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	<title>Comitato di solidarietà con il popolo palestinese &#187; USA</title>
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		<title>Decreto apartheid, espulsi i primi due palestinesi</title>
		<link>http://www.palestinalibera.org/2010/04/decreto-apartheid-espulsi-i-primi-due-palestinesi/</link>
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		<pubDate>Sun, 25 Apr 2010 11:05:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Michele Giorgio
Non ha frenato le autorità di occupazione israeliane la manifestazione unitaria Hamas-Fatah dell&#8217;altro giorno ad Erez (Gaza) contro il recente «decreto militare 1650» che potrebbe causare la deportazione di migliaia di palestinesi della Cisgiordania descritti come «infiltrati». Poche ore dopo il corteo, due palestinesi sono stati espulsi verso Gaza.
Mercoledì Ahmad Sabbah, che aveva [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h5>di Michele Giorgio</h5>
<p>Non ha frenato le autorità di occupazione israeliane la manifestazione unitaria Hamas-Fatah dell&#8217;altro giorno ad Erez (Gaza) contro il recente «decreto militare 1650» che potrebbe causare la deportazione di migliaia di palestinesi della Cisgiordania descritti come «infiltrati». Poche ore dopo il corteo, due palestinesi sono stati espulsi verso Gaza.<span id="more-2250"></span><br />
Mercoledì Ahmad Sabbah, che aveva appena finito di scontare un periodo di 10 anni di reclusione in un carcere israeliano, si preparava a tornare a Tulkarem (Cisgiordania) ma al momento del rilascio è stato trasferito a Erez. «Non potete farlo, è mio diritto andare a casa, dai miei familiari», ha protestato Sabbah, «reo» di possedere una carta di identità emessa a Gaza. A nulla sono servite anche le proteste di Saber al Beyari che da 15 anni viveva a Giaffa con la moglie, una palestinese israeliana. L&#8217;uomo è stato prelevato in un ospedale, dove era ricoverato da alcuni giorni, e portato a Erez, dove ieri sera era ancora bloccato. Il governo di Hamas ha negato il suo ingresso spiegando che Gaza non diventerà il «contenitore» degli espulsi da Israele.<br />
È da escludere che il decreto militare 1650 rientri nei temi al centro dei colloqui che l&#8217;inviato americano George Mitchell, atteso ieri sera a Tel Aviv, avrà con i dirigenti israeliani. Mitchell è giunto senza nuove idee Usa e, alla vigilia del suo arrivo, Netanyahu ha respinto nettamente le richieste di Washington di sospendere la costruzione di colonie ebraiche nel settore palestinese (est) di Gerusalemme. Obama negli ultimi giorni, in varie occasioni, ha ribadito la stretta alleanza strategica tra Usa e Israele ma le polemiche tra le due parti non cessano come conferma la presenza nello Stato ebraico anche del massimo esperto in Medio Oriente della Casa Bianca in appoggio ai colloqui che porterà avanti Mitchell.<br />
L&#8217;Amministrazione Usa al suo interno appare divisa. Accanto a chi preme per contenere i dissensi con Netanyahu, c&#8217;è chi critica apertamente il governo dello Stato ebraico. Come l&#8217;ex ambasciatore a Tel Aviv Martin Indyk, oggi consigliere di Mitchell, che ha invitato il premier israeliano a rilanciare il negoziato con i palestinesi. In una intervista radiofonica e in un articolo pubblicato sul New York times, Indyk ha spiegato che «se Israele è una superpotenza e non necessita della protezione degli Usa, che pure isolano e premono sull&#8217;Iran, allora faccia quello che crede. Ma se ha bisogno degli Stati Uniti &#8211; ha aggiunto l&#8217;ex ambasciatore &#8211; allora deve tener conto degli interessi americani».</p>
<h4><a href="http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20100423/pagina/08/pezzo/276743/">da il Manifesto del 23 aprile 2010</a></h4>
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		<title>La questione palestinese imbrigliata dentro i problemi regionali</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Apr 2010 13:27:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Sergio Cararo
La quiete prima della tempesta. E’ questa l’impressione che molti osservatori stanno ricavando dalla situazione in Medio Oriente. Molti sono i fattori che indicano come le contraddizioni che si vanno accumulando in uno dei principali teatri di crisi mondiali abbiano tutte le potenzialità per creare “un incidente della storia” capace di inviare a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h5>di Sergio Cararo</h5>
<p>La quiete prima della tempesta. E’ questa l’impressione che molti osservatori stanno ricavando dalla situazione in Medio Oriente. Molti sono i fattori che indicano come le contraddizioni che si vanno accumulando in uno dei principali teatri di crisi mondiali abbiano tutte le potenzialità per creare “un incidente della storia” capace di inviare a tutto campo la sua onda lunga destabilizzante. La questione palestinese appare oggi fortemente ipotecata da questo scenario regionale.<br />
<span id="more-2185"></span></p>
<p>Volendo schematizzare i problemi incancrenitisi nell’area possiamo indicare i seguenti:</p>
<ol>
<li>Le difficoltà dell’amministrazione USA di Obama nell’esercitare ancora la propria egemonia sui processi nella regione. L’oltranzismo di Israele ha infatti depotenziato ogni ambizione della nuova amministrazione della Casa Bianca mentre l’effetto del discorso di Obama a Il Cairo si è già dissolto senza produrre alcun recupero di credibilità ideologica da parte degli USA nel mondo arabo e islamico;</li>
<li>La perdita israeliana dell’unico alleato nell’area ossia la Turchia. La nuova linea politica di Ankara rivela le sue ambizioni a giocare un ruolo regionale più attivo e meno subalterno. Allo stesso modo la crisi diplomatica tra Israele e Turchia ha congelato le possibilità di riaprire il negoziato con la Siria nel tentativo di staccarla dall’alleanza con l’Iran;</li>
<li>Il rischio sempre più concreto di un attacco militare israeliano e statunitense contro l’Iran che ha tutte le potenzialità di estendersi ad un più devastante conflitto regionale con  immediate conseguenze in Iraq e in Libano;</li>
<li>Lo stallo nel negoziato tra Israele e ANP e la cristallizzazione della spaccatura interpalestinese tra il governo di Ramallah e il governo di Gaza;</li>
<li>La perdita di credibilità dell’Egitto come paese leader del mondo arabo decisivo ai fini di un negoziato complessivo sugli assetti della regione. L’appiattimento egiziano ai diktat israeliani e USA (vedi il Muro al confine con Gaza e la complicità con l’assedio dei palestinesi nella Striscia) ne ha delegittimato la credibilità.</li>
<p>E’ evidente come un contesto regionale così compromesso possa riattivizzarsi solo attraverso una svolta sul piano negoziale tra i palestinesi e Israele che riconsegni la centralità al ruolo degli USA oppure attraverso uno “scossone” che molti intravedono nell’ipotesi dell’attacco all’Iran o – in misura indiretta – con un nuovo attacco al Libano dove Hezbollah ha rafforzato molto sia sul suo peso politico entrando nel governo di unità nazionale sia – e non un dettaglio – le sue capacità militari. Quello che è certo, è che dentro questa situazione, la questione palestinese torna ad essere un vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro (e di fuoco) della regione mediorientale. Per le forze che in questi anni hanno sviluppato una intensa mobilitazione al fianco della resistenza palestinese – pur mantenendo la propria iniziativa contro l’apparato coloniale sionista &#8211; è quantomeno tempo di riflessione.</p>
<h4>Le ipoteche sulla questione palestinese</h4>
<p>Di fronte alla spaccatura della soggettività e della prospettiva politica del movimento di liberazione palestinese polarizzato tra Hamas e Al Fatah , oggi chiunque abbia a cuore le sorti della causa palestinese non può che auspicare la ricomposizione dell’unità nazionale nella prospettiva della resistenza e della ripresa dell’iniziativa politica a tutto campo contro l’occupazione israeliana. Esiste infatti il rischio concreto – come perseguito sistematicamente in altre realtà regionali sia da Israele che dagli USA &#8211; di una frantumazione dell’identità nazionale palestinese in diverse entità separate geograficamente e politicamente (Gaza, Cisgiordania, i palestinesi del ’48 residenti in Israele, la situazione specifica di Gerusalemme, i palestinesi dei campi profughi nella diaspora).</p>
<p>Fino ai primissimi anni Novanta l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina aveva in qualche modo assicurato una direzione e un coordinamento delle diverse realtà in cui era stato frantumato il popolo palestinese, ma gli accordi di Oslo e l’emergere della centralità dell’Autorità Nazionale Palestinese hanno depotenziato e liquidato sia l’OLP che la sua capacità di assicurare una direzione unitaria della resistenza palestinese in tutte le sue realtà.</p>
<p>In questi ormai quasi quaranta anni di sostegno alla lotta del popolo palestinese, abbiamo ritenuto che questo dovesse andare all’intero popolo palestinese ovunque collocato e indipendentemente dalla sua rappresentanza politica predominante in una fase o in un&#8217;altra. Certo, l’esperienza storica ci ha  portato a privilegiare il confronto con i compagni del FPLP o del FDLP piuttosto che con altre forze all’interno dell’OLP. Ci sentiamo di confermare questo approccio indicando come oggi la vera discriminante sia quella tra le forze che oppongono resistenza all’occupazione israeliana e chi invece vi collabora e questo non riguarda solo l’ANP.  Il problema semmai riguarda la liquidazione a cui è stata sottoposta l’OLP e che anche dentro l’ultimo congresso di Al Fatah non ha visto esprimersi una controtendenza abbastanza forte e capace da recuperare il terreno perduto.</p>
<h4>La Resistenza Globale e le forze in campo</h4>
<p>Questo indebolimento dell’OLP – perseguito scientificamente da Israele &#8211; ha visto crescere altre forze di carattere politico-religioso nel campo palestinese come Hamas che hanno via via acquisito una influenza crescente fino alla vittoria elettorale del 2006, una vittoria legittima che è stata negata frontalmente e criminalizzata dall’apparato coloniale israeliano e dalle sue complicità negli USA, Europa e mondo arabo, inclusi settori non irrilevanti dell’ANP. Oggi queste forze ispirate all’islam politico rivelano di disporre nell’intera regione mediorientale di maggiori risorse, coordinamento e progettualità rispetto a quelle eredi del nazionalismo arabo laico e progressista negli anni scorsi duramente attaccate dall’imperialismo e dai regimi arabi. Questa sensazione è emersa piuttosto chiaramente dal recente Forum della Resistenza svoltosi a Beirut che abbiamo avuto occasione di seguire direttamente e che è stato ampiamente resocontato su Contropiano online. Di questo indubbiamente occorre tenere conto per definire chiaramente i punti di confronto e quelli di divergenza sulle prospettive. A tale proposito è utile richiamare  le riflessioni fatte in questi anni sul significato di quello che abbiamo definito come il fronte della Resistenza Globale. “La lotta a difesa del diritto all’autodeterminazione, vera e non eterodiretta, ha perciò due percorsi da seguire in modo chiaro e parallelo. Il primo è quello del sostegno al diritto dei popoli e della necessità di contrastare l’intervento militare e politico delle grandi potenze e, per quanto ci riguarda direttamente, quello del nostro paese ed ora anche dell’ Unione Europea. Il secondo è quello di un’azione di solidarietà internazionale con tutte quelle forze politiche, sociali e di classe che spingono verso il superamento del sistema capitalistico, coscienti che le forze che stanno emergendo e reagendo alla devastante riorganizzazione planetaria dei paesi imperialisti non sono tutte protese verso uno sbocco progressista. In questo senso i giudizi sulla funzione delle religioni in queste lotte non possono essere politicamente predeterminati ma vanno valutati rispetto al contesto in cui agiscono ed è solo rispetto a questo che vanno prese posizioni politiche altrettanto non schematiche. Questo approccio ovviamente non può far sottacere la nostra convinzione che le religioni in quanto tali non possono essere una risposta ai problemi che lo sviluppo complessivo e mondiale pone oggi alla umanità”. (dal documento per la II Assemblea nazionale della Rete dei Comunisti, 2007).  E’ sulla base di questa chiarezza che in questi anni abbiamo costruito relazioni leali con molte forze politiche nell’area mediorientale, da quelle di ispirazione marxista a forze come Hezbollah.</p>
<h4>Lo Stato Unico come soluzione adeguata</h4>
<p>Alla luce delle considerazioni fin qui esposte, la posizione dei “due popoli due stati” come soluzione per il conflitto in Palestina non solo si è rivelata un tragico inganno e una proposta resa impraticabile dalla realtà sul campo, ma è una ipotesi che andrebbe a legittimare  proprio l’idea di uno “stato ebraico” in Israele eventualmente separato da un possibile “stato islamico” palestinese. In sostanza sarebbe la negazione di tutto il processo di autodeterminazione nazionale perseguito in questi decenni dalle forze più avanzate dello schieramento palestinese. Appare più convincente ed anche più coerente l’ipotesi dello Stato Unico per tutti coloro che abitano sul territorio della Palestina storica indipendentemente ed anzi in contrasto con ogni discriminazione di tipo religioso o etnico. Questa consapevolezza sembra ricominciare ad emergere come sbocco possibile in ambiti crescenti (seppur ancora minoritari) del movimento progressista palestinese e israeliano e viene percepita come seria minaccia dai gruppi sionisti e dalle autorità israeliane. In questo senso appare inevitabile che anche nella sinistra europea si riprenda e si approfondisca la lotta politica e culturale contro il sionismo inteso come progetto coloniale e apparato ideologico fondativo dell’occupazione israeliana della  Palestina.</p>
<p>In attesa che le soggettività politiche del popolo palestinese avvino un processo di rottura effettiva con la politica perseguita da Oslo in poi, occorre auspicare ed agire per sostenere – così per come può esprimersi qui ed ora &#8211; la resistenza attiva contro la crescente occupazione coloniale dei Territori Palestinesi, contro il rafforzamento del sistema di apartheid verso i palestinesi del ’48 residenti in Israele e porre con la dovuta forza la questione del diritto al ritorno dei profughi dei campi nella diaspora. La dimensione internazionale del sostegno alle forze che animano la resistenza popolare palestinese appare decisiva. I fatti ci indicano che ciò che l’apparato coloniale sionista al momento teme di più sono proprio le campagne internazionali &#8211; da quella contro il Muro alla campagna BDS (boicottaggio, disinvestimento, sanzioni) &#8211;  o le iniziative come Free Gaza. Non è un caso che la repressione israeliana in questa ultima fase si sia abbattuta contro gli attivisti palestinesi e israeliani attivi in queste campagne o contro giornalisti e attivisti internazionali attivi nei Territori Palestinesi. L’apparato coloniale israeliano è forte sul terreno del controllo militare del territorio ma estremamente vulnerabile nel contesto regionale e internazionale. Paradossalmente nasce da questa consapevolezza la debolezza e la pericolosità delle scelte che ha davanti l’establishment israeliano.</p>
<p>* da <a href="http://www.contropiano.org/">Contropiano</a> di febbraio 2010</ol>
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		<title>&#8220;Lo Stato più democratico del Medio Oriente&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Apr 2010 18:09:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;atomica? Non si discute
Come sulle colonie, Tel Aviv non vuole negoziare sulle sue testate Il premier Netanyahu declina l&#8217;invito di Obama al vertice di Washington
di Michele Giorgio
Benyamin Netanyahu non ci sarà. Il premier israeliano ieri ha fatto sapere che il 12 e 13 aprile non prenderà parte al vertice per la sicurezza nucleare organizzato a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>L&#8217;atomica? Non si discute</h3>
<h4>Come sulle colonie, Tel Aviv non vuole negoziare sulle sue testate Il premier Netanyahu declina l&#8217;invito di Obama al vertice di Washington</h4>
<h5>di Michele Giorgio</h5>
<p>Benyamin Netanyahu non ci sarà. Il premier israeliano ieri ha fatto sapere che il 12 e 13 aprile non prenderà parte al vertice per la sicurezza nucleare organizzato a Washington dal presidente Barack Obama. Con questa improvvisa «exit strategy», il premier israeliano riuscirà a sottrarsi al tentativo di Turchia ed Egitto di mettere al centro della discussione anche la questione dell&#8217;arsenale atomico israeliano e il rifiuto di Tel Aviv di firmare il Trattato di non proliferazione nucleare (Tnp).<span id="more-2150"></span><br />
Israele punta l&#8217;indice contro il programma atomico di Tehran ma tace sugli ordigni nucleari &#8211; tra 250 e 500, secondo le stime di GlobalSecurity.org &#8211; che si trovano nelle sue basi segrete. Sono 189 i paesi che aderiscono al Tnp e fra questi vi sono tutti i paesi arabi. Lo Stato ebraico non ha mai confermato né smentito di possedere bombe atomiche, limitandosi a dichiarare che non sarà il primo paese a usare queste armi nella regione. L&#8217;adesione al Tnp comporterebbe ispezioni internazionali nei siti nucleari ma Israele, grazie alla copertura ricevuta dagli Stati Uniti e dai principali paesi europei, ha potuto non firmare rimanendo da decenni l&#8217;unica potenza nucleare nel Medio Oriente.<br />
Netanyahu a Washington si farà rappresentare dal vicepremier e ministro per le questioni strategiche Dan Meridor, dal consigliere per la sicurezza nazionale Uzi Arad e dal direttore generale della commissione per l&#8217;energia atomica Shaul Chorev. Una partecipazione sottotono che Washington ha ugualmente definito «robusta», per evitare ulteriori polemiche con Tel Aviv. «Ovviamente ci sarebbe piaciuto avere il primo ministro, tuttavia il suo vice guiderà una delegazione israeliana che sarà robusta» ha spiegato il consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, il generale Jim Jones, aggiungendo che le relazioni tra gli Stati Uniti e Israele sono «strette, buone e continue». Per spiegare il passo indietro di Netanyahu, il quotidiano Israel ha-Yom ieri ha scritto che il premier era molto interessato a discutere della minaccia del cosiddetto «terrorismo nucleare». La sua presenza al summit avrebbe però potuto favorire pressioni di quei paesi che da tempo chiedono che le installazioni atomiche israeliane vengano finalmente sottoposte a controlli internazionali, non solo per ragioni politiche ma anche per tutelare i milioni di civili arabi nella regione. In un primo momento gli americani avevano garantito a Netanyahu che una eventualità del genere non si sarebbe concretizzata ma giovedì Uzi Arad ha appreso &#8211; si sussurra da proprio fonti Usa &#8211; che Egitto e Turchia al vertice vorrebbero discutere anche del nucleare israeliano. Dalla parte di Netanyahu si sono subito schierati i repubblicani americani. Liz Cheney, la figlia dell&#8217;ex vicepresidente Dick Cheney, ha accusato Obama «di voler indebolire i legami con Israele» e ha definito giusta la decisione del primo ministro israeliano di annullare la visita a Washington, dove peraltro Netanyahu, dietro le quinte del summit avrebbe anche dovuto cominciare a dare qualche risposta sul futuro della politica di colonizzazione ebraica portata avanti dal suo governo nel settore palestinese (Est) di Gerusalemme.<br />
Politica che non conosce soste. La tensione è tornata a salire a Gerusalemme est dopo che qualche giorno fa un gruppo di coloni israeliani ha presentato in tribunale la richiesta di sfratto per altre due famiglie palestinesi del quartiere arabo di Sheikh Jarrah. Un&#8217;iniziativa che rientra in un più vasto piano per la demolizione delle case palestinesi in quella zona, da sostituire con 200 abitazioni per coloni.<br />
«Questo è il modus operandi dei coloni &#8211; ha denunciato il pacifista israeliano Avner Inbar &#8211; prima piazzano degli estremisti nel cuore di un quartiere palestinese che minacciano i residenti, poi si rivolgono ai tribunali e chiedono di sfrattare i palestinesi con il pretesto che disturbano e intimoriscono i vicini ebrei». Ieri centinaia di attivisti palestinesi, israeliani e stranieri hanno manifestato a Sheikh Jarrah contro i coloni, tra di essi anche lo scrittore David Grossman e l&#8217;ex presidente della Knesset Avraham Burg. La polizia ha arrestato quattro manifestanti.</p>
<h4>da <a href="http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20100410/pagina/08/pezzo/275810/">il Manifesto del 10 aprile 2010</a></h4>
<h3>Israele sottrae le imposte all&#8217;Autorità Nazionale Palestinese</h3>
<p>Alcuni media israeliani hanno rivelato che il governo ha sottratto milioni di shekel dalle tasse versate in Cisgiordania, i quali invece dovevano andare all&#8217;ANP.<br />
&#8220;Haaretz&#8221; riferisce che il consigliere legale del governo israeliano ha disposto che questi provvedimenti siano bloccati e che venga studiato il modo di risarcire l&#8217;amministrazione civile palestinese per tutti questi anni, destinando perciò queste somme ai palestinesi della Cisgiordania. Il quotidiano israeliano aggiunge che contravvenendo agli accordi e alle leggi internazionali, da ben quindici anni, il governo israeliano non destina alla Cisgiordania le risorse esatte dall&#8217;amministrazione civile palestinese nella Cisgiordania stessa dalle imposte di produzione e da altre imposte sulle attività economiche. Si stima che le somme sottratte in questo modo in un solo anno ammontino a circa 80 milioni di shekel. Israele, fino agli &#8220;accordi di Oslo&#8221;, trasferiva queste somme nelle casse dell&#8217;amministrazione civile, che le utilizzava per finanziare i suoi &#8220;apparati di sicurezza&#8221;, ma dopo quegli &#8220;accordi&#8221; l&#8217;amministrazione civile palestinese in Cisgiordania ha rinunciato a quei fondi, che invece sono stati trasferiti alle casse pubbliche israeliane. Ma il diritto internazionale vieta ad uno Stato occupante di trasferire alle sue casse i frutti delle attività economiche che si svolgono in aree sotto occupazione. Il ministero delle Finanze israeliano si oppone a che queste risorse vengano trasferite all&#8217;amministrazione civile palestinese in Cisgiordania, asserendo che per i &#8220;territori occupati&#8221;, nei passati quindici anni, Israele ha speso il doppio delle somme raccolte dalle tasse lì raccolte.</p>
<h4>da <a href="http://www.forumpalestina.org/news/2010/Aprile10/09-04-10IsraeleSottraeImposte.htm">Forum Palestina del 9 aprile 2010</a></h4>
<h3>Ministro israeliano minaccia i palestinesi di tagliargli l&#8217;acqua</h3>
<p>Il ministro israeliano delle infrastrutture Uzi Landau ha minacciato ritorsioni nelle forniture d’acqua ai palestinesi in Cisgiordania accusandoli di inquinare i fiumi e le falde sotterranee (che scendono verso Israele) scaricandovi acque reflue non trattate. Secondo i dati del ministero, solo il 5% delle acque reflue palestinesi della regione viene trattato, contro il 70% delle acque reflue degli insediamenti ebraici. &#8221;I palestinesi devono assumersi le loro responsabilità e collegarsi agli impianti di depurazione”, ha detto Landau alla radio Galei Tzahal.</p>
<h4>da <a href="http://www.forumpalestina.org/news/2010/Aprile10/08-04-10MinistroIsraeliano.htm">Forum Palestina dell&#8217;8 aprile 2010</a></h4>
<h3>Strasburgo accoglie ricorso di mercenario israeliano contro estradizione in Colombia</h3>
<p>Un mercenario israeliano, accusato dalla Colombia di aver addestrato squadre paramilitari negli anni Ottanta, ha vinto l&#8217;appello alla Corte Europea dei Diritti dell&#8217;Uomo di Strasburgo contro l&#8217;estradizione dalla Russia. Gal Yair Klein è stato processato in contumacia nel 2001 per aver addestrato gli &#8220;squadroni della morte&#8221; usati da Gonzalo Rodriguez Gacha e Pablo Escobar, leader del cartello di Medellin. Tra il 1999 e il 2000, Yair Klein ha scontato anche sedici mesi di reclusione in Sierra Leone per aver contrabbandato armi alla guerriglia del Revolutionary United Front (Ruf).</p>
<p>Klein è stato arrestato nel 2007 in Russia sulla base di un mandato di cattura dell&#8217;Interpol, ma ha presentato ricorso contro l&#8217;estradizione in Colombia, sostenendo di essere a rischio di maltrattamenti nella detenzione. La Corte ha accolto la tesi difensiva di Klein, soprattutto in riferimento alle dichiarazioni minacciose rilasciate dopo il suo arresto dal vicepresidente colombiano, Humberto De la Calle Lombana. I giudici di Strasburgo hanno aggiunto inoltre che la situazione complessiva dei diritti umani in Colombia è tutt&#8217;altro che positiva.</p>
<h4>da <a href="http://www.forumpalestina.org/news/2010/Aprile10/02-04-10StrasburgoColombia.htm">Forum Palestina del 2 aprile 2010</a></h4>
<h3>Tensione per il blocco imposto dagli israeliani su tutti i Territori Palestinesi</h3>
<p>È grande la frustrazione degli abitanti dei Territori Palestinesi Occupati, soprattutto cristiani, ma anche musulmani, sottoposti in questo periodo pasquale &#8211; come spesso accade durante le festività religiose &#8211; a rafforzate limitazioni di circolazione e a divieti d’ingresso verso i luoghi sacri di Terra Santa imposti da Israele. “Circa 15.000 cristiani vorrebbero venire in questi giorni a Gerusalemme dai Territori palestinesi, ma il governo israeliano ha concesso solo poche centinaia di permessi” riferisce alla MISNA Yusef Daher, direttore del ‘Jerusalem Inter-Church Center’, turbato dai nuovi provvedimenti limitativi imposti da Tel Aviv in questa settimana, che per motivi di calendario coincide quest’anno con la Pasqua ebraica. “Dal 15 Marzo fino a pochi giorni fa – precisa Daher, un laico della comunità greco-cattolica – i rappresentanti delle comunità ortodosse arabe e di altre comunità cristiane hanno negoziato con il governo israeliano, chiedendo la libertà di poter raggiungere i luoghi di culto, ma non è servito a nulla, non siamo stati ascoltati”. Per molti fedeli cristiani non sarà quindi possibile partecipare a momenti importanti di comunione, ma le restrizioni colpiscono anche la comunità musulmana, che nei territori israeliani deve recarsi per lavoro o altri motivi; è stato anche ridotto l’accesso alla Moschea di Al-Aqsa, luogo sacro per eccellenza della comunità islamica locale. “Anche i cittadini provvisti di regolari permessi avranno dei problemi” fa eco, da Ginevra, Michel Nseir, incaricato delle questione mediorientali per il Consiglio ecumenico delle Chiese (Cec/Wcc), unendo la sua voce a chi chiede già la libera circolazione durante il periodo di Pasqua. Domenica scorsa (Domenica delle Palme), riferisce Nseir alla MISNA, l’organizzazione cattolica ‘Holy land Trust’ ha guidato un gruppo di dimostranti, cristiani e musulmani che, sfidando le forze di sicurezza israeliane, hanno superato per una breve distanza un check-point verso Gerusalemme, cogliendo alla sprovvista i soldati di Tel Aviv, troppo poco numerosi per fermare il gruppo composto da un centinaio di persone. I dimostranti si sono poi fermati, obbedendo alle ingiunzioni delle guardie che nei momenti successivi hanno chiuso totalmente il posto di blocco, procedendo inoltre al fermo di diverse persone. “I cristiani chiedono ai capi delle loro rispettive Chiese di non stare alle regole dei ‘permessi’ imposti dagli israeliani perché, dicono, viola il diritto internazionale” continua Nseir. Da Gerusalemme, Yusef Daher rivolge un messaggio ben più determinato: “Le condanne della comunità internazionale non bastano: servono fatti. Il mondo deve considerare il governo israeliano alla pari di qualsiasi altro governo, che può essere processato, sanzionato per le sue azioni” dice ancora alla MISNA. Dagli Stati Uniti, il Consiglio nazionale delle Chiese (Ncc) ha ufficialmente chiesto a Tel Aviv di “consentire l’accesso ai cristiani palestinesi” desiderosi di recarsi nei luoghi di culto durante la Settimana Santa. “Spero che il governo d’Israele riconoscerà che è inaccettabile per i cristiani vedersi negato il diritto di pregare a Gerusalemme, in particolare di quelli che hanno radici nella regione risalgono sin dai tempi di Cristo” ha scritto il reverendo Michael Kinnamon, segretario generale del Ncc, chiedendo l’immediata apertura dei passaggi dai territori palestinesi. Due capi religiosi ebraici, i rabbini Steve Gutow e David Saperstein, hanno fatto eco all’appello del Ncc.</p>
<h4>da <a href="http://www.forumpalestina.org/news/2010/Aprile10/01-04-10TensioneTerritori.htm">Forum Palestina dell&#8217;1 aprile 2010</a></h4>
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		<title>Una mortale eredità lasciata da Israele si aggira ancora di soppiatto in Libano</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Apr 2010 18:02:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Diritti Umani]]></category>
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		<description><![CDATA[di Natacha Yazbeck
da Uruknet.info
Tyro, Libano (AFP, Agence France Presse) – Dopo quasi quattro anni da quando Israele, durante la sua guerra devastante con Hezbollah,  ha cosparso il Sud del Libano di mine, con grande difficoltà si riesce a far parlare il ragazzetto Mohammed al-Hajj Mussa del giorno in cui ha perso le sue gambe.
L’11 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h5>di Natacha Yazbeck<br />
da <a href="http://www.uruknet.info?p=64776">Uruknet.info</a></h5>
<p>Tyro, Libano (AFP, Agence France Presse) – Dopo quasi quattro anni da quando Israele, durante la sua guerra devastante con Hezbollah,  ha cosparso il Sud del Libano di mine, con grande difficoltà si riesce a far parlare il ragazzetto Mohammed al-Hajj Mussa del giorno in cui ha perso le sue gambe.<span id="more-2157"></span></p>
<p>L’11 agosto 2006, il magro ragazzo dai capelli neri era a cavallo di una motocicletta, dietro a suo padre, per consegnare del cibo ad una città vicina gravemente colpita nei raid israeliani, quando una bomba a grappolo andò a finire sotto uno dei copertoni.</p>
<p>“Più tardi mi venne detto che, circa quattro ore dopo l’esplosione, mi avevano trovato in un torrente,” ha raccontato ad AFP Mohammed, ora 15-enne, nella sua casa deteriorata all’interno del campo profughi palestinese di Al-Bass situato nella città costiera di Tyro, nel sud del Libano.</p>
<p>“Ripresi i sensi quando mi tirarono fuori dall’acqua e me ne resi conto. Potevo vedere le mie gambe che si erano rotte.”</p>
<p>La notte stessa, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite all’unanimità approvò la Risoluzione 1701 che richiedeva la fine delle ostilità e tre giorni dopo la guerra che era durata un mese  cessò.</p>
<p>Ma Israele lasciò un’eredità mortale: la Nazioni Unite stimano che nella battaglia estiva gli aerei israeliani abbiano sganciato nel sud del Libano più di 4 milioni di bombe a grappolo.</p>
<p>Le Nazioni Unite affermano che il 90 % delle bombe venne fatta cadere dopo che la Risoluzione 1701 era già stata approvata, nelle ultime 72 ore prima del cessate il fuoco.</p>
<p>Circa il 40 % delle munizioni non esplose nell’impatto, tanto da trasformarle di fatto in mine anti-uomo.</p>
<p>Secondo l’esercito libanese ed i dati delle Nazioni Unite,  queste munizioni, a partire dal 2006, hanno ucciso 46 civili e ne hanno mutilati più di 300.</p>
<p>La maggior parte delle vittime è data da genieri, da agricoltori e da bambini ignari, che hanno fatto l’errore di scambiare quegli oggetti luccicanti per giochi.</p>
<p>Il 4 di Aprile si celebra la Giornata Internazionale per la Consapevolezza delle Mine e l’Assistenza  per gli Effetti delle Mine e degli attivisti hanno in progetto di piantare in Libano alberi nei campi ripuliti dalle mine.</p>
<p>Ma con la nuova crisi umanitaria che attraversa il mondo e la svolta negativa dell’economia globale, l’aspettativa per le vittime delle mine nel sottile paese mediterraneo è in calo per il prosciugarsi dei finanziamenti.</p>
<p>Vittime quali Mohammed sono in lista d’attesa per protesi ortopediche, mentre le attività di sminamento sono rallentate in quanto l’esercito e le organizzazioni internazionali sono costrette a ridurre la manodopera.</p>
<p>“Stiamo affrontando una grave carenza di finanziamenti,” ha dichiarato il Colonnello Rolly Fares, che dirige il programma di assistenza alle vittime delle mine.</p>
<p>Sin dalla fine della guerra del 2006, sono state disinnescate più di 197.000 bombe a grappolo, ha affermato Fares, ma centinaia di migliaia costituiscono tuttora una minaccia per la gente del sud del Libano.</p>
<p>“Abbiamo bonificato circa il 52 % di un’area interessata estesa 45 chilometri quadrati, ma – ha detto &#8211; per la scarsità di denaro abbiamo un minor numero di squadre di sminamento”.</p>
<p>&#8211;“Sono terrorizzati dall’idea di un’altra guerra” – ha dichiarato Maha Shuman Jebahi, dell’Associazione Libanese  di Assistenza agli Handicappati, la mancanza di finanziamenti ha comportato che un numero molto grande di vittime è rimasto in attesa di arti ortopedici.</p>
<p>“Come si fa a dire loro,” continua. “Che noi possiamo fornire assistenza psicologica, ma non siamo in grado di dare loro una gamba?”</p>
<p>Ma Mohammed , che è oltretutto profugo palestinese, si rifiuta di appuntare con uno spillo le sue speranze di avere un nuovo paio di gambe. Egli ritiene che in quel modo sia più facile farcela.</p>
<p>E’ stato curato per le sue ferite in Germania e in Malesia, ma ora, ritornato in Libano, l’adolescente in fase di sviluppo sta lottando per ottenere arti ortopedici adeguati.</p>
<p>“Questi non vanno bene,” ha asserito, indicando un paio di gambe artificiali appoggiate ad un angolo, con i jeans drappeggiati attorno le caviglie e scarpe da ginnastica ad entrambi i piedi. “ Fanno male e cominciano a rompersi.</p>
<p>“Non sono le gambe che voglio,” ha aggiunto. “Tutto ciò che voglio è una vita, un’ istruzione, una ragazza.”</p>
<p>Khaled Yamout, che dirige il programma di intervento riguardante le mine nel terreno per conto dell’Aiuto del Popolo Norvegese, ha detto che la sua organizzazione ha subito quest’anno una decurtazione del suo stanziamento del 25 %  ed un taglio del 50 % per il prossimo anno.</p>
<p>“Il solo governo libanese non è in grado di provvedere a garantire la sicurezza del terreno per i civili,” ha dichiarato Yamout all’AFP. “Il peso è oltre ogni dubbio enorme.”</p>
<p>L’utilizzo delle bombe a grappolo in Libano da parte di Israele, risale a decenni addietro. Secondo lo Human Rights Watch (HRW), Israele ha usato tali munizioni durante la guerra civile del Libano (1975 – 1990) e poi ancora  nel 2006.</p>
<p>Anche gli Stati Uniti, secondo lo HRW, nel 1983 sganciarono queste bombe mortali sull’esercito siriano di stanza vicino a Beirut.</p>
<p>Sebbene lo scorso anno lo stato ebraico abbia fornito le mappe sull’ubicazione delle bombe a grappolo e delle mine nel terreno, l’esercito libanese ha dichiarato che tali mappe sono imperfette ed incomplete.</p>
<p>Il mese scorso, in un’importante iniziativa, le Nazioni Unite hanno comunicato che un nuovo paese, il 30°, ha sottoscritto la convenzione internazionale sul bando delle bombe a grappolo, preparando così la strada per il documento che entrerà in vigore  il 1° di agosto.</p>
<p>Gli Stati Uniti e Israele non sono tra i firmatari.</p>
<p>Ma per la gente del sud del Libano, la convenzione è in ritardo di anni ed offre poche speranze a chi vive nella paura che una nuova guerra stia aleggiando, minacciando nuove devastazioni.</p>
<p>Oggi il contadino settantenne Ibrahim Ramadan può fissare con lo sguardo la sua terra solo da lontano. I gruppi di assistenza lo hanno avvertito che è ancora disseminata di mine; egli teme per la sicurezza dei suoi nipoti e preferisce tenerli dentro, in casa.</p>
<p>Nella sua casa, nella ventosa città meridionale di Ghanduriyeh, bersagliata in malo modo durante la guerra del 2006, Ramadan ha confessato ad AFP: “Nessuno osa ora toccare questa terra, i campi sui quali noi ed i nostri antenati prima di noi, abbiamo coltivato ulivi, tabacco e frumento.”</p>
<p>Oggi, egli dice, le tensioni sono nuovamente elevate e la gente della sua città si sta preparando per un&#8217;altra fase di violenza.</p>
<p>“La popolazione è spaventata,” sostiene.” E’ atterrita del doversi avventurare entro i loro stessi campi.</p>
<p>“E’ terrorizzata dalla paura di un’altra guerra.”</p>
<h4>tradotto da Mariano Mingarelli &#8211; <a href="http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=1870:notizie-dal-libano-la-mortale-eredita-lasciata-da-israele&amp;catid=26:dal-medio-oriente&amp;Itemid=76">Associazione Amicizia Italo &#8211; Palestinese</a></h4>
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		<title>Verità e conseguenze dell&#8217;invasione di Gaza</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Mar 2010 23:18:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;Questa volta siamo andati troppo in là&#8221;
di Norman Finkelstein*
Lo sdegno dell&#8217;opinione pubblica suscitato dall&#8217;invasione di Gaza non è arrivato inaspettato, piuttosto ha segnato il nadir, il punto più basso di una curva che rappresenta il costante declino dell&#8217;appoggio ad Israele. Come suggerito dai dati di inchieste condotte da Statunitensi ed Europei, sia Gentili che Ebrei, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>&#8220;Questa volta siamo andati troppo in là&#8221;</h3>
<h5>di Norman Finkelstein*</h5>
<p>Lo sdegno dell&#8217;opinione pubblica suscitato dall&#8217;invasione di Gaza non è arrivato inaspettato, piuttosto ha segnato il nadir, il punto più basso di una curva che rappresenta il costante declino dell&#8217;appoggio ad Israele. Come suggerito dai dati di inchieste condotte da Statunitensi ed Europei, sia Gentili che Ebrei, negli ultimi dieci anni la pubblica opinione è diventata sempre più critica nei confronti della politica di Israele. Le immagini orrende di morte e di distruzione diffuse in tutto il mondo durante e dopo l&#8217;invasione hanno accelerato questo sviluppo di criticità.<br />
Un anno dopo, il britannico Financial Times in un suo editoriale recitava: &#8220;Il ripetersi sempre più pesante e la brutalità della guerra in questa regione instabile ha spostato l&#8217;opinione pubblica internazionale, rammentando ad Israele di non essere sopra alla legge.  Israele non può più a lungo dettare i termini della discussione e del confronto.&#8221;<span id="more-2046"></span><br />
Un sondaggio negli Stati Uniti, che registrava le reazioni dopo l&#8217;attacco a Gaza, metteva in evidenza come gli USAmericani che si esprimevano dichiarandosi sostenitori di Israele precipitavano dal 69% di prima dell&#8217;attacco al 49% nel giugno 2009, mentre coloro che ritenevano che gli USA dovevano appoggiare Israele piombavano dal 69% al 44%.<br />
Consumato dall&#8217;odio, sospinto da autogiustificazioni e confidando di poter controllare o intimidire la pubblica opinione, Israele procedeva a Gaza come se potesse farla franca per un assassinio di massa alla piena luce del giorno. Ma, mentre il sostegno ufficiale dell&#8217;Occidente ad Israele restava fedelmente compatto, la carneficina scatenava un&#8217;ondata di sdegno popolare in tutto il mondo.<br />
Che questo derivasse dal fatto che l&#8217;aggressione era avvenuta sulla scia della devastazione procurata da Israele in Libano, o per la spietata persecuzione di Israele nei confronti della gente di Gaza, o per la pura vigliaccata dell&#8217;assalto, l&#8217;invasione di Gaza è sembrata segnare un punto di svolta nell&#8217;opinione pubblica, richiamando immediatamente alla mente la reazione internazionale al massacro del 1960 a Sharpeville nel Sud-Africa dell&#8217;apartheid.</p>
<p>Era prevedibile che organizzazioni ufficiali delle comunità della diaspora ebraica, con collegamenti di vecchia data con Israele, conferissero un appoggio a scatola chiusa. Ma, allo stesso tempo, organizzazioni ebraiche progressiste di nuova costituzione prendevano le distanze in misura più o meno rilevante.<br />
Mentre nel passato gli Ebrei avevano tradizionalmente appoggiato le guerre di Israele, durante questa invasione la maggior parte esprimeva perplessità, fatta eccezione per una minoranza sempre più ridotta di anziani che si schierava prendendo le difese di Israele e una minoranza in espansione di giovani che causticamente lo denunciavano.<br />
Fra il dissociarsi crescente degli Ebrei più giovani dalla bellicosità di Israele e l&#8217;aumento generale delle perplessità degli Ebrei nel fornire ad Israele appoggio, il massacro di Gaza registrava il crollo del sostegno fino a questo momento incondizionato alle guerre di Israele.<br />
Per giunta, mentre le dimostrazioni contro la guerra in molti paesi occidentali erano etnicamente eterogenee (includevano una significativa presenza di Ebrei!), le dimostrazioni &#8220;pro&#8221; Israele erano composte quasi esclusivamente da Ebrei.<br />
Per esempio, nei campus universitari, il fatto che l&#8217;opposizione attiva alla politica di Israele, prima riservata a nuclei arabo-musulmani, si sia diffusa verso la generalità di opinione, mentre l&#8217;appoggio energico ad Israele era ristretto solo ad una frazione della comunità etnico-ebraica, questo è un evidente indicatore di quale direzione hanno preso le cose.<br />
È passato il tempo dello &#8220;splendore&#8221; di Israele, sembra irrevocabilmente, e l&#8217;Israele deturpato, che in anni recenti è andato a sostituirsi nella assunzione pubblica di consapevolezza, è motivo di crescente imbarazzo. Non è che il comportamento di Israele sia divenuto tanto peggiore di quello in precedenza, ma piuttosto è la documentazione di questo comportamento che, finalmente, è venuta alla luce ed è andata diffondendosi.</p>
<p>La verità non può più a lungo essere negata o venire respinta. La documentazione del conflitto arabo-israeliano esposta da valenti storici è in netto contrasto con la versione volgarizzata del calibro di Exodus di Leon Uris.<br />
Le prove delle violazioni dei diritti umani da parte di Israele raccolte da importanti organizzazioni degne di fiducia non possono conciliarsi con il suo decantato impegno alla &#8220;purezza delle armi.&#8221;<br />
Le deliberazioni di istituzioni politiche e giudiziali di assoluto rilievo pongono pesanti dubbi sull&#8217;impegno conclamato da Israele per una risoluzione pacifica del conflitto.<br />
Per tanto tempo i &#8220;supporter&#8221; di Israele hanno svicolato dall&#8217;impatto di questa raccolta di prove documentali, brandendo le spade gemelle dell&#8217;Olocausto e del &#8220;neo anti-Semitismo.&#8221; Lo scopo prefisso era che gli Ebrei non dovessero sottostare agli standard convenzionali morali/legali, dopo le sofferenze uniche che avevano dovuto sopportare nel corso della Seconda Guerra Mondiale, e si affermava che il criticismo nei confronti della politica di Israele era motivato da un odio sempre virulento contro gli Ebrei.<br />
Tuttavia, a parte l&#8217;inevitabile indebolimento derivato da un&#8217;overdose di strumentalizzazione, queste armi si sono dimostrate molto meno efficaci, una volta che l&#8217;insieme delle critiche verso Israele ha fatto irruzione nel flusso delle informazioni con destinazione l&#8217;opinione pubblica.<br />
Incapaci di smussare le critiche contro Israele, ora gli apologeti come per magia fanno spuntare bizzarre teorie per giustificare questo ostracismo.</p>
<p>George Gilder, guru della reaganomics, postula che un sistema di libero mercato in maniera unica libera potenziale umano e allora in un tale sistema gli Ebrei sono e devono essere &#8220;rappresentati in modo elitario nelle gerarchie più alte&#8221;, dato che loro sono forniti di maggior talento.<br />
Per converso, se gli Ebrei non esercitano il predominio, questo succede in quanto viene imposto un sistema economico men-che-ideale.<br />
L&#8217;anti-Semitismo scaturisce dal risentimento procurato dalla &#8220;superiorità e eccellenza ebraica&#8221; e dalla &#8220;manifesta supremazia degli Ebrei su tutti gli altri gruppi etnici,&#8221; mentre l&#8217;odio per Israele è dettato dal fatto che Israele si è evoluto (sotto la tutela ispirata di Benjamin Netanyahu) in un perfetto sistema a libero mercato che &#8220;condensa il genio degli Ebrei,&#8221; rendendolo &#8220;una delle potenze capitaliste guida &#8221; ed oggetto delle invidie nel mondo: &#8220;Israele è odiato soprattutto per le sue virtù.&#8221; Se figurano Ebrei in posizione preminente addirittura fra i critici di Israele, questo è dovuto al fatto che &#8220;eccellono senza alcuna difficoltà in tutti i settori intellettuali, tanto da sorpassare tutti i rivali anche nell&#8217;arena dell&#8217;anti-Semitismo.&#8221;<br />
Invece, l&#8217;Occidente deve preservare e proteggere Israele dal &#8220;mondo delle chimere e delle fantasie a somma-zero della vendetta jihadista e di morte &#8221; e dalle &#8220;masse di barbari&#8221;, perché il genio ebraico ha permesso all&#8217;umanità di &#8220;svilupparsi e prosperare&#8221;: gli Ebrei sono &#8220;essenziali alla razza umana.&#8221;<br />
&#8220;Se Israele venisse distrutto, l&#8217;Europa capitalista andrebbe incontro alla stessa sorte e l&#8217;America, come epitome di capitalismo produttivo e creativo stimolato dagli Ebrei, si troverebbe in pericolo&#8221;; &#8220;Israele si trova all&#8217;avanguardia della generazione tecnologica del prossimo futuro e sulla linea del fronte di una nuova guerra razziale contro il capitalismo e l&#8217;individualità e il genio ebraico&#8221;; &#8220;Proprio come le economie liberiste sono necessarie per la sopravvivenza del genere umano del pianeta, così la sopravvivenza degli Ebrei risulta vitale per il trionfo delle economie liberiste. Se Israele venisse schiacciato o distrutto, dovremo soccombere alle forze che ovunque prendono come obiettivo il capitalismo e la libertà.&#8221;</p>
<p>Dall&#8217;altra parte dell&#8217;Atlantico, Robin Shepherd, direttore per gli affari internazionali alla Henry Jackson Society, con sede a Londra, afferma che Israele ha dovuto subire forti critiche in Occidente non tanto per il suo atteggiamento rispetto ai diritti umani ma in quanto si tratta di uno Stato democratico, capitalista, che combatte in prima linea a fianco degli Stati Uniti contro la minaccia portata alla &#8220;civiltà&#8221; dall&#8217; Islam radicale:<br />
&#8220;Israele è divenuto un nemico non per qualcosa che ha fatto&#8221; ma &#8220;perché si trova dalla parte opposta della barricata.&#8221; La &#8220;principale piattaforma che genera tensioni in Occidente&#8221; per questa &#8220;ondata travolgente di isteria, inganno e distorsione contro lo Stato ebraico&#8221; è costituita da marxisti totalitaristi e da simpatizzanti liberal-sinistrorsi che, delusi dal proletariato occidentale ed insoddisfatti per le lotte di liberazione nel Terzo Mondo, hanno fatto causa comune con l&#8217;&#8221;Islam militante&#8221; per distruggere l&#8217;ordine mondiale liberal-capitalista. Quantunque questi critici di Israele non siano anti-Semiti nel senso tradizionale &#8220;soggettivo&#8221; di disprezzare gli Ebrei in quanto tali, costoro sono colpevoli di anti-Semitismo &#8220;oggettivo&#8221;, visto che Israele è assolutamente centrale per l&#8217;identità ebraica nel mondo contemporaneo. Ma l&#8217;opposizione ad Israele molto probabilmente proviene anche dai sangue blu dell&#8217;ancien régime che desiderano restaurare le gerarchie del vecchio mondo, prima che gli Ebrei arrivassero a sconvolgerle. Questa cospirazione &#8220;neo-anti-Semitica&#8221; largamente diffusa comprende &#8220;la maggior parte&#8221; di coloro che accusano Israele di commettere crimini di guerra e altre violazioni del diritto internazionale. Allora, è ben inteso che dietro alla condanna di Israele da parte di Amnesty International e della Corte Internazionale di Giustizia, dei Nobel per la pace Jimmy Carter e Mairead Corrigan Maguire, del Financial Times e della BBC si nasconde la mano diabolica della congrega fra radicali di sinistra, fanatici islamici ed aristocratici latifondisti.<br />
Per quelli che desiderano saperne di più, Shepherd &#8220;caldamente&#8221; raccomanda il film The Case for Israel &#8211; La causa in favore di Israele di Alan M. Dershowitz.</p>
<p>Sebbene queste giustificazioni dell&#8217;isolamento di Israele siano carenti di credibilità, è fuori dubbio che le azioni di Israele siano in caduta precipitosa. Mentre Israele aveva guadagnato in Occidente molti simpatizzanti dopo le sue splendide vittorie nel giugno 1967, in anni recenti Israele è stato relegato in uno status quasi di paria, specialmente in Europa.<br />
Una ricerca del 2003 dell&#8217;Unione Europea ha definito Israele come la più grande minaccia alla pace mondiale. Un sondaggio di opinione del 2008 indicava Israele come il più grosso ostacolo al conseguimento della pace nel conflitto israelo-palestinese. In un&#8217;inchiesta Servizi dal Mondo della BBC realizzata alla vigilia dell&#8217;invasione di Gaza, non meno di 19 su 21 paesi presi in considerazione esprimevano un predominante punto di vista negativo su Israele.</p>
<p>Intanto, in un articolo dal titolo &#8220;Second Thoughts about the Promised Land &#8211; Ripensamenti sulla Terra Promessa,&#8221; l&#8217;Economist riportava nel 2007 che, sebbene &#8220;molti Ebrei della diaspora ancora danno un loro forte sostegno ad Israele.il loro grado di incertezza sta aumentando.&#8221;<br />
Voci di Ebrei in dissenso hanno cominciato a coagularsi in Gran Bretagna, Germania e in tutto il mondo, sfidando l&#8217;egemonia delle organizzazioni ufficiali ebraiche che ripetono a pappagallo la propaganda di Israele.<br />
Negli Stati Uniti quello che appare nel complesso e le tendenze in atto forse non sono così pronunciati, ma non meno sono degni di nota.<br />
Sulla base di dati forniti da sondaggi si può ampiamente affermare che gli USAmericani avevano su Israele punti di vista favorevoli in maniera consistente e simpatizzavano molto più per Israele che per i Palestinesi. Ora anche gli Statunitensi in modo schiacciante appoggiano un approccio USA imparziale nell&#8217;ambito del conflitto israelo-palestinese e più di recente hanno espresso &#8220;equanimi livelli di simpatia &#8221; per entrambe le parti, mentre una sostanziale minoranza ritiene che la politica degli USA sia incline (od oscilli troppo) a favore di Israele; una robusta maggioranza di Statunitensi &#8220;pensano che Israele non stia facendo bene la sua parte nel metttere in atto tentativi di risolvere il conflitto&#8221;; e in certe occasioni gli Statunitensi hanno sostenuto l&#8217;uso di sanzioni per frenare Israele.<br />
Significativamente, una maggioranza di Statunitensi inoltre sono favorevoli all&#8217;insediamento di due Stati sui confini del giugno 1967, fatto che comporta il totale ritiro di Israele dai territori occupati durante la guerra del giugno.<br />
&#8220;Sì, i sondaggi rilevano un forte appoggio per Israele,&#8221; osservava nel 2007 M. J. Rosenberg, direttore per l&#8217;analisi politica del Forum sulle Politiche di Israele, a proposito delle recenti tendenze; comunque, &#8220;questo appoggio ad Israele, che ben esiste, è largo ma non troppo radicato.&#8221;<br />
Questo fenomeno può essere riscontrato quasi ogni giorno nelle rubriche &#8220;Lettere alla Redazione&#8221;. Ogni volta che appare un editoriale su Israele, specialmente se contiene critiche, vengono indirizzate al direttore tantissime lettere. Molte appoggiano le posizioni di Israele. E quasi senza eccezione, queste lettere sono scritte da Ebrei. Quella larga maggioranza [di USAmericani non Ebrei] che presumibilmente è sostenitrice di Israele in effetti non interviene mai.<br />
Secondo un sondaggio del 2007 della Lega Anti-Diffamazione (ADL), l&#8217;opinione favorevole degli Statunitensi nei confronti di Israele si trova segnatamente ad un livello inferiore rispetto alla loro favorevole opinione verso la Gran Bretagna e il Giappone, mentre è allo stesso livello di quella relativa all&#8217;India e al Messico. Quasi la metà di coloro che hanno risposto al sondaggio ritiene che gli USA dovrebbero collaborare con gli Stati arabi &#8220;moderati&#8221;, &#8220;anche a spese di Israele.&#8221;<br />
La metà o più degli interpellati ritenevano di stigmatizzare Israele ed Hezbollah allo stesso modo per la guerra in Libano dell&#8217;estate 2006 ed appoggiavano una (più) neutrale presa di posizione degli Stati Uniti.<br />
Per di più, in anni recenti, influenti congregazioni religiose, come la Chiesa Presbiteriana USA, il Consiglio Mondiale delle Chiese, la Chiesa Unita di Cristo e la Chiesa Unita Metodista, tutte hanno sostenuto iniziative, compreso il disinvestimento azionario e dismissioni d&#8217;impresa, per forzare Israele a mettere fine all&#8217;occupazione.</p>
<p>Un&#8217;indagine del 2005 condotta dal sondaggista ebreo Steven M. Cohen rilevava che &#8220;l&#8217;attaccamento degli Ebrei statunitensi ad Israele si è indebolito sensibilmente negli ultimi due anni., dando continuità ad un andamento che dura da tempo.&#8221;<br />
Gli interpellati dal sondaggio che ribadivano le loro preoccupazioni per Israele erano in numero inferiore rispetto ad altri di sondaggi precedenti di analoga natura.<br />
Sorprendentemente, non vi è un parallelo declino nelle altre dimensioni di identità ebraica, compresa l&#8217;osservanza religiosa e l&#8217;affiliazione comunitaria.<br />
La ricerca riscontrava che era solo un 26% ad affermare di essere &#8220;veramente&#8221; attaccato emozionalmente ad Israele, in confronto al 31% che aveva dichiarato lo stesso sentimento in una simile inchiesta condotta nel 2002.<br />
Circa i due terzi, il 65%, ribadiva di seguire attentamente le notizie riguardanti Israele, in diminuzione dal 74% del 2002, mentre il 39% dichiarava di discutere frequentemente sulla questione Israele con amici ebrei, in diminuzione dal 53% del 2002.<br />
Inoltre, Israele veniva meno come componente dell&#8217;identità ebraica personale di coloro che erano stati interessati all&#8217;inchiesta. Quando veniva loro proposta una selezione di fattori, come la religione, la comunità e la giustizia sociale, così come &#8220;l&#8217;atteggiamento generoso nei confronti di Israele,&#8221; e si richiedeva, &#8220;Per lei personalmente, l&#8217;essere ebreo comporta qualche conseguenza?,&#8221; il 48% dichiarava che Israele aveva una &#8220;qualche&#8221; importanza, rispetto al 58% del 2002.<br />
Ancora, il 57% affermava che &#8220;l&#8217;atteggiamento generoso nei confronti di Israele è una parte veramente importante del mio essere ebreo,&#8221; confrontato con il 73% di una inchiesta consimile del 1989.<br />
Un sondaggio del 2007 del Consiglio Ebraico Americano rilevava che il 30% di Ebrei si sentiva &#8220;abbastanza distante&#8221; o &#8220;decisamente distante&#8221; da Israele.<br />
Cohen pronostica: &#8220;A lungo andare, prevedo una polarizzazione nella comunità ebraica degli USA, da una parte un piccolo numero più devoto e attaccato ad Israele, d&#8217;altro canto un gruppo più ampio che si lascia trasportare lontano.&#8221;<br />
Un sondaggio del 2006 metteva in evidenza che, fra gli Ebrei statunitensi sotto i 40 anni, almeno un terzo si sentiva &#8220;abbastanza distante&#8221; o &#8220;decisamente distante&#8221; da Israele, mentre un sondaggio del 2007 trovava che fra gli Ebrei di età inferiore ai 35 anni un buon 40% registrava uno &#8220;scarso attaccamento&#8221; a Israele (solo un 20% dimostrava un &#8220;alto attaccamento&#8221;).<br />
E, cosa straordinaria, meno della metà rispondeva affermativamente che &#8220;la distruzione di Israele sarebbe stata una tragedia personale.&#8221;<br />
L&#8217;ex presidente dell&#8217;Agenzia Ebraica recentemente suonava l&#8217;allarme per il fatto che &#8220;meno del 24% dei giovani Ebrei nel Nord America fanno parte di organizzazioni ebraiche. Meno del 50% degli Ebrei del Nord America sotto i 35 anni provano un forte senso di appartenenza al popolo ebraico. Meno del 25% di Ebrei del Nord America sotto i 35 anni si definiscono Sionisti.&#8221;<br />
Nei campus nazionali l&#8217;appoggio ad Israele si limita a quegli studenti ebrei che fedeli al Sionismo sono riuniti nelle Hillel. Uno studio commissionato da organizzazioni di sostegno ebraico riporta : &#8220;Gli studenti ebrei dei college sono indiscutibilmente meno attaccati ad Israele rispetto a quelli delle generazioni precedenti. Israele sta perdendo la battaglia nei cuori e nelle menti di questa schiera.&#8221; Infatti, di quasi mezzo milione di studenti ebrei che frequentano istituti di studi superiori, &#8220;solo circa il cinque per cento hanno qualche frequentazione con la comunità ebraica.&#8221;</p>
<p>Perplessità nei confronti di Israele, che confina con la disaffezione, può essere riscontrata anche in influenti settori della società statunitense, nel pubblico dei lettori e sempre nelle personalità di spicco della vita intellettuale degli Stati Uniti.<br />
Un recente sondaggio ha riscontrato che la maggioranza degli opinion-leader negli USA considera l&#8217;appoggio ad Israele come la &#8220;ragione più importante dei contrasti che gli Stati Uniti devono affrontare in tutto il mondo.&#8221;<br />
In un saggio del 2003 sulla Review of Books di New York, lo storico ebreo Tony Judt sosteneva che &#8220;Israele oggi è un male per gli Ebrei &#8221; e metteva in dubbio sia la vitalità economica che l&#8217;appetibilità di uno Stato ebraico.<br />
John J. Mearsheimer dell&#8217;Università di Chicago e Stephen M. Walt dell&#8217;Harvard Kennedy School, erano i coautori nel 2006 di un autorevole documento che riportava alle giuste proporzioni la storia idealizzata dell&#8217;immagine di Israele e in cui si asseriva che Israele era diventata una &#8220;passività strategica &#8221; per gli Stati Uniti.<br />
Un libro dell&#8217;ex Presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter, provocatoriamente intitolato Palestine Peace Not Apartheid &#8211; Pace in Palestina, no Apartheid, deplorava la politica di Israele nei Territori Occupati di Palestina e assegnava ad Israele la diretta responsabilità di avere trascinato il processo di pace in un vicolo cieco.<br />
Sebbene la lobby ebraica abbia scatenato contro questi interventi contrattacchi al vetriolo, le sue solite calunnie presuntive di anti-Semitismo e di negazionismo dell&#8217;Olocausto non hanno fatto breccia.<br />
Quando, nel 2006, le pressioni della lobby hanno portato alla cancellazione di una conferenza già programmata di Tony Judt, egli ha assunto immediata celebrità nei circoli intellettuali degli Stati Uniti. I suoi critici, come quel Abraham H. Foxman della Lega Anti-Diffamazione, venivano derisi per &#8220;scagliare spaventose accuse di anti-Semitismo&#8221; e per essere un &#8220;anacronismo.&#8221;<br />
Carter, nondimeno, veniva accusato di essere un plagiario, in paga degli sceicchi arabi, un anti-semita, un apologeta del terrorismo, un simpatizzante dei Nazi e un negazionista dell&#8217;Olocausto al limite del lecito.<br />
Tuttavia, il libro di Carter è finito nella lista dei bestseller del New York Times e vi è rimasto per mesi, vendendo qualcosa come 300.000 copie in brossura. Sebbene snobbato dal presidente della Brandeis University, al contrario Carter riceveva una standing ovation dal corpo studentesco quando si era recato a parlare presso quella istituzione ebraica storica. (Metà dell&#8217;auditorio usciva dalla sala quando il professore di diritto di Harvard Alan M. Dershowitz si era alzato per replicare a Carter).<br />
Mearsheimer e Walt hanno dato alle stampe per i tipi della casa editrice Farrar, Straus e Giroux, il loro libro, The Israel Lobby and U.S. Foreign Policy &#8211; La Israel Lobby e la politica estera degli Stati Uniti, che è diventato anch&#8217;esso un bestseller del Times. [N.d.tr.: sorprendentemente edito in italiano da Mondadori]<br />
Si tratta di un&#8217;ulteriore testimonianza delle fortune declinanti di Israele; nel corso della durata in carica del primo ministro Ehud Olmert, anche Foxman e il sempiterno supporter di Israele Elie Wiesel si sono dati a stigmatizzare Israele per avere mancato di perseguire la pace.</p>
<p>Il malcontento pubblico, che iniziava a ribollire nei confronti della politica di Israele in anni recenti, ha raggiunto il punto di ebollizione dell&#8217;indignazione nel corso dell&#8217;invasione di Gaza.<br />
Malgrado il blitz propagandistico orchestrato da Israele con estrema oculatezza; malgrado la tendenza, in modo schiacciante filo israeliana, dei servizi di informazione dei media, specialmente durante i primi giorni dell&#8217;aggressione; e malgrado il sostegno all&#8217;assalto dichiarato in via ufficiale in Occidente &#8211; malgrado tutto questo, grandi manifestazioni popolari in tutta l&#8217;Europa Occidentale (Spagna, Italia, Germania, Francia, e Gran Bretagna) hanno fatto scomparire per dimensioni le dimostrazioni in favore di Israele.<br />
Un&#8217;ondata di occupazioni studentesche si è propagata rapidamente per tutta la Gran Bretagna, comprendendo Oxford, Cambridge, Manchester, Birmingham, London School of Economics, School of Oriental and Asian Studies, Warwick, King&#8217;s, Sussex, e Cardiff.<br />
Perfino in tradizionali bastioni di appoggio ad Israele come il Canada, dove la propensione filo israeliana del sistema politico di estrema destra e dei media è particolarmente intensa, una pluralità di settori dell&#8217;opinione pubblica ha disapprovato l&#8217;aggressione e l&#8217;Unione canadese del Pubblico Impiego ha approvato una mozione che proponeva un boicottaggio accademico di Israele.<br />
Dichiarando dopo il cessate-il-fuoco che &#8220;gli avvenimenti di Gaza ci hanno colpito profondamente,&#8221; un gruppo di 16 fra giudici e inquirenti di tutto il mondo di grandissima esperienza &#8211; fra cui Antonio Cassese (Primo Presidente e Giudice del Tribunale Internazionale per i Crimini nella ex Jugoslavia e Presidente della Commissione di Inchiesta dell&#8217;ONU per il Darfur) e Richard Goldstone (Procuratore Generale del Tribunale Internazionale per i Crimini nella ex Jugoslavia e nel Rwanda e Presidente della Commissione di Inchiesta dell&#8217;ONU per il Kosovo) facevano appello per un&#8217;&#8221;inchiesta internazionale sulle gravi violazioni delle leggi di guerra commesse da tutte le parti in conflitto a Gaza.&#8221;</p>
<p>Non stupisce il fatto che gli apologeti di Israele attribuiscano la diffusa indignazione per l&#8217;invasione di Gaza all&#8217;anti-Semitismo. Può essere postulata la norma generale che, più profondo è l&#8217;abisso in cui affonda la condotta criminale di Israele, più alto è il livello dei decibel degli strilli di anti-Semitismo.<br />
Abraham H. Foxman dichiarava che &#8220;gli Ebrei devono affrontare una epidemia, una pandemia di anti-Semitismo. Si tratta di un anti-Semitismo il più intenso, il più diffuso, il peggiore che si possa ricordare in tempi recenti.&#8221; Questo fomentare paure da parte di Foxman non era una novità, visto che aveva pronosticato tempo addietro nel 2003 che l&#8217;anti-Semitismo stava sollevando &#8220;una grave minaccia alla sicurezza del popolo ebraico, come quella che si era dovuto affrontare negli anni Trenta.&#8221;<br />
Proprio come nel passato, i risultati di sondaggi usati per dare fondamento a queste esagerazioni registravano &#8220;indicatori&#8221; di &#8220;opinioni del più pernicioso anti-Semitismo,&#8221; tali da concludere che &#8220;larghi settori dell&#8217;opinione pubblica in Europa continuano a ritenere che gli Ebrei ancora parlino troppo di quello che è capitato loro durante l&#8217;Olocausto.&#8221;<br />
Per il &#8220;filosofo&#8221; della comunicazione Bernard-Henri Lévy, di Parigi, chi mette in dubbio che l&#8217;olocausto nazista abbia costituito uno &#8220;spartiacque morale nella storia dell&#8217;uomo&#8221; dovrebbe essere considerato un anti-Semita.<br />
Alcuni episodi, certamente sgradevoli, di presunto anti-Semitismo in Europa si sono manifestati in e-mail e scritte murali, comunque l&#8217;anti-Semitismo europeo, nonostante la montatura propagandistica, impallidisce rispetto al pregiudizio contro i Musulmani. (Un aumento di animosità nei confronti di Ebrei e Musulmani, negli ultimi anni le due curve tendono a correlarsi, appare in parte dovuto ad una rinascita di etnocentrismo fra gli Europei più anziani, meno educati e politicamente conservatori.)<br />
Tuttavia è più vicino al vero che l&#8217;esecuzione da parte di uno Stato, auto-proclamatosi ebraico, di azioni sfrenate omicide, ripetute in Libano e a Gaza, e l&#8217;aperto sostegno a questi comportamenti violenti conferito da parte di organizzazioni ufficiali ebraiche di tutto il mondo, siano stati la causa di deplorevoli, anche se completamente prevedibili, &#8220;esternazioni&#8221;, secondo le quali tutti gli Ebrei in generale dovevano essere ritenuti responsabili.<br />
Se, come ha asserito il Forum israeliano di Coordinazione dell&#8217;Opposizione all&#8217;anti-Semitismo, vi è stata &#8220;una rapida impennata in numero e in intensità dei casi di anti-Semitismo&#8221; durante il massacro di Gaza; se &#8220;con il cessate-il-fuoco vi è stato un marcato decremento in numero e in intensità dei casi di anti-Semitismo&#8221;; e se &#8220;un&#8217;altra vampata nella regione, simile all&#8217;operazione scatenata contro Gaza, probabilmente causerebbe una ancor più severa esplosione di attività anti-Semite contro le comunità ebraiche nel mondo,&#8221; allora un metodo efficace per combattere l&#8217;anti-Semitismo potrebbe essere per Israele quello di smetterla con i massacri.<br />
È anche vero che il divario crescente fra il sostegno ufficiale ad Israele guerrafondaio e la repulsione popolare contro questo può alimentare teorie di complotti anti-Semitici.<br />
Ad esempio, in Germania la dirigenza politica e l&#8217;insieme dei mezzi di comunicazione non sopportano alcuna posizione critica nei confronti di Israele, a causa della &#8220;speciale relazione&#8221; che vede la sua origine nella &#8220;storica responsabilità&#8221; della Germania.<br />
Il cancelliere Angela Merkel ha superato gli altri leader europei nell&#8217;abbracciare la causa di Israele durante l&#8217;invasione di Gaza.<br />
Tuttavia, recenti sondaggi hanno mostrato come il 60% dei Tedeschi respinge la nozione di obblighi particolari della Germania nei confronti di Israele, (i giovani rifiutano tutto questo per il 70%), il 50% ritiene che Israele sia un paese aggressivo e il 60% pensa che Israele persegua i propri interessi in modo spietato.<br />
Più in generale, Gideon Levy richiamava alla mente &#8220;la scena surreale al momento culminante del brutale assalto a Gaza, quando i capi dell&#8217;Unione Europea si erano recati in Israele e pranzavano con il primo ministro facendo bella mostra di un appoggio unilaterale per la parte cha stava provocando morte e distruzione.&#8221; E sebbene fosse stato Israele a rompere la tregua e a scatenare l&#8217;invasione, i leader europei intrattenevano colloqui con gli Stati Uniti (e con il Canada) su come ostacolare l&#8217;accesso alle armi non agli aggressori ma alle vittime!<br />
È solo questione di tempo prima che gli Europei comincino a chiedersi, se non lo hanno già fatto, per ordine di chi la loro politica estera si muova con queste modalità.</p>
<p>Ascrivere il disgusto popolare dei Gentili per il massacro di Gaza all&#8217;anti-Semitismo si è dimostrato del tutto irrazionale a fronte del diffuso e palese dissenso ebraico.<br />
Mentre organizzazioni ebraiche ufficiali delle comunità diffondevano dichiarazioni in favore di Israele, proliferavano organizzazioni ebraiche ad hoc che presentavano istanze per deplorare l&#8217;invasione.<br />
Più significativamente, Ebrei di notevole importanza nella vita delle comunità ebraiche censuravano le azioni di Israele, sebbene con toni in generale smorzati. Quando Israele era pronto a lanciare l&#8217;offensiva di terra dopo una settimana di attacchi aerei, un gruppo di Ebrei fra i più illustri della Gran Bretagna, pur dichiarandosi &#8220;profondi e appassionati sostenitori&#8221; di Israele, esprimevano &#8220;orrore&#8221; all&#8217;aumentare &#8221; delle perdite di vite umane da entrambe le parti &#8221; e raccomandavano ad Israele di cessare immediatamente le operazioni militari contro Gaza.<br />
In una nota più aspra, Gerald Kaufman, membro del Parlamento britannico ed ex ministro ombra per gli affari esteri, dichiarava durante un dibattito sulla questione di Gaza alla Camera dei Comuni: &#8220;Mia nonna si trovava ammalata a letto quando i Nazisti fecero irruzione nella sua città natale di Staszow. Un soldato tedesco la colpì a morte nel suo letto. Mia nonna non è morta per fornire una copertura ai soldati di Israele per andare ad ammazzare nonne palestinesi a Gaza.&#8221;<br />
Kaufman arrivava ad accusare il governo di Israele di avere &#8220;crudelmente e cinicamente sfruttato il continuo senso di colpa fra i Gentili per il massacro di Ebrei nell&#8217;Olocausto come giustificazione dei loro assassini di Palestinesi.&#8221;<br />
Intanto, in Francia, il popolare scrittore ebreo Jean-Moïse Braitberg richiedeva al presidente di Israele di rimuovere il nome di suo nonno dal momumento di Yad Vashem dedicato alle vittime dell&#8217;Olocausto nazista, &#8220;cosicché non possa essere usato per giutificare l&#8217;orrore che viene riversato sui Palestinesi.&#8221;<br />
In Germania, Evelyn Hecht-Galinski, figlia dell&#8217;ex presidente del Consiglio Centrale degli Ebrei in Germania, scriveva : &#8220;Non il governo di Hamas eletto regolarmente, ma il brutale occupante.deve essere posto sul banco degli imputati all&#8217;Aja,&#8221; mentre la sezione germanica degli Ebrei europei per una Pace Giusta pubblicava una dichiarazione che sottolineava come &#8220;gli Ebrei Tedeschi Dicono NO alle Uccisioni commesse dall&#8217;Esercito Israeliano.&#8221;<br />
In Canada, otto donne ebree che occupavano il Consolato di Israele invitavano &#8220;tutti gli Ebrei a pronunciarsi contro questo massacro,&#8221; e il celebre pianista canadese Anton Kuerti dichiarava:<br />
&#8220;Gli incredibili crimini di guerra che Israele sta commettendo a Gaza . . .mi fanno vergognare di essere ebreo.&#8221;<br />
In Australia, due romanzieri di fama ed un ex ministro del governo federale firmavano un appello di Ebrei che condannavano Israele per la sua aggressione gravemente spropositata.<br />
L&#8217;amministrazione Bush e il Congresso degli Stati Uniti sostenevano Israele in modo inqualificabile nel corso di tutta l&#8217;invasione. Una risoluzione, che assegnava ad Hamas la totale colpevolezza delle morti e delle distruzioni, passava all&#8217;unanimità al Senato e alla Camera con 390 voti a favore e 5 contrari.<br />
Molto del flusso di informazioni nei media negli Stati Uniti, in modo altrettanto sfacciato, era in linea con la parte in causa israeliana.<br />
Il giornalista Max Blumenthal osservava : &#8220;Dal capodanno, un drappello osannante Israele ha trasformato le pagine di opinione dei maggiori quotidiani usamericani in uno spazio personale dei più violenti e rumorosi. Di tutti i contributi editoriali pubblicati dal Washington Post, Wall Street Journal, e New York Times, da quando Israele ha iniziato la guerra contro Gaza, . . . solo uno ha offerto uno scettico punto di vista sull&#8217;aggressione.&#8221;<br />
La concezione del New York Times di editoriali. equilibrati veniva conseguita giustappunto mediante le fantasie di Jeffrey Goldberg sul male non redimibile di Hamas e con le raccomandazioni di Thomas Friedman per Israele ad infliggere &#8220;pesanti sofferenze alla popolazione di Gaza.&#8221;<br />
Il suo rivale cittadino, il New York Daily News, pubblicava un editoriale di apertura del Rabbino Marvin Hier che incalzava i leader mondiali a &#8220;non. . . ricostruire più Gaza &#8221; anche se &#8220;molti civili soffriranno &#8220;, dato che &#8220;i terroristi e coloro che li appoggiano non hanno diritto a ricevere aiuti importanti per la loro crudeltà, per i loro misfatti e per la loro omertà.&#8221; E questo è il fondatore e decano del Centro Simon Wiesenthal e del suo Museo della Tolleranza!<br />
Nel bel mezzo di questa atmosfera da linciaggio anche organizzazioni per i diritti umani, come Human Rights Watch, riservavano per Hamas la loro più forte condanna.<br />
Nonostante questa elite riversasse torrenti di veleno, i sondaggi dell&#8217;opinione pubblica mostravano che, pur con dure critiche ad Hamas, solo circa il 40% degli Statunitensi approvavano l&#8217;attacco di Israele, mentre fra coloro che votavano Democratico (il partito di affiliazione di molti Ebrei) il consenso crollava al 30%.<br />
In una teatrale esibizione di indipendenza, che richiamava alla mente Jimmy Carter come autore di Palestine Peace Not Apartheid, l&#8217;icona liberal Bill Moyers stigmatizzava Israele sul suo popolare programma di questioni pubbliche Bill Moyers Journal, quantunque in un contesto assai critico nei confronti di Hamas: &#8220;Uccidendo indiscriminatamente vecchi, bambini, intere famiglie, distruggendo scuole ed ospedali, Israele ha fatto esattamente ciò che fanno i terroristi.&#8221;<br />
Come Carter, anche Moyers immediatamente finiva sotto il tiro di Abraham H. Foxman, che lo accusava di &#8220;razzismo, revisionismo storico ed indifferenza al terrorismo,&#8221; e del professore di diritto ad Harvard Alan M. Dershowitz, che screditava Moyers per &#8220;la sua falsa moralistica equidistanza &#8221; fra il terrorismo di Hamas e l&#8217;esercito di Israele, che &#8220;inavvertitamente aveva ammazzato qualche civile palestinese, però usato da Hamas come scudo umano.&#8221;<br />
Ma ancora come Carter, Moyers riusciva a guadagnare terreno, visto che altri liberal si sono levati in sua difesa, e ad uscire illeso dopo la raffica di diffamazioni.</p>
<p>Quando si scatenò l&#8217;invasione di Gaza e le immagini sconvolgenti del massacro trasmesse dal vivo da Al-Jazeera non potevano più oltre essere ignorate, cominciarono ad apparire crepe nel flusso delle informazioni dei media moderati.<br />
Sotto il titolo inquietante &#8220;Si sta esaurendo il tempo di una soluzione a due Stati?&#8221; il notiziario televisivo più seguito negli Stati Uniti 60 Minutes mandava in onda un segmento di programma devastante sui coloni ebrei nella West Bank, che includeva scene strazianti di &#8220;Arabi che subivano l&#8217;occupazione delle loro abitazioni &#8221; da parte di soldati israeliani.<br />
La pagina editoriale del Wall Street Journal pubblicava un articolo del professore di diritto George E. Bisharat dal titolo di testa &#8220;Israele sta commettendo crimini di guerra.&#8221;<br />
Il giornalista del New York Times Roger Cohen, di solito tanto compassato, confessava in un paio di colonne di &#8220;vergognarsi per le azioni di Israele.&#8221; In un secondo articolo, Cohen considerava che &#8220;l&#8217;espansione continua di Israele mediante gli insediamenti, l&#8217;assedio a Gaza, la West Bank rinchiusa da muri e lo sfrenato ricorso alla forza ad alta tecnologia&#8221; era &#8220;progettata precisamente per colpire a randellate, indebolire e umiliare il popolo palestinese, fino a far svanire la sua dignità e il sogno di uno Stato palestinese.&#8221;<br />
L&#8217;ex editore della New Republic e lo scrittore conservatore Andrew Sullivan giudicava che l&#8217;attacco israeliano era &#8220;tutt&#8217;altro che una esigenza moralmente stringente.Si tratta di una guerra decisamente unilaterale,&#8221; ed etichettava come &#8220;thugs&#8221; [N.d.tr. : i thugs erano membri di una setta religiosa indiana di strangolatori] i sodali con la destra ebraica per &#8220;il terribile massacro di uomini che ora veniva inflitto da Israele (e finanziato in parte dagli USAmericani).&#8221;<br />
Philip Slater, autore dello studio sociologico The Pursuit of Loneliness, dichiarava: &#8220;La Striscia di Gaza è poco più di un grande campo di concentramento israeliano, in cui i Palestinesi vengono aggrediti a piacere, privati di cibo, carburante, energia, perfino privati di strutture ospedaliere.Diventerebbe difficile provare una qualche stima per i Palestinesi, se non sparassero in risposta qualche razzo!&#8221;<br />
Intanto il Consiglio Comunale di Cambridge, Massachusetts, un enclave liberal e sede dell&#8217;Università di Harvard, adottava una risoluzione &#8220;che condannava gli attacchi e l&#8217;invasione di Gaza da parte dell&#8217;esercito israeliano e il lancio di razzi contro la gente di Israele,&#8221; e un gruppo di professori universitari statunitensi lanciava una campagna nazionale che faceva appello al boicottaggio accademico e culturale di Israele.<br />
Un sondaggio condotto fra Ebrei statunitensi riscontrava che il 47% approvava con forza l&#8217;aggressione israeliana, ma, in netto contrasto con la usuale solidarietà sempre e comunque, il 53% era o equidistante (il 44% approvava &#8220;solo un po&#8217;&#8221; o disapprovava &#8220;solo un po&#8217;&#8221;) o decisamente disapprovava (il 9%).<br />
Osservatori di esperienza nel settore concernente le comunità ebraiche statunitensi sottolineavano un &#8220;cambio di marea dopo Gaza.&#8221;<br />
A prescindere dai &#8220;settori più conservatori filo-israeliani delle comunità,&#8221; M. J. Rosenberg del Israel Policy Forum notava che &#8220;si faceva poca mostra di sostegno a questa guerra. A New York, una città in cui nel passato erano state fate marce di &#8217;solidarietà&#8217; che avevano visto la partecipazione anche di 250.000 persone, solo 8.000 persone si erano recate a Manhattan per una dimostrazione della comunità in una domenica soleggiata.&#8221;<br />
In pubblico contrasto con la leadership tradizionale ebraica, organizzazioni ebraiche di recente costituzione come J Street [N.d.tr. : un gruppo di pressione politica con l'obiettivo di rappresentare gli Ebrei usamericani di sinistra] delimitavano un terreno di mediazione che &#8220;riconosceva che né gli Israeliani né i Palestinesi avevano il monopolio di essere nel giusto o nell&#8217;errore,&#8221; e raccomandavano &#8220;di liberare il Medio Oriente dall&#8217;approccio piuttosto limitato di noi-contro-loro.&#8221;<br />
Costituito nel 2008, J Street si propone come controparte liberal dell&#8217;American Israel Public Affairs Committee (AIPAC).<br />
È ancora troppo presto per prevedere se J Street, che attualmente si uniforma ad una agenda politica vagamente progressista, sebbene si definisca anche &#8220;vicinissimo&#8221; a Kadima, il partito politico israeliano guidato da Tzipi Livni, si calcificherà in una &#8220;leale opposizione&#8221; o accentuerà il suo criticismo nei confronti della politica di Israele, quando la spaccatura che divide gli Ebrei statunitensi da Israele si allargherà.<br />
Anche l&#8217;organizzazione &#8220;American Jews for a Just Peace&#8221; metteva in circolazione una petizione rivolta ai &#8220;Soldati Israeliani per Cessare i Crimini di Guerra,&#8221; e &#8220;Jews Say No&#8221; manifestava davanti all&#8217;Organizzazione Sionista Mondiale e agli uffici dell&#8217;Agenzia Ebraica, e &#8220;Jews against the Occupation&#8221; calavano uno striscione sull&#8217;autostrada nella West Side di New York City che affermava &#8220;Jews Say: End Israel&#8217;s War on Gaza NOW! &#8211; Gli Ebrei affermano: la Guerra di Israele contro Gaza deve finire ORA!&#8221;<br />
Negli ambienti intellettuali ebraici liberal, solamente alcuni perenni fautori di Israele, la maggior parte dei quali si erano imbarcati a destra dopo il giugno 1967, si sono avventurati a vele spiegate in difesa dell&#8217;invasione.<br />
Era del tutto ovvio per il filosofo morale Michael Walzer che Israele avesse esaurito le opzioni non-violente prima dell&#8217;aggressione e che Hamas portasse la responsabilità per la morte di civili. Per Walzer la sola &#8220;difficile questione&#8221; consisteva nel fatto se Israele si fosse impegnato al massimo per ridurre il numero di queste vittime.<br />
Era del tutto ovvio per Alan M. Dershowitz che Israele avesse fatto &#8220;tutti gli sforzi possibili per evitare l&#8217;uccisione dei civili&#8221; e che in questo non fosse riuscita perché Hamas aveva ricercato una strategia del tipo &#8220;bimbo morto&#8221;, vale a dire quella di costringere Israele ad ammazzare bambini palestinesi in modo da raccogliere le simpatie internazionali.<br />
Era del tutto ovvio per l&#8217;editore di New Republic Martin Peretz che l&#8217;assedio di Gaza non risultasse così tanto spietato, dal suo attento esame delle scarpe dei Palestinesi: &#8220;Bisogna guardare attentamente alle loro scarpe &#8217;sneakers&#8217;, visibilmente nuove e, senza dubbio, costose.&#8221;<br />
Era del tutto ovvio per lo scrittore Paul Berman che, se una &#8220;possibilità&#8221; esiste per Hamas di minacciare di genocidio Israele in un giorno futuro, &#8220;se ad Hamas e ai suoi alleati e a coloro che la pensano nello stesso modo come Hezbollah viene permesso di prosperare senza alcun ostacolo, e se allo stesso modo viene concesso al governo dell&#8217;Iran e al suo programma nucleare di progredire,&#8221; allora Israele aveva il diritto di scatenare subito un attacco.<br />
Dopo un tale ammasso di ipotetici affastellati di condizionali è difficile immaginare quale paese al mondo potrebbe dirsi al sicuro da un attacco proditorio e quale paese potrebbe non ricevere giustificazioni nel lanciare arbitrariamente un attacco.<br />
Se, a prescindere da questa congrega di difensori di Israele, Ebrei liberal riconoscevano che l&#8217;attacco di Israele costituiva un problema di natura morale, cionondimeno non potevano sopportare che i loro panni sporchi venissero messi in piazza alla vista dei Gentili.<br />
Dunque, riviste e giornali di opinione destinati ad un pubblico di Ebrei dell&#8217;alta borghesia cittadina, come il New Yorker e il New York Review of Books, sorvolavano sul massacro di Gaza.<br />
Comunque, un folto gruppo molto influente di intellettuali Ebrei, di dominio pubblico liberal, non sono stati in silenzio: la nuova generazione di bloggers ebraici liberal e collaboratori regolari con siti web liberal-democratici, come Salon.com e Huffington Post, meno dipendenti dalla classe dirigente, editori ebrei, inserzionisti, finanziatori e social networks, parlava da e per una generazione che ha raggiunto la maggiore età quando in larga misura la mitologia sionista è stata espulsa e sostituita da equilibrate ricerche storiche.<br />
La classe dirigente politica di Israele è andata evolvendo con modalità reazionarie e squallide. La documentazione sui diritti umani in Israele è stata sottoposta ad inchieste laceranti da parte delle organizzazioni sociali per i diritti umani.<br />
La paranoia Olocausto-indotta e lo spaccio di accuse di anti-Semitismo tangibilmente contrastano con la quotidiana realtà di una assimilazione ebraica ovunque trionfante, dalla Ivy League [N.d.tr.: lega delle otto principali università del nord-est degli Stati Uniti] a Wall Street, da Hollywood a Washington, dai circoli d&#8217;élite all&#8217;altare del matrimonio.<br />
Professionalmente, mentalmente ed emozionalmente emancipati dai ceppi del passato, questi Ebrei frequentatori assidui di Internet sono passati all&#8217;offensiva denunciando l&#8217;invasione di Gaza dal suo inizio.<br />
Il simbolismo potrebbe a mala pena essere evitato. Mentre i sostenitori di Israele, che non si danno mai per vinti, come Walzer, Dershowitz, e Peretz sono stati abbarbicati fin dalla loro gioventù alla barca sionista, la generazione di giovani intellettuali noti ebrei che ora si presentano su Internet ne sono saltati fuori. &#8220;Li compatisco per il loro odio nei confronti del loro retaggio,&#8221; Peretz ha sibilato. &#8220;Sono solo strida fastidiose.&#8221;</p>
<p>Ecco le strida fastidiose nelle loro parole!<br />
Ezra Klein (età 25 anni; blogger per American Prospect) nel secondo giorno dell&#8217;invasione così diffondeva: &#8220;Il lancio di razzi risulta senza dubbio &#8216;profondamente disturbante&#8217; per gli Israeliani. Ma hanno fatto traboccare il vaso i tanti checkpoints, le strade chiuse o riservate, la limitazione dei movimenti, la terribile disoccupazione, l&#8217;oppressione inflessibile, le umiliazioni quotidiane, gli insediamenti illegali &#8211; ah, scusate! &#8216;avamposti&#8217; &#8211; costruzioni &#8216;profondamente disturbanti&#8217; per i Palestinesi, e decisamente molto più lesive ed oltraggiose. E i 300 morti Palestinesi dovrebbero creare qualche disturbo anche a noi tutti!&#8221;<br />
Adam Horowitz (età 35 anni; blogger per Mondoweiss) nel quarto giorno dell&#8217;invasione, in risposta ad un editoriale di Benny Morris in prima pagina del New York Times, diffondeva: &#8220;Evidentemente, lei vede solo le reazioni e non le cause. Lei elenca le reazioni ad Israele e alla colonizzazione ebraica della Palestina storica portata avanti da Israele senza citare l&#8217;elefante nella stanza, che le mura che avviluppano Israele sono del tutto auto-prodotte.&#8221;<br />
Matthew Yglesias (età 28 anni; blogger per Think Progress) nel sesto giorno dell&#8217;invasione diffondeva: &#8220;Mentre Israele dichiarava il desiderio di abbandonare i Palestinesi di Gaza nella loro enclave minuscola, sovrappopolata, economicamente non vitale, il &#8216;disimpegno&#8217; del 2005 da Gaza non ha mai comportato il permesso ai Palestinesi di controllare i confini o di esercitare la piena sovranità su questa loro area. Il progetto fondamentalmente prospettava che, se i Palestinesi cessavano le violenze contro Israele, allora la Striscia di Gaza avrebbe avuto un trattamento simile a quello di una riserva indiana.&#8221;<br />
Dana Goldstein (età 24 anni; blogger per American Prospect) nel dodicesimo giorno dell&#8217;invasione diffondeva: &#8220;Io voglio credere che l&#8217;esperienza storica, collettiva, dell&#8217;Ebraismo e del Sionismo produca qualcosa di meglio, qualcosa di più umano di ciò per cui siamo stati testimoni in Medio Oriente in questa ultima settimana.&#8221;<br />
Glenn Greenwald (età 42 anni; blogger per Salon.com) nel tredicesimo giorno dell&#8217;invasione diffondeva: &#8220;Questa non può più dirsi una guerra, questo è un massacro unilaterale senza pari,&#8221; e il<br />
30 gennaio 2009, &#8220;Proprio non è possibile compiere effettivi progressi nelle nostre intenzioni domestiche di rinvigorire la Costituzione e di revocare le nostre espansioni militari e di intelligence, se allo stesso tempo siamo impotenti e ciecamente sosteniamo Israele nelle sue varie guerre (e di conseguenza trasciniamo anche noi stessi in queste guerre).&#8221;<br />
Il 20 febbraio 2009 Greenwald rispondeva ad una insinuazione mossagli da Jeffrey Goldberg di essere un &#8220;picchiatore contro Israele che odia gli Ebrei&#8221;: &#8220;la gente come Jeffrey Goldberg . . . ha così tanto abusato, manipolato e sfruttato le accuse di &#8216;anti-Semitismo&#8217; e di &#8216;anti-Israele&#8217; per fini scorretti e scopertamente politici che questi termini si sono svuotati di significato, hanno perso quasi del tutto il loro stimolo e di fatto sono diventati così banali da assumere caratteristiche caricaturali.Infatti, gente come Goldberg è diventata extra rancida e sprezzante nella sua retorica, precisamente perché sa che questi espedienti retorici hanno cessato di funzionare.&#8221; &#8220;Vi è un deciso cambio di marea quando la politica usamericana discute di Israele,&#8221; concludeva Greenwald, &#8220;Queste persone non possiedono più la capacità di soffocare il dissenso tramite tattiche di criminale intimidazione e sanno che è per questo che ora non possono fare altro che alzare il volume dei loro attacchi insultanti. La devastazione di Gaza da parte di Israele, con l&#8217;uso di bombe, armamenti, denaro e copertura diplomatica statunitense, e l&#8217;intrappolamento della popolazione civile di Gaza priva di difese sono così brutali ed orrendi da guardare che era inevitabile un cambiamento del punto di vista della gente sul conflitto in Medio Oriente.&#8221;<br />
Subito dopo la fine dell&#8217;invasione di Gaza, la falange dei blogger liberal ebrei ancora una volta ha reso pan per focaccia alla lobby israeliana quando questa ha cercato di bloccare la nomina da parte dell&#8217;amministrazione Obama di Chas Freeman, un funzionario critico nei confronti della politica di Israele.<br />
Un altro indizio decisamente eclatante è stato uno sketch dal titolo &#8220;Strip Maul &#8211; Colpi di maglio sulla Striscia&#8221; mandato in onda su Daily Show di Comedy Channel, il 5 gennaio 2009.<br />
Il conduttore del programma televisivo, il comico Jon Stewart, è ebreo ed ha un enorme seguito fra i giovani. Egli metteva in ridicolo l&#8217;appoggio unanime, instupidito e dominato da stereotipi, dei politici verso Israele, ricevendo boati di approvazione dal pubblico in studio (&#8220;Questo è come il nastro di Möbius dei problemi in discussione &#8211; esiste solo un&#8217;unica parte!&#8221;); [N.d.tr.: il nastro di Möbius, dal nome del matematico tedesco August Ferdinand Möbius, è un esempio di superficie non orientabile. Le superfici ordinarie, intese come le superfici che nella vita quotidiana siamo abituati ad osservare, hanno sempre due "lati" (o meglio, facce), per cui è sempre possibile percorrere idealmente uno dei due lati senza mai raggiungere il secondo, salvo attraversando una possibile linea di demarcazione costituita da uno spigolo (chiamata "bordo"). Per queste superfici è possibile stabilire convenzionalmente un lato "superiore" o "inferiore", oppure "interno" o "esterno". Nel caso del nastro di Möbius, invece, tale principio viene a mancare: esiste un solo lato e un solo bordo.]; rivolgeva l&#8217;attenzione verso &#8220;la segmentazione e l&#8217;assedio di Gaza che schiacciavano le persone&#8221;; e paragonava la situazione di un Palestinese a quella di qualcuno costretto &#8220;a vivere nel mio corridoio di ingresso e obbligato a passare attraverso posti di controllo ogni volta che deve prendere un s**t. (Una qualsiasi cosa in qualche altra parte della casa) &#8221;</p>
<p>La metamorfosi generazionale che ha riguardato Israele si è resa molto più evidente nei campus universitari.<br />
Inside Higher Ed riportava in un articolo: &#8220;In molti campus è stato riscontrato un deciso slittamento verso un più evidente sentimento filo palestinese e anti-Israele, causato, in parte, dall&#8217;aggressione bellica a Gaza di questo inverno.&#8221;<br />
Ampie sale per conferenze di collegi universitari traboccavano di partecipanti alle assemblee che condannavano il massacro a Gaza. Mentre i gruppi &#8220;filo&#8221; israeliani, che di solito erano usi protestare dentro e fuori le conferenze, ora praticamente non si facevano vedere.<br />
Gli studenti della Cornell University delineavano dei tracciati con 1.300 bandiere nere in commemorazione dei morti di Gaza. (Più tardi, l&#8217;esposizione veniva distrutta da un atto vandalico).<br />
Gli studenti dell&#8217;Università di Rochester, dell&#8217;Università del Massachusetts, della New York University, della Columbia University, dell&#8217;Haverford College, del Bryn Mawr College, e dell&#8217;Hampshire College organizzavano lanci di petizioni, proteste e sit-in per raccogliere contributi finanziari in favore di studenti palestinesi e per sostenere il disinvestimento dalle imprese di armamenti e dalle compagnie che facevano affari con gli insediamenti illegali di Israele.<br />
Gli studenti dell&#8217;Hampshire College esercitavano con successo pressioni sugli amministratori del college per disinvestire dalle corporation statunitensi che traevano direttamente vantaggi dall&#8217;occupazione.<br />
Sebbene le organizzazioni filo-israeliane dichiarassero che &#8220;i campus dei college e delle università.erano diventati focolai di una nuova virulenta pressione di anti-Semitismo,&#8221; in molti campus a giocare un ruolo guida erano stati gli studenti ebrei attraverso i comitati locali di &#8220;Students for Justice in Palestine &#8221; e giovani attivisti ebrei creativi ed impegnati in &#8220;Birthright Unplugged&#8221; e in &#8220;Anarchists Against the Wall&#8221;, a fianco di singoli personaggi come Anna Baltzer, autrice del saggio Witness in Palestine, che era andata scuola per scuola offrendo la sua personale testimonianza sugli orrori giornalieri a cui aveva assistito in Palestina.</p>
<p>I legami di solidarietà che sono andati ad instaurarsi tra giovani Ebrei e giovani Musulmani in opposizione all&#8217;occupazione &#8211; i gruppi animatori in molti campus erano costituiti da radicali ebrei laici e giovani donne musulmane osservanti &#8211; danno ragione alla speranza che una giusta pace duratura possa ora essere acquisita.<br />
Dopo avere parlato del massacro di Gaza presso un&#8217;università del Canada, gli organizzatori mi hanno offerto un distintivo che recava la scritta &#8220;I ? GAZA.&#8221; Ho appuntato il distintivo sul mio zainetto e mi sono diretto all&#8217;aeroporto. Quando stavo in coda per salire in aereo, un passeggero dietro di me mi sussurrò &#8220;Mi piace il suo distintivo.&#8221; Eh sì, ho pensato, i tempi stanno proprio cambiando. Un paio di ore più tardi chiedevo un bicchiere d&#8217;acqua all&#8217;assistente di volo. Porgendomi il bicchiere si chinava verso di me e anche lui mi sussurrava &#8220;Mi piace il suo distintivo.&#8221; Eh sì, ho pensato, qui sta succedendo veramente qualcosa!</p>
<h4>Questo articolo è stato estratto dal nuovo importante libro di Norman Finkelstein sull&#8217;aggressione a Gaza,&#8221;This Time We Went Too Far &#8211; Questa volta siamo andati troppo in là&#8221; pubblicato questo mese da OR Books. Per acquistare una copia del libro si prega di consultare OR Books. Questo volume non è disponibile nelle librerie o presso altri rivenditori online.</h4>
<p>*Norman Finkelstein è autore di cinque libri, compreso Image and Reality of the Israel-Palestine Conflict, Beyond Chutzpah e The Holocaust Industry, che sono stati tradotti in più di 40 edizioni straniere. Questo articolo è un capitolo del suo nuovo libro &#8220;This Time We Went Too Far &#8211; Truth and Consequences of the Gaza Invasion.&#8221;</p>
<p>Global Research, 7 marzo 2010; Counterpunch, 3 marzo 2010<br />
(Traduzione di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova)<br />
<a href="http://www.forumpalestina.org/news/2010/Marzo10/27-03-10VeritaInvasioneGaza.htm">da Forum Palestina</a></p>
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		<title>Crisi sulle colonie, Bibi convoca ministri ma tira dritto</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Mar 2010 22:36:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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Non ha perduto tempo il premier israeliano Benyamin Netanyahu. Appena rientrato, ieri sera, dai colloqui avuti negli Stati uniti con Barack Obama ha convocato a Gerusalemme una riunione urgente con i sei ministri del gabinetto di sicurezza per fare il punto della situazione e valutare le possibili conseguenze delle polemiche in atto con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h5>di Michele Giorgio</h5>
<p>Non ha perduto tempo il premier israeliano Benyamin Netanyahu. Appena rientrato, ieri sera, dai colloqui avuti negli Stati uniti con Barack Obama ha convocato a Gerusalemme una riunione urgente con i sei ministri del gabinetto di sicurezza per fare il punto della situazione e valutare le possibili conseguenze delle polemiche in atto con l&#8217;Amministrazione americana sull&#8217;espansione delle colonie ebraiche a Gerusalemme, il settore palestinese della città che Israele ha occupato nel 1967. Polemiche che, in ogni caso, non hanno frenato la stretta collaborazione militare tra Washington e Tel Aviv. Mentre nei giorni scorsi Netanyahu discuteva con Obama, il ministro della difesa israeliano Ehud Barak raggiungeva un accordo con il Pentagono per l&#8217;acquisto di tre nuovissimi aerei da trasporto Hercules C-130J realizzati dalla Lockheed Martin sulla base delle esigenze israeliane. Barak ha poi discusso con gli americani dell&#8217;accordo che permetterà a Israele nel 2014 di ricevere il primo F-35, il più sofisticato degli aerei da combattimento di ultima generazione.<span id="more-2038"></span><br />
Tra quelli che non hanno perduto tempo ci sono anche i coloni che ieri, a piccoli gruppi, hanno esplorato l&#8217;area dello Shepherd Hotel, nel quartiere palestinese di Sheikh Jarrah, dove è stata annunciata costruzione di 20 appartamenti per israeliani. E&#8217; stato un trauma per la popolazione di Sheikh Jarrah, sotto pressione per le espulsioni di diverse famiglie palestinesi dalle loro case, lo sblocco di questo progetto colonico di cui si parla dal 1985, da quando l&#8217;albergo e l&#8217;area circostante furono comprati per un milione di dollari da Irving Moskowitz, ricchissimo uomo d&#8217;affari americano e finanziatore dell&#8217;associazione Ataret Cohanim (il braccio esecutivo dei coloni a Gerusalemme Est). Il progetto cambierà faccia all&#8217;intero quartiere.<br />
La riunione di gabinetto ha visto i ministri israeliani congratularsi con Netanyahu che ha saputo «tenere testa» ad Obama, un presidente Usa che la destra israeliana considera un nemico solo per il fatto di aver osato chiedere una sospensione delle costruzioni nelle colonie, per favorire il negoziato con i palestinesi, senza mettere realmente in discussione i fondamenti della politica di insediamenti nei Territori occupati e, più di tutto, la stretta alleanza strategica tra Usa e Israele. «La nostra politica (di colonizzazione a Gerusalemme Est) ha il consenso della maggioranza degli israeliani», ha affermato il vice premier Silvan Shalom, «e gli americani devono comprendere che anche noi abbiamo delle linee rosse invalicabili». I giornali locali ieri hanno titolato sul fallimento del tentativo di Netanyahu di riconciliazione con Obama ma negli editoriali, nei commenti, tanti si sono espressi per il «pugno di ferro» nei confronti di Washington perché, hanno spiegato, nessuno può imporre compromessi su Gerusalemme che Israele &#8211; contro la posizione della comunità internazionale &#8211; ha proclamato (unilateralmente) sua capitale.<br />
E mentre si dubita delle possibilità (e delle intenzioni) di Netanyahu di rinnovare, o a creare, un livello di fiducia con l&#8217;Amministrazione Obama, la destra estrema di nuovo innamorata del primo ministro parla di «complotto». Gli Usa, scrivono i media ultranazionalisti, avrebbero tramato con la leader dell&#8217;opposizione Tzipi Livni (Kadima) per provocare la caduta del governo Netanyahu. Qualcuno ha anche ricordato che un deputato di Kadima, Joel Hasson, dai microfoni della radio statale Reshet Bet, aveva previsto la crisi Usa-Israele sulle colonie a Gerusalemme Est poco prima dell&#8217;arrivo del vice presidente americano Joe Biden e dell&#8217;annuncio delle contestate costruzioni nell&#8217;insediamento di Ramat Shlomo.</p>
<p><a href="http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20100326/pagina/08/pezzo/274569/">da il manifesto del 26 marzo 2010</a></p>
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		<title>«Così bloccate il negoziato»</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Mar 2010 23:39:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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Washington prova a imporre il suo stato palestinese provvisorio  Hillary Clinton all&#8217;assemblea dell&#8217;Aipac striglia l&#8217;alleato sulle colonie
Benyamin Netanyahu ha rinunciato alla visita a Bruxelles, dove avrebbe dovuto incontrare il presidente del Consiglio Europeo Herman van Rompuy e altri dirigenti dell&#8217;Ue, e prolungherà il suo soggiorno negli Stati Uniti. Scelte che non sorprendono, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h5>di Michele Giorgio</h5>
<h4>Washington prova a imporre il suo stato palestinese provvisorio  Hillary Clinton all&#8217;assemblea dell&#8217;Aipac striglia l&#8217;alleato sulle colonie</h4>
<p>Benyamin Netanyahu ha rinunciato alla visita a Bruxelles, dove avrebbe dovuto incontrare il presidente del Consiglio Europeo Herman van Rompuy e altri dirigenti dell&#8217;Ue, e prolungherà il suo soggiorno negli Stati Uniti.<span id="more-1999"></span> Scelte che non sorprendono, perché il premier israeliano assegna un&#8217;importanza eccezionale all&#8217;incontro che avrà oggi con il presidente americano Barack Obama. In discussione non c&#8217;è l&#8217;alleanza strategica tra il suo paese e gli Usa. Il Segretario di stato Hillary Clinton, intervenendo ieri alla conferenza annuale dell&#8217;Aipac, la potente lobby filo-israeliana, ha confermato che l&#8217;impegno di Washington per la sicurezza di Israele è «saldo ed incrollabile». Sul tavolo del quarto incontro in un anno tra Obama e Netanyahu ci sono piuttosto le pressanti richieste che l&#8217;Amministrazione Usa rivolge al governo israeliano per facilitare l&#8217;inizio il negoziato indiretto tra lo Stato ebraico e l&#8217;Anp di Abu Mazen in modo che si arrivi alla creazione entro due anni di uno Stato palestinese con sovranità limitata.<br />
Per questo ieri il Segretario di stato Hillary Clinton ha scelto proprio la rappresentazione più compiuta dell&#8217;alleanza tra la comunità ebraica americana ed Israele, la conferenza dell&#8217;Aipac, per tornare sulla spinosa questione dell&#8217;ulteriore espansione della colonizzazione della zona palestinese (est) di Gerusalemme che ha arroventato i rapporti tra Israele e Usa nelle ultime due settimane. Guardando negli occhi il nuovo presidente dell&#8217;Aipac, Lee Rosenberg, considerato un «buon amico» di Obama, Clinton ha affermato che la costruzione di nuove abitazioni per israeliani a Gerusalemme est «danneggia la fiducia reciproca e mette a rischio i colloqui indiretti (israelo-palestinesi)» e, inoltre, indebolisce la capacità degli Stati Uniti di giocare «un ruolo unico e essenziale» nel processo di pace. Parole forti se si considera il luogo dove sono state pronunciate e il fatto che la Clinton è una stretta alleata e amica di Israele. Ma che solo in apparenza sono una condanna della colonizzazione israeliana che, in realtà, gli Usa non mettono in discussione nei suoi principi. L&#8217;Amministrazione americana chiede a Israele prudenza, di evitare annunci provocatori, passi incauti, nel momento in cui Abu Mazen e l&#8217;Anp, con la benedizione della Lega araba controllata dagli alleati egiziani, sono pronti ad andare alla trattativa.<br />
Netanyahu, accompagnato dal ministro della difesa Ehud Barak, ieri sera ha visto Hillary Clinton, il capo del Pentagono Robert Gates, e ha cenato con il vice presidente Joe Biden. Ma già domenica scorsa Netanyahu aveva ribadito le sue posizioni: Israele muoverà passi concilianti verso i palestinesi ma continuerà a costruire ovunque a Gerusalemme «così come avviene a Tel Aviv». Non devierà, se non in minima parte, dal programma del suo governo di destra nella convinzione, diffusa tra i suoi consiglieri e tra i leader dei partiti della maggioranza, che gli Usa ridurranno la pressione sulle colonie non appena avrà inizio il negoziato israelo-palestinese.<br />
A poche ore dall&#8217;uccisione di quattro palestinesi, quasi tutti giovanissimi, nella zona di Nablus, da parte dell&#8217;esercito israeliano (l&#8217;Anp ha accusato i soldati di aver sparato a sangue freddo contro almeno due delle vittime), il Segretario di stato Clinton ha puntato l&#8217;indice proprio contro i palestinesi, accusandoli di fomentare una escalation per aver presentato, a suo dire, «in modo falso e deliberato», la recente inaugurazione di una sinagoga nel settore ebraico della Città Vecchia di Gerusalemme come un attacco, «creando tensione inutile e incitando alla violenza».<br />
La Clinton ha dedicato parte del suo discorso all&#8217;Iran, ribadendo la determinazione degli Stati Uniti nell&#8217;impedire a Teheran di entrare in possesso di armi nucleari. «Oltre a minacciare Israele, un Iran dotato dell&#8217;arma nucleare sarebbe un incoraggiamento per i terroristi e causerebbe una corsa al riarmo destabilizzante per la regione», ha sostenuto tra gli applausi della folta platea dell&#8217;Aipac.</p>
<h4>da <a href="http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20100323/pagina/04/pezzo/274267/">il manifesto</a> del 23 marzo 2010</h4>
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		<title>«Pacifisti, fari nella notte»</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Mar 2010 22:37:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Enrico Campofreda
L&#8217;INTERVISTA. Paola Canarutto, della Rete ebrei contro l’occupazione, parla del conflitto in Palestina. «Netanyahu è prigioniero di una maggioranza ancor più estremista e teme che gli alleati l‘abbandonino facendo cadere l’esecutivo».
Sul critico momento nei rapporti diplomatici fra Stati Uniti e Israele abbiamo interpellato Paola Canarutto della Rete ebrei contro l’occupazione. «E’ evidente come [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Enrico Campofreda</p>
<h4>L&#8217;INTERVISTA. Paola Canarutto, della Rete ebrei contro l’occupazione, parla del conflitto in Palestina. «Netanyahu è prigioniero di una maggioranza ancor più estremista e teme che gli alleati l‘abbandonino facendo cadere l’esecutivo».</h4>
<p>Sul critico momento nei rapporti diplomatici fra Stati Uniti e Israele abbiamo interpellato Paola Canarutto della Rete ebrei contro l’occupazione. «E’ evidente come Obama si trovi in difficoltà col mondo arabo per i comportamenti del governo d’Israele. Io non ho simpatie per la politica estera statunitense che da anni porta guerre, come in Agfghanistan e Iraq, però più fonti hanno rivelato come Biden senza mezzi termini abbia detto a Netanyahu che la linea del suo governo sugli insediamenti diventa insostenibile per l’amministrazione Obama. Perché non scompaia del tutto la prospettiva dei due stati, in Israele-Palestina, gli USA dovrebbero mantener fede alle proprie parole: se chiudessero i rubinetti, Israele non resisterebbe cinque minuti.<span id="more-1990"></span></p>
<p>Sul fronte interno Netanyahu, destromane già di suo, è prigioniero d’una maggioranza ancor più estremista e teme che gli alleati l&#8217;abbandonino facendo cadere l’Esecutivo. Parlo di Yishai dello Shas e di Lieberman, i fondamentalisti e i fascisti che puntellano il governo del Likud. Questo influenza la sua politica. Purtroppo Obama è messo sotto pressione dall’estrema destra neocon, non ha il coraggio né la forza per spezzare il cerchio e rischia anche lui. È noto che il 79% degli ebrei USA alle ultime elezioni ha votato Democratico, e cioè Obama; ma un neocon importante, tal Podhoretz, ha recentemente invitato di finanziatori di Obama a destinare d&#8217;ora in poi i loro assegni ai Repubblicani; e gli eletti al Congresso a votare contro la sua proposta di riforma sanitaria. Tutto questo per contrastare le sue posizioni su Israele. Insomma un problema interno influenza la politica estera anche a Washington».</p>
<h5>Cosa pensa del sostegno di Netanyahu alla “riconquista” dei luoghi sacri?</h5>
<p>E’ utile ricordare come gli ebrei avessero l’orrore dell’idolatria e quello che sta avvenendo è idolatria allo stato puro. Nessuno rivela come la Tomba di Rachele è una tomba d’uno sceicco islamico del 1700. La rincorsa al sacro serve per riappropriarsi di della zona di Betlemme dove c’è questo sito oppure della Moschea di Abramo a Hebron. Per decenni i governi d’Israele hanno disneyzzato Gerusalemme, stravolto gran parte della Cisgiordania, ora si inventano origini bibliche, quando nessuno sa se un Abramo sia davvero esistito, e nel caso, da dove sia passato. Denominare luoghi di Gerusalemme &#8216;Città di Davide&#8217; o &#8216;Porta di Salomone&#8217; serve solo a impadronirsi della città, e ora lo stesso lavoro &#8216;archeologico&#8217; serve ad impadronirsi della Cisgiordania. Però bisogna prendere sul serio gli israeliani quando parlano dei loro programmi: Weisglass (consigliere di Sharon, ndr) aveva detto che l’uscita da Gaza avrebbe messo in formaldeide il processo di pace. Così è stato.</p>
<h5>Ma la nascita dello Stato d’Israele nel 1948 era incentrata sulla stessa tattica, prendere il posto dei palestinesi, e quei padri della patria erano laburisti non fascisti.</h5>
<p>E’ vero, è la vittoria del sionismo che proclamava “un popolo senza terra per una terra senza popolo”. Se lì c’è un altro popolo lo butti fuori e fine del discorso. Per farlo ti appropri prima delle case poi dei luoghi santi. E’ ciò che è accaduto e continua ad accadere.</p>
<h5>Il processo di pace è diventato davvero impossibile?</h5>
<p>Qualche movimento per la pace è rimasto, so di manifestazioni settimanali a Sheikh Jarrah, quartiere di Gerusalemme est su cui hanno mire i coloni, purtroppo restano pochi fari nella notte. Non dimentichiamo che quasi il 95% degli israeliani ebrei ha approvato l’attacco a Gaza dell’anno scorso. A differenza degli italiani, gli israeliani sanno l&#8217;inglese: hanno così accesso anche a fonti mediatiche non del loro Paese. Eppure proseguono ad approvare quel che fa il proprio governo, questo davvero lascia un profondo pessimismo sul futuro.</p>
<h4>da <a href="www.terranews.it/news/2010/03/%C2%ABpacifisti-fari-nella-notte%C2%BB">TERRA</a> di marzo 2003</h4>
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		<title>Nessun limite alle colonie</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Mar 2010 00:19:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Michelangelo Cocco da Il Manifesto del 15/03/2010
L&#8217;ambasciatore in Usa: rapporti con Washington ai minimi storici
Negli ultimi 42 anni nessun governo israeliano ha mai limitato la costruzione nei quartieri di Gerusalemme». È arrivata direttamente dai banchi della Knesset, il parlamento israeliano, la risposta di Benyamin Netanyahu all&#8217;ira dell&#8217;Amministrazione statunitense per lo schiaffo subito martedì scorso, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Michelangelo Cocco</em> <a href="http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20100316/pagina/09/pezzo/273736/">da Il Manifesto del 15/03/2010</a></p>
<p><em>L&#8217;ambasciatore in Usa: rapporti con Washington ai minimi storici</em></p>
<p>Negli ultimi 42 anni nessun governo israeliano ha mai limitato la costruzione nei quartieri di Gerusalemme». È arrivata direttamente dai banchi della Knesset, il parlamento israeliano, la risposta di Benyamin Netanyahu all&#8217;ira dell&#8217;Amministrazione statunitense per lo schiaffo subito martedì scorso, quando &#8211; col vice di Obama in visita a Gerusalemme &#8211; erano stati annunciati altri 1.600 appartamenti nella colonia ebraica di Ramat Shlomo, nell&#8217;area della Città santa che secondo il diritto internazionale deve essere restituita ai palestinesi.<span id="more-1710"></span><br />
Il segretario di stato Usa, Hillary Clinton, aveva definito «un insulto» l&#8217;accoglienza riservata a Joe Biden, spedito in Medio Oriente per riavviare il negoziato e costretto a fronteggiare l&#8217;ennesima crisi. Gli americani speravano in una dietrofront di Netanyahu. E invece ieri il premier &#8211; alla guida di una coalizione di partiti di destra ed estrema destra con l&#8217;apporto cosmetico dei laburisti &#8211; tra il sostegno di Obama e quello della sua maggioranza ha scelto il secondo. «Le colonie dentro e attorno a Gerusalemme &#8211; ha aggiunto il leader del Likud &#8211; rimarranno parte dello stato d&#8217;Israele» in qualsiasi futuro accordo di pace. E quindi «la costruzione a Gerusalemme e in tutti gli altri posti continuerà nello stesso modo in cui è andata avanti negli ultimi 42 anni».<br />
Secondo l&#8217;ambasciatore israeliano negli Usa, i rapporti tra Tel Aviv e Washington sono «ai minimi storici». In una videoconferenza con i diplomatici israeliani in nordamerica, Michael Oren ha detto che «la crisi è molto seria e siamo di fronte a un periodo molto difficile per le nostre relazioni». Venerdì scorso Oren era stato convocato, e bacchettato, al Dipartimento di Stato.<br />
Il quotidiano Yedioth Ahronoth ieri ha scritto che Oren ha spiegato che «i legami con gli Usa affrontano la crisi più seria dal 1975», quando il segretario di stato Usa Kissinger chiese al premier israeliano Rabin di ritirare le truppe dal Sinai occupato durante la Guerra dei sei giorni del 1967.<br />
La minaccia di sospendere l&#8217;assistenza economica contribuì già a convincere Israele ad abbandonare il territorio occupato in Egitto nel corso della Guerra di Suez del 1956. Tre anni prima il segretario di stato Dulles aveva annunciato la sospensione degli aiuti per bloccare il progetto israeliano di deviare l&#8217;acqua del fiume Giordano. Obama, alle prese con la crisi economica e un congresso sempre meno amico, ha l&#8217;intenzione e la forza di fare altrettanto?<br />
Secondo Dror Etkes &#8211; per anni a capo dell&#8217;apposito dipartimento di «Peace Now» e tra i principali conoscitori della politica israeliana sulle colonie &#8211; «bisognerà aspettare settembre, quando scadrà la moratoria di dieci mesi sulla costruzione degli insediamenti strappata da Obama a Netanyahu (in cui non rientra Gerusalemme, ndr), per capire se il premier vuole arrivare allo scontro totale con Washington» rimettendo in moto le ruspe in tutta la Cisgiordania. «Per ora quello che è certo &#8211; continua Etkes &#8211; è che la pressione demografica e politica esercitata dagli ebrei ultraortodossi è fortissima». E gli haredim hanno un rappresentante di punta nel ministro dell&#8217;interno e leader dello Shas (sefarditi) Eli Yishai, campione della colonizzazione a oltranza.<br />
Nei giorni scorsi il generale Petraeus, a capo del Comando centrale Usa, ha lamentato che l&#8217;esercito Usa è indebolito, agli occhi dei leader arabi, per l&#8217;«incapacità» del governo d&#8217;imporre i suoi interessi allo Stato ebraico.<br />
Ma anche Phyllis Bennis non è convinta che «questa crisi, che è una vera crisi» si traduca in azione da parte di Obama. Per Bennis &#8211; esperta di Medio Oriente del Transnational institute &#8211; «l&#8217;Amministrazione è paralizzata dalla vecchia idea per cui opporsi a Israele equivale a un suicidio politico. Un presupposto vecchio, perché il discorso politico negli Stati Uniti &#8211; con lo sviluppo di una campagna nazionale anti-apartheid, con i massacri di Gaza e la nascita di una lobby filo-israeliana alternativa all&#8217;Aipac &#8211; è cambiato radicalmente.</p>
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		<title>Di fatto, gli Stati Uniti hanno dato il via libera a Israele per nuovi insediamenti a Gerusalemme Est</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Mar 2010 22:47:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Occupazione]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>

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		<description><![CDATA[di Akiva Eldar*
Per ridimensionare l’affronto                      ricevuto dal governo Netanyahu, Biden ha dovuto lodare la                     [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di Akiva Eldar*</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Per ridimensionare l’affronto                      ricevuto dal governo Netanyahu, Biden ha dovuto lodare la                      decisione del primo ministro israeliano di fare in modo che                      approvazioni di nuovi insediamenti non si ripetano in occasione                      di importanti visite di responsabili americani; ma un atteggiamento                      del genere sottintende che nuovi insediamenti di fatto sono                      tollerati dagli Stati Uniti – scrive il giornalista                      israeliano Akiva Eldar<span id="more-1691"></span></em></p>
<p style="text-align: justify;">Le scuse presentate dal primo ministro Benjamin                      Netanyahu e dal ministro degli interni Eli Yishai ricordano                      la barzelletta del servo che pizzicò il fondoschiena                      del re. Sulla via del patibolo, il servo si scusò:                      pensava si trattasse di quello della regina.</p>
<p style="text-align: justify;">La dichiarazione emessa dall’ufficio                      di Netanyahu affermava che, alla luce dell’attuale controversia                      tra Israele e gli Stati Uniti sulla costruzione di nuove abitazioni                      a Gerusalemme Est, si sarebbe dovuto evitare che i piani per                      le nuove case nel quartiere di Ramat Shlomo fossero approvati                      proprio questa settimana. La dichiarazione affermava anche                      che il premier aveva ordinato a Yshai di mettere a punto delle                      procedure che avrebbero evitato il ripetersi di un simile                      incidente. In altre parole, Yishai avrà tutta la libertà                      di proporre ulteriori progetti per l’edificazione di                      abitazioni ebraiche a Gerusalemme Est la settimana prossima,                      ovvero quando il vicepresidente americano Joe Biden non sarà                      più in Israele.</p>
<p style="text-align: justify;">Sulla base della reazione di Biden, sembra                      che egli (e, verosimilmente il suo capo, il presidente Barack                      Obama) abbia deciso che era preferibile ripartire con pochi                      grappoli d’uva acerba piuttosto che litigare con il                      guardiano della vigna. Nel suo discorso all’Università                      di Tel Aviv, Biden ha detto di aver apprezzato l’impegno                      di Netanyahu a garantire che incidenti del genere non si ripeteranno.                      Ma che cosa significa ciò, esattamente? Che la prossima                      volta che egli tornerà in Israele, alla Commissione                      di pianificazione e edificazione verrà richiesto di                      rimandare la discussione di simili progetti finché                      il gentile ospite non sarà ripartito?</p>
<p style="text-align: justify;">Con la tempesta mediatica che si sta placando,                      Netanyahu può tirare un sospiro di sollievo. In un                      certo senso, questo clamore in realtà lo ha aiutato:                      per asciugarsi lo sputo in faccia che aveva ricevuto, Biden                      ha dovuto dire che si trattava solo di pioggia. Di conseguenza,                      egli ha lodato l’affermazione di Netanyahu secondo cui                      l’effettiva edificazione delle nuove abitazioni a Ramat                      Shlomo sarebbe cominciata solo dopo diversi anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Così Israele ha di fatto ricevuto                      il via libera americano ad approvare un numero ancora maggiore                      di progetti di costruzione a Gerusalemme Est.</p>
<p style="text-align: justify;">Biden potrebbe non esserne a conoscenza,                      ma i palestinesi sicuramente ricordano che questo è                      esattamente il modo in cui cominciò la costruzione                      del quartiere di Har Homa, a Gerusalemme Est: anche allora                      Netanyahu persuase la Casa Bianca che l’edificazione                      sarebbe cominciata solo dopo diversi anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando Biden è arrivato in Israele,                      la Lega Araba aveva appena raccomandato che Mahmoud Abbas,                      il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese                      (ANP), accettasse la proposta di Washington di colloqui indiretti                      con Israele. Ma, invece di potersene andare con l’annuncio                      che i colloqui erano ufficialmente iniziati, Biden se n’è                      andato con la notizia che la Lega Araba aveva sospeso la sua                      raccomandazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Netanyahu può così sperare                      che il pasticcio di Ramat Shlomo abbia rinviato il momento                      della verità, quando egli dovrà rivelare la                      propria interpretazione del principio dei “due stati                      per due popoli”. E qualora nessuno si fosse reso conto                      di quanto sono “imparziali” gli Stati Uniti come                      mediatori, nel suo discorso di Tel Aviv Biden ha affermato                      che per gli USA non esiste “un amico migliore”                      di Israele.</p>
<p style="text-align: justify;">Per Netanyahu, il fatto che l’onere                      di far progredire i negoziati adesso sia ricaduto sulle spalle                      degli stati arabi è stato la ciliegina sulla torta                      – proprio due settimane prima del vertice della Lega                      Araba a Tripoli, dove l’iniziativa di pace araba del                      2002 sarà di nuovo messa in discussione. Per mesi,                      il presidente americano Barack Obama ha tentato di persuadere                      i leader arabi a non privare questa importante iniziativa                      del loro sostegno vitale. La sua argomentazione è che                      niente renderebbe più felice il presidente iraniano                      Mahmoud Ahmadinejad di un colpo di grazia inferto al processo                      di pace, e dello scoppio di una terza intifada. E la sua gioia                      sarebbe raddoppiata se essa divampasse a Gerusalemme.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma se per il momento gli Stati Uniti stanno                      cercando di ricucire lo strappo, alcuni diplomatici occidentali                      dicono che il conto da pagare arriverà una volta avviati                      i colloqui con l’ANP (ammesso che abbiano inizio). Gli                      Stati Uniti hanno già detto che durante questi colloqui                      sosterranno proprie proposte di mediazione, e la loro rabbia                      e frustrazione per l’incidente di Ramat Shlomo probabilmente                      li renderà molto più vicini alle posizioni dei                      palestinesi – sostengono questi diplomatici.</p>
<p style="text-align: justify;">Ad esempio, una fonte israeliana sostiene                      che Netanyahu vorrebbe che la questione della sicurezza di                      Israele fosse collocata in cima all’ordine del giorno                      dei colloqui. Ma i palestinesi vogliono che il primo problema                      da affrontare sia quello dei confini, Gerusalemme compresa.                      E l’Unione Europea, che per questa settimana aveva in                      programma il potenziamento di diversi accordi con Israele                      in onore della ripresa dei colloqui, adesso ha posticipato                      questa decisione finché non sarà chiaro se i                      colloqui riprenderanno effettivamente.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>* Akiva Eldar è                      un analista politico israeliano; scrive abitualmente sul quotidiano                      “Haaretz”</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>da Haaretz del 13 marzo tradotto e pubblicato                      in <a href="http://www.medarabnews.com">www.medarabnews.com</a></em></p>
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		<title>Gli scontri continuano. Netanyahu ribadisce: gli insediamenti vanno avanti</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Mar 2010 14:59:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<category><![CDATA[USA]]></category>

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		<description><![CDATA[La rabbia di Gerusalemme 
Decine di palestinesi hanno partecipato agli scontri con la polizia israeliana a Gerusalemme est il 16 marzo, proclamata “giornata della rabbia” da Hamas in protesta per la riconsacrazione di un’antica sinagoga nella città.
&#8230; leggi tutto su Internazionale

Varie da Forum Palestina (News del 16 marzo 2010):
Anche oggi scontri con le truppe israeliane, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;"><span style="color: #b40404;">La rabbia di Gerusalemme </span></h3>
<p style="text-align: justify;">Decine di palestinesi hanno partecipato agli scontri con la polizia israeliana a Gerusalemme est il 16 marzo, proclamata “giornata della rabbia” da Hamas in protesta per la riconsacrazione di un’antica sinagoga nella città.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.internazionale.it/home/?p=19264#more-19264"><em>&#8230; leggi tutto su Internazionale</em></a></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: center;"><em>Varie da <a href="http://www.forumpalestina.org/">Forum Palestina</a> (News del 16 marzo 2010):</em></p>
<h3 style="text-align: center;"><span style="color: #b40404;">Anche oggi scontri con le truppe israeliane, è la &#8220;giornata della rabbia&#8221; palestinese</span></h3>
<p style="text-align: justify;">Violenti scontri                      sono in corso tra centinaia di giovani palestinesi e le forze                      dell&#8217;ordine israeliane in numerosi quartieri di Gerusalemme                      est: lo hanno riferito alcuni testimoni. <span id="more-1679"></span>Il movimento islamico                      palestinese Hamas ha proclamato per oggi la &#8220;Giornata                      della rabbia&#8221; in risposta all&#8217;inaugurazione della sinagoga                      Hurva nella Città vecchia. Scrive il quotidiano israeliano                      Haaretz che 3.000 poliziotti e soldati supplementari sono                      stati dispiegati a Gerusalemme e nei posti di frontiera con                      la Cisgiordania. Hamas ha proclamato la &#8220;giornata della                      rabbia&#8221; in risposta all&#8217;inaugurazione della sinagoga                      Hurva nella Città vecchia. Ieri le proteste si erano                      limitate a lanci di pietre nei pressi del Monte degli Ulivi.                      Oggi, per il quinto giorno consecutivo, è stato vietato                      l&#8217;accesso ai fedeli musulmani al MOnte del Tempio. La richiesta                      avanzata dagli Stati Uniti a Israele di rinunciare al suo                      piano di sviluppo coloniale a Gerusalemme est è &#8220;irragionevole&#8221;:                      ha affermato oggi il ministro israeliano degli Affari esteri,                      Avigdor Lieberman. La richiesta della comunità occidentale                      &#8220;è irragionevole per quanto ci riguarda&#8221;,                      ha detto il capo della diplomazia d&#8217;Israele alla radio locale.                      Ieri il primo ministro Benjamin Netanyahu ha ribadito che                      la costruzione di nuovi insediamenti a Gerusalemme est continuerà.</p>
<p style="text-align: justify;">
<h3 style="text-align: center;"><span style="color: #095509;">Netanyahu annuncia: gli insediamenti israeliani a Gerusalemme Est andranno avanti lo stesso</span></h3>
<p style="text-align: justify;">Il primo ministro israeliano Benjamin                      Natanyahu è tornato ieri ad assumere un atteggiamento di                      sfida sulla questione degli insediamenti ebraici a Gerusalemme                      est, condannati da tutta la comunità internazionale. &#8221;Le                      costruzioni a Gerusalemme andranno avanti come è stato negli                      ultimi 42 anni&#8221;, ha detto Netanyahu, facendo riferimento                      all&#8217;annessione israeliana della zona est di Gerusalemme conquistata                      dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967. La decisione di Israele                      di costruire nuove colonie a Gerusalemme est «è                      illegale e mette in pericolo e mette in pericolo» la                      ripresa dei colloqui tra israeliani e palestinesi, ha dichiarato                      al Cairo l’alto rappresentante per la Politica estera                      dell’Unione europea, Catherine Ashton. «La posizione                      dell&#8217;UE è chiara: gli insediamenti costituiscono un                      ostacolo per la pace e minano la possibilità di costituire                      due Stati», ha detto Ashton.</p>
<p style="text-align: justify;">
<h3 style="text-align: center;"><span style="color: #b40404;">L&#8217;ambasciatore israeliano a Washington è preoccupato per la crisi tra USA e Israele, ma il Dipartimento di Stato USA getta acqua sul fuoco<br />
</span></h3>
<p style="text-align: justify;">La crisi diplomatica tra Israele e Stati                      Uniti, esplosa dopo l&#8217;annuncio di Tel Aviv del nuovo piano                      edilizio ebraico a Gerusalemme est, &#8221;è la più grave dal                      1975&#8221;. Lo scrive il quotidiano &#8216;Yediot Aharonot&#8217; citando                      l&#8217;ambasciatore israeliano a Washington Michael Oren. L&#8217;ambasciatore                      avrebbe ammesso la gravità della situazione, la più profonda                      da 35 anni a questa parte, nel corso di una conversazione                      telefonica con i consoli israeliani negli Usa. Nel 1975 le                      relazioni tra i due alleati subirono un pesante contraccolpo                      quando l&#8217;allora segretario di Stato Henry Kissinger minacciò di riprendere in considerazione i rapporti con lo Israele                      a causa del rifiuto da parte di Tel Aviv di accettare un piano                      di ritiro delle sue truppe armate dalla Penisola del Sinai                      (insediatesi ai tempi della Guerra dei Sei giorni nel 1967).                      Le tensioni di questi giorni sono iniziate quando Israele                      ha dato luce verde alla costruzione di 1.600 nuove unita&#8217;                      abitative ebraiche a Gerusalemme est. L&#8217;annuncio venne fatto                      martedi&#8217; scorso proprio nel corso della visita del vice presidente                      americano Joe Biden nella regione volta alla promozione dei                      proximity talks, i colloqui indiretti tra israeliani e palestinesi.                      Ma malgrado le controversie fra Washington e Tel Aviv sugli                      insediamenti ebraici a Gerusalemme est, Israele resta un alleato                      strategico degli Stati Uniti ha detto il portavoce del Dipartimento                      di Stato americano, Philip Crowley. &#8221;Il nostro impegno per                      la sicurezza di Israele rimane un punto fermo&#8221;, ha detto                      Crowley, ammettendo che esistono comunque &#8221;motivi di preoccupazione&#8221;                      legati a questioni specifiche.<strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align: center;">
<h3 style="text-align: center;"><span style="color: #095509;">Scontri tra studenti palestinesi e soldati israeliani vicino Gerusalemme</span></h3>
<p style="text-align: justify;">Dieci studenti palestinesi dell&#8217;università                      cisgiordana di Bir Zeit sono stati feriti in scontri con l&#8217;esercito                      israeliano nei pressi del check-point di Atara, fra la Cisgiordania                      e Gerusalemme. Lo hanno reso noto fonti palestinesi, precisando                      che in due sono stati feriti da proiettili. Gli studenti manifestavano                      per &#8220;la difesa di Gerusalemme est&#8221;, la zona araba                      annessa da Israele nel 1967, e contro l&#8217;inaugurazione ufficiale,                      in programma questo pomeriggio, della sinagoga di Hourva,                      nel quartiere ebraico della Città vecchia, considerata                      una provocazione dai palestinesi. L&#8217;ospedale di Ramallah,                      situato nelle vicinanze dell&#8217;università di Bir Zeit,                      ha confermato di aver ricevuto sei studenti, &#8220;due dei                      quali presentavano ferite da arma da fuoco, uno allo stomaco                      e l&#8217;altro al collo&#8221;. Il nosocomio ha precisato che altri                      quattro studenti, fra questi una donna, sono stati feriti                      proiettili di gomma e che altri quattro sono stati medicati                      sul posto dopo essere rimasti leggermente feriti negli scontri.                      L&#8217;esercito dello Stato ebraico ha reso noto, da parte sua,                      il ferimento di quattro palestinesi ma non ha confermato l&#8217;uso                      di proiettili. Secondo una portavoce di Tsahal, un soldato                      israeliano, preso a sassate dagli studenti, è rimasto                      lievemente ferito. La portavoce ha precisato che una settantina                      di palestinesi hanno aggredito a sassaiole i soldati israeliani                      che hanno risposto con &#8220;mezzi anti-sommossa&#8221;.<em><br />
(fonte Afp) </em></p>
<h3 style="text-align: center;"><span style="color: #b40404;">Manifestazioni anti-israeliane a Il Cairo. 15 arresti</span></h3>
<p style="text-align: justify;">La polizia egiziana ha arrestato 15 studenti                      nel corso di una manifestazione nei pressi dell&#8217;Universita&#8217;                      del Cairo organizzata per protestare contro i nuovi insediamenti                      coloniali israeliani a Gerusalemme Est. Lo ha reso noto una                      fonte della sicurezza. Centinaia di studenti hanno manifestato                      oggi in diverse universita&#8217; dell&#8217;Egitto contro il progetto                      edilizio israeliano che prevede la costruzione di 1.600 nuovi                      insediamenti a Gerusalemme est. Gli scontri tra polizia e                      manifestanti e gli arresti sono stati registrati nella sola                      università del Cairo.</p>
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		<title>Nuove colonie, è scontro</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Mar 2010 11:43:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<category><![CDATA[colonie]]></category>
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		<description><![CDATA[di Michele Giorgio
da Il Manifesto
Ashton, in Palestina il 17 marzo, chiede uno stop agli insediamenti  Biden critica l&#8217;annuncio dei 1600 insediamenti. Voci discordanti nel governo
Uno stato palestinese «funzionale, indipendente, non frammentato». È quello che, a dar credito alle parole pronunciate ieri a Ramallah da Joe Biden, gli Stati uniti intenderebbero aiutare a realizzare in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Michele Giorgio<br />
<a href="http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20100311/pagina/08/pezzo/273381/">da <em>Il Manifesto</em></a></p>
<h4>Ashton, in Palestina il 17 marzo, chiede uno stop agli insediamenti  Biden critica l&#8217;annuncio dei 1600 insediamenti. Voci discordanti nel governo</h4>
<p>Uno stato palestinese «funzionale, indipendente, non frammentato». È quello che, a dar credito alle parole pronunciate ieri a Ramallah da Joe Biden, gli Stati uniti intenderebbero aiutare a realizzare in tempi stretti. Le dichiarazioni del vicepresidente Usa si scontrano con la passività che l&#8217;amministrazione Obama mostra verso le politiche di colonizzazione ed occupazione di Israele che stanno affondando la soluzione dei «due stati», come la tanta contestata ultima decisione di costruire altre 1.600 case per coloni ebrei nel settore palestinese di Gerusalemme. <span id="more-1652"></span><br />
«È compito di entrambe le parti creare un&#8217;atmosfera di sostegno per i negoziati e non complicare la situazione», ha avvertito Biden che, allo stesso tempo, si è guardato bene dal chiedere la fine della colonizzazione. Si è lamentato solo per la scelta delle autorità israeliane di autorizzare un altro progetto edilizio, illegale per le risoluzioni internazionali, proprio nei giorni della sua visita nello stato ebraico e in Cisgiordania. «Questo annuncio in coincidenza con il rilancio dei negoziati indiretti, costituisce il genere di misura che mina la fiducia necessaria» per il dialogo israelo-palestinese, ha spiegato Biden, preoccupandosi evidentemente solo delle conseguenze per i «proximity talks», i negoziati indiretti mediati dagli Usa che israeliani e palestinesi avranno nei prossimi mesi con scarse possibilità di successo. «La decisione del governo israeliano di procedere con i progetti di costruzione di nuove unità abitative pregiudica la fiducia di cui abbiamo bisogno ora per iniziare negoziati proficui», ha ripetuto a Ramallah il vicepresidente Usa.<br />
In apparenza quella di ieri è stata una giornata difficile per il governo guidato da Benyamin Netanyahu. L&#8217;Alto rappresentante della politica estera dell&#8217;Ue, Catherine Ashton, ha chiesto a Israele «di frenare decisioni unilaterali e azioni che possano compromettere lo status finale dei negoziati». Ha anche ribadito che «l&#8217;Unione europea considera gli insediamenti illegali rispetto al diritto internazionale». Ashton dovrebbe visitare il Medioriente il 17 marzo e per l&#8217;occasione sarà autorizzata da Israele, «in via eccezionale», ad entrare a Gaza attraverso il valico di Erez. Anche il segretario generale dell&#8217;Onu, Ban Ki-moon, ha condannato la costruzione di 1.600 nuove case a Gerusalemme che mina, ha detto, «tutti gli sforzi per l&#8217;attuazione di un processo di pace». Polemiche legate all&#8217;annuncio dell&#8217;ulteriore sviluppo della colonizzazione sono divampate anche in Israele con critiche sui maggiori media locali e di esponenti dell&#8217;opposizione e della stessa coalizione dei partiti al governo. Netanyahu ha detto di essere stato sorpreso dal comunicato sulle nuove abitazioni diffuso martedì dal ministro dell&#8217;interno, Eli Ishai, che da parte sua ha ammesso, scusandosi, che il momento «non era quello giusto». Il ministro della difesa e leader laburista, Ehud Barak, ha espresso «collera per un comunicato superfluo che turba i negoziati di pace con i palestinesi».<br />
In casa israeliana però non si contesta la legalità del progetto edilizio, anzi. Le critiche si concentrano su di un annuncio fatto al «momento sbagliato». Senza dimenticare che Ehud Barak protesta ma lui stesso ha approvato progetti imponenti per la realizzazione della «grande Gerusalemme» nei Territori Occupati. E in ogni caso Biden ha subito lanciato un messaggio rassicurante agli alleati israeliani. Nel pieno della polemica sulle colonie si è dichiarato «sionista convinto». «Non occorre essere ebrei per sentirsi sionisti», ha spiegato il vicepresidente Usa mentre deponeva una corona di fiori sulla tomba di Theodor Herzl, il padre del movimento sionista.<br />
I colloqui a Ramallah non hanno toccato la questione del pesante blocco israeliano che soffoca Gaza, lasciata al suo destino dopo la devastante offensiva «Piombo fuso» di un anno fa, assieme al suo milione e mezzo di abitanti. La parola Gaza non è uscita di bocca neppure al presidente palestinese Abu Mazen. Niente di positivo per Gaza anche all&#8217;Europarlamento che ieri non ha approvato il rapporto del giudice dell&#8217;Onu Richard Goldstone su «Piombo fuso» e, invece, ha adottato &#8211; su pressione del Congresso ebraico europeo, riferiva ieri il quotidiano Haaretz &#8211; una risoluzione che si limita a chiedere indagini indipendenti a Israele e Hamas sui «presunti crimini di guerra». Proseguono intanto gli arresti di attivisti palestinesi della lotta non violenta contro l&#8217;occupazione. L&#8217;ultimo è il noto accademico Mazin Qumsiyeh che martedì al suo ritorno a casa nel villaggio di Beit Sahour (Cisgiordania) ha trovato ad aspettarlo l&#8217;esercito israeliano.</p>
<h5 style="text-align: center;">A proposito del Rapporto Goldostone vedi su <em>Forum Palestina</em></h5>
<h2 style="text-align: center;"><a href="http://www.forumpalestina.org/news/2010/Marzo10/11-03-10RisoluzioneParlamentoEuropeo.htm">Risoluzione                      del Parlamento europeo sull&#8217;attuazione delle raccomandazioni                      della relazione Goldstone su Israele/Palestina</a></h2>
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		<title>Tel Aviv col dito sul grilletto Peres: fuori l&#8217;Iran dall&#8217;Onu</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Mar 2010 22:26:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>

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		<description><![CDATA[di Michele Giorgio da Il Manifesto
Il vice di Obama prova a frenare la voglia di attacco a Tehran
Joe Biden ribadisce la solidità dell&#8217;alleanza tra Washington e Israele e, soprattutto, proclama che impedire all&#8217;Iran di dotarsi di armi nucleari «rappresenta una priorità per gli Stati Uniti» perché «non c&#8217;è distanza alcuna fra Stati Uniti e Israele [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Michele Giorgio <a href="http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20100310/pagina/08/pezzo/273292/">da Il Manifesto</a></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il vice di Obama prova a frenare la voglia di attacco a Tehran</em></p>
<p style="text-align: justify;">Joe Biden ribadisce la solidità dell&#8217;alleanza tra Washington e Israele e, soprattutto, proclama che impedire all&#8217;Iran di dotarsi di armi nucleari «rappresenta una priorità per gli Stati Uniti» perché «non c&#8217;è distanza alcuna fra Stati Uniti e Israele quando si parla della sicurezza di Israele». <span id="more-1636"></span>Le frasi pronunciare ieri a Gerusalemme dal vicepresidente degli Stati Uniti, in visita nella regione, lasciano sempre aperta la porta a un attacco militare contro le centrali atomiche iraniane, mentre l&#8217;Amministrazione Obama continua a lavorare per estendere e rafforzare le sanzioni internazionali nei confronti di Tehran. E il sostegno che il premier israeliano Benyamin Netanyahu ha dato all&#8217;embargo &#8211; «il regime iraniano sarà costretto a scegliere fra la prosecuzione del proprio programma nucleare e la propria sopravvivenza», ha previsto &#8211; è solo di facciata.<br />
L&#8217;opzione privilegiata di Israele era e resta un raid aereo contro l&#8217;Iran anche se ciò non servirà &#8211; lo dicono gli esperti &#8211; a fermare a lungo il programma nucleare di Tehran e scatenerà una gravissima crisi regionale (e non solo) dalle conseguenze incalcolabili. L&#8217;Iran ha sempre smentito di volersi dotare di ordigni atomici, come sostengono Israele e Usa, e assicurato di voler produrre unicamente elettricità per fronteggiare il suo fabbisogno crescente di energia e il calo della produzione petrolifera previsto nei prossimi anni. Tehran ieri ha espresso l&#8217;auspicio che la Cina, terminale privilegiato delle sue esportazioni petrolifere, non approvi le pesanti sanzioni alle quali stanno lavorando gli Stati Uniti.<br />
Non deve ingannare l&#8217;accoglienza speciale ricevuta da Biden, il più alto rappresentante dell&#8217;Amministrazione Usa a visitare lo Stato ebraico da quando Barack Obama è diventato presidente. In casa israeliana è palpabile l&#8217;insoddisfazione per l&#8217;atteggiamento mantenuto sino ad oggi da Washington nei confronti della questione iraniana giudicato «troppo morbido». Tel Aviv non crede all&#8217;efficacia delle sanzioni. A dimostrarlo ieri, di fatto, è stata anche la richiesta del capo di stato Shimon Peres di accompagnare le sanzioni economiche a «sanzioni di carattere morale». «Una persona come (il presidente iraniano Mahmud) Ahmadinejad &#8211; ha detto Peres &#8211; che invoca la distruzione di Israele non può essere un membro con pieni diritti dell&#8217;Onu». Al sodo è andato il ministro della difesa, Ehud Barak, che ha prima esaltato «l&#8217;impegno diligente degli Usa a rafforzare la nostra superiorità militare» e poi ha avvertito che Israele affronterà le sfide future «tendendo una mano alla pace ma lasciando l&#8217;altra ben ferma con il dito sul grilletto». Secondo l&#8217;analista Gerald Steinberg, del Centro Besa di studi strategici, «gli Usa lasciano la porta aperta all&#8217;opzione militare (contro l&#8217;Iran) e potrebbero far ricorso alla forza, ma la visita di Biden in Israele è volta proprio ad escluderla, almeno per il momento. Israele però ribadisce che non esiterà a lanciare un attacco militare se lo riterrà necessario, con o senza l&#8217;approvazione di Washington».</p>
<p style="text-align: justify;">Nella conferenza stampa con Netanyahu, Biden ha anche espresso compiacimento per la ripresa di negoziati indiretti tra israeliani e palestinesi. Gli Stati Uniti sosterranno sempre, ha affermato il vicepresidente, quanti sono pronti «ad assumere rischi per raggiungere la pace». Nessuno o quasi però crede alle possibilità della navetta diplomatica che effettueranno gli Usa tra Netanyahu e il presidente palestinese Abu Mazen. Lo scetticismo prevale e, peraltro, le trattative cominceranno da zero perché Washington, cedendo di nuovo alle pressioni israeliane, hanno comunicato attraverso l&#8217;inviato George Mitchell che i risultati raggiunti all&#8217;incontro di Annapolis (2007) non avranno valore nei negoziati attuali. Netanyahu si rifiuta di riprendere i colloqui dal punto in cui li aveva lasciati il suo predecessore Ehud Olmert. Biden oggi andrà al quartier generale dell&#8217;Anp a Ramallah per dare un segno dell&#8217;«impegno» americano ma Netanyahu e Abu Mazen sanno che la trattativa è virtuale e si impegneranno soltanto a fare in modo che la responsabilità del fallimento ricada sull&#8217;altro. Intanto è incessante la colonizzazione israeliana. Il ministero dell&#8217;interno ha approvato la costruzione di altri 1.600 alloggi a Gerusalemme est, la zona palestinese della città sotto occupazione israeliana dal 1967.</p>
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		<title>Una crescita nella quale la Palestina possa credere</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Mar 2010 16:34:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Occupazione]]></category>
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		<description><![CDATA[di Sam Bahour
da Guardian.co.uk

 Un grave equivoco è stato messo in circolazione dalla dirigenza palestinese a Ramallah. I mezzi di informazione, le organizzazioni internazionali, i governi stranieri e i palestinesi in generale sono stati portati a credere che il fermento di attività economica nella West Bank rappresenti lo sviluppo economico che porta ad uno stato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Sam Bahour</em></p>
<p><a href="http://www.guardian.co.uk/commentisfree/2010/mar/01/gdp-growth-palestine-hardship">da Guardian.co.uk</a><em><br />
</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong> </strong>Un grave equivoco è stato messo in circolazione dalla dirigenza palestinese a Ramallah. I mezzi di informazione, le organizzazioni internazionali, i governi stranieri e i palestinesi in generale sono stati portati a credere che il fermento di attività economica nella West Bank rappresenti lo sviluppo economico che porta ad uno stato indipendente. Sul campo i fatti riducono in brandelli questo ragionamento, proprio perché Israele continua a microdirigere i frammenti economici del progettato futuro stato della Palestina verso una stagnazione sistemica.<span id="more-1613"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Sento già le voci – “ma essere positivo”, “da qualche parte dobbiamo iniziare”, “stiamo operando unilateralmente verso uno stato”, “ma, l’anno scorso,abbiamo avuto una crescita del PIL del 7%”, ecc. Essere positivi è una cosa, ma essere deliranti ed acquiescenti nei confronti dell’occupazione militare che controlla ogni aspetto importante della nostra vita, soprattutto quello economico, è inaccettabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Non metto in dubbio le buone intenzioni (fatta eccezione per l’occupante) di tutti gi attori economici coinvolti nella promozione di questo equivoco secondo il quale i banchieri occidentali sono su un rapido treno di crescita economica.</p>
<p style="text-align: justify;">La dirigenza palestinese ha lasciato pochissimo, o per nulla, capitale politico, così si è previsto che si concentri sulle attività economiche – cosa che affermo essere molto diversa dallo sviluppo economico rivolto alla costituzione di uno stato. Si aggiunga a questo il fatto che alcuni operatori chiave palestinesi, vale a dire il Primo Ministro Salam Fayyad, hanno già dato inizio alla campagna per le possibili elezioni presidenziali, e si può vedere facilmente la necessità di un’autogiustificazione per partecipare, ogni giorno o due, ad una cerimonia del taglio del nastro.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli israeliani non avrebbero potuto chiedere di più. Con il pretesto dello slogan del primo ministro israeliano di “pace economica”, Israele ha potuto gettare fumo negli occhi del mondo, con il creare fatti irreversibili sul terreno, come le colonie illegali per soli ebrei, e il continuare a premere con tale durezza sulla società palestinese che molti palestinesi stanno emigrando spontaneamente – una cosa che Israele non è riuscito a realizzare completamente con la forza nel corso di diverse vicende belliche, in particolar modo nel 1948 e nel 1967. Questo lento, ma costante esodo sta svuotando la Palestina del suo capitale umano, già fortemente impoverito dalle restrizioni che ci sono state imposte.</p>
<p style="text-align: justify;">La comunità dei donatori, che continua a sostenere generosamente il governo palestinese a Ramallah, inoltre, non può davvero essere accusata di aspettare di avere un assetto economico per giustificare il suo costante sostegno finanziario all’Autorità Palestinese. Gli Stati sono stati politicamente disabili per decenni in quanto sempre in attesa dell’ulteriore segnale politico degli Stati Uniti. La migliore cosa che per loro possa seguire è quella di pretendere  lo sviluppo istituzionale e la riforma all’interno di un contesto di pace economica. La missione di Tony Blair, l’inviato speciale del Quartetto, è esattamente questo: una missione economica e non politica, anche se il Quartetto è una creatura politica (Stati Uniti, Russia, Unione Europea e Nazioni Unite) che porta l’ultimo onere che rimane per affrontare le questioni politiche fondamentali che stanno creando ostacoli ad una risoluzione impegnativa del conflitto.</p>
<p style="text-align: justify;">Le organizzazioni internazionali non sono del tutto da biasimare. Esse hanno solo gli strumenti che usano per misurare le economie di Stati sovrani, del tipo del PIL, del PNL e dei rapporti di crescita. Così, quando devo guidare un’ora di più per raggiungere la mia destinazione, perché Israele ha eretto una barriera di separazione illegale, o quando l’esercito israeliano proibisce che le strade che attraversano la West Bank siano riparate, il che determina un danno costante alla mia auto, tutto ciò rappresenta un grande insieme di informazioni per il GDP [gross domestic product = prodotto interno lordo = PIL, ndt] della Palestina, in quanto consumo più carburante e mi reco al mio centro per la riparazione delle auto con maggiore frequenza. Detto questo, quasi tutte le relazioni che provengono da queste organizzazioni specializzate, come la Banca Mondiale, sono più fedeli alla realtà sul terreno della maggior parte delle altre. Questo può essere mostrato da poche frasi riportate nell’ultima relazione della Banca Mondiale:</p>
<p style="text-align: justify;">“Nel corso del tempo, tuttavia, l’apparato di controllo è diventato gradualmente più sofisticato ed efficace nella sua capacità di interferire e influenzare ogni aspetto della vita palestinese, comprese le opportunità di lavoro, il lavoro e i guadagni. Estensivo e multistrato, l’apparato di controllo comprende il sistema dei permessi, gli ostacoli fisici noti come blocchi, strade limitate, divieti di accesso a gran parte del territorio nella West Bank e più in particolare la barriera di separazione. Essa ha trasformato la West Bank in un insieme frammentato di isole sociali ed economiche o da enclavi tagliate fuori le una dalle altre.”</p>
<p style="text-align: justify;">Potrei andare avanti.</p>
<p style="text-align: justify;">I fatti se ne stanno alla piena luce del giorno per coloro che sono disposti a scovarli. L’occupazione militare israeliana è viva e vegeta in ogni rientranza e fessura di Gaza e della West Bank, specialmente a Gerusalemme. Il 40 per cento della nostra popolazione sotto occupazione a Gaza sta venendo strangolata di proposito. Il 60 per cento della nostra popolazione totale – rifugiati e quelli della diaspora – non è nemmeno nella coscienza delle menti della maggior parte degli attori.</p>
<p style="text-align: justify;">L’attività economica, nella quale sono coinvolto (e di cui sono fiero) sta sviluppandosi e la cosa in sé e per sé non dovrebbe essere una novità. Inoltre,  essa non dovrebbe essere sommata come sviluppo economico. Si, i palestinesi si svegliano ogni mattina per andare al lavoro proprio come nel resto del mondo, nonostante le restrizioni economiche più strangolanti che essi  abbiano mai affrontato.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia, da nessuna parte è reperibile uno sviluppo economico e una crescita che siano degni di un aumento che li rapporti all’economia di un futuro stato. Come potrebbe essere? Tutti gli aspetti chiave di una vera economia sono saldamente nelle mani di Israele, la nostra occupante. Israele, da sola, detiene le leve per la nostra acqua, del movimento, dell’accesso, tutti i confini, lo spazio aereo, l’elettricità, lo spettro elettromagnetico, solo per citare alcuni casi. Un nuovo edificio a Ramallah, o 100 per quella questione, servono per belle cerimonie di taglio del nastro, ma sono tanto lontani dalla costruzione di uno stato economico quanto il torto lo è dal giusto.</p>
<p style="text-align: justify;">L’altro giorno, un amico israeliano mi fece notare un modo diverso di guardare che cosa c’è sul tavolo. Essere positivo, sono disponibile ad accettare la “pace economica” di Benjamin Netanyahu quando lui e il suo paese si comporteranno seriamente a proposito del rilascio delle risorse economiche della Palestina sulle quali detengono il pieno controllo. In mancanza di ciò, noi palestinesi continueremo a raccogliere i pezzi della nostra vita, fino a che non arriverà il giorno inevitabile della resa dei conti, quando Israele dovrà guardare se stessa in uno specchio ed accettare ciò che vi vedrà come una realtà – uno stato di Apartheid.</p>
<p style="text-align: justify;"><em> traduzione di Mariano Mingarelli</em><a href="http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=1824:una-crescita-nella-quale-la-palestina-possa-credere&amp;catid=23:interventi&amp;Itemid=43"> Associazione Amicizia Italo-Palestinese</a><em><br />
</em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>&#8230;da che parte stanno gli stati arabi?</title>
		<link>http://www.palestinalibera.org/2010/02/da-che-parte-stanno-gli-stati-arabi/</link>
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		<pubDate>Thu, 18 Feb 2010 11:00:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Stati arabi]]></category>
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		<description><![CDATA[Iran                      e questione nucleare: da che parte stanno gli stati arabi                      ?
da Forum [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;"><span style="color: #b40404;"><strong>Iran                      e questione nucleare: da che parte stanno gli stati arabi                      ?</strong></span></h3>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.forumpalestina.org/news/2010/Febbraio10/17-02-10IranQuestioneNucleare.htm"><em>da Forum Palestina</em></a></p>
<p style="text-align: justify;">Le difficoltà negoziali in merito                      alla questione nucleare iraniana sembrano spingere in questi                      giorni gli Stati Uniti ed altri paesi occidentali a mobilitarsi                      per imporre nuove sanzioni all’Iran. Tuttavia non vi                      è un accordo unanime a livello internazionale: a coloro                      che vogliono imporre pesanti sanzioni, e che addirittura non                      escludono un intervento militare qualora queste ultime dovessero                      rivelarsi inefficaci, si contrappongono altri (fra cui la                      Russia) che propongono sanzioni volte a colpire esclusivamente                      il programma nucleare e che continuano a non escludere l’approccio                      negoziale, ed altri ancora (fra cui la Cina) che ritengono                      che la strada del dialogo e della paziente trattativa diplomatica                      sia l’unica percorribile.<span id="more-1414"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Ma qual è la posizione dei paesi arabi                      rispetto alla questione nucleare iraniana?</p>
<p style="text-align: justify;">Va detto subito che la questione nucleare                      è solo uno degli elementi che influenzano l’andamento                      dei rapporti arabo-iraniani, e in alcuni casi nemmeno il principale.                      Ciò del resto è vero anche per altri paesi a                      livello internazionale, sebbene la concentrazione mediatica                      sul programma nucleare iraniano sembri quasi suggerire che                      esso sia l’unico elemento a determinare i rapporti fra                      l’Iran e il resto del mondo. Forse tre titoli apparsi                      in queste ultime settimane sui giornali arabi possono ben                      riassumere il dilemma in cui si trovano gli arabi rispetto                      all’Iran: “Se alla ‘Repubblica’ viene                      preferita la ‘Rivoluzione’”, “Il silenzio                      arabo non può sostituire una linea politica nei confronti                      di un Iran travagliato”, e “L’interrogativo                      dei momenti difficili: con l’Iran… o con Israele?”.</p>
<p style="text-align: justify;">Il primo titolo, relativo ad una articolo                      apparso sul quotidiano “Dar al-Hayat”, riassume                      la principale accusa che viene rivolta da alcuni governi arabi                      – ed in particolar modo dai cosiddetti regimi arabi                      “moderati” – alla Repubblica Islamica iraniana.                      Quest’ultima emerse dalla Rivoluzione che nel 1979 depose                      lo scià, ma molti arabi accusano il regime iraniano                      di aver preferito continuare a promuovere un’ideologia                      rivoluzionaria, tentando di “esportare” la Rivoluzione                      Islamica nei paesi limitrofi, invece di dedicarsi al rafforzamento                      delle istituzioni della nuova “Repubblica”.</p>
<p style="text-align: justify;">Il timore che la Rivoluzione sciita del 1979                      potesse essere esportata anche nei paesi arabi fu alla base                      del sostegno che questi ultimi diedero quasi unanimemente                      all’Iraq di Saddam Hussein nel corso della sanguinosa                      ed estenuante guerra Iran-Iraq scoppiata nel 1980, all’indomani                      della Rivoluzione, e protrattasi per otto anni. Tale conflitto                      è comunemente noto in Iran come la “Guerra Imposta”,                      ovvero una guerra subita a causa dell’aggressione di                      Saddam Hussein.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa guerra, che ha dissanguato due paesi,                      è alla radice della diffidenza e dei risentimenti che                      esistono ancora oggi fra l’Iran e molti paesi arabi.</p>
<p style="text-align: justify;">Paesi come l’Arabia Saudita, l’Egitto                      e la Giordania accusano l’Iran di far leva sulle minoranze                      sciite nel mondo arabo – in Libano, in Iraq, ma anche                      nella penisola araba (paesi come lo Yemen, il Bahrein e l’Arabia                      Saudita presentano tutti al loro interno cospicue minoranze                      sciite) – e sui movimenti della “resistenza araba”                      (Hamas e Hezbollah) per promuovere la propria influenza regionale                      a scapito dei regimi al potere nei paesi arabi.</p>
<p style="text-align: justify;">L’allarme sulla minaccia rappresentata                      dal possibile emergere di una “mezzaluna sciita”                      estesa dalla penisola araba alla Palestina, passando per l’Iraq                      e il Libano, fu lanciato nel 2003 dal re giordano Abdullah                      II , poco prima dell’invasione americana dell’Iraq.                      La tesi sostenuta da Abdullah, ma anche da altri, era che                      il rovesciamento di Saddam avrebbe consegnato l’Iraq                      agli sciiti iracheni, politicamente vicini all’Iran.</p>
<p style="text-align: justify;">Molto spesso la contrapposizione fra i regimi                      arabi “moderati” e l’Iran viene descritta                      in termini settari, ovvero come una contrapposizione tra sciiti                      e sunniti. Ciò vale in particolare nel contesto della                      rivalità tra Teheran e Riyadh. Il regime saudita, in                      qualità di custode dei luoghi santi dell’Islam                      alla Mecca e a Medina, si erge a difensore dell’ortodossia                      sunnita contro quella che la stampa saudita spesso indica                      genericamente come la “minaccia sciita”.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo molti osservatori, questa descrizione                      nasconde però una realtà diversa, e cioè                      il fatto che i motivi di contrasto sono politici più                      che religiosi, ed hanno a che fare con questioni di supremazia                      regionale. Tale descrizione inoltre rischia di determinare                      un approccio negativo dei regimi arabi nei confronti delle                      minoranze sciite presenti all’interno dei loro paesi                      (a maggioranza sunnita). Tali minoranze sono da sempre parte                      integrante del mondo arabo, e costituiscono un elemento della                      storia di questi paesi, e non un corpo estraneo manovrato                      da potenze non arabe (ovvero dall’Iran). Del resto,                      come hanno rilevato alcuni, proprio il fatto che queste minoranze                      spesso sono discriminate le rende più facilmente preda                      di influenze esterne.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è chi ha fatto notare che                      un discorso analogo vale per i movimenti della “resistenza                      araba” (e in particolare per Hamas) e per le correnti                      islamiche nel mondo arabo. Hamas è un movimento sunnita                      palestinese i cui legami con l’Iran si sono rinsaldati                      a seguito dell’isolamento in cui questo movimento è                      venuto a trovarsi all’indomani della sua vittoria elettorale                      in Palestina nel 2006. Il governo costituito da Hamas fu boicottato                      anche dai paesi arabi “moderati”, oltre che da                      Israele, dagli Stati Uniti e dall’Europa, e ciò                      lo spinse a cercare appoggi altrove.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche i Fratelli Musulmani sono spesso accusati                      da alcuni governi arabi di essere “agenti” dell’Iran.                      Ma, se è vero che i Fratelli Musulmani egiziani e palestinesi                      (Hamas è considerato un prodotto di questa corrente                      islamica) hanno spesso posizioni vicine a quelle di Teheran,                      ciò è dovuto essenzialmente al fatto che il                      regime iraniano si erge a difensore della causa palestinese.                      I Fratelli Musulmani nei paesi arabi del Golfo (e recentemente                      anche in Siria) si sono invece spesso mostrati infastiditi                      dalle ingerenze iraniane negli affari interni dei loro rispettivi                      paesi.</p>
<p style="text-align: justify;">Da queste osservazioni emerge come non vi                      sia necessariamente un rapporto simbiotico fra i movimenti                      della “resistenza” e i movimenti islamici nel                      mondo arabo da un lato, e l’Iran dall’altro. Alcuni                      commentatori arabi hanno sostenuto che, se è vero che                      l’Iran tenta di far leva su queste forze per promuovere                      la propria influenza nella regione, è altrettanto vero                      che ciò è reso possibile dalle debolezze interne                      dei paesi arabi, dove alcune minoranze (in particolare sciite)                      sono discriminate, e dove i movimenti politici di opposizione                      vengono repressi da regimi non democratici. Questi regimi                      reagiscono con durezza alle “ingerenze” iraniane                      proprio perché tali ingerenze vanno a sostegno di movimenti                      che minacciano il loro potere assoluto.</p>
<p style="text-align: justify;">Da quanto detto, si vede come le posizioni                      nei confronti dell’Iran siano molto diversificate all’interno                      del mondo arabo, sia tra i regimi da un lato ed i movimenti                      di opposizione dall’altro, sia tra i governi di diversi                      paesi. Se i cosiddetti regimi arabi “moderati”                      hanno un rapporto antagonistico con Teheran, un paese come                      la Siria ha con il regime iraniano un’alleanza ormai                      trentennale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma anche fra gli stessi paesi arabi del Golfo                      le posizioni nei confronti dell’Iran sono tutt’altro                      che univoche. Ciò è dovuto al fatto che molti                      di questi paesi hanno stretti rapporti economici e commerciali                      con l’Iran, dalle cui coste sono separati soltanto da                      pochi chilometri di mare. Il Qatar condivide con l’Iran                      l’enorme bacino gassifero di Pars; Dubai intrattiene                      stretti rapporti finanziari con Teheran ed ha al suo interno                      un’influente comunità di iraniani espatriati;                      il Kuwait, che ancora ricorda l’invasione irachena del                      1990, condivide con il regime iraniano l’interesse ad                      impedire la rinascita di un Iraq forte.</p>
<p style="text-align: justify;">Se è vero che tutti i paesi arabi                      del Golfo temono un Iran dotato di armi nucleari, essi non                      hanno però elaborato una strategia politica comune                      per affrontare la questione nucleare iraniana, a causa dei                      loro interessi spesso contrastanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa situazione è ben riassunta                      dal secondo titolo (apparso sul quotidiano “The National”                      degli Emirati Arabi Uniti) a cui abbiamo accennato all’inizio:                      “Il silenzio arabo non può sostituire una linea                      politica nei confronti di un Iran travagliato”.</p>
<p style="text-align: justify;">In altre parole, se molti arabi hanno la                      consapevolezza che il silenzio arabo – ovvero l’assenza                      di una linea politica definita nei confronti della questione                      nucleare iraniana – non può che danneggiare gli                      interessi arabi, d’altra parte nessuno sa come arrivare                      ad una linea politica comune.</p>
<p style="text-align: justify;">Tralasciando coloro che non temono un Iran                      nucleare (eventualmente in possesso di armi atomiche), che                      pure hanno un peso politico non irrilevante nel mondo arabo,                      coloro che vogliono fermare il programma nucleare iraniano                      si trovano di fronte a un dilemma di difficile soluzione.</p>
<p style="text-align: justify;">La possibilità di un intervento militare                      è l’ultima opzione da prendere in considerazione                      (soprattutto per i paesi arabi del Golfo) a causa dei rischi                      enormi che esso comporterebbe. In caso di attacco militare,                      l’Iran minaccia infatti di chiudere lo stretto di Hormuz                      bloccando il traffico petrolifero, ed è inoltre in                      grado di colpire militarmente la penisola araba. Alcuni non                      escludono che Teheran possa colpire anche attraverso i suoi                      alleati nella regione (Hezbollah in Libano, Hamas in Palestina,                      e forse anche la Siria). Ciò potrebbe scatenare una                      guerra regionale di fronte alla quale nessuno sa come reagirebbero                      le masse arabe.</p>
<p style="text-align: justify;">Un intervento militare contro Teheran, dunque,                      non solo minaccerebbe direttamente i paesi della penisola                      araba, ma metterebbe a dura prova la stabilità dei                      regimi arabi in generale.</p>
<p style="text-align: justify;">Per altro verso, nessuno nel mondo arabo                      fa molto affidamento su un cambio di regime in Iran. Il leader                      dell’opposizione iraniana Mir Hossein Mussavi ha dimostrato                      di non essere meno determinato di Ahmadinejad in merito alla                      prosecuzione del programma nucleare iraniano. Se nei paesi                      arabi alcuni sperano che un Iran più democratico farebbe                      meno leva su alleati regionali come Hamas e Hezbollah, altri                      temono che un regime iraniano minacciato sul fronte interno                      metterebbe in atto una strategia offensiva a livello regionale                      nel tentativo di soffocare il dissenso interno, mobilitando                      il paese contro una minaccia esterna.</p>
<p style="text-align: justify;">Resta la via negoziale, e quella che prevede                      l’applicazione di sanzioni. Ma, premesso che le sanzioni                      difficilmente convinceranno l’Iran a rinunciare al proprio                      programma nucleare senza ricevere nulla in cambio, entrambe                      queste strade portano a due scenari egualmente poco allettanti                      per molti paesi arabi, e soprattutto per i paesi del Golfo:                      la necessità di convivere con un Iran nucleare qualora                      i negoziati e le sanzioni fallissero (cosa che determinerebbe                      una corsa al riarmo nella regione, ed una dipendenza ancora                      più accentuata di questi paesi dagli Stati Uniti sotto                      il profilo della sicurezza), oppure un grande accordo fra                      l’Iran e gli USA (accordo che rischierebbe di anteporre                      gli interessi economici dell’Iran a quelli degli arabi                      agli occhi di Washington).</p>
<p style="text-align: justify;">In entrambi i casi, i paesi arabi (soprattutto                      i paesi petroliferi del Golfo) rischiano di vedere ulteriormente                      ridimensionato il loro peso politico e accresciuta la loro                      dipendenza da potenze esterne: la superpotenza americana e                      la potenza regionale iraniana.</p>
<p style="text-align: justify;">Ovviamente non la pensano così coloro                      che nel mondo arabo ritengono di essere già ostaggio                      di Washington e della minaccia rappresentata dall’arsenale                      nucleare di Israele. Costoro ritengono che Washington e Tel                      Aviv in realtà non temano soltanto le ambizioni nucleari                      di Teheran, ma l’alleanza regionale che oltre all’Iran                      comprende la Siria, Hamas e Hezbollah, e che si oppone ad                      Israele minacciandone il primato militare e mettendo in pericolo                      l’egemonia americana nella regione.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo costoro, la mobilitazione israelo-americana                      contro l’Iran mira non soltanto a domare il regime di                      Teheran, ma anche a distruggere questa alleanza regionale.</p>
<p style="text-align: justify;">Bisogna poi chiedersi se il regime iraniano                      sia realmente in grado di portare avanti il proprio programma                      nucleare. Alla luce delle difficoltà tecniche che Teheran                      sembra incontrare in questo momento, nel mondo arabo vi sono                      coloro che affermano che tutta l’insistenza di Tel Aviv                      e Washington sulla presunta “minaccia” rappresentata                      da una quanto mai remota bomba nucleare iraniana serva solo                      a permettere ad Israele di non affrontare il processo di pace                      israelo-palestinese – e le dolorose concessioni che                      esso comporterebbe – con il pretesto di dover affrontare                      il “nemico” iraniano.</p>
<p style="text-align: justify;">Agli occhi di costoro, un Iran nucleare,                      lungi dal rappresentare un fattore di destabilizzazione della                      regione, potrebbe invece contribuire a contenere l’aggressività                      di Israele, e addirittura spingere Tel Aviv a cercare la pace                      con i suoi vicini risolvendo la questione palestinese.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla luce di queste posizioni contrastanti                      nel mondo arabo, è evidente che un inasprimento della                      crisi iraniana, determinato dall’imposizione di pesanti                      sanzioni o addirittura dalla minaccia di un intervento militare,                      è destinato a esacerbare le contrapposizioni ed il                      clima di conflitto nei paesi arabi – paesi già                      aspramente polarizzati dalle guerre e dalle tensioni dell’era                      Bush. Il rischio a cui va incontro il mondo arabo nell’eventualità                      di un’escalation della crisi è ben sintetizzato                      dal terzo titolo (apparso sul quotidiano libanese “al-Safir”)                      a cui abbiamo fatto riferimento all’inizio: “L’interrogativo                      dei momenti difficili: con l’Iran… o con Israele?”.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo dilemma riassume, secondo alcuni,                      il vicolo cieco in cui si trovano quei paesi arabi che per                      opporsi all’Iran finirebbero per schierarsi inevitabilmente                      con l’asse israelo-americano, ancora una volta a scapito                      della questione palestinese e degli interessi arabi in generale.</p>
<p style="text-align: justify;">Come afferma l’articolo del quotidiano                      libanese, questo interrogativo potrebbe imporsi al prossimo                      vertice arabo previsto in Libia alla fine di marzo. Se ciò                      dovesse accadere, potrebbero riemergere e riacutizzarsi tutte                      le crisi che hanno lacerato il mondo arabo in questi anni,                      con possibili ripercussioni in Iraq (dove già le tensioni                      settarie sono alle stelle in vista delle elezioni di marzo),                      in Libano (un paese che già adesso sembra avviarsi                      verso una rinnovata paralisi istituzionale) e in Palestina                      (dove prosegue l’assedio di Gaza, e non sembrano esservi                      speranze di una riconciliazione tra Fatah e Hamas in tempi                      brevi).</p>
<p style="text-align: justify;">Qualcuno potrebbe osservare che gli arabi                      probabilmente non hanno nulla da guadagnare né schierandosi                      con gli USA e Israele, né schierandosi con l’Iran.                      Essi potrebbero trarre vantaggio solo da una posizione araba                      ferma e unitaria che salvaguardi gli interessi arabi. Ma una                      posizione araba comune attualmente appare come una possibilità                      quanto mai remota.</p>
<p><em>dal sito www.medarabnews.com </em></p>
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		<title>Intervista a Gideon Levy</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Feb 2010 19:39:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Gaza]]></category>
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		<category><![CDATA[Occupazione]]></category>
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		<description><![CDATA[ 
«Come parlare di pace e costruire colonie?» Israele non è una democrazia. Salvo che per gli Ebrei !
Gideon Levy, 22.12.2010 Fonte: L&#8217;Humanité &#8211; Colloquio con Gideon Lévy di Françoise Germain-Robin

Nato nel 1955, a Tel-Aviv, giornalista israeliano e membro della direzione del quotidiano Haaretz, Gideon Levy denuncia implacabilmente le violazioni commesse contro i Palestinesi e il ricorso [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --> <!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } 		A:link { color: #0000ff } --></p>
<h3 style="text-align: center;"><span style="color: #b40404;"><strong>«Come parlare di pace e costruire colonie?» Israele non è una democrazia. Salvo che per gli Ebrei !</strong></span></h3>
<p style="text-align: center;"><em>Gideon Levy, 22.12.2010 Fonte: <a href="http://www.humanite.fr/2010-02-02_International_Gideon-Levy-Comment-parler-de-paix-et-construire-des">L&#8217;Humanité</a> &#8211; Colloquio con Gideon Lévy di Françoise Germain-Robin</em></p>
<p style="text-align: center;"><em><span id="more-1399"></span></em></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.palestinalibera.org/wp-content/media/GLevy.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1401" title="GLevy" src="http://www.palestinalibera.org/wp-content/media/GLevy.jpg" alt="" width="176" height="238" /></a>Nato nel 1955, a Tel-Aviv, giornalista israeliano e membro della direzione del quotidiano Haaretz, Gideon Levy denuncia implacabilmente le violazioni commesse contro i Palestinesi e il ricorso sistematico ad una violenza che disumanizza i popoli, aizzati l’uno contro l’altro. Gideon Levy occupa un posto particolare nella stampa israeliana, quello dell’imprecatore. I suoi editoriali e le sue cronache nel quotidiano Haaretz sono altrettanti atti d’accusa contro la politica di occupazione e colonizzazione del suo paese, Israele, contro i territori palestinesi. E’ uno dei pochi giornalisti che si sono espressi contro la guerra a Gaza.</p>
<p style="text-align: justify;">Di passaggio a Parigi, dove presentava la raccolta di suoi articoli pubblicata da Éric Hazan [1], ha dedicato un ampio spazio di tempo a L’Humanité.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>- Quando leggiamo i suoi articoli, ci diciamo che lei va giù pesante nella critica ad Israele, molto più di quanto non possa permettersi la maggior parte dei giornalisti francesi.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Lo so, una volta ho rilasciato un’intervista a TF1 e dopo il giornalista mi ha telefonato per scusarsi di non poter diffondere i miei discorsi perché se lo avesse fatto sarebbe stato accusato di antisemitismo e avrebbe avuto delle noie. Io ho la fortuna di essere in un giornale che mi lascia piena libertà e mi ha sempre sostenuto, anche se capita spesso che dei lettori protestino e anche disdicano l’abbonamento a causa dei miei articoli.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>- Siete molti in questa situazione?</em></p>
<p style="text-align: justify;">Non sono proprio l’unico, ma quasi. C’è anche Hamira Hass. Oltre a noi due, non vedo altri.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>- C’era anche Amnon Kapeliouk, che era un grande amico, ed è morto l’estate scorsa.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Si, lui aveva aperto la strada molto prima di me. Lui era a Yediot Aharonot, ma non scriveva più in questi ultimi anni. Collaborava ancora con Le Monde Diplomatique. Una settimana prima della sua morte ha chiesto di parlarmi e io gli ho telefonato, ma il suo spirito non c’era già più.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>- Perché lei occupa uno spazio così particolare? E’ a causa della sua formazione?</em></p>
<p style="text-align: justify;">No. C’è un unico motivo per il mio atteggiamento. Alla fine degli anni ’80, al tempo della prima Intifada, ho cominciato a visitare i territori occupati, la Cisgiordania e la Striscia di Gaza. Settimana dopo settimana, ho capito che si svolgeva un dramma, ma un dramma del quale nessuno in Israele voleva sentir parlare. Se non fossi andato nei territori occupati a quel tempo, non sarei diventato quel che sono. Sarei come la maggioranza degli Israeliani.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>- Il suo ambiente familiare è di sinistra?</em></p>
<p style="text-align: justify;">Assolutamente no. A differenza di Hamira Hass, la cui famiglia era comunista, io vengo da una famiglia totalmente apolitica. I miei genitori venivano dall’Europa e appartenevano alla classe media. Mio padre era un Tedesco dei Sudeti, un tipico rifugiato. Ha vissuto sessant’anni in Israele senza riuscire a trovare il suo posto. Aveva lasciato tutto laggiù, la sua vita, i suoi genitori, la sua fidanzata. Aveva studiato diritto ma non ha potuto praticarlo in Israele, era troppo diverso. Ha lavorato in una fattoria. Ma non parlava mai di tutto questo. Aveva chiuso la porta del passato e non voleva affatto riaprirla. Era traumatizzato dall’esilio. Ha incontrato mia madre in Israele. Lei era nata in Cecoslovacchia ed era venuta nel 1939, all’età di sedici anni. Si sono incontrati nel 1945. Lei era infermiera, ma non ha mai esercitato. Si parlava tedesco in casa mia, ma non si parlava né del passato né di politica.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>- Dov’è nato?</em></p>
<p style="text-align: justify;">A Tel-Aviv. Amo questa città. E’ la mia città. Vi succedono molte cose, è molto viva. E’ contemporaneamente una Babele  e una bolla. Ho bisogno di questa bolla per riprendermi quando torno dai territori, a differenza di Hamira Hass che vive a Ramallah e detesta Tel-Aviv. Io, ne ho bisogno. Della sua agitazione, dei suoi caffè, della sua cultura, della sua atmosfera. Molti di quelli che vengono a manifestare la loro solidarietà con i Palestinesi non vanno mai a Tel-Aviv, si accontentano di passare per l’aeroporto. Fanno male. E’ molto diverso da Gerusalemme, dove la tensione è continua: tra Askenaziti e Sefarditi, tra laici e religiosi, con i Palestinesi. Ovunque uno si volti, a Gerusalemme, sente l’occupazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><em> &#8211; Com’è diventato giornalista?<br />
</em></p>
<p style="text-align: justify;">Era uno dei miei sogni da bambino: volevo essere autista di bus, primo ministro o giornalista! Così ho fatto Scienze &#8211; politiche e durante il servizio militare ho lavorato per la televisione dell’esercito. Poi ho fatto un’incursione in politica, lavorando per Shimon Peres. Questo è durato dal 1978 al 1982, a 16 ore al giorno! All’epoca Peres era il capo dell’opposizione, avevo fiducia in lui.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora so che ha una grandissima responsabilità nella colonizzazione e in molte cattive cose. Mostra al mondo una bella immagine di Israele, ma è un bluff. Non ha meritato il Nobel per la pace. Come si può parlare di pace e al tempo stesso costruire colonie? E’ quel che si sta facendo ed è proprio lui che ha cominciato: era ministro della difesa quand’è stata costruita la prima colonia ad Hebron e lui ha lasciato fare. Chiunque costruisca colonie non vuole la pace, non può essere un uomo di pace.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>- Come spiega che la colonizzazione sia proseguita dopo gli accordi di Oslo, che si riteneva conducessero alla pace?</em></p>
<p style="text-align: justify;">Perché non c’era una sola parola sulle colonie in quegli accordi. E’ uno dei motivi del loro fallimento. Penso che sia un grosso errore di Arafat non aver preteso l’arresto della costruzione di colonie. E’ un errore che capisco, perché voleva arrivare a qualcosa che fosse basato sulla fiducia reciproca, vedeva quello come un primo passo. Ma è un errore storico, perché, all’epoca, sarebbe stato più facile che adesso smantellare le colonie: ce n’erano molte meno, neanche la metà.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>- Che cosa pensa di questa frase di Mofaz [2] che dice che i suoi articoli su Haaretz provano che Israele è una democrazia?</em></p>
<p style="text-align: justify;">Non ho sentito questa frase. Ma non è una prova, e Israele non è una democrazia. Salvo che per gli Ebrei! Come ebreo è vero, ho tutta la libertà di scrivere ciò che voglio. Senz’altro più di quanta ne avrei in Europa. Non sono sicuro che se fossi stato cittadino di un paese europeo in guerra, mi avrebbero lasciato pubblicare un articolo contro la guerra fin dal primo giorno. E’ quel che ho fatto l’anno scorso, nel primo giorno della guerra contro Gaza.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>- Dove nasce questo suo proclamato amore per Gaza? E’ abbastanza controcorrente in Israele.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Ciò che amo, è il popolo di Gaza. E’ un popolo che trovo molto bello. Perché ha sofferto tanto, da tanto tempo, e ha saputo, dentro questa miseria e queste umiliazioni che gli sono state imposte, conservare la sua dignità e la sua umanità. La maggior parte degli abitanti di Gaza sono rifugiati del 1948, non bisogna dimenticarlo. Hanno vissuto per decenni cose orribili e non si sono abbattuti. Non sono dei grandi combattenti &#8211; e in ogni caso cosa possono fare contro la potenza dell’esercito israeliano? Ma loro resistono, cercando, malgrado tutto ciò che devono sopportare, di condurre una vita normale. In questo grande campo di concentramento che è la striscia di Gaza, loro sono molto poveri, ma restano umani e calorosi. Sono rinchiusi, ma restano aperti agli altri.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>- Come spiega che abbiano votato in maggioranza per Hamas  ?<br />
</em></p>
<p style="text-align: justify;">Perché erano delusi da Fatah e dall’OLP, che non avevano portato la pace promessa, né la sicurezza, né la fine dell’occupazione. Hamas era l’unica alternativa. I dirigenti di Hamas si presentavano come più puliti. Si attribuivano l’immagine di veri resistenti, mentre Fatah continuava ad accettare negoziati senza contenuto, “per l’immagine”, con Israele. A mio avviso, molti hanno votato per Hamas con rincrescimento, per disperazione, perché vedevano nero per il futuro.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>- E lei, come lo vede lei?<br />
</em></p>
<p style="text-align: justify;">Nero, e anche molto nero. Non solo per i Palestinesi. Anche per noi, Israeliani. Non ci sono prospettive, perché Israele non ha pagato alcun prezzo per l’occupazione e la colonizzazione dei territori palestinesi. Perciò, questo continuerà. Non c’è sufficiente pressione perché questo cambi, né dall’interno, dove l’area pacifista è molto debole, né dall’esterno. Obama non è riuscito a piegare Netanyahu e si disinteressa della questione. L’Europa lo segue e non fa niente. L’Europa porta una responsabilità molto pesante per quanto è capitato a Gaza e nella prosecuzione del blocco che strangola un milione e mezzo di Palestinesi. Essa aveva loro promesso che il blocco sarebbe stato tolto, che ci sarebbero stati fondi e mezzi per la ricostruzione. Continua a non esserci niente e Gaza è di nuovo completamente dimenticata. Ci vorranno di nuovo dei Qassam perché qualcuno se ne interessi? E’ questo che è terribile.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>- Non c’è speranza di vedere la giustizia internazionale occuparsene, dopo il rapporto Goldstone ?<br />
</em></p>
<p style="text-align: justify;">No, gli Stati Uniti lo bloccheranno. Il rapporto dice che ci sono stati crimini di guerra, il che significa che ci sono dei criminali di guerra. Normalmente, dovrebbe essere Israele a giudicarli, come chiede il rapporto stesso. Ma Israele rifiuta e quindi deve essere il mondo a farlo. Dov’è oggi quel mondo che ha applaudito il giudice Goldstone quando si occupava dei Balcani e del Rwanda? Perché l’atteggiamento è così diverso quando si tratta di Israele? Eppure è lo stesso giudice, con la stessa competenza e la stessa serietà. Ma gli Americani non lo lasceranno andare fino in fondo perché sostengono Israele e perché hanno paura per se stessi, a causa dei loro propri crimini in Iraq e in Afghanistan.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>- Che ne è dei negoziati per lo scambio del soldato Shalit contro prigionieri palestinesi, tra i quali  Marwan Barghouti e forse anche Salah Hamouri  ?</em></p>
<p style="text-align: justify;">Ricordo che ci sono 11.000 prigionieri palestinesi nelle nostre prigioni, che in maggioranza, come Salah Hamouri, non hanno fatto niente e sono prigionieri politici. Per quanto riguarda Barghouti, non sono sicuro che Israele accetti di liberarlo. Netanyahu lo considera una minaccia perché può diventare un partner per la pace. Io lo conosco molto bene. Siamo andati insieme a Strasburgo e in Spagna dopo Oslo. E’ un vero uomo di pace, ma ha sempre detto: “Se voi non volete smetterla con l’occupazione, noi condurremo la lotta armata” Credo che solo lui sia capace di riunificare i Palestinesi, ma non sono sicuro che Abu Mazen ci tenga molto a vederlo libero.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>- Il suo pessimismo è quindi totale?</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em>No. Credo che si debba essere realisti e credere ai miracoli. E anche che si debba agire, che si debba continuare a disturbare Israele, a punzecchiare la sua pelle d’elefante moltiplicando le campagne di solidarietà, svegliando l’opinione pubblica.<span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: x-small;"> </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: x-small;"><br />
</span></span><span style="font-family: Arial,sans-serif;"><span style="font-size: xx-small;"><em>[1] Gaza, articoli per Haaretz, 2006-2009, di Gideon Levy, tradotti dall&#8217;ebraico da Catherine Neuve-Eglise. Éditions la Fabrique, 240 p.<br />
[2] Shaul Mofaz, generale, già ministro della Difesa ed ex capo di stato maggiore sotto Sharon, oggi è il numero due del partito Kadima di Tzipi Livni. E’ autore di un piano di pace che prevede la creazione provvisoria di uno Stato Palestinese, le cui frontiere diventerebbero definitive entro tre anni.</em></span></span></p>
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		<title>&#8230;l&#8217;ultima risorsa rinnovabile è la PAURA</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Feb 2010 17:46:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<category><![CDATA[high tech]]></category>
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		<description><![CDATA[un articolo ancora attuale da l&#8217;Espresso (segnalazione di P. Canarutto)
Israele bunker high tech
di Naomi Klein
Seppure in stato di guerra, il Paese conosce un grande boom economico. Grazie alle tecnologie sviluppate per difendere il suo territorio. Che ora vende in tutto il mondo
Gaza nelle mani di Hamas e miliziani incappucciati sulla poltrona del presidente. La Cisgiordania [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">un articolo ancora attuale da l&#8217;<a href="http://espresso.repubblica.it/dettaglio/israele-bunker-high-tech/1664056//0">Espresso</a> (segnalazione di P. Canarutto)</p>
<h2 style="text-align: center;">Israele bunker high tech</h2>
<p style="text-align: left;"><em>di Naomi Klein</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong>Seppure in stato di guerra, il Paese conosce un grande boom economico. Grazie alle tecnologie sviluppate per difendere il suo territorio. Che ora vende in tutto il mondo</strong></em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><strong><span id="more-1332"></span></strong></em>Gaza nelle mani di Hamas e miliziani incappucciati sulla poltrona del presidente. La Cisgiordania al collasso. L&#8217;esercito israeliano che in tutta fretta predispone accampamenti sulle Alture del Golan. Un satellite spia che sorvola Iran e Siria. Il rischio di una guerra contro gli Hezbollah a breve scadenza. Una classe politica travagliata dagli scandali che deve far fronte a una perdita totale di fiducia da parte dell&#8217;opinione pubblica.<br />
Di primo acchito, le cose non vanno granché bene per Israele. Ecco palesarsi però un interrogativo: perché nel bel mezzo di tale caos e di tale carneficina <strong>l&#8217;economia israeliana è in pieno boom</strong> come fosse il 1999? Perché il suo mercato azionario è in rialzo e i suoi tassi di crescita si avvicinano a quelli della Cina?</p>
<p style="text-align: justify;">Qualche giorno fa sulle pagine del &#8216;New York Times&#8217; Thomas Friedman ha illustrato una sua teoria in proposito. Israele &#8220;sostiene e premia l&#8217;inventiva individuale&#8221;, e di conseguenza gli israeliani sfornano a getto continuo ingegnose start-up high tech, a prescindere dallo sconquasso causato dai politici israeliani. Dopo aver letto attentamente i progetti elaborati dagli studenti delle facoltà di ingegneria e informatica dell&#8217;Università Ben Gurion, Friedman ha fatto una delle sue celebri dichiarazioni sibilline: &#8220;Israele ha scoperto il petrolio&#8221;. Il petrolio, apparentemente, si trova nei cervelli dei &#8220;giovani innovatori e dei venture capitalist&#8221; israeliani, troppo impegnati a stringere accordi megagalattici con Google per lasciarsi fermare dalla politica.</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco un&#8217;altra teoria: <strong>l&#8217;economia israeliana non è in piena espansione malgrado il caos politico</strong> che fa incetta di titoli sulle prime pagine dei giornali, <strong>ma grazie a esso</strong>. Questa fase di sviluppo risale alla metà degli anni Novanta, quando Israele era all&#8217;avanguardia nella rivoluzione informatica, era l&#8217;economia più dipendente al mondo dalla tecnologia. Quando nel 2000 è scoppiata la bolla delle dot-com, l&#8217;economia israeliana ne è rimasta sconvolta, e ha dovuto affrontare il suo peggior anno dal 1953. Poi è stata la volta dell&#8217;11 settembre, e all&#8217;improvviso si sono aperte nuove rosee prospettive per qualsiasi società dichiarasse di poter consentire l&#8217;individuazione di terroristi in mezzo alla folla, rendere le frontiere impermeabili a un attacco e ottenere confessioni da prigionieri dalla bocca cucita. <!-- OAS AD 'Middle' - gestione 180x150 square inside --></p>
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// ]]&gt;</script></div>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Nel volgere di tre anni, buona parte dell&#8217;economia israeliana basata sull&#8217;high tech si è completamente riconfigurata allo scopo di soddisfare le nuove esigenze. Per dirla con Friedman, Israele è passato dall&#8217;aver inventato strumenti di networking per un &#8216;mondo piatto&#8217; a vendere barriere a un pianeta di apartheid. Molti degli imprenditori di maggior successo del Paese <strong>sfruttano lo status di Stato-fortezza di Israele</strong>, circondato da nemici agguerriti, come una sorta di showroom aperto ventiquattro ore al giorno, esempio tangibile di come godere di una sicurezza relativa nel pieno di una guerra senza tregua. Il motivo per il quale Israele sta vivendo una supercrescita è che queste aziende stanno attivamente esportando questo modello in tutto il mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando si parla di traffici di armi di Israele di solito ci si concentra sul flusso di armi che entrano nel Paese, per esempio i bulldozer Caterpillar di fabbricazione statunitense utilizzati per distruggere le case in Cisgiordania, oppure le aziende britanniche che forniscono componenti per gli F-16. Si trascura invece di prendere in considerazione <strong>il business delle esportazioni israeliane</strong>, considerevole e in espansione. Attualmente Israele spedisce negli Stati Uniti prodotti per la difesa per 1,2 miliardi di dollari. Un incremento non indifferente rispetto ai 270 milioni di dollari del 1999. Nel 2006 Israele ha esportato nel complesso 3,4 miliardi di dollari di articoli per la difesa, di molto superiori al miliardo di dollari che riceve in aiuti militari dagli Stati Uniti. Tutto ciò rende Israele il quarto commerciante d&#8217;armi al mondo, tanto da aver scavalcato la Gran Bretagna.</p>
<p style="text-align: justify;"><!-- inizio DATA -->Buona parte del suo sviluppo è avvenuto nel cosiddetto settore della sicurezza interna. Prima dell&#8217;11 settembre, la sicurezza interna quasi non esisteva come industria. Alla fine di quest&#8217;anno le esportazioni israeliane in questo settore raggiungeranno invece 1,2 miliardi di dollari, con un aumento del 20 per cento. I prodotti e i servizi più importanti sono recinzioni high tech, droni senza pilota, rilevatori biometrici di intrusione, dispositivi di sorveglianza video e audio, sistemi di identificazione dei passeggeri dei voli aerei e di interrogatorio dei prigionieri, tutti apparecchi e tecnologie che Israele ha utilizzato per sigillare i territori occupati.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed ecco presto spiegato per quale motivo <strong>il caos di Gaza e del resto della regione non pregiudica</strong> <strong>le entrate</strong> a Tel Aviv, anzi, di fatto potrebbe addirittura rimpinguarle. Israele ha appreso a trasformare quella guerra infinita in un brand asset, arrivando a considerare lo sradicamento, l&#8217;occupazione e il contenimento del popolo palestinese una forma di intervento precoce nella &#8216;guerra globale al terrore&#8217;, in anticipo di mezzo secolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è un caso se i progetti degli studenti dell&#8217;Università Ben Gurion che hanno tanto colpito Friedman hanno titoli quali &#8216;Innovative Covariance Matrix for Point Target Detection in Hyperspectral Images&#8217; (matrice di covarianza innovativa per l&#8217;individuazione di punti bersaglio nelle immagini iperspettrali) e &#8216;Algorithms for Obstacle Detection and Avoidance&#8217; (algoritmi per individuare e schivare gli ostacoli). Soltanto negli ultimi sei mesi <strong>sono state create 30 aziende per la sicurezza interna</strong>, grazie soprattutto ai generosi sussidi governativi che hanno trasformato l&#8217;esercito israeliano e le università del Paese in altrettante incubatrici di start-up per la sicurezza e le armi (qualcosa da tener presente quando si discute di boicottaggio accademico).</p>
<p style="text-align: justify;">La settimana prossima, le più affermate tra queste aziende andranno in Europa per partecipare al Salone dell&#8217;Aeronautica di Parigi, l&#8217;equivalente della Settimana della Moda per l&#8217;industria delle armi. Una delle società israeliane che metterà in mostra la propria produzione è la Suspect Detection Systems (Sds) che esporrà il suo Cogito 1002, un fantascientifico chiosco bianco per la sicurezza che rivolge ai passeggeri che vogliono prendere un aereo alcune domande elaborate da un computer e studiate su misura per il loro paese di origine. A tali domande i passeggeri devono rispondere tenendo una mano appoggiata su un sensore &#8216;biofeedback&#8217;. La macchina &#8216;interpreta&#8217; le reazioni fisiche alle domande e alcune risposte possono inchiodare il passeggero come &#8217;sospetto&#8217;.</p>
<p style="text-align: justify;">Al pari di centinaia di altre start-up israeliane specializzate nella sicurezza, Sds vanta il fatto di essere stata <strong>fondata da veterani della polizia segreta di Israele</strong> e di aver effettuato collaudi su strada dei propri articoli con i palestinesi. Questa azienda non soltanto ha sperimentato i terminal biofeedback nei checkpoint in Cisgiordania, ma asserisce inoltre che &#8220;tale concetto è supportato e avallato da informazioni acquisite e assimilate dall&#8217;analisi di migliaia di casistiche relative ad attentatori suicidi in Israele&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Altra stella del Salone di Parigi sarà Elbit, il gigante israeliano del settore della difesa, che si accinge a esporre i propri <strong>velivoli senza pilota</strong> Hermes 450 e 900. Non più tardi del maggio scorso, secondo i comunicati stampa, Israele ha utilizzato i droni su Gaza per le sue missioni di bombardamento. Una volta collaudati nei Territori, i droni sono esportati all&#8217;estero: l&#8217;Hermes è già stato usato alla frontiera tra Arizona e Messico. I terminal Cogito 1002 sono in via di sperimentazione presso un aeroporto degli Stati Uniti non meglio identificato. Elbit, una delle società responsabili della &#8216;barriera di sicurezza&#8217; di Israele, ha stretto un accordo con la Boeing per realizzare la recinzione &#8216;virtuale&#8217; del costo di 2,5 miliardi di dollari che il Dipartimento per la Sicurezza interna intende erigere tutto intorno agli Stati Uniti.</p>
<p style="text-align: justify;">Da quando Israele ha attuato la sua politica di sigillare i Territori occupati con checkpoint e muri, gli attivisti che si battono per i diritti umani hanno spesso paragonato Gaza e la Cisgiordania a prigioni all&#8217;aria aperta. Effettuando ricerche sul boom del settore della sicurezza interna israeliana, argomento che esporrò in dettaglio nel mio libro di prossima pubblicazione intitolato &#8216;The Shock Doctrine: The Rise of Disaster Capitalism&#8217;, sono rimasta molto colpita da una cosa: di fatto<strong>Gaza e Cisgiordania</strong> sono anche altro, <strong>sono laboratori nei quali si collaudano sul campo temibili apparecchiature destinate a proteggere i nostri paesi</strong>. I palestinesi, che vivano in Cisgiordania o in quella che i politici israeliani già chiamano &#8216;Hamas-istan&#8217;, non sono più soltanto bersagli da colpire: sono cavie.</p>
<p style="text-align: justify;">Di conseguenza, da un certo punto di vista Friedman ha ragione: <strong>Israele ha trovato il petrolio</strong>. Ma il petrolio di cui parla non è la creatività degli imprenditori israeliani high tech, bensì <strong>la guerra al terrorismo</strong>, quella condizione di paura persistente che ha alimentato una domanda globale e senza fondo di apparecchiature concepite per controllare, spiare, contenere e prendere di mira i &#8217;sospetti&#8217;. E si scopre così che l&#8217;ultima risorsa rinnovabile è la paura.</p>
<p><em>&#8216;The Nation&#8217; &#8211; &#8216;L&#8217;espresso&#8217; traduzione di Anna Bissanti</em><!-- inizio DATA --></p>
<div>(26 giugno 2007)</div>
<p style="text-align: left;"><!-- fine SOMMARIO --></p>
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		<title>La politica USA a Gaza rimane inalterata</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jan 2010 14:53:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Terry</dc:creator>
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		<description><![CDATA[da Medarabnews
Pur cercando di far ripartire il negoziato di pace tra israeliani e palestinesi, l’amministrazione Obama ha tacitamente avallato – quando non addirittura aiutato – l’inasprimento dell’embargo imposto alla popolazione di Gaza
***
E’ trascorso un anno da quando gli ultimi carri armati israeliani sono usciti dalla Striscia di Gaza con gran fracasso, ponendo termine ai 22 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.medarabnews.com/2010/01/28/la-politica-usa-a-gaza-rimane-inalterata/"><em>da Medarabnews</em></a></p>
<p><em>Pur cercando di far ripartire il negoziato di pace tra israeliani e palestinesi, l’amministrazione Obama ha tacitamente avallato – quando non addirittura aiutato – l’inasprimento dell’embargo imposto alla popolazione di Gaza</em></p>
<p>***</p>
<p style="text-align: justify;">E’ trascorso un anno da quando gli ultimi carri armati israeliani sono usciti dalla Striscia di Gaza con gran fracasso, ponendo termine ai 22 giorni di guerra contro Gaza e lasciando dietro di sé sia un territorio che una popolazione decimati.</p>
<p style="text-align: justify;">Un anno dopo, tanto la situazione umanitaria quanto la sicurezza sono ancora in terribili condizioni nella devastata enclave costiera, eppure l’amministrazione di Barack Obama continua a trascurare la crisi di Gaza, con un approccio che alcuni esperti dicono essere l’estensione della politica della precedente amministrazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-1125"></span></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Questa politica ha fatto anche poco per alleviare ciò che i gruppi di tutela dei diritti umani sostengono essere una crescente crisi umanitaria, sprofondando la Striscia di Gaza ancora di più nella povertà e nell’insicurezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo aver prestato giuramento nel bel mezzo della Guerra di Gaza, inizialmente il presidente Obama nella sua politica estera ha dato rilevanza al processo di pace in Medio Oriente. Tuttavia questa retorica non è riuscita a concretizzarsi in un processo di pace o in un soccorso per il popolo di Gaza.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli Stati Uniti rimangono risoluti nel rifiutarsi di dialogare con Hamas, il partito islamico che ora governa Gaza e che è stato classificato dal Dipartimento di Stato americano come organizzazione terroristica. Questa politica cominciò ad avere effetti drammatici su Gaza già nel 2007, sotto la presidenza di George W. Bush, quando Hamas prese il controllo della Striscia.</p>
<p style="text-align: justify;">“Obama ha mostrato l’orientamento della sua politica molto presto – dice Paul Woodward, redattore e creatore del rispettato blog warincontext.org – Gli Stati Uniti hanno preso la decisione di esautorare Hamas dopo le elezioni [palestinesi] del 2006, che essi e Israele avevano [inizialmente] appoggiato, emarginando Hamas e, di conseguenza, emarginando Gaza”.</p>
<p style="text-align: justify;">“L’amministrazione Obama si è impegnata molto di più in cambiamenti di facciata che non in cambiamenti di strategia”, ha detto Woodward all’International Press Service (IPS).</p>
<p style="text-align: justify;">Questi cambiamenti di facciata hanno incluso una crescente retorica volta ad instaurare un contatto con le comunità arabe e musulmane, in uno sforzo finalizzato a rafforzare i legami indeboliti dalla precedente amministrazione.</p>
<p style="text-align: justify;">“L’America non volterà le spalle alla legittima aspirazione della Palestina ad avere dignità, opportunità, e un proprio Stato”, aveva detto Obama durante il suo memorabile discorso del Cairo.</p>
<p style="text-align: justify;">Nonostante tali impegni, Gaza, che è stata assoggettata a un embargo sempre più duro dai confinanti stati di Israele ed Egitto fin dal 2007, continua a languire senza aver accesso ai necessari aiuti umanitari, ai materiali da costruzione e alle opportunità di commercio che le consentirebbero di riprendersi dal devastante conflitto.</p>
<p>Mentre la crisi si aggrava, la complicità degli Stati Uniti nell’assedio sta cominciando ad essere sempre più evidente agli occhi del mondo arabo.</p>
<p style="text-align: justify;">“L’idea che gli Stati Uniti siano impotenti… è qualcosa a cui nessun palestinese che incontriamo a Gaza riesce a credere”, ha detto Amajad Atallah, co-direttore della Task Force per il Medio Oriente alla New America Foundation, in occasione di un evento alla Brookings Institution la settimana scorsa.<br />
La Guerra di Gaza, altrimenti nota come Operazione Piombo Fuso, è stata una battaglia durata 3 settimane – durante lo scorso inverno – tra i militanti di Hamas e l’esercito israeliano. Il conflitto ha comportato una estesa devastazione e numerose vittime a Gaza, dove più di 1.400 palestinesi sono rimasti uccisi. Vi furono 13 vittime israeliane a causa dei razzi lanciati da Hamas, e durante l’offensiva di terra nella Striscia.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo Human Rights Watch, l’embargo ha obbligato l’80% della popolazione di Gaza – circa un milione e mezzo di persone – a dipendere dagli aiuti umanitari e dal mercato nero organizzato dai contrabbandieri.</p>
<p style="text-align: justify;">I tunnel del contrabbando sotto il confine tra Gaza e l’Egitto sono l’unico contatto rimasto col mondo esterno per i cittadini di Gaza, e hanno “letteralmente condotto l’economia di Gaza sottoterra”, ha affermato Daniel Levy, co-direttore della Task Force per il Medio Oriente, durante l’evento alla Brookings Institution.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure anche quest’ultima scappatoia al blocco è minacciata. Secondo la BBC, l’Egitto ha cominciato a lavorare a una barriera sotterranea, con l’aiuto dello U.S. Army Corps of Engineers, che chiuderà il sistema di tunnel transfrontalieri usati dai contrabbandieri per eludere l’assedio.</p>
<p style="text-align: justify;">“Non credo che ci sia mai stato un esempio nella storia in cui gli Stati Uniti hanno giocato un ruolo così complicato nell’assediare fisicamente una popolazione – non c’è da meravigliarsi che non vogliano assumersene la responsabilità”, ha detto Yousef Munnayer, direttore esecutivo del Palestine Center, a proposito della silenziosa partecipazione dell’amministrazione Obama all’assedio della Striscia di Gaza.</p>
<p style="text-align: justify;">Alcuni analisti ritengono che il muro sia una manovra strategica da parte degli Stati Uniti per spingere Hamas a giungere a una riconciliazione con Fatah, il partito politico dominante in Cisgiordania, così da riavviare i colloqui di pace rimasti in sospeso.</p>
<p style="text-align: justify;">“La nuova, severa posizione dell’Egitto nei confronti di Hamas è consentita dagli attuali sforzi del Cairo di riavviare i negoziati di pace tra Israele e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP)… Hamas si trova sotto pressione su tutti i fronti”, ha scritto Yossi Alpher, ex direttore del Jaffee Center for Strategic Studies all’Università di Tel Aviv, nel suo editoriale sul Jewish Daily Forward.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre l’amministrazione Obama non è riuscita a portare avanti il suo impegno di alleviare la crisi umanitaria a Gaza, il Congresso degli Stati Uniti l’ha, a quanto sembra, ampiamente ignorata. Fin dal gennaio 2009, una risoluzione della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti che esprime preoccupazione riguardo alla situazione a Gaza si è arenata alla Commissione Affari Esteri.</p>
<p style="text-align: justify;">Per contro, nel novembre scorso la Camera ha appoggiato con una maggioranza schiacciante una risoluzione che condanna il Rapporto Goldstone, risultato della missione di indagine del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (UNCHRC) nella Striscia di Gaza. Il rapporto, che prende il nome dal rispettabile giurista Richard Goldstone, ha scoperto che sia Hamas che Israele hanno commesso crimini di guerra durante i 22 giorni del conflitto.</p>
<p style="text-align: justify;">Keith Ellison è stato uno dei 58 membri della Camera dei Rappresentati che hanno votato contro, o si sono astenuti dal votare la risoluzione. Ellison rappresenta anche uno dei pochi funzionari americani eletti che hanno visitato la Striscia di Gaza, mentre più di 70 membri del Congresso hanno viaggiato nella regione. Durante il suo viaggio nella Striscia avvenuto nel febbraio 2009, Ellison ha incontrato tanto gli abitanti di Gaza quanto quelli della città israeliana di Sderot, vicina al confine.</p>
<p style="text-align: justify;">“Quando qualcuno come Keith Ellison visita Gaza, direi che fa molto di più per la sicurezza americana in Medio Oriente e per la vostra immagine rispetto a praticamente qualunque altra cosa che abbiamo visto durante quest’anno”, ha detto Levy durante un briefing al Campidoglio mercoledì scorso.<br />
Ma Ellison rimane un’eccezione tra i membri del Congresso. “Se volete sapere quanta consapevolezza vi è tra i miei colleghi al Congresso – ha detto Ellison al pubblico del Brookings Institution, la scorsa settimana –tutto ciò che dovete fare è guardare la votazione del Rapporto Goldstone”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Scommetto che nessuno ha letto il Rapporto Goldstone, e nemmeno il sommario. Così siamo pronti a condannare un rapporto che non abbiano neanche letto”, ha aggiunto Ellison, parlando dei suoi colleghi alla Camera dei Rappresentanti.</p>
<p style="text-align: justify;">La combinazione della guerra e del protratto assedio ha gettato la Striscia di Gaza in una paralizzante povertà, e gli effetti dell’embargo sul settore sanitario sono stati catastrofici. Amnesty International ha riferito recentemente che la cronica insufficienza nelle apparecchiature e nelle forniture mediche è diventata un fatto di routine, lasciando il personale medico con risorse insufficienti per curare i loro pazienti.</p>
<p style="text-align: justify;">Persino quando l’amministrazione Obama tenta di far ripartire il processo di pace, Gaza getta un’ombra su qualunque sforzo di questo tipo. Alcuni esperti affermano che i negoziati di pace sono inutili finché l’assedio di Gaza resterà in vigore.</p>
<p style="text-align: justify;">“Questa è la precondizione per ogni cosa – dice Andrew Whitley, direttore dell’Ufficio di rappresentanza dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi (UNRWA), riferendosi alla rimozione dell’embargo a Gaza.</p>
<p><em><strong>Charles Fromm</strong> e <strong>Ellen Massey</strong></em></p>
<p><strong><a href="http://www.ipsnews.net/news.asp?idnews=50075" target="_blank">U.S. Policy in Gaza Remains Unchanged</a></strong></p>
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