-identify-the-military-prison/">theonlydemocracy</a></p>
<p style="text-align: justify;">La settimana scorsa mentre guidavo per andare alla prigione militare di Ofer, nella West Bank, per presenziare a un’udienza di Abdallah Abu Rahma di Bili’in, mi è venuto da pensare che la maggior parte della gente che  è passata accanto a queste enormi pareti nel fare la spola verso Gerusalemme non si era mai resa conto di stare guidando accanto a una prigione. La qual cosa, a dire il vero non mi sorprende se si considera il paesaggio di cemento della West Bank.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Risolvi il quiz da solo e osserva come si fa: Quale di queste foto rappresenta una prigione militare nei Territori Occupati?</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong><a href="http://www.palestinalibera.org/wp-content/media/foto-quiz05ab.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-1641" title="foto-quiz05ab" src="http://www.palestinalibera.org/wp-content/media/foto-quiz05ab.png" alt="" width="450" height="351" /></a></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Qual’è le prigione militare? In alto a sinistra: Muro e torre di guardia attorno a Ramallah. In alto a destra: Muro e torre di guardia attorno a Bethelehem. In basso a destra: Muro e torre di guardia attorno a Qalqilya. In basso a sinistra: Prigione Militare di Ofer.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.palestinalibera.org/wp-content/media/foto_quiz01ab.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1642" title="foto_quiz01ab" src="http://www.palestinalibera.org/wp-content/media/foto_quiz01ab.jpg" alt="" width="450" height="306" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">La Prigione Militare di Ofer  si trova sull’autostrada 443 per Gerusalemme. La 443 passa attraverso la West Bank ed ha il famigerato nome di “Strada dell’Apartheid”, in quanto in suo utilizzo è vietato ai palestinesi. Sfortunatamente questa è solo una delle tante strade nella West Bank il cui percorso è riservato ai soli israeliani.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.palestinalibera.org/wp-content/media/foto_quiz02ab.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1643" title="foto_quiz02ab" src="http://www.palestinalibera.org/wp-content/media/foto_quiz02ab.jpg" alt="" width="350" height="263" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Uscendo da Gerusalemme, la strada 443 si dirige a nord-est attraverso la West Bank. I muri servono per prevenire gli attacchi sulla strada. Essi impediscono pure ai palestinesi di avere un facile accesso all’altra parte del villaggio e inoltre, penso che soprattutto questo risparmi gli israeliani dal dover vedere  la nostra gente il cui territorio stiamo attraversando.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.palestinalibera.org/wp-content/media/foto_quiz03ab.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1644" title="foto_quiz03ab" src="http://www.palestinalibera.org/wp-content/media/foto_quiz03ab.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Blocco sulla strada 443. Ai palestinesi viene impedito l’accesso alla strada 443 da mucchi di detriti, come si può vedere sopra, da porte chiuse a chiave o da blocchi di cemento. La ragione è quella della sicurezza. L’esercito afferma che permettere che i palestinesi possano accedere alla strada (sulla loro terra) è un rischio per la sicurezza degli israeliani che percorrono quella strada.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.palestinalibera.org/wp-content/media/foto_quiz04ab.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1645" title="foto_quiz04ab" src="http://www.palestinalibera.org/wp-content/media/foto_quiz04ab.jpg" alt="" width="350" height="263" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">La strada 443 alla periferia di Gerusalemme. Le case palestinesi sono visibili proprio al di sopra del muro dipinto.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>tradotto da Mariano Mingarelli<br />
<a href="http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=1831:foto-quizpuoi-individuare-la-prigione-militare&amp;catid=25:dalla-palestina&amp;Itemid=75">Associazione Amicizia Italo &#8211; Palestinese</a><br />
</em></p>
<h3><em><strong> </strong></em></h3>
]]></content:encoded>
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		<title>Prigionieri in Israele</title>
		<link>http://www.palestinalibera.org/2010/02/prigionieri-in-israele/</link>
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		<pubDate>Wed, 03 Feb 2010 21:07:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>
		<category><![CDATA[Gaza]]></category>
		<category><![CDATA[Prigionieri]]></category>

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		<description><![CDATA[Dossier Prigionieri Politici (File Power Point)
Le famiglie di Gaza lottano per poter fare visita ai loro parenti nelle carceri israeliane
di Rami Almeghari 
da Electronic Intifada del 25 gennaio 2010

Umm Faris Baroud del campo profughi di Shati  nella parte occidentale di Gaza City, ogni lunedì si alza presto con la speranza che le sarà permesso di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;"><em><a href="http://www.palestinalibera.org/wp-content/media/DossierPrigionieriPolitici.ppt">Dossier Prigionieri Politici</a></em> (File Power Point)</h3>
<h3 style="text-align: center;"><span style="color: #b40404;"><strong><strong>Le famiglie di Gaza lottano per poter fare visita ai loro parenti nelle carceri israeliane</strong></strong></span></h3>
<p><em>di Rami Almeghari </em></p>
<p><em><a href="http://electronicintifada.net/v2/article11027.shtml">da Electronic Intifada del 25 gennaio 2010</a><br />
</em></p>
<p style="text-align: justify;">Umm Faris Baroud del campo profughi di Shati  nella parte occidentale di Gaza City, ogni lunedì si alza presto con la speranza che le sarà permesso di visitare suo figlio Faris, che sta scontando una condanna a vita in uno dei carceri di Israele.</p>
<p style="text-align: justify;">Con le ginocchia malandate e la schiena curva, Umm Faris, con i suoi 88 anni, si era mossa lentamente quando era venuta a darci il benvenuto nella sua modesta casa.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-1174"></span></p>
<p style="text-align: justify;">“Nei due anni e mezzo trascorsi non ho avuto la possibilità di visitare Faris,” si è giustificata. “Ogni lunedì, all’ufficio del Comitato Internazionale della Croce Rossa [ICRC], partecipo alla protesta settimanale insieme a molte altre famiglie che comprendono madri, mogli e figli dei detenuti. Chiediamo un giusto diritto: quello di vedere i nostri amati figli.”</p>
<p style="text-align: justify;">Sulla sua strada per l’ufficio della ICRC, situato a circa due chilometri dal campo profughi di Shati, Umm Faris viene raggiunta dalla sua vicina Umm Mahmoud al-Rayis, che è pure in attesa di vedere suo figlio Mahmoud,  condannato anch’esso a vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Il rito settimanale ha inizio presto, ogni lunedì, quando dozzine di componenti delle famiglie dei 950 detenuti che provengono dalla Striscia di Gaza, cantano slogan, incontrano ufficiali dell’ICRC e mostrano  solidarietà l’uno con l’altro.</p>
<p style="text-align: justify;">“Prego Dio che mi faccia vedere  Faris prima di morire. Ogni istante corro qui e chiedo alla Croce Rossa di aiutarmi, ma nessuno si prende cura di noi,” afferma Umm Faris mentre sta aspettando nella sala di attesa  dell’ufficio della ICRC, dopo aver preso parte alla dimostrazione  settimanale.</p>
<p style="text-align: justify;">Umm Faris e molti altri parenti di detenuti stanno aspettando che appaia un barlume di speranza, che essi possano essere in grado di fare visita ai loro cari incarcerati nelle prigioni e nei campi di detenzione israeliani. Per più di due anni e mezzo, la ICRC è stata in comunicazione con Israele, ma non può più  fornire ancora una speranza di quel tipo, in quanto Israele ha virtualmente proibito le visite di familiari nelle carceri situate fuori da Gaza dove sono trattenuti i prigionieri di Gaza. Per i parenti dei detenuti non c’è altro da fare se non protestare.</p>
<p style="text-align: justify;">“Il programma delle visite familiari ha attraversato varie difficoltà fin dal 1995, ma era solito venire rinnovato regolarmente,” ha dichiarato Iyad Nasir, portavoce a Gaza per il ICRC. Nel giugno 2007, tuttavia, quando Israele inasprì il suo assedio di Gaza, le autorità israeliane interruppero il programma per i detenuti di Gaza, pur permettendo alle famiglie dei detenuti della West Bank di proseguire con le visite.</p>
<p style="text-align: justify;">Nasir ha aggiunto che gli sforzi della ICRC per garantire le comunicazioni tra le famiglie e i loro cari all’interno delle carceri israeliane non avevano dato i frutti desiderati.</p>
<p style="text-align: justify;">“In precedenza, in situazioni di questo tipo eravamo riusciti a fare qualcosa, ma attualmente per sfortuna ci è andata male. Recentemente, la ICRC ha rinnovato la sua richiesta di ripristinare le visite familiari per le famiglie dei detenuti originari di Gaza,” ha affermato Nasir.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo il portavoce  dell’ICRC, le autorità israeliane non hanno dato una giustificazione specifica riguardo alla loro decisione di negare il permesso ai familiari di Gaza per le visite carcerarie, sebbene egli insistesse che era una questione umanitaria.</p>
<p style="text-align: justify;">I gruppi palestinesi per i Diritti Umani hanno fatto richiesta a tutte le parti interessate &#8211; in particolar modo agli Stati esteri – di far pressione sul governo israeliano perché rispetti i suoi obblighi in relazione al Diritto Umanitario Internazionale (IHL), in modo particolare riguardo alla IV Convenzione di Ginevra del 1949. Israele ha violato il IHL trasferendo i prigionieri dalla West Bank occupata e dalla Striscia di Gaza in carceri poste all’interno di Israele, e i detenuti palestinesi sono stati assoggettati a condizioni degradanti, a trattamenti disumani e a torture.</p>
<p style="text-align: justify;">A dicembre, i parenti di 14 prigionieri di Gaza avevano fatto ricorso alla Corte Suprema di Israele perché la proibizione delle visite carcerarie avesse fine. La corte suprema ha respinto l’azione legale, presentata al posto loro da HaMoked – il Centro per la Difesa dell’Individuo e Adalah – il Centro Legale per i Diritti delle Minoranze Arabe. Nella sua sentenza, la corte ha riconosciuto che: “E’ vero che i prigionieri per motivi di sicurezza sono titolari di diritti e che questi non dovrebbe essere trattenuti al di là di quanto necessario. “Tuttavia la corte conferma il divieto del governo israeliano per le visite alle carceri e dichiara che tali visite ”non rappresentano una necessità umanitaria”.</p>
<p style="text-align: justify;">Il vice-direttore del Centro Palestinese per i Diritti Umani a Gaza, Jaber Wishah, ha riferito a The Electronic Intifada: “Abbiamo provato ripetutamente di rivolgerci a coloro che hanno ratificato le Convenzioni Umanitarie Internazionali perché facciano pressione su Israele per ottenere il rispetto dei suoi obblighi.” Wishah ha affermato che se Israele omettesse di soddisfare i suoi obblighi, dovrebbe essere trattato alla stessa stregua del regime sudafricano dell’Apartheid.</p>
<p style="text-align: justify;">Wishah ha sottolineato che le famiglie desiderose di vedere i loro cari chiusi nelle carceri israeliane,  hanno il diritto di farlo, secondo il IHL e compresa la IV Convenzione di Ginevra.</p>
<p style="text-align: justify;">La questione dei prigionieri palestinesi è oggetto delle maggiori contese nei rapporti palestino-israeliani. Sin da quando Israele occupò la West Bank e la Striscia di Gaza nel 1967, si stima che siano state arrestate ed imprigionate centinaia di migliaia di palestinesi. Molti prigionieri sono stati incarcerati per lunghi periodi da tribunali militari israeliani che sono stati condannati dai gruppi internazionali per i Diritti Umani per il mancato rispetto delle norme minime di equità. Molti altri sono sottoposti ad “amministrazione detentiva” senza accusa  o processo di qualsiasi tipo.</p>
<p style="text-align: justify;">Attualmente, in Israele sono detenuti più di 7500 palestinesi, compresi 800 che sono stati condannati a morte.</p>
<p style="text-align: justify;">Intanto, a madri come Umm Farid non resta che aspettare, mentre i loro figli se ne stanno dietro alle sbarre.</p>
<p style="text-align: justify;">“Ricordo ancora quanto era gentile con me. Quando ne avevo bisogno si prendeva cura di me. La mia sola speranza è do poterlo rivedere prima di morire,” furono le sue parole.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Rami Almeghari</em>, è giornalista e docente universitario con sede nella Striscia di Gaza</p>
<p style="text-align: justify;">(tradotto da mariano mingarelli, <a href="http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=1722:le-famiglie-di-gaza-in-lotta-per-il-diritto-di-far-visita-ai-parenti-in-carcere&amp;catid=25:dalla-palestina&amp;Itemid=75">Associazione Amicizia Italo-Palestinese</a>)</p>
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: center;">Vedi anche su Associazione Amicizia Italo-Palestinese:</p>
<p style="text-align: center;"><span style="color: #b40404;"><a href="http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=1721:due-civili-di-bethlehem-sequestrati-dallesercito-israeliano&amp;catid=25:dalla-palestina&amp;Itemid=75"><strong>L’esercito sequestra due civili di Bethlehem</strong></a></span></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=1720:15-arresti-di-palestinesi-in-meno-di-due-giorni&amp;catid=25:dalla-palestina&amp;Itemid=75"><strong>I soldati sequestrano 15 palestinesi in meno di due giorni</strong></a></p>
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		<title>At-Tuwani: pastore torturato per cinque ore da soldati e polizia israeliana</title>
		<link>http://www.palestinalibera.org/2010/01/at-tuwani-pastore-torturato-per-cinque-ore-da-soldati-e-polizia-israeliana/</link>
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		<pubDate>Fri, 22 Jan 2010 23:13:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>
		<category><![CDATA[Prigionieri]]></category>
		<category><![CDATA[Tortura]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 7 gennaio 2010, dei soldati imprigionarono Musab Musa Raba’i dopo aver aggredito lui e i componenti della sua famiglia mentre stavano obbedendo all’ordine dei militari di allontanare le loro greggi dalla terra di proprietà della loro famiglia.
Gli stessi otto soldati che avevano arrestato Raba’i ed aggredito la sua famiglia, lo portarono in una base [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il 7 gennaio 2010, dei soldati imprigionarono Musab Musa Raba’i dopo aver aggredito lui e i componenti della sua famiglia mentre stavano obbedendo all’ordine dei militari di allontanare le loro greggi dalla terra di proprietà della loro famiglia.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli stessi otto soldati che avevano arrestato Raba’i ed aggredito la sua famiglia, lo portarono in una base militare nei pressi della colonia di Suseya. Per quattro ore, i militari lo percossero nella schiena, in faccia e lo  sbatterono contro le pareti. I soldati gli posero domande sui suoi fratelli. Raba’i si rifiutò di fornire qualsiasi informazione e si rifiutò di parlare in ebraico con loro, tanto che se ne andarono su tutte le furie. I soldati gli raccontarono che si sarebbero recati a casa sua nei prossimi giorni e avrebbero picchiato e ucciso lui e i suoi fratelli. Cercarono di costringerlo a dire che loro erano i migliori soldati nell’IDF (Israeli Defence Forces) e lo percossero quando egli si rifiutò.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-988"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Raba’i raccontò ai componenti del CPT che i militari gli avevano legato mani e piedi, lo avevano bendato e lo avevano fatto sedere su una sedia. Raba’i aveva posto la sua testa nel suo grembo, nel tentativo di proteggere la sua testa ed i suoi genitali e si rifiutò di sollevarla. Ha affermato che ad un certo punto un soldato aveva armato il suo fucile e gli aveva detto di sollevare la sua testa o gli avrebbe sparato. Raba’i si rifiutò. Quando una altro soldato cercò di porgergli pane e acqua, dato che il militare è legalmente obbligato a comportarsi così in una situazione di quel tipo, i soldati che lo stavano torturando imprecarono contro il soldato e gli dissero di andarsene.</p>
<p style="text-align: justify;">I soldati si rifiutarono anche di permettere a Raba’i di pregare.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo quattro ore di questo interrogatorio e di queste torture, essi portarono Raba’i alla stazione di polizia nella colonia di Kiryat Arba. La polizia israeliana gli raccontò che essi di solito forniscono ai detenuti sia da mangiare che da bere, ma non avevano intenzione di dargli nulla perché volevano punirlo. Essi dissero che se avessero mai visto la sua faccia di nuovo, lo avrebbero ucciso.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo trenta minuti, la polizia legò le sue mani e i suoi piedi, lo bendò e lo condusse in un luogo a lui sconosciuto, e lo tirarono giù dalla jeep.<br />
Temendo che i soldati, la polizia o i coloni lo potessero vedere, si nascose in un cespuglio fino a che vide l’auto della sua famiglia.</p>
<p style="text-align: justify;">Raba’i era stato in grado di chiamare la sua famiglia, che, accompagnata dai componenti del Christian Pacemaker Team, lo scoprì e lo condusse a casa sua.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong></strong><a href="http://www.cpt.org/cptnet/2010/01/12/tuwani-shepherd-tortured-five-hours-israeli-solders-and-police"><span style="text-decoration: underline;">http://www.cpt.org/cptnet/2010/01/12/tuwani-shepherd-tortured-five-hours-israeli-solders-and-police</span></a></p>
<p>(tradotto da mariano mingarelli,<a href="http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1701&amp;Itemid=75"><em> Associazione Amicizia Italo-palestinese</em></a>)</p>
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		</item>
		<item>
		<title>Resistenza pacifista in Palestina?</title>
		<link>http://www.palestinalibera.org/2010/01/862/</link>
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		<pubDate>Sun, 17 Jan 2010 12:40:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Prigionieri]]></category>
		<category><![CDATA[Resistenza]]></category>

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		<description><![CDATA[  
Premesso che tutti i palestinesi attuano la resistenza non violenta per il fatto stesso di vivere sotto occupazione sopportando abusi disumani con dignità e a testa alta ormai da oltre 60 anni, qui di seguito un&#8217;intervista a Neve Gordon sulle forme organizzate di resistenza non violenta  palestinese e sui mezzi &#8220;leciti&#8221; con cui [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --> <!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --> <!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } 		H2 { margin-bottom: 0.21cm } --></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Premesso che tutti i palestinesi attuano la resistenza non violenta per il fatto stesso di vivere sotto occupazione sopportando abusi disumani con dignità e a testa alta ormai da oltre 60 anni, qui di seguito un&#8217;intervista a Neve Gordon sulle forme organizzate di resistenza non violenta  palestinese e sui mezzi &#8220;leciti&#8221; con cui Israele le reprimere.</em></p>
<h3 style="text-align: center;"><span style="color: #ff0000;">Schiacciare la protesta pacifica dei palestinesi</span></h3>
<p><em>di Neve Gordon<br />
The Guardian, 23 dicembre 2009</em></p>
<p style="text-align: justify;">Mi è stato spesso domandato perché i palestinesi non avessero mai sviluppato un movimento pacifista come l&#8217;israeliano <em>Peace Now</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">È un quesito in sé problematico, fondato su numerose assunzioni erronee, come la nozione che vi sia una simmetria tra le due parti (palestinese e israeliana) e che <em>Peace Now</em> rappresenti un movimento politicamente efficace. Ma la più importante è la falsa supposizione che i palestinesi abbiano fallito a creare un movimento popolare pacifista.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel settembre del 1967 – tre mesi dopo la guerra decisiva nella quale la Cisgiordania, la Striscia di Gaza e Gerusalemme Est furono occupate – i leader palestinesi decisero di lanciare una campagna contro l&#8217;introduzione di nuovi libri di testo israeliani nelle scuole palestinesi. Questo movimento non diede vita ad attacchi terroristici, come la letteratura dominante circa l&#8217;opposizione palestinese può portare a credere, ma i dissidenti palestinesi adottarono piuttosto delle metodologie ispirate a Mahatma Gandhi e si mobilitarono attraverso uno sciopero generale della scuola: gli insegnanti non andarono a lavorare, i bambini protestarono per le strade contro l&#8217;occupazione, e molti commercianti tenettero chiusi i propri negozi.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-862"></span></p>
<p style="text-align: justify;">La risposta israeliana a quel primo sciopero fu immediata e severa, con una serie di ordini militari che criminalizzavano come insurrezione tutte le forme di resistenza – includendo le proteste, i raduni politici, lo sfoggiare bandiere o altri simboli nazionali, il pubblicare e distribuire articoli o fotografie dai connotati politici e persino cantare o ascoltare canzoni patriottiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma ancora più importante, Israele organizzò rapidamente delle forze di sicurezza per sopprimere l&#8217;opposizione, lanciando delle campagne punitive a Nablus, dove vivevano i leader dello sciopero. Come specifica nel suo libro “La carota e il bastone” il generale maggiore Shlomo Gazit, coordinatore delle attività nei territori occupati in quel periodo, il messaggio che Israele voleva imprimere era chiaro: ogni atto di resistenza si sarebbe concluso con una risposta israeliana spropositata, finalizzata a far soffrire la popolazione a tal punto che la resistenza sarebbe apparsa inutile.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo alcune settimane di coprifuoco notturno, di linee telefoniche bloccate, di detenzione nelle carceri dei leader, e di una vessazione imposta alla popolazione sempre maggiore, Israele riuscì a spezzare lo sciopero.</p>
<p style="text-align: justify;">Sebbene sia passata molta acqua sotto il ponte da quel primo tentativo di resistenza nella forma di “disobbedienza civile”, nel corso delle scorse cinque decadi i palestinesi hanno continuamente sviluppato metodi non violenti di opposizione per sfidare l&#8217;occupazione. Israele, d&#8217;altra parte, ha sempre utilizzato contromisure violente per soffocare questi tentativi.</p>
<p style="text-align: justify;">Spesso ci si dimentica che persino la seconda <em>Intifada</em>, che si manifestò in un crescendo di violenza, iniziò invece come una rivolta popolare pacifica. Il giornalista di <em>Haaretz</em> Akiva Eldar ha rivelato molti anni dopo che i vertici della sicurezza israeliana avevano deciso di radicalizzare il livello dello scontro già durante le prime settimane della rivolta. Akiva cita Amos Malka, il generale dell&#8217;esercito responsabile dell&#8217;intelligence in quel periodo, dicendo che durante il primo mese della seconda <em>Intifada</em>, quando questa era ancora principalmente caratterizzata da proteste popolari non violente, l&#8217;esercito sparava già proiettili 1.3 millimetri in Cisgiordania e a Gaza. L&#8217;idea era di innalzare il livello di violenza dello scontro, pensando che questo avrebbe condotto ad una vittoria militare decisiva e al soffocamento della ribellione. La rivolta e la sua soppressione si radicalizzarono di conseguenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma di nuovo, negli scorsi cinque anni, palestinesi da villaggi e cittadine segnate come Bil&#8217;in e Jayyous hanno sviluppato nuove forme di resistenza pacifica che hanno attratto l&#8217;attenzione della comunità internazionale. Persino il primo ministro dell&#8217;Autorità palestinese (Anp) Salam Fayyad ha recentemente esortato i propri elettori ad adottare strategie simili. Israele, in risposta, ha decido di trovare il modo di metter fine alle proteste una volta per tutte, e ha iniziato una ben architettata campagna che prende di mira i leader locali di questa resistenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Uno di questi leader, Abdallah Abu Rhamah, un insegnate di scuola superiore, coordinatore del Comitato popolare contro il Muro di Bil&#8217;in, è uno dei tanti palestinesi sulla lista nera dei militari israeliani. Alle due del mattino del dieci dicembre (la giornata mondiale per i diritti umani), nove veicoli militari hanno circondato la sua casa. Soldati israeliani hanno fatto irruzione sfondando la porta, e dopo avergli concesso di salutare la moglie Majida e i tre figli, lo hanno bendato e preso in custodia. È  stato accusato del lancio di pietre, del possesso di armi (in realtà vecchi lacrimogeni conservati al museo di Bil&#8217;in), e di istigazione dei seguaci palestinesi, che, tradotto, significa organizzare dimostrazioni contro l&#8217;occupazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Il giorno prima dell&#8217;arresto di Abu Ramah, l&#8217;esercito israeliano si è dispiegato in un&#8217;operazione coordinata nella regione di Nablus, irrompendo nelle case di quegli attivisti di base presi di mira per il loro impegno politico contro la violazione dei diritti umani. Wa&#8217;el al-Faqeeh Abu as-Sabe, di 45 anni, è una delle nove persone arrestate. È stato prelevato da casa sua all&#8217;una del mattino e, come Abu Ramah, è adesso accusato d&#8217;istigazione. Mayasar Itiany, conosciuta per il suo lavoro con la <em>Women&#8217;s Union</em> di Nablus e attivista per i diritti dei prigionieri politici è stata anch&#8217;ella presa in custodia, come anche Mussa Salama, attiva nel <em>Medical Relief for Workers</em>. Anche Jamal Juma’, direttore di una ong chiamata <em>Stop the Wall</em>, è ora dietro le sbarre di una cella (<a href="http://www.forumpalestina.org/news/2010/Gennaio10/13-01-10LiberatoJamaJuma.htm">Juma è stato liberato il 12/01/2010</a>, ndr).</p>
<p style="text-align: justify;">Gli arresti notturni mirati dei leader delle comunità palestinesi sono diventati pratica comune in Cisgiordiania, in special modo nel villaggio di Bil&#8217;in dove, sin dallo scorso giugno, 31 residenti sono stati arrestati per il loro coinvolgimento nelle dimostrazioni contro il Muro. Tra questi c&#8217;è Abeed Abu Rhamah, un attivista di spicco che è rimasto in cella per circa cinque mesi e che rischia ora di essere imprigionato per ulteriori quattordici mesi.</p>
<p style="text-align: justify;">Chiaramente, la strategia israeliana è quella di arrestare tutti i leader e di accusarli d&#8217;istigazione, innalzando il prezzo e il rischio nell&#8217;organizzare proteste contro l&#8217;oppressione subita dalla popolazione palestinese. L&#8217;obbiettivo è quello di metter fine alla resistenza popolare pacifica all&#8217;interno dei villaggi e di schiacciare una volta per tutte il movimento pacifista in Palestina.</p>
<p style="text-align: justify;">Per questo motivo, la mia risposta a coloro che mi chiedono a proposito di un <em>Peace Now</em> palestinese è che un movimento pacifista dal basso è sempre esistito in Palestina. E al processo di Abdallah Abu Rhamah del prossimo giovedì (il riferimento è giovedì 31 dicembre, ndr) chiunque potrà essere testimone di alcuni dei metodi “legali” che sono stati costantemente sviluppati da Israele per distruggere tale movimento.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.osservatorioiraq.it/modules.php?name=News&amp;file=article&amp;sid=8703"><em>da Osservatorio Iraq</em></a></p>
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