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	<title>Palestina Libera &#187; Tortura</title>
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		<title>Vittorio non è mai stato così vivo come ora</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Apr 2011 20:23:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ter</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Arrigoni]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>
		<category><![CDATA[Resistenza]]></category>
		<category><![CDATA[Tortura]]></category>

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		<description><![CDATA[Il messaggio della madre di Vittorio, affidato a tutti noi, perché si possa restare umani. Non abbassando mai la testa, senza mai arrendersi alla menzogna. Bisogna morire per diventare un eroe, per avere la prima pagina dei giornali, per avere le tv fuori di casa, bisogna morire per restare umani? Mi torna alla mente il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="https://lh4.googleusercontent.com/_aT71utejorw/Ta4MY9NyAII/AAAAAAAABEU/0JUyejbSxqI/s800/vittorio-BN.jpg" alt="" width="140" height="210" /><br />
Il messaggio della madre di Vittorio, affidato a tutti noi, perché si possa restare umani. Non abbassando mai la testa, senza mai arrendersi alla menzogna.</p>
<p>Bisogna morire per diventare un eroe, per avere la prima pagina dei giornali, per avere le tv fuori di casa, bisogna morire per restare umani? Mi torna alla mente il Vittorio del Natale 2005, imprigionato nel carcere dell’aeroporto Ben Gurion, le cicatrici dei manettoni che gli hanno segato i polsi, i contatti negati con il consolato, il processo farsa.</p>
<h5>di Egidia Beretta Arrigoni</h5>
<p>*****<br />
<span id="more-4514"></span><br />
E la Pasqua dello stesso anno quando, alla frontiera giordana subito dopo il ponte di Allenbay, la poliziaisrae liana lo bloccò per impedirgli di entrare in Israele, lo caricò su un bus e in sette, una era una poliziotta, lo picchiarono «con arte», senza lasciare segni esteriori, da veri professionisti qual sono, scaraventandolo poi a terra e lanciandogli sul viso, come ultimo sfregio, i capelli strappatagli con i loro potenti anfibi.<br />
Vittorio era un indesiderato in Israele. Troppo sovversivo, per aver manifestato con l’amico Gabriele l’anno prima con le donne e gli uomini nel villaggio di Budrus contro il muro della vergogna, insegnando e cantando insieme il nostro più bel canto partigiano: «O bella ciao, ciao&#8230;»</p>
<p>Non vidi allora televisioni, nemmeno quando, nell’autunno 2008, un commando assalì il peschereccio al largo di Rafah, in acque palestinesi e Vittorio fu rinchiuso a Ramle e poi rispedito a casa in tuta e ciabatte. Certo, ora non posso che ringraziare la stampa e la tv che ci hanno avvicinato con garbo, che hanno «presidiato» la nostra casa con riguardo, senza eccessi e mi hanno dato l’occasione per parlare di Vittorio e delle sue scelte ideali.</p>
<p>Questo figlio perduto, ma così vivo come forse non lo è stato mai, che come il seme che nella terra marcisce e muore, darà frutti rigogliosi. Lo vedo e lo sento già dalle parole degli amici, soprattutto dei giovani, alcuni vicini, altri lontanissimi che attraverso Vittorio hanno conosciuto e capito, tanto più ora, come si può dare un senso ad «Utopia», come la sete di giustizia e di pace, la fratellanza e la solidarietà abbiano ancora cittadinanza e che, come diceva Vittorio, «la Palestina può anche essere fuori dell’uscio di casa». Eravamo lontani con Vittorio, ma più che mai vicini. Come ora, con la sua presenza viva che ingigantisce di ora in ora, come un vento che da Gaza, dal suo amato mar Mediterraneo, soffiando impetuoso ci consegni le sue speranze e il suo amore per i senza voce, per i deboli, per gli oppressi, passandoci il testimone. Restiamo umani.</p>
<p>da <a href="http://www.contropiano.org/esteri/item/842-vittorio-non-e-mai-stato-cosi-vivo-come-ora?lang=it">Contropiano del 17 aprile 2011</a></p>
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		<title>Medici e tortura. Il caso di Israele</title>
		<link>http://www.palestinalibera.org/2011/03/medici-e-tortura-il-caso-di-israele/</link>
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		<pubDate>Sun, 06 Mar 2011 15:25:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ter</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>
		<category><![CDATA[Prigionieri]]></category>
		<category><![CDATA[Tortura]]></category>

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		<description><![CDATA[Nonostante il divieto internazionale, la tortura e i trattamenti crudeli, disumani e degradanti sono largamente praticati in gran parte del mondo in nome della difesa dello Stato di Valentina Spada e Ilaria Camplone* Uno studio, contenuto in una tesi di laurea in medicina presso il Centro di Salute Internazionale (CSI) [1] dell’Università di Bologna, ha [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4>Nonostante il divieto internazionale, la tortura e i trattamenti crudeli, disumani e degradanti sono largamente praticati in gran parte del mondo in nome della difesa dello Stato</h4>
<h5>di Valentina Spada e Ilaria Camplone*</h5>
<p>Uno studio, contenuto in una tesi di laurea in medicina presso il Centro di Salute Internazionale (CSI) [1] dell’Università di Bologna, ha preso in considerazione il caso di Israele e il Territorio Palestinese Occupato.<span id="more-4048"></span><br />
Le Nazioni Unite [2] definiscono la tortura “ogni atto che provochi dolore e sofferenza, fisiche o psichiche, inflitto intenzionalmente” a scopo estorsivo (ottenere informazioni), punitivo, intimidatorio o per qualsivoglia motivo basato su forme di discriminazione, da parte di un funzionario pubblico, che può esserne autore materiale, istigatore o spettatore acquiescente. Queste pratiche, che rappresentano una delle violazioni più esplicite e palesi dei diritti umani, rappresentano una costante quotidiana nella vita della popolazione palestinese e sono l’espressione non solo di violenza fisica diretta ma anche di quella indiretta o “strutturale” [3]. Nonostante le dimensioni del fenomeno siano difficilmente quantificabili, le Nazioni Unite sono consapevoli del suo verificarsi e sollecitano sistematicamente Israele a svolgere indagini sui casi denunciati e a evitare di creare “eccezioni” alle regole internazionali [4].</p>
<p>In tale contesto la ricerca del CSI non soltanto analizza le conseguenze fisiche e mentali della tortura ma tenta di individuare le “cause delle cause”, mettendo in luce soprattutto i meccanismi, i processi e gli attori attraverso cui queste pratiche si possono realizzare. In particolare essa si sofferma sul ruolo dei medici, che finiscono per rappresentare una “rete di sicurezza” per i perpetratori e un punto di controllo fondamentale dell’ingranaggio che rende possibile la tortura. Allo stesso tempo, i medici costituiscono un gruppo con autonomia professionale, con un mandato chiaro sancito da codici nazionali e internazionali, da convenzioni, da un ethos e da un’etica che promuove la centralità del paziente e proibisce loro di partecipare a questo tipo di pratiche.</p>
<p>Come rilevano le analisi delle testimonianze raccolte negli anni da diverse organizzazioni locali, le torture e i maltrattamenti dei prigionieri palestinesi avvengono soprattutto durante situazioni di detenzione e di interrogatorio. Una delle stime più attendibili proviene dalla organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem che afferma che circa l’85% degli interrogati dai servizi segreti interni israeliani (lo Shabak o General Security Service) ha subito una qualche forma di tortura [5]. Una percentuale assolutamente preoccupante, soprattutto se si considera l’elevato numero di detenuti palestinesi (150.000 dal 1990 al 2006; 6891 effettivi a dicembre 2009 [6]) e la facilità con cui si può essere arrestati e imprigionati senza processo per lunghi periodi per motivi politici, legati alla “sicurezza”, spesso senza accuse provate (le cosiddette “administrative detentions“).</p>
<p>Uno studio recente di B’tselem presenta i dati relativi a un campione di 73 detenuti i analizzando sia i regimi di interrogatorio routinari (Tabella 1), sia i metodi definiti “speciali”, non sistematici ma comunque non infrequenti (Tabella 2). Va sottolineato che le procedure di interrogatorio possono essere anche molto lunghe (una media di 35 giorni) [7] e che gli abusi, le deprivazioni e i maltrattamenti iniziano al momento dell’arresto e proseguono per tutto il periodo di detenzione, spesso combinati e in maniera del tutto funzionale a fiaccare lo spirito del prigioniero.</p>
<h3>Tabella 1</h3>
<table border="0" cellspacing="1" cellpadding="5" width="700" bordercolor="#000000">
<colgroup>
<col width="433"></col>
<col width="70"></col>
</colgroup>
<tbody>
<tr valign="TOP">
<td width="600">
<h5>Metodi ROUTINARI</h5>
</td>
<td width="100">
<h5>%</h5>
</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="600">Isolamento dal mondo esterno durante tutto/la maggior parte del periodo di interrogatorio</td>
<td width="100">68</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="600">Detenzione in condizioni di confinamento solitario e deprivazione sensoriale<br />
durante tutto/ la maggior parte del periodo di interrogatorio</td>
<td width="100">88</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="600">Sonno disturbato</td>
<td width="100">45</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="600">Scarsa qualità del cibo</td>
<td width="100">73</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="600">Ammanettamenti protratti in una posizione dolorosa definita <em>shabah</em></td>
<td width="100">96</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="600">Ispezioni corporali in condizioni di nudità</td>
<td width="100">29</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="600">Insulti e altre umiliazioni</td>
<td width="100">73</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="600">Minacce</td>
<td width="100">64</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="600">Detenzione in sezioni con informatore</td>
<td width="100">82</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<h3>Tabella 2</h3>
<table border="0" cellspacing="1" cellpadding="5" width="600" bordercolor="#000000">
<colgroup>
<col width="337"></col>
<col width="55"></col>
</colgroup>
<tbody>
<tr valign="TOP">
<td width="500">
<h5>METODI SPECIALI</h5>
</td>
<td width="100">
<h5>%</h5>
</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="500">Privazione del sonno</td>
<td width="100">21</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="500">Pestaggi violenti</td>
<td width="100">23</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="500">Ammanettamenti dolorosi</td>
<td width="100">7</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="500">Spintonamenti violenti</td>
<td width="100">8</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="500">Torsione violenta del collo</td>
<td width="100">11</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="500">Posizione della “rana”</td>
<td width="100">4</td>
</tr>
<tr valign="TOP">
<td width="500">Flessione forzata della schiena</td>
<td width="100">7</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>Ciò che appare chiaro è il carattere sistematico di questi metodi, reso possibile da un processo di “burocratizzazione della tortura”: pur variando nel corso dei decenni i gradi e le forme, la politica ufficiale e non ufficiale di Israele ha sempre legittimato, attraverso linee guida e autorizzazioni, l’uso di metodi di tortura fino a che queste sono divenute pratiche di routine negli interrogatori dei prigionieri palestinesi.</p>
<p>In Israele, i medici entrano a contatto con i prigionieri palestinesi al momento dell’arresto da parte dello Shabak e in occasione di visite mediche, prima, durante e dopo gli interrogatori. Al regime di interrogatorio visto sopra vengono affiancati dei metodi “speciali” caratterizzati da un significativo uso di violenza diretta e le cui conseguenze sono difficilmente ignorabili dall’occhio medico: a questo proposito, nel rapporto del Public Committee Against Torture in Israel (Ticking Bombs [8]) vengono raccolte le testimonianze agghiaccianti di nove vittime e sottolineati ruolo e responsabilità del personale sanitario.</p>
<p>Dall’analisi delle testimonianze, dei report e delle interviste emergono le responsabilità di questi medici, i quali:</p>
<p>accertano lo stato di salute dei detenuti in modo da modulare le tecniche di interrogatorio;</p>
<ul>
<li>non sembrano essere consapevoli dell’esistenza del problema della partecipazione medica nella tortura;</li>
<li> non riconoscono i segni fisici e psichici della tortura sui loro pazienti;</li>
<li> non attuano procedure terapeutiche adeguate;</li>
<li> non documentano né certificano le avvenute torture;</li>
<li> non proteggono attivamente le vittime;</li>
<li> non propongono alcuna azione volta a contrastare queste pratiche e non si oppongono al sistema che le permette.</li>
</ul>
<p>Lo studio del CSI non si è limitato ad indagare le attività di questa particolare categoria professionale, ma ha anche esplorato le ragioni per cui l’etica “sul campo” non coincide con quella teorica, in modo tale da poter elaborare strategie di contrasto del fenomeno a partire dai medici.</p>
<p>A livello individuale si è cercato di capire chi sono e come lavorano questi medici. Il personale sanitario appartiene all’Esercito, al Corpo Penitenziario o a quello della Polizia. Lo Shabak, che interroga i suoi prigionieri in sezioni detentive isolate, necessita tuttavia di servizi medici supplementari e continuativi per assistere, trattare e accertare lo stato di salute dei palestinesi sotto interrogatorio. Pertanto, lo Shabak retribuisce direttamente i sanitari che assistono all’interrogatorio, creando, dal punto di vista del medico, una situazione cosiddetta di “dual loyalty“, cioé una condizione di conflitto tra la lealtà dovuta al paziente detenuto e quella dovuta all’istituzione per cui lavorano.</p>
<p>Sulla condizione di “dual loyalty” pesano particolarmente la dimensione sociale e istituzionale di questi medici: molti di loro, infatti, sono russi, immigrati di recente, provenienti dalle classi sociali più basse, con difficoltà linguistiche, non completamente integrati nella comunità medica e desiderosi di farsi accettare socialmente. Essi non sono iscritti all’Associazione Medica Israeliana, (IMA, l’equivalente albo dei medici italiano) e la prigione è l’unico contesto lavorativo in cui è consentito loro di lavorare senza licenza. Ciò significa che sono ricattabili e quindi non disponibili ad entrare in contrasto con l’istituzione a difesa del paziente. Una scelta di questo tipo, infatti, metterebbe a serio rischio la loro posizione lavorativa e sociale.</p>
<p>Le Associazioni mediche nazionali hanno storicamente svolto un ruolo fondamentale quando hanno saputo evitare la retorica e proporre iniziative pratiche. Non sembra questo il caso dell’IMA: essa tuttavia, pur offrendo una “hot line” per denunciare le violazioni, non dimostra di indagare approfonditamente le denunce, di sanzionare i colpevoli, di offrire alternative o supporto legale, economico e sociale ai medici che si rifiutano di collaborare in queste pratiche e, oltretutto, nega l’esistenza del problema, arrivando fino a tentare di screditare chi provi a combattere il fenomeno [9].</p>
<p>L’ultima cornice di riferimento presa in considerazione è stata quella sociopolitica. Stanley Cohen, sociologo ebreo, sottolinea come in Israele (analogamente ad altri contesti) la risposta alla tortura delle autorità sia strutturata su tre filoni [10]: uno negazionista (“Non c’è tortura in Israele”, i fatti sono semplicemente falsi, le accuse frutto di macchinazioni, fantasie e disinformazione); uno mistificatorio (“Non è tortura, ma pressione fisica moderata”, i fatti sono reinterpretati, diversamente ricollocati) e uno giustificatorio (“Il nostro è uno stato di eccezione”, gli atti proibiti sono giustificati legalmente e moralmente in nome della necessità a difendersi). Accanto a questi, si pone “a trincea” l’inevitabilità dell’occupazione, le cui conseguenze (tra cui la tortura) sono certamente dolorose ma purtroppo inevitabili se si vuole difendere Israele. Per proteggere l’“insider” dunque è necessario eliminare l’“outsider”, il Nemico, quell’Altro che diventa solo un oggetto pericoloso che è possibile torturare in nome di una salvezza interna. Secondo quest’ottica, Israele e la Palestina sembrano così essere un emblema del panorama globale: “lo stato di emergenza”, la “sicurezza pubblica” richiedono mezzi e strumenti diversi nella “guerra contro il terrore”, rendendo giustificabile la tortura così come le bombe su Bagdad, Falluja e Gaza.</p>
<p>La partecipazione dei medici nella tortura non nasce quindi isolata rispetto al contesto sociale: la società cerca nella medicina gli strumenti e le conoscenze per realizzare i suoi fini e la medicina si mette al suo servizio. Come fa notare Gianni Tognoni, il medico, in quest’ottica, non fa nulla di “inumano, né degradante”, anzi, adempie a “un compito oneroso ma dovuto, quello di proteggere gli umani da coloro che ne rappresentano la degradazione, l’inumano” [11].</p>
<p>La complessità dei meccanismi che rendono possibile la tortura e la partecipazione dei medici in essa mostra la necessità di interventi distali, a livello della comunità internazionale, che costringano gli Stati che la compongono a rendere conto del proprio operato. Allo stesso tempo, la pratica della tortura richiama la comunità medica a un’ “etica della responsabilità”: ai singoli medici chiede di estendere il proprio mandato oltre l’esame obiettivo e la prescrizione della terapia, reclamando “politicità nella tecnicità”; alle associazioni mediche di rifuggire l’ipocrisia, di imporre doveri e tutelare i diritti dei propri membri; alle istituzioni formative di insegnare agli studenti a leggere le tensioni morali insite nel lavoro medico; alla ricerca, infine, di cambiare linguaggio e smascherare i nomi tecnici dietro cui si nascondono iniquità e discriminazioni.</p>
<p><strong>*Valentina Spada e Ilaria Camplone, Centro di Salute Internazionale (CSI) dell’Università di Bologna</strong></p>
<p>Bibliografia</p>
<ol>
<li> The <a href="http://www.csiunibo.org/">Centre for International Health</a> of the University of Bologna</li>
<li> United Nations. <a href="http://www2.ohchr.org/english/law/cat.htm">Convention against Torture and Other Cruel, Inhuman or Degrading Treatment or Punishment</a>.  Visitato il 05.02.10.</li>
<li> Stefanini A. <a href="http://saluteinternazionale.info/2010/01/in-palestina-non-uccidono-soltanto-le-bombe/">In Palestina non uccidono soltanto le bombe. Saluteinternazionale, 08.01.2010</a>. Visitato il 12.02.10.</li>
<li> Si noti per esempio le valutazioni dell’UN Committee Against Torture (CAT), Concluding observations of the Committee against Torture: Israel, 23 June 2009, (CAT/C/ISR/CO/4). Visitato il 05.02.10; oppure il Report of the Special Rapporteur on the situation of human rights in the Palestinian territories occupied since 1967, John Dugard, 21 January 2008 (A/HRC/7/17), visitato il 05.02.10.</li>
<li> B’Tselem, Routine Torture: Interrogation Methods of the General Security Service. Jerusalem 1998.</li>
<li> B’Tselem and HaMoked, Absolute Prohibition – The Torture and Ill-Treatment of Palestinian Detainees. Jerusalem 2007.</li>
<li> Ibidem</li>
<li> PCATI, Ticking Bombs- Testimonies of Torture Victims in Israel. Jerusalem 2007.</li>
<li> Yudkin JS. The responsibilities of the World Medical Association president. Lancet 2009;373:1155-6.</li>
<li> Cohen S. The social response to torture in Israel in Marton R e Gordon N in Torture, Medical Ethics and The case of Israel. London: Zed Books, 1995.</li>
<li> Tognoni G. Medici, Medicina e Tortura. In: La tortura oggi nel mondo. Associazione Internazionale Basso, Edup.2006.</li>
</ol>
<p><a href="http://saluteinternazionale.info/2010/03/medici-e-tortura-il-caso-di-israele/">Pubblicato su Salute Internazionale il 15 marzo 2010</a></p>
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		</item>
		<item>
		<title>17 aprile: Giornata dei prigionieri palestinesi</title>
		<link>http://www.palestinalibera.org/2010/04/17-aprile-giornata-dei-prigionieri-palestinesi/</link>
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		<pubDate>Mon, 19 Apr 2010 22:02:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ter</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>
		<category><![CDATA[Prigionieri]]></category>
		<category><![CDATA[Tortura]]></category>

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		<description><![CDATA[Detenuto palestinese muore in un carcere israeliano. Nessuna risoluzione del Parlamento Europeo come quella contro Cuba? Un detenuto palestinese di 27 anni è morto in un carcere israeliano. Lo hanno reso noto le autorità di Te Aviv. Raed Hamad è stato trovato morto nella sua cella ieri l&#8217;altro a tarda ora: sul suo corpo, ha [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span id="more-2175"></span></p>
<h3>Detenuto palestinese muore in un carcere israeliano. Nessuna risoluzione del Parlamento Europeo come quella contro Cuba?</h3>
<p>Un detenuto palestinese di 27 anni è morto in un carcere israeliano. Lo hanno reso noto le autorità di Te Aviv. Raed Hamad è stato trovato morto nella sua cella ieri l&#8217;altro a tarda ora: sul suo corpo, ha annunciato l&#8217;avvocato, sarà effettuata l&#8217;autopsia per accertare le cause del decesso. Issa Karake, ministro palestinese per le questioni carcerarie, ha dichiarato che il detenuto era in reclusione solitaria da diciotto mesi e questo ha aggravato le sue condizioni. L&#8217;avvocato di Hamad, Tareq Barghouth, ha dichiarato che il suo cliente aveva bisogno di sostegno psicologico ma nessuno glielo ha fornito nei suoi cinque anni di detenzione. Israele ha quasi 7.500 palestinesi prigionieri nelle proprie carceri e l&#8217;Anp (Autorità nazionale palestinese) ne reclama il rilascio. Il 17 aprile tra l&#8217;altro si è celebrata la giornata del detenuto politico palestinese: i movimenti Hamas e al Fatah hanno partecipato insieme alla cerimonie nella Striscia di Gaza.</p>
<h4><a href="http://www.forumpalestina.org/news/2010/Aprile10/19-04-10DetenutoPalestineseMuore.htm">da Forum Palestina</a></h4>
<h3>La situazione dei prigioneri palestinesi nelle carceri israeliane</h3>
<p>Il 17 aprile di ogni anno, i palestinesi della Striscia di Gaza e della Cisgiordania occupata, commemorano la <em>Giornata del prigioniero palestinese</em>, istituita nel 1974 dal Consiglio Nazionale Palestinese. Tra le azioni più incisive della commemorazione di quest’anno, vi è lo sciopero della fame attuato dai prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane. Si tratta di una protesta contro le misure razziste che i soldati israeliani impongono ai familiari dei prigionieri. Tra questi abusi attualmente vige il divieto delle visite. I soldati e le guardie carcerarie israeliane intimano alle madri dei prigionieri di svestirsi completamente prima di recarsi a far visita ai loro cari. Questa misura provocatoria vuole chiaramente creare un sentimento di ostilità tra i prigionieri, i quali hanno dichiarato: “<em>Con lo sciopero della fame chiediamo di fermare simili sconcertanti pratiche</em>”.Le fazioni e le istituzioni della società civile palestinesi della Striscia di Gaza e della Cisgiordania hanno invitato tutti a sostentere i prigionieri con qualunque inziativa e chiedendone la liberazione. Tra i primi eventi organizzati nella giornata di sabato, vi è stato un sit-in organizzato dai familiari dei prigionieri della Striscia di Gaza, davanti la sede della Croce Rossa. Hanno portato con loro le foto dei figli detenuti ed hanno esibito striscioni con appelli rivolti alla comunità internazionale. Le richieste, ancora una volta, sono quelle di esercitare pressioni su Israele affinché rispetti i diritti di detenuti e prigionieri a partire dal diritto di visita dei loro familiari.</p>
<p><strong>Il divieto di visita imposto da Israele ai familiari.</strong> Sono quasi 4 anni ormai che le forze d’occupazione impogono totale divieto di visita ai familiari dei prigioniei della Striscia di Gaza. Questo divieto entrò in vigore a seguito del rapimento, da parte dei resistenti palestinesi, del soldato israeliano Gilad Shalit. Oltre alla negazione del diritto di visita, anche le degradanti condizioni in cui Israele detiene i prigionieri palestinesi rappresentano una violazione della Convenzione di Ginevra. Sono circa 7.500 i prigionieri palestinesi attualmente nelle prigioni israeliane. 37 sono donne, 15 deputati del Consiglio Legislativo (Clp). Tra queste cifre ci sono anche i bambini palestinesi detenuti da Israele: sono 330 e sono sottoposti a tortura ed altri metodi di abuso. Come gli adulti, anche i bambini vengono maltrattati durante gli interrogatori e sono costretti in piccolo celle, spesso sovraffollate.</p>
<p><strong>I metodi di tortura.</strong> Percosse, mani e gambe legate e bende sugli occhi, scosse elettriche, privazione del sonno, insulti ed umiliazioni di ogni tipo.Anche i bambini vengono sottoposti a metodi disumani e degradanti, in contravvenzione agli standard legali sull’infanzia. Si registrano: negazione dei pasti, sporcizia e costrizione in ambienti infestati da insetti, detenzioni in celle senza ventilazione e/o illuminazione.Mancanza di assistenza sanitaria adeguata, negazione di ricambio del vestiario (spesso proprio quello che portano i familiari in visita), assenza della possibilità di avere la consulenza di uno psicologo.Si sono riportati anche casi di furto di beni personali, come denaro, in seguito ad irruzioni improvvise e violente da parte dei soldati israeliani nelle celle di detenuti e prigionieri palestinesi. Nelle prigioni israeliane infine, vige il divieto all’istruzione.</p>
<p><strong>L’Alta Corte.</strong> 5,000 sono i prigionieri palestinesi perseguiti e condannati: 790 stanno scontando pluriergastoli. 1.900 sono i detenuti (quindi senza condanna perché, nella maggioranza dei casi, senza alcuna accusa). I palestinesi in detenzione amministrativa sono 290 dall’inizio del 2010. 9 palestinesi, provenienti dalla Striscia di Gaza, sono stati sottoposti alla &#8220;Legge del combattente illegale&#8221;.</p>
<p>Distribuzione geografica dei prigionieri palestinesi. 765 provengono dalla Striscia di Gaza; 395 provengono da Gerusalemme est e dai territori occupati nel 1948; il resto, e dunque la maggioranza, proviene dalla Cisgiordania. Qui, le forze di occupazione israeliana effettuano quotidiane incursioni ed arresti indiscriminati.</p>
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		<title>Non c&#8217;è tregua ad At TUWANI</title>
		<link>http://www.palestinalibera.org/2010/03/non-ce-tregua-ad-at-tuwani/</link>
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		<pubDate>Sun, 07 Mar 2010 12:22:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ter</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Apartheid]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>
		<category><![CDATA[Occupazione]]></category>
		<category><![CDATA[Tortura]]></category>

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		<description><![CDATA[Comunicato stampa (da Operazione Colomba del 7/03/2010) TRE BAMBINI PALESTINESI TRATTENUTI MENTRE RACCOGLIEVANO DELLE ERBE [Nota: Secondo la IV Convenzione di Ginevra, la corte internazionale di giustizia dell' Aia e numerose risoluzioni delle Nazioni Unite, tutti gli insediamenti israeliani nei Territori Palestinesi Occupati sono illegali. Gli avamposti israeliani sono considerati illegali secondo la legge israeliana] [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong> </strong>Comunicato stampa (da Operazione Colomba del 7/03/2010)</p>
<p style="text-align: center;"><strong>TRE BAMBINI PALESTINESI TRATTENUTI MENTRE RACCOGLIEVANO DELLE ERBE </strong></p>
<p><em>[Nota:  Secondo la IV Convenzione di Ginevra, la corte internazionale di giustizia dell' Aia e numerose risoluzioni delle Nazioni Unite, tutti gli insediamenti israeliani nei Territori Palestinesi Occupati sono illegali. Gli avamposti israeliani sono considerati illegali secondo la legge israeliana]</em></p>
<p lang="it-IT"><strong>At Tuwani, South Hebron Hills</strong></p>
<p lang="it-IT">Il 6 marzo 2010 alle ore 10:30 del mattino un gruppo di soldati israeliani ha fermato tre bambini, due tredicenni e un quattordicenne, mentre stavano raccogliendo delle erbe nel villaggio di At-Tuwani, nelle colline a sud di Hebron.<span id="more-1584"></span></p>
<p lang="it-IT">I bambini erano assieme ad alcuni volontari di Operazione Colomba sulla collina di Khelly, di proprietà privata palestinese, vicino all&#8217;insediamento di Ma&#8217;on, quando sono arrivati dei soldati a bordo di una jeep militare. Tre di loro hanno iniziato a correre verso i ragazzi, hanno ritirato loro le cesoie che stavano utilizzando per raccogliere delle erbe e li hanno spinti verso la jeep. I soldati hanno poi fatto inginocchiare i ragazzi a terra per una decina di minuti, mentre nel frattempo è arrivato sul posto anche il capo della sicurezza di Ma&#8217;on. Due dei ragazzi sono stati forzati a salire sulla jeep, mentre il terzo ha tentato di scappare. Un soldato lo ha rincorso, ha tolto la sicura al suo M16 e ha rivolto l&#8217;arma contro il bambino che si è fermato immediatamente. Il minore è stato poi messo assieme agli altri e la jeep è partita con tutti bambini all&#8217;interno.</p>
<p lang="it-IT">Dopo circa un quarto d&#8217;ora, i membri di Operazione Colomba hanno visto i tre bambini correre loro incontro, giù da una collina, dall&#8217;altro lato della Road 317: i giovani palestinesi hanno riportato che i soldati dopo averli portati via per un breve tratto, li hanno poi rilasciarli.</p>
<p lang="it-IT">I coloni dell&#8217; insediamento di Ma&#8217; on sono spesso supportati dai soldati israeliani nei loro sforzi per rendere la valle e la collina di Khelly inaccessibili ai palestinesi, i quali sono fra l&#8217;altro proprietari di queste terre. Dal 1° febbraio, i membri di Operazione Colomba e di Christian Peacemaker Team che lavorano nell&#8217; area di At-Tuwani sono stati testimoni di come uomini, donne e bambini palestinesi siano stati ripetutamente scacciati dalle loro terre, trattenuti o arrestati.</p>
<p lang="it-IT">Le due organizzazioni mantengono una presenza permanente nel villaggio con l&#8217;obiettivo di provvedere agli accompagnamenti dei bambini palestinesi e delle loro famiglie che vivono sotto la minaccia costante di violenze da parte dei coloni e dell&#8217; esercito israeliani.</p>
<p>Per ulteriori informazioni contattare: Operazione Colomba: 054 99 25 773</p>
<p>Foto disponibili al seguente link:<br />
<a href="http://picasaweb.google.com/operationdove/20100306BambiniPalestinesiTrattenutiDaSoldatiIsraeliani?feat=directlink">http://picasaweb.google.com/operationdove/20100306BambiniPalestinesiTrattenutiDaSoldatiIsraeliani?feat=directlink</a></p>
<p style="text-align: center;">Scarica il documento dettagliato in PDF:<br />
<a href="http://www.operazionecolomba.com/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=472&amp;Itemid=38"><strong>&#8220;Un viaggio pericoloso: la violenza dei coloni contro gli scolari palestinesi sotto scorta militare&#8221;</strong></a></p>
<p><em>Background</em><br />
Per anni, gli abitanti del villaggio di Tuba hanno utilizzato la strada diretta per raggiungere il villaggio di At-Tuwani e da lì la vicina città di Yatta, centro sociale ed economico di tutta l&#8217;area. La costruzione lungo tale strada dell&#8217;insediamento israeliano di Ma&#8217;on negli anni &#8217;80 e del vicino avamposto illegale di Havat Ma&#8217;on nel 2001, ha di fatto bloccato il movimento dei palestinesi, costringendoli a percorrere sentieri più lunghi che richiedono fino a due ore di cammino.</p>
<p>Volontarie e volontari dei Christian Peacemaker Teams e di Operazione Colomba sono presenti nel villaggio di At-Tuwani dal 2004, con azioni di sostegno alla libertà di movimento dei palestinesi minacciati dalla violenza dei coloni israeliani che occupano illegalmente i territori palestinesi. La libertà di movimento è un diritto sancito dall&#8217;articolo 12 della Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici della Nazioni Unite, ratificata da Israele nel 1991.</p>
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		<title>Donne israeliane</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Feb 2010 16:43:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ter</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Tortura]]></category>

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		<description><![CDATA[Donne soldato israeliane rompono il silenzio L’appello delle donne israeliane a sostegno della campagna di boicottaggio, disinvestimento, sanzioni verso Israele]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3><strong><a href="http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=1739:donne-soldato-israeliane-rompono-il-silenzio&amp;catid=22:dossier&amp;Itemid=42">Donne soldato israeliane rompono il silenzio</a></strong></h3>
<h3><a href="http://www.forumpalestina.org/news/2010/Febbraio10/08-02-10AppelloDonneIsraeliane.htm"><strong>L’appello              delle donne israeliane a sostegno della campagna di boicottaggio,              disinvestimento, sanzioni verso Israele</strong></a></h3>
<p><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="http://www.addtoany.com/share_save#url=http%3A%2F%2Fwww.palestinalibera.org%2F2010%2F02%2Fdonne-israeliane%2F&amp;title=Donne%20israeliane" id="wpa2a_10"><img src="http://www.palestinalibera.org/wp-content/plugins/add-to-any/share_save_171_16.png" width="171" height="16" alt="Share"/></a></p>]]></content:encoded>
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		<title>At-Tuwani: pastore torturato per cinque ore da soldati e polizia israeliana</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Jan 2010 23:13:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ter</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>
		<category><![CDATA[Prigionieri]]></category>
		<category><![CDATA[Tortura]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 7 gennaio 2010, dei soldati imprigionarono Musab Musa Raba’i dopo aver aggredito lui e i componenti della sua famiglia mentre stavano obbedendo all’ordine dei militari di allontanare le loro greggi dalla terra di proprietà della loro famiglia. Gli stessi otto soldati che avevano arrestato Raba’i ed aggredito la sua famiglia, lo portarono in una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il 7 gennaio 2010, dei soldati imprigionarono Musab Musa Raba’i dopo aver aggredito lui e i componenti della sua famiglia mentre stavano obbedendo all’ordine dei militari di allontanare le loro greggi dalla terra di proprietà della loro famiglia.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli stessi otto soldati che avevano arrestato Raba’i ed aggredito la sua famiglia, lo portarono in una base militare nei pressi della colonia di Suseya. Per quattro ore, i militari lo percossero nella schiena, in faccia e lo  sbatterono contro le pareti. I soldati gli posero domande sui suoi fratelli. Raba’i si rifiutò di fornire qualsiasi informazione e si rifiutò di parlare in ebraico con loro, tanto che se ne andarono su tutte le furie. I soldati gli raccontarono che si sarebbero recati a casa sua nei prossimi giorni e avrebbero picchiato e ucciso lui e i suoi fratelli. Cercarono di costringerlo a dire che loro erano i migliori soldati nell’IDF (Israeli Defence Forces) e lo percossero quando egli si rifiutò.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-988"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Raba’i raccontò ai componenti del CPT che i militari gli avevano legato mani e piedi, lo avevano bendato e lo avevano fatto sedere su una sedia. Raba’i aveva posto la sua testa nel suo grembo, nel tentativo di proteggere la sua testa ed i suoi genitali e si rifiutò di sollevarla. Ha affermato che ad un certo punto un soldato aveva armato il suo fucile e gli aveva detto di sollevare la sua testa o gli avrebbe sparato. Raba’i si rifiutò. Quando una altro soldato cercò di porgergli pane e acqua, dato che il militare è legalmente obbligato a comportarsi così in una situazione di quel tipo, i soldati che lo stavano torturando imprecarono contro il soldato e gli dissero di andarsene.</p>
<p style="text-align: justify;">I soldati si rifiutarono anche di permettere a Raba’i di pregare.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo quattro ore di questo interrogatorio e di queste torture, essi portarono Raba’i alla stazione di polizia nella colonia di Kiryat Arba. La polizia israeliana gli raccontò che essi di solito forniscono ai detenuti sia da mangiare che da bere, ma non avevano intenzione di dargli nulla perché volevano punirlo. Essi dissero che se avessero mai visto la sua faccia di nuovo, lo avrebbero ucciso.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo trenta minuti, la polizia legò le sue mani e i suoi piedi, lo bendò e lo condusse in un luogo a lui sconosciuto, e lo tirarono giù dalla jeep.<br />
Temendo che i soldati, la polizia o i coloni lo potessero vedere, si nascose in un cespuglio fino a che vide l’auto della sua famiglia.</p>
<p style="text-align: justify;">Raba’i era stato in grado di chiamare la sua famiglia, che, accompagnata dai componenti del Christian Pacemaker Team, lo scoprì e lo condusse a casa sua.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong></strong><a href="http://www.cpt.org/cptnet/2010/01/12/tuwani-shepherd-tortured-five-hours-israeli-solders-and-police"><span style="text-decoration: underline;">http://www.cpt.org/cptnet/2010/01/12/tuwani-shepherd-tortured-five-hours-israeli-solders-and-police</span></a></p>
<p>(tradotto da mariano mingarelli,<a href="http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1701&amp;Itemid=75"><em> Associazione Amicizia Italo-palestinese</em></a>)</p>
<p><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="http://www.addtoany.com/share_save#url=http%3A%2F%2Fwww.palestinalibera.org%2F2010%2F01%2Fat-tuwani-pastore-torturato-per-cinque-ore-da-soldati-e-polizia-israeliana%2F&amp;title=At-Tuwani%3A%20pastore%20torturato%20per%20cinque%20ore%20da%20soldati%20e%20polizia%20israeliana" id="wpa2a_12"><img src="http://www.palestinalibera.org/wp-content/plugins/add-to-any/share_save_171_16.png" width="171" height="16" alt="Share"/></a></p>]]></content:encoded>
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