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	<title>Palestina Libera &#187; USA</title>
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		<title>Una donna ebrea israeliana ad Obama</title>
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		<pubDate>Tue, 31 Jan 2012 01:16:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ter</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Un po&#8217; datato ma ancora attuale</p>
<p style="text-align: center;"><iframe src="http://www.youtube.com/embed/EcGm-gxmxHw?rel=0" frameborder="0" width="480" height="360"></iframe></p>
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		<title>Appello di 21 intellettuali israeliani «Sì all&#8217;indipendenza palestinese»</title>
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		<pubDate>Sat, 28 May 2011 11:06:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ter</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In un lettera indirizzata all&#8217;Europa, l&#8217;ex presidente della Knesset Burg e altre 20 personalita&#8217; dello Stato ebraico criticano duramente Obama e Netanyahu e chiedono riconoscimento dichiarazione unilaterale Stato palestinese di Michele Giorgio* Ci sono anche l’ex presidente della Knesset Avraham Burg e il premio Nobel Daniel Kahneman tra i firmatari dell’appello a riconoscere la dichiarazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4>In un lettera indirizzata all&#8217;Europa, l&#8217;ex presidente della Knesset Burg e altre 20 personalita&#8217; dello Stato ebraico criticano duramente Obama e Netanyahu e chiedono riconoscimento dichiarazione unilaterale Stato palestinese</h4>
<h5>di Michele Giorgio*</h5>
<p>Ci sono anche l’ex presidente della Knesset Avraham Burg e il premio Nobel Daniel Kahneman tra i firmatari dell’appello a riconoscere la dichiarazione unilaterale di indipendenza palestinese, elaborato da un gruppo di 21 personalità d’Israele e intellettuali vicini al «Movimento di Solidarietà con Sheikh Jarrah» (Gerusalemme est), rivolto all’Europa e alla comunità internazionale. Il documento, che verrà diffuso oggi dai media locali e che il manifesto ha ottenuto ieri in anticipo, è una risposta ai discorsi pronunciati nei giorni scorsi negli Stati Uniti dal presidente Usa Barack Obama e dal premier israeliano Benyamin Netanyahu, contrari all’iniziativa annunciata dal presidente palestinese Abu Mazen di rompere l’impasse facendo ricorso all’Assemblea Generale dell’Onu il prossimo settembre.<span id="more-4849"></span></p>
<p>«La dichiarazione palestinese d’indipendenza è allo stesso tempo una sfida e una oppotunità per entrambe le parti. E’ un momento decisivo», scrivono i firmatari dell’appello. «Il fallimento della comunità internazionale e in primo luogo degli Stati Uniti – proseguono – di rilanciare i negoziati evidenzia una realtà innegabile e sconcertante: la pace è stata presa prigioniera dal “processo di pace”. L’edificazione in corso di insediamenti (colonici israeliani) in Cisgiordania e a Gerusalemme Est e il rifiuto (di Netanyahu) di congelare le costruzioni nell’interesse del negoziato, indica che l’attuale leadership di Israele usa il processo di pace come una manovra diversiva e non come un mezzo per la soluzione del conflitto». Pertanto – aggiungono Burg, Kahneman e gli altri firmatari tra i quali tre vincitori del Premio d’Israele: Avishai Margalit, Yirmiyahu Yovel e Menachem Yaari – «di fronte al continui rinvii e alla sfiducia reciproca, la dichiarazione palestinese di indipendenza non solo è legittima ma rappresenta anche un passo positivo e costruttivo per entrambe la nazioni». I firmatari non si dicono contrari a scambi territoriali tra Israele e Palestina nel quadro di un accordo fondato sul ritiro israeliano alle linee del 1967 (antecendenti all’occupazione dei Territori) e sono favorevoli alla proclamazione di Gerusalemme come capitale dei sue Stati e anche al riconoscimento di Gaza come parte integrante della Palestina. Chiedono però che la «leader palestinese nella Striscia», ossia Hamas, accetti Israele (possibilità che il movimento islamico esclude).</p>
<p>Da parte sua Burg – per decenni alto dirigente del movimento sionista (è stato anche responsabile dell’Agenzia Ebraica) ma che qualche anno fa ha rotto con l’establishment politico israeliano – aggiunge che «Netanyahu sta trascinando la regione in un periodo di intransigenza e di spargimento di sangue ed è sottomesso agli elementi più estremisti della società israeliana…malgrado la scorsa settimana a Washington sia stata colma di retorica e priva di contenuto, noi non ci arrendiamo». L’ex presidente della Knesset perciò invita i leader mondiali a fare l’unica cosa che può aiutare concretamente la pace: riconoscere la dichiarazione d’indipendenza palestinese il prossimo settembre.</p>
<p>L’appello delle 21 personalità israeliane, che chiederanno di incontrare gli ambasciatori europei, verrà certamente accolto con favore alla Muqata di Ramallah anche se Abu Mazen e il suo entourage, pur confermando di voler andare a settembre all’Onu, hanno accusato il colpo dei ripetuti «no» di Obama ad una dichiarazione unilaterale d’indipendenza. Il presidente dell’Anp mercoledì aveva denunciato il discorso di Netanyahu, dinanzi al Congresso Usa come un «passo indietro». Il documento riceverà ben altra accoglienza dal governo israeliano ma in ogni caso non pare destinato a turbare più di tanto Netanyahu. Il primo ministro ha trovato il consenso in ascesa al rientro dagli Usa. Un sondaggio pubblicato ieri dal giornale Haaretz, indica che la popolarità complessiva di Netanyahu – precipitata al 38% negli ultimi mesi – ora è vicina al 50%. Anche Obama recupera molte posizioni nella classifica del gradimento degli israeliani. Il proseguimento dell’occupazione militare dei Territori palestinesi e della colonizzazione di Cisgiordania e Gerusalemme Est sembrano andare bene alla maggioranza del paese. D’altronde perché questi cittadini dovrebbero preoccuparsi di mettere fine dopo 44 anni all’occupazione quando gran parte della comunità internazionale, a partire dell’Amministrazione Obama, evita di fare la voce grossa con Netanyahu che invece usa con altri paesi della regione. Applaudono il premier persino gli incontentabili coloni che se da un lato criticano la disponibilità manifestata da Netanyahu al Congresso sulla possibile evacuazione di un paio di colonie israeliane in Cisgiordania, all’altro esprimono «una sostanziale comunanza di vedute».</p>
<p>* dal Il Manifesto del 27 maggio 2011</p>
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		<title>Netanyahu a Obama: «I confini del 1967, superati dai fatti»</title>
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		<pubDate>Sun, 22 May 2011 19:51:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ter</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Michele Giorgio «Israele vuole la pace. Io voglio la pace», ha proclamato ieri Benjamin Netanyahu al termine dell&#8217;incontro a Washington con il presidente Usa Barack Obama. E il premier israeliano ha aggiunto di essere pronto a lavorare con l&#8217;Amministrazione americana per raggiungere un accordo con i palestinesi. Ma Netanyahu, confermando le dichiarazioni rese a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h5>di Michele Giorgio</h5>
<p>«Israele vuole la pace. Io voglio la pace», ha proclamato ieri Benjamin Netanyahu al termine dell&#8217;incontro a Washington con il presidente Usa Barack Obama. E il premier israeliano ha aggiunto di essere pronto a lavorare con l&#8217;Amministrazione americana per raggiungere un accordo con i palestinesi. <span id="more-4794"></span>Ma Netanyahu, confermando le dichiarazioni rese a caldo l&#8217;altra sera, dopo il discorso di Obama rivolto al Nordafrica e al Medio oriente, ha anche ripetuto con forza che i confini del 1967, precedenti l&#8217;occupazione militare di Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est, sono «indifendibili (per Israele) e non tengono conto di certi cambiamenti avvenuti sul terreno, cambiamenti demografici». Si è riferito alle colonie ebraiche (costruite contro le leggi internazionali) all&#8217;interno dei territori palestinesi occupati, che Netanyahu intende annettersi nel quadro di qualsiasi accordo di pace. Ma anche a Gerusalemme Est, la zona araba della città che Israele non vuole restituire ai palestinesi.</p>
<p>Obama ha seguito con sguardo serio Netanyahu mentre parlava ai giornalisti. Il presidente Usa giovedì ha pronunciato un discorso che abbraccia gran parte delle posizioni israeliane. Ma a Netanyahu non è bastato. Il premier israeliano vuole incassare l&#8217;intera posta in gioco, dalla continuazione della colonizzazione della Cisgiordania fino alla rinuncia definitiva dei palestinesi al diritto al ritorno per i profughi del 1948. Netanyahu da Obama si aspetta anche il via libera al controllo di Israele della Valle del Giordano. L&#8217;opzione, se realizzata, finirebbe per schiacciare il futuro staterello di Palestina tra il Muro di separazione ad Ovest e la massiccia presenza militare e di coloni israeliani ad Est, rendendolo un bantustan. Quale sarà la posizione che Obama prenderà su questo e altri punti non è chiaro ma ieri al presidente Usa non è rimasto che ufficializzare che tra Stati uniti e Israele rimangono «differenze» sulla «precisa formulazione e sul linguaggio» di un accordo per il Medio Oriente. Differenze che, con ogni probabilità, Obama eviterà di rimarcare di nuovo nel discorso che pronuncerà domani davanti all&#8217;Aipac, la più influente delle lobby americane pro-Israele. Una identità di vedute Obama e Netanyahu la raggiungono invece sulla questione della presenza di Hamas nel futuro governo palestinese. Il presidente americano, come Netanyahu, ha sottolineato che un esecutivo palestinese che includesse anche il movimento islamico (che non riconosce Israele) renderebbe difficile per Tel Aviv negoziare un accordo con i palestinesi.</p>
<p>Intanto Il Quartetto per il Medio Oriente (Usa, Russia, Onu e Ue) si schiera con il presidente Usa. Ieri ha comunicato di «sostenere energicamente» il discorso di giovedì che puntando «sulle questioni territoriali e della sicurezza fornisce a israeliani e palestinesi le basi per giungere ad una soluzione finale del conflitto». Soddisfazione ha espresso l&#8217;Unione europea mentre i palestinesi preferiscono non esprimere apertamente la forte delusione per il secco «no» di Obama alla proclamazione unilaterale dello Stato di Palestina, a settembre alle Nazioni unite. Ieri il quotidiano di Ramallah Al-Hayat al-Jadida, vicino all&#8217;Anp di Abu Mazen, ha criticato gli Stati uniti che da un lato chiedono ai palestinesi di tornare al tavolo dei negoziati e dall&#8217;altro non esigono con forza il congelamento della colonizzazione ebraica della Cisgiordania e di Gerusalemme Est.</p>
<p>da <a href="http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/in-edicola/manip2n1/20110521/manip2pg/09/manip2pz/303557/">Il Manifesto del 21 maggio 2011</a></p>
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		<title>I timori di Vik utopia</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Apr 2011 11:26:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ter</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Michele Giorgio Le minacce dei siti dell&#8217;estrema destra israeliana, un documento contro Hamas e Fatah sottoscritto da Vittorio, gruppi salafiti finanziati da un ex ambasciatore saudita con legami con la Cia. Tutte le piste di un assassinio che ci lascia attoniti e con ancora molti punti oscuri da chiarire Vittorio si concedeva pochi svaghi. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h5>di Michele Giorgio</h5>
<p>Le minacce dei siti dell&#8217;estrema destra israeliana, un documento contro Hamas e Fatah sottoscritto da Vittorio, gruppi salafiti finanziati da un ex ambasciatore saudita con legami con la Cia. Tutte le piste di un assassinio che ci lascia attoniti e con ancora molti punti oscuri da chiarire</p>
<p>Vittorio si concedeva pochi svaghi. Un po&#8217; di esercizio fisico in palestra e, a sera, una shisha, il narghilè, se possibile sulla spiaggia di Gaza city, in compagnia di un paio dei tantissimi amici che aveva nella Striscia.<br />
<span id="more-4467"></span>Da qualche mese si accompagnava spesso con Khalil Shahin, un ricercatore del «Centro per i diritti umani», con il quale avviava le lunghe conversazioni sui possibili sviluppi della situazione, a partire dal blocco israeliano per finire alle dinamiche sociali. Conversazioni che pur tenendolo impegnato, talvolta, per gran parte della notte, non gli impedivano di arrivare puntuale agli appuntamenti con l&#8217;intesa attività politica di Gaza.</p>
<p>I suoi amici in lacrime e molte migliaia di palestinesi ieri hanno preso parte alla cerimonia funebre in suo onore, sotto la tenda del lutto allestita nel porto di Gaza, nel punto dove per la prima volta sbarcò nel 2008. Una folla muta in un&#8217;atmosfera di incredulità, per un uomo stimato ovunque, al quale era stata anche data la cittadinanza onoraria palestinese.Volti smarriti, occhi bassi, frasi pronunciate con voce rotta dalla commozione da parte di chi non riesce ancora a credere che tutto questo sia potuto accadere e che mani assassine abbiano strangolato un volontario internazionale, ancora prima che un giornalista e uno scrittore, che a Gaza e alla sua gente aveva dato tutto. Con generosità, mettendo a rischio anche la sua vita.<br />
Dopo il suo primo arrivo a Gaza, Vittorio aveva concentrato buona parte della sua attività di volontario ad offrire, per quanto possibile, protezione ai pescatori palestinesi. Protezione simbolica, ma molto significativa. Perché fatta con il suo stesso corpo, con la sua presenza a bordo di pescherecci e battelli spesso respinti dalle unità della Marina militare israeliana pronta a intervenire per far rispettare gli strettissimi limiti di pesca imposti dall&#8217;occupazione. «Non sparate, siamo cittadini stranieri, qui ci sono soltanto dei pescatori che vogliono sostenere le loro famiglie», urlava fino a perdere la voce, assieme ai suoi compagni dell&#8217;International solidarity movement (Ism), ai militari israeliani decisi, anche con raffiche di mitra sparate a pelo d&#8217;acqua, a costringere i pescatori a tornare subito indietro (con le reti vuote). Colpi che, rimbalzando sull&#8217;acqua, in questi anni hanno ferito e anche ucciso. Una volta un proiettile mandò in frantumi un vetro su di una imbarcazione e le schegge ferirono leggermente alla schiena Vittorio. Qualche giorno dopo venne arrestato (in acqua), immobilizzato con una scossa di pistola «taser», spedito in prigione per alcuni giorni in Israele &#8211; con l&#8217;accusa di essere entrato illegalmente nel paese, ma lui era andato direttamente a Gaza in barca da Cipro &#8211; e infine espulso. Ma nella Striscia rientrò poco dopo, sempre via mare.</p>
<p>Dopo «Piombo fuso» e un lungo tour di incontri e dibattiti tenuti in Italia, da nord a sud, seguito da alcuni mesi trascorsi in Egitto, Vittorio era rientrato a Gaza. Tornò con la stessa determinazione ma più maturo, deciso a usare al meglio la grande popolarità di cui godeva, e che all&#8217;inizio lo aveva un po&#8217; travolto, per diffondere il maggior numero possibile di informazioni dalla Striscia. Il suo impegno lo ha portato per mesi, ogni giorno, a proteggere, sempre e soltanto con la semplice presenza fisica e un megafono, i contadini palestinesi che provavano a raggiungere i loro campi coltivati in quella «fascia cuscinetto» larga centinaia di metri, adiacente al confine, che Israele ha proclamato unilateralmente all&#8217;interno di Gaza dopo «Piombo fuso».</p>
<p>Un&#8217;attività assolutamente pacifica che non salvò Vittorio dalle pesanti minacce partite da alcuni siti vicini alla destra estrema israeliana. E che ieri, nel giorno della scoperta dell&#8217;assassinio di Vittorio, sono tornati a farsi sentire. «Uno scudo umano che lavorava per Hamas», ha scritto di Vittorio Stop the Ism salutandolo con un sarcastico e macabro «Arrivederci, Arrigoni», scritto in italiano. Nel 2009 questo sito pose in cima ad una vera e propria lista di proscrizione il nome e la foto di Vittorio. L&#8217;agenzia d&#8217;informazione dei coloni Israel national news è arrivata ad attribuire all&#8217;Ism la responsabilità per il conflitto a Gaza e facendo il nome di Arrigoni, sostiene addirittura che i volontari di questo movimento metterebbero «in pericolo la vita dei soldati israeliani e per questo vanno considerati combattenti al pari di Hamas». Da eliminare dunque? L&#8217;interrogativo è legittimo.</p>
<p>Vittorio ci scherzava sopra, ma fino ad un certo punto. Troppe volte, mi raccontava, aveva sentito il sibilo delle pallottole sparate, spesso da sistemi d&#8217;arma controllati a distanza, contro chi provava a entrare nella «fascia di sicurezza» di Gaza. Diceva che una pallottola era pronta anche per lui. Ma poi tornava sereno, per concentrarsi sulla sua attività di informazione.</p>
<p>Aveva stabilito una rete di «corrispondenti» (i suoi tanti amici) ovunque nella Striscia, pronti a riferirgli di ogni singolo sviluppo. Per questo il suo blog e il suo profilo su Facebook sono diventati, specie nell&#8217;ultimo anno, una sorta di giornale online: puntuale negli aggiornamenti, acuto nei commenti. Vittorio però non trascurava mai di seguire anche quanto accadeva in Italia: la politica interna e, soprattutto, qualsiasi cosa che avesse relazione con Gaza. Per mesi ha girato in rete il suo messaggio rivolto allo scrittore Roberto Saviano, difensore accanito della legalità in Italia ma muto sulle violazioni israeliane dei diritti dei palestinesi.</p>
<p>Alla fine dello scorso anno aveva cominciato a frequentare più assiduamente un nutrito gruppo di giovani di Gaza che denunciano l&#8217;insostenibilità della situazione e sono divenuti noti per il manifesto diffuso in internet che spara a zero su tutti: da Fatah ad Hamas, da Israele agli Usa fino alle Nazioni Unite. Giovani che Vittorio ha dovuto difendere dall&#8217;accusa di qualunquismo e di «mettere sullo stesso piano la resistenza (Hamas) e Fatah (l&#8217;Anp di Abu Mazen)» giunta dall&#8217;Italia. Vittorio spiegò che sono ragazzi che esprimono esigenze reali e contenuti politici concreti e non dei ragazzini viziati e figli della borghesia. Perché lui Gaza la viveva ogni giorno, la annusava, ne avvertiva i fermenti. Aveva la capacità di giudizio di chi sta sul posto, ben diversa, con tutto il rispetto, da quella di chi segue gli avvenimenti a distanza di migliaia di chilometri.</p>
<p>Salafiti, una parola grossa quando si parla della Striscia di Gaza martoriata da problemi enormi. Eppure esistono, gruppi sparuti, spesso poche decine di giovani che trovano nell&#8217;esasperazione del discorso religioso una via d&#8217;uscita al tunnel di una esistenza d&#8217;inferno. Sono «mostri» incoscienti, partoriti dagli oltre 40 anni di occupazione, dall&#8217;assedio, che reclamano la separazione dal diverso, denunciano le «contaminazioni culturali occidentali» e in non pochi casi praticano la violenza. Quasi certamente sono manovrati e pagati dall&#8217;esterno e hanno tra i loro obiettivi quello di mettere in costante difficoltà il governo di Hamas che accusano di «aver tradito la resistenza islamica» attuando una tregua non dichiarata con Israele.</p>
<p>Raccolgono qualche consenso tra Khan Yunis e Rafah (dove nel 2009 proclamarono anche un «emirato islamico», poi annientato dalle forze di sicurezza di Hamas) e a finanziarli, si dice a Gaza, sarebbe Bandar bin Sultan, l&#8217;ex ambasciatore saudita a Washington, molto potente e noto per i suoi stretti legami con la Cia e altri servizi segreti (in Siria viene accusato di sponsorizzare i gruppi religiosi impegnati nelle proteste di queste settimane contro Bashar Assad).</p>
<p>I salafiti sono stati chiamati in causa da più parti, lo abbiamo fatto anche noi, in riferimento all&#8217;assassinio di Vittorio. È prematuro dichiararli sicuri responsabili di questo crimine immenso. Ma lo stesso Vittorio parlava di loro, della loro penetrazione nella società, durante i nostri incontri a Gaza. La scorsa estate un paio di campi estivi per ragazzi profughi furono date alle fiamme da uomini con il volto coperto, perché favorivano la «promiscuità sessuale» e sconosciuti hanno distrutto negli ultimi anni, perché «immorali», numerosi internet point, negozi di parrucchiere e di vendita di cd musicali.</p>
<p>E nessuno dimentica il rapimento nel 2007 del giornalista della Bbc Alan Johnstone. Fatti «marginali» per chi vive in Europa per chi analizza dall&#8217;esterno, ma non per la gente di Gaza e certo non per Vittorio che registrava da tempo queste pulsioni. Non sarà facile arrivare ai responsabili veri , quelli dietro le quinte, dell&#8217;eliminazione di un giornalista, un attivista e un amico che con la sua passione, la sua presenza e le sue puntuali e particolareggiate cronache dalla Striscia ha dato molto fastidio. Ma indagare prima di tutto a Gaza è d&#8217;obbligo.</p>
<p><a href="http://www.contropiano.org/it/esteri/item/820-i-timori-di-vik-utopia">da Contropiano</a></p>
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		<title>Chi ha ucciso Vittorio Arrigoni? E perchè? Alcuni dubbi su uno strano sequestro e un tragico assassinio</title>
		<link>http://www.palestinalibera.org/2011/04/chi-ha-ucciso-vittorio-arrigoni-e-perche-alcuni-dubbi-su-uno-strano-sequestro-e-un-tragico-assassinio/</link>
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		<pubDate>Sat, 16 Apr 2011 10:46:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ter</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Marco Santopadre, Radio Città Aperta Il complottismo a tutti i costi spesso porta fuori strada nell’analisi di vicende oscure e ambigue, come è quella di Vittorio Arrigoni. Ma non può essere considerata seria e credibile l’analisi di un evento che non tenga razionalmente conto della ‘fabbrica del falso’ all’opera costantemente per renderne più difficile [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h5>di Marco Santopadre, <a href="http://www.radiocittaperta.it/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=6329&amp;Itemid=9">Radio Città Aperta</a></h5>
<p>Il complottismo a tutti i costi spesso porta fuori strada nell’analisi di vicende oscure e ambigue, come è quella di Vittorio Arrigoni. Ma non può essere considerata seria e credibile l’analisi di un evento che non tenga razionalmente conto della ‘fabbrica del falso’ all’opera costantemente per renderne più difficile la lettura.</p>
<p>Soprattutto se ha a che fare con un teatro &#8211; quello palestinese e medio orientale più in generale &#8211; dove in azione non ci sono solo attori riconoscibili e facilmente individuabili, ma anche gruppi, sigle e attori che rendono il quadro più torbido e spesso sono l’espressione di interessi e apparati che agiscono per conto terzi. A volte senza neanche esserne al corrente&#8230;</p>
<p><span id="more-4461"></span><br />
Con il passare del tempo gli elementi di ambiguità, le domande e i sospetti su quanto avvenuto a Gaza nel giro delle ultime 24 ore si fanno sempre più pressanti e numerose. E tornano alla mente vicende altrettanto oscure e torbide, come quelle che hanno avuto come protagonisti Enzo Baldoni o Giuliana Sgrena.</p>
<p>Mentre migliaia di persone con le lacrime agli occhi e il cuore gonfio di dolore sono nelle strade e nelle piazze d’Italia e di Palestina per dare un ultimo, combattivo saluto a Vittorio Arrigoni, si fa strada la domanda: chi ha assassinato Vik, e perché?</p>
<p>Le notizie da Gaza arrivano col contagocce, e sono frammentarie. L’isolamento israeliano e internazionale al quale è sottoposto quel fazzoletto di terra nel quale sopravvivono a stento un milione e mezzo di anime assediate non permette la libera circolazione delle notizie. Anche per questo era preziosa l’opera instancabile, minuziosa e precisa di informazione su quel che accadeva a Gaza alla quale Vittorio ci aveva in questi anni abituati.</p>
<p>Anche grandi catene televisive o giornali nazionali erano stati in qualche modo obbligati – durante i bombardamenti israeliani al fosforo o i sanguinosi assalti alle carovane di aiuti via terra o via mare – a interpellare Vittorio per farsi raccontare eventi che nessun altro giornalista poteva – o voleva – riportare. Era pericoloso fare quello che faceva Arrigoni: si rischiava la vita sotto le bombe sganciate dai caccia israeliani sulle povere case palestinesi, oppure sotto il fuoco dei proiettili sparati dai soldati di Tel Aviv contro i contadini o i pescatori palestinesi che Vittorio e altri attivisti dell’ISM cercavano, con la propria semplice presenza fisica, di proteggere. Ma ora, scampato a tanti pericoli, Vittorio è morto per mano di quegli stessi palestinesi alla cui causa il 36enne si era votato. E’ questo, in fondo, il messaggio che gli assassini hanno voluto lanciare: i palestinesi hanno assassinato Vittorio Arrigoni, amico dei palestinesi. Ed è quello che stanno facendo notare, tronfi, i giornalacci filoisraeliani o il solito Pagliara da Gerusalemme. Ma è davvero così?</p>
<p>Come dicevamo, il complottismo e la dietrologia senza freni rischiano di portarci fuori strada. Però le domande che non sembrano trovare finora risposta sono molte:</p>
<p>-         perché un gruppo palestinese, per quanto radicale, ha preso di mira un personaggio che nulla aveva a che fare né con gli occupanti israeliani né con le odiate autorità di Hamas accusate di aver incarcerato alcuni suoi leader?</p>
<p>-         Perché il gruppo ‘salafita’ ha rapito un internazionalista ed un amico della causa palestinese, e non un dirigente di Hamas, o un funzionario dell’ONU o di qualche altra agenzia internazionale, che poteva valere ben di più come moneta di scambio?</p>
<p>-         Nel farneticante testo che accompagna le immagini del video di youtube nel quale si dava l’ultimatum – non rispettato – e si avanzavano le richieste del gruppo dei rapitori, si accusa l’Italia di partecipare con i propri soldati all’occupazione militare di paesi islamici. Non sapeva – come tutti a Gaza sapevano – che il governo italiano mal soffriva la presenza in Palestina di un testimone scomodo come Vittorio e che nulla avrebbe fatto per trattare e per aiutarlo? Non ha caso Frattini ieri ha affidato la gestione della vicenda al consolato italiano a Gerusalemme invece che all&#8217;ambasciata italiana al Cairo, che ha molta più esperienza e conoscenze su quanto avviene all&#8217;interno e intorno a Gaza&#8230;</p>
<p>-         Perché il gruppo, se veramente era interessato ad ottenere, attraverso il rapimento di Vittorio, la liberazione di alcuni suoi leader, non ha portato veramente avanti la trattativa, cercando di ottenere qualche risultato concreto, ed invece lo ha ucciso poche ore dopo averlo sequestrato?</p>
<p>Anche i dubbi sulla sigla utilizzata dai sequestratori sono molti: poco dopo il ritrovamento del cadavere di Vittorio in un appartamento di Gaza City molti dei gruppi salafiti accusati del sequestro &#8211; Jund Al Islam, Jund Ansar Allah, Jund Allah &#8211; e la stessa rete informale di gruppi vicini ad Al Qaeda, hanno in qualche modo smentito il proprio coinvolgimento nella vicenda. sui siti vicini ad Al Qaida sono anche comparsi, nelle ultime ore, dei banner nel quale l&#8217;uccisione di Vittorio Arrigoni viene definito un “atto criminale”.</p>
<p>Stando al video postato ieri su You Tube, il gruppo islamista radicale coinvolto sembrava essere il Tawhid Al Jihad. Il testo del video infatti chiedeva il rilascio di Abu Walid Al Madqisi, “emiro” del Tawhid Al Jihad. Ma poi la stessa al-Tawhid wal-Jihad ha risolutamente negato, tramite un comunicato, di essere responsabile dell’assassinio di Vittorio, anche se lo definisce «la conseguenza naturale della politica di Hamas contro i salafiti». Anche la sigla ‘Brigata Mohammed Bin Moslama’ è risultata sconosciuta.</p>
<p>Insomma autori del criminale &#8211; e stupido &#8211; gesto sarebbero dei palestinesi salafiti, ma che usano la sigla e il nome di un altro gruppo, e non una propria sigla, che colpiscono un nemico acerrimo di Israele, fonte di informazioni e denunce per centinaia di gruppi di solidarietà con la causa palestinese in tutto il mondo e neanche particolarmente collaborativo – se non in nome della realpolitik – con le odiate e rivali autorità di Hamas. Un oggettivo e innegabile regalo ad Israele, senza dubbio. Al di là dell’identità e delle reali intenzioni dei rapitori e degli assassini di Arrigoni – ancora tutte da definire &#8211; a guadagnarci dalla sua morte è solo Tel Aviv che da ora in poi non dovrà più fare i conti con uno scomodo ed autorevole testimone dei suoi crimini contro la popolazione di Gaza.</p>
<p>Che poi gli assassini di Vittorio siano alcuni dei suoi amati palestinesi, come vanno già dicendo alcuni dei giornalacci filoisraeliani, è tutto da dimostrare. Già in altri territori abitati dai palestinesi &#8211; i campi profughi del Libano, della Siria o della Giordania, ad esempio – abbiamo visto all’opera gruppi qaedisti o salafiti più attivi contro i propri fratelli palestinesi che contro gli israeliani o le autorità di governi ritenuti oppressivi. E spesso la regia delle provocatorie e controproducenti azioni di questi gruppi – formati da qualche palestinese ma soprattutto da miliziani provenienti da Afghanistan, Giordania, Egitto, Algeria, e addirittura da alcuni paesi occidentali – risiedeva a parecchia distanza. Laddove cioè i servizi segreti israeliani, o sauditi, o statunitensi, tentano di utilizzare le proprie pedine per dividere i palestinesi e fomentare divisioni più utili ai loro nemici che al conseguimento della loro libertà.</p>
<p>Che esistano gruppi fondamentalisti palestinesi interessati più al loro ruolo che alla causa del loro popolo è possibile. Che nel mondo arabo e islamico esista una rete più o meno formale di gruppi armati o terroristici legati ad Al Qaeda ed in concorrenza e competizione sia con le forze nazionaliste sia con quelle islamiche è certo e dimostrato. Non tutto ciò che si muove in questa ambigua e spesso informe galassia può essere considerato una creatura della Cia o del Mossad.</p>
<p>Ma la morte di Arrigoni non ci sembra il tragico epilogo di un goffo e maldestro tentativo di un gruppo islamico di farsi propaganda, ma il ricercato risultato di quella che appare ormai come una vera e propria esecuzione. L’esecuzione di un testimone dei crimini perpetrati finora dall’occupazione israeliana e, a questo punto è lecito sospettarlo, del possibile testimone di altri crimini che forse Tsahal si appresta a compiere contro i palestinesi.</p>
<p>Restiamo umani. O, almeno, proviamoci…</p>
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		<title>Cosa c’è dietro l&#8217;uccisione di Vittorio Arrigoni a Gaza</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Apr 2011 05:30:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ter</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La competizione tra i network della Jihad di Sergio Cararo Il rapimento e l&#8217;uccisione di Vittorio Arrigoni per mano di un gruppo islamico di ispirazione salafita, segnala l’aspra competizione in corso tra i network dell’islam politico, una competizione accentuata dalle rivolte, dagli sconvolgimenti e dalle alleanze spurie e inedite in corso nel Medio Oriente. A [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>La competizione tra i network della Jihad</h3>
<h4>di Sergio Cararo</h4>
<p>Il rapimento e l&#8217;uccisione di Vittorio Arrigoni per mano di un gruppo islamico di ispirazione salafita, segnala l’aspra competizione in corso tra i network dell’islam politico, una competizione accentuata dalle rivolte, dagli sconvolgimenti e dalle alleanze spurie e inedite in corso nel Medio Oriente.</p>
<p>A Gaza questa competizione tra Hamas e i gruppi islamici salafiti, già in diverse occasioni è sfociata in scontri sanguinosi.</p>
<p><span id="more-4446"></span>Ad agosto del 2009 a Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, 16 persone sono rimaste uccise e 125 ferite durante scontri tra la polizia di Gaza e il gruppo combattente salafita “Jund Ansar Allah” (soldati per Dio), guidato dallo Sheikh Abdul-Latif Musa. Il 22 maggio del 2010 , decine di miliziani salafiti hanno attaccato un campo estivo per i bambini e le bambine di Gaza, gestito dall’UNRWA.</p>
<p>Nel caso del squestro di Vittorio Arrigoni, il gruppo coinvolto sembra essere il Tawhid Al Jihad.  Nel video di rivendicazione, i terroristi hanno infatti chiesto il rilascio di Abu Walid Al Madqisi, “emiro” del Tawhid Al Jihad. Al momento non paiono coinvolti gli altri gruppi vicini al salafismo e ad Al Qaida come Jund Al Islam, Jund Ansar Allah, Jund Allah.</p>
<p>I movimenti di ispirazione islamica che agiscono nel quadro internazionale non sono infatti tutti uguali e non perseguono gli stessi obiettivi. Tesi consolatorie – secondo cui sono tutti gestiti dalla CIA – non aiutano a comprendere un processo diversificato e conflittuale anche al suo interno L’irruzione della variabile islamista nelle relazioni internazionali e tra le forze in campo, ha introdotto un nuovo soggetto politico su cui esistono analisi “di nicchia” molto esaustive ma una conoscenza e valutazione “di massa” desolanti.</p>
<p>Da questa forchetta di giudizio escludiamo ovviamente i gruppi reazionari impegnati nella campagna islamofobica e gli allievi dei cattivi maestri come Huntington, Pipes e i likudzik statunitensi. Costoro sono – o sono stati &#8211; a tutti gli effetti dei soldati della guerra di civiltà per conto del moderno colonialismo. D’altro canto occorre sottolineare come la “guerra di civiltà” non sia solo una tesi dei neocons statunitensi o dei gruppi sionisti, ma lo è – del tutto simmetricamente &#8211; anche di alcuni gruppi islamisti che vedono non nell’imperialismo ma nell’occidente nel suo complesso il “nemico da abbattere”.<br />
La nostra attenzione è invece rivolta al dibattito sviluppatosi nei movimenti che si battono contro la guerra e agli studiosi e giornalisti che affiancano questi movimenti. Troppo spesso, infatti, abbiamo visto liquidare i vari gruppi islamici come “fondamentalisti” o come strumenti della CIA “tout court”.</p>
<p>E’ vero che la comunicazione di massa moderna respinge come inefficaci i ragionamenti o le spiegazioni articolate e privilegia gli spot, la semplificazione, il giudizio tranciante funzionale alla propaganda. Ma è anche vero che quando nella storia e nelle relazioni internazionali entra in campo un soggetto molteplice e capace di incidere da un capo all’altro del mondo nell’agenda politica, ridurre il tutto a semplificazioni o a sintesi azzardate può diventare auto-consolatorio e dunque inefficace. Un articolo, per quanto esteso, non può certo rimediare a questo “buco” di approfondimento, ma può aiutare ad aprire alcune finestre di ragionamento in tante compagne e compagni.</p>
<p>I tre network dell’islam politico<br />
Se dovessimo sintetizzare l’irruzione dell’islam politico nelle relazioni internazionali potremmo indicare tre momenti:<br />
1) La Rivoluzione islamica in Iran nel 1979 che rovescia la dittatura filo-USA<br />
2) L’uso dell’islam nella guerra fredda da parte degli USA contro i sovietici in Afghanistan e contro il nazionalismo arabo a partire dalla seconda metà degli anni ‘70<br />
3) Il colpo di stato che impedisce le elezioni in Algeria nel 1992 e che avrebbe visto la vittoria del Fronte di Salvezza Islamico<br />
Questi tre eventi storici mettono in moto un processo di emersione dell’islam come fattore politico che in qualche modo animerà quelli che possiamo definire tre grandi network islamici diversi e in competizione tra loro. Questa competizione prima interna e poi direttamente anche con gli USA, caratterizzerà buona parte dell’agenda internazionale nell’Arco di Crisi (1) che va da Rabat all’Indonesia per poi, con gli attentati dell’11 settembre, assumere un carattere globale.</p>
<p>Il network iraniano prende ovviamente grande slancio con la Rivoluzione Islamica del ’79.</p>
<p>Nasce la prima Repubblica Islamica (anche se in verità questa esisteva già come tale nel Pakistan post coloniale) che proietta l’islam politico nel mondo. Questo network ha però un limite fortissimo dentro lo stesso islam. L’Iran infatti non è un paese arabo ed è sciita e gli sciiti – minoritari &#8211; sono soggetti all’ostilità del resto della Sunna (la maggioranza nella comunità islamica). Ragione per cui il network iraniano riesce a consolidarsi solo dove ci sono comunità sciite: Iraq, Libano meridionale, regione dell’Herat in Afghanistan, alcuni nuclei in Pakistan, paesi arabi del Golfo. Negli anni Ottanta la sua influenza riesce ad avere successo nel Libano del sud (dove contribuisce alla nascita di Hezbollah) mentre viene duramente ostacolata da Saddam Hussein in Iraq, contro il quale verrà dato il via ad una sanguinosa guerra durata otto anni, istigata e foraggiata dagli USA, da Israele e dall’Arabia Saudita nel tentativo di contenere la possibile onda lunga islamica iraniana anche nei paesi arabi del Golfo.<br />
Gli USA, insieme a Israele e Arabia Saudita sosterranno indirettamente e con armamenti entrambi i paesi belligeranti dando vita ad una serie di operazioni coperte e di alleanze trasversali che caratterizzeranno la loro azione in tutto l’Arco di Crisi meridionale. (2).</p>
<p>Il network saudita-statunitense. Non è secondario rammentare che nel 1979, due mesi dopo la Rivoluzione Islamica in Iran, le truppe sovietiche entravano direttamente in Afghanistan e negli USA si diffonde il panico. Già era andato perso un gendarme regionale come l’Iran e l’URSS penetrava nel cuore dell’arco di crisi con le proprie truppe. Prende così il via l’operazione coperta teorizzata da Brzezisnki di trasformare l’Afghanistan nella prima linea della Jihad potendo contare sull’appoggio dell’Arabia Saudita e del Pakistan. Prende corpo così il network saudita-statunitense che agirà sistematicamente su tutti i fronti del post guerra fredda: dalla ex Jugoslavia alla ex URSS, dalla Bosnia alla Cecenia.</p>
<p>L’Arabia Saudita fornirà i soldi e la copertura religiosa, gli USA ci metteranno l’intelligence e le armi. In questo modo, fino alla fine degli anni Novanta, gli USA potranno contare su gruppi armati da scatenare in tutti i teatri dell’Arco di Crisi. Questo network – nonostante le contraddizioni che vedremo – agisce concretamente anche adesso, in modo particolare in Libano e contro l’Iran, ed è stato particolarmente efficace in Bosnia, nel Kosovo e in Cecenia. E’ un network totalmente al servizio degli interessi degli USA e che spesso e volentieri si connette con gli interessi israeliani nella regione. Cosa che sta accadendo anche in queste settimane. A metà marzo c’è stato infatti un vertice a Mosca al quale hanno partecipato i massimi leader di Israele e Arabia Saudita oltre che Abu Mazen per l’Anp. In questo vertice la questione palestinese è passata completamente in ultimo piano ed ha assunto invece rilievo centrale la “minaccia iraniana” sulle petromonarchie del Golfo e la convergenza di interessi tra Arabia Saudita e Israele contro il comune nemico iraniano.</p>
<p>Il network di Al Qaida. Il terzo network dell’islam politico è il figlio degenerato del secondo. Al Qaida nasce infatti dentro l’operazione coperta del network statunitense-saudita in Afghanistan e per tutto il periodo della post guerra ne sarà parte integrante ed operativa nelle azioni nelle repubbliche della ex Jugoslavia e della ex URSS (3).</p>
<p>Ma ad un certo punto dentro il network saudita-statunitense si apre una profonda contraddizione. Essa è sicuramente determinata dalla delusione di molti jihadisti finanziati dall’Arabia Saudita per la subalternità della monarchia wahabita agli interessi USA. Per un verso questi “giovani jihadisti” sono inclini a imporre una più intransigente moralità religiosa, dall’altra avvertono la necessità di una maggiore indipendenza e fuoriuscita dall’arretratezza dei loro paesi. (4)</p>
<p>Ma un altro elemento scatenante e sottovalutato è quanto accadde in Algeria alla fine del 1992, quando un colpo di stato militare impedisce che si svolgessero elezioni in cui si profilava la netta vittoria del FIS (Il Fronte si Salvezza Islamica). Sarebbe stata la prima volta che una organizzazione dell’islam politico arrivava al potere attraverso le elezioni. Nulla di simile era immaginabile nei limitrofi Egitto, Tunisia, Marocco, Libia. A rendere più “detonante” la vicenda, vi è il sostanziale ed aperto sostegno di tutte le potenze occidentali – dagli USA alla Francia, dalla Gran Bretagna all’Italia – al colpo di stato militare che impedisce le libere elezioni in Algeria e il loro risultato.</p>
<p>Per la corrente più giovane e più radicale dell’islam politico – in particolare i salafiti &#8211; è il segnale che i cambiamenti nella regione non potranno avvenire attraverso la strada democratica ma solo attraverso la destabilizzazione delle oligarchie che controllano con pugno di ferro i paesi musulmani e che continuano ad essere subalterne agli USA e al resto delle potenze occidentali. E’ per questo che – secondo Al Qaida &#8211; l’Islam politico non può che trasformarsi anche in “Islam combattente” e non potrà che avere un carattere globale e non più locale.</p>
<p>La competizione tra i tre network dell’islam politico<br />
I tre network islamisti che abbiamo individuato, rispondono ad obiettivi diversi. Per il network iraniano si è aperta una partita rischiosa ma interessante. Paradossalmente sono proprio gli USA ad aver spianato la strada alle ambizioni del network iraniano. Lo hanno fatto occupando e destabilizzando l’Iraq (dove gli sciiti sono maggioranza), occupando e mettendo in rotta i Talebani in Afghanistan (che avevano sottoposto a vessazioni la minoranza sciita e filo-iraniana nella regione di Herat), logorando e liquidando definendo il nazionalismo arabo, pretendendo l’allontanamento dei siriani dal Libano, rimettendo in discussione gli accordi di Taba (e appoggiando il fallimentare attacco israeliano al Libano nell’estate del 2006), assecondando i piani di guerra israeliani contro l’Iran stesso.</p>
<p>L’Iran sciita è diventato così – obiettivamente per ora – la principale linea di resistenza di tutto l’islam politico contro il progetto statunitense-israeliano del Grande Medio Oriente alleati con l’Arabia Saudita. Gli USA stanno utilizzando a tutto campo il network saudita-statunitense contro l’Iran cercando di fare leva sull’identità sunnita “minacciata” dall’onda lunga degli sciiti sia nelle petromonarchie del Golfo sia negli altri punti di tensione: Libano e Gaza sono tra queste.</p>
<p>Lo fanno in Libano – vedi gli scontri nel campo profughi di Nar el Bared o i continui scontri nel mega campo di Ein el Helwe, con il rischio concreto di scatenare a breve una nuova guerra civile – lo fanno in Palestina sostenendo Al Fatah contro Hamas (accusata di essere filo-iraniana), ma lo fanno soprattutto in Iraq con una spregiudicata giravolta di alleanze che ha visto le truppe USA prima sostenere gli sciiti e poi sostenere i sunniti.</p>
<p>Ma questa spregiudicatezza nelle alleanze da parte degli USA e di Israele, deve ora fare i conti anche con il terzo network (Al Qaida) che gioca una partita tutta sua e che soprattutto affianca alla lotta contro “ebrei e i crociati” (quindi i nemici esterni della Umma cioè di tutta comunità musulmana) una lotta feroce contro gli “apostati” (cioè i musulmani corrotti e infedeli ai principi coranici).</p>
<p>Al Qaida infatti persegue la lotta senza quartiere anche contro i regimi, i governi e le monarchie musulmane “stregate” dall’occidente o non sufficientemente osservanti dell’islam più retrivo. Questo passaggio complica di molto le operazioni statunitensi che hanno potuto sempre fare conto su oligarchie disposte a vendersi ed a cambiare alleanze repentinamente.</p>
<p>In Iraq, la rete di Al Qaida conduce la propria azione sia contro gli sciiti che contro i capi tribù e i leader sunniti che hanno accettato di collaborare con l’occupazione statunitense. In Libano all’aperta ostilità contro gli Hezbollah sciiti si accompagna la rottura con la famiglia Hariri fiduciaria dei sauditi e dell’occidente nel paese dei cedri. In Afghanistan e Pakistan alla lotta contro le truppe della NATO si affianca la lotta contro il regime pakistano e le minoranze sciite e cristiane.</p>
<p>Il network di Al Qaida è consapevolmente parte della guerra di civiltà in cui si muove con una consolidata capacità di utilizzo di tutte le forme moderne dei conflitti asimmetrici: attentati terroristici e uso dei mass media, richiesta di pulizia morale e condanna dei corrotti, proselitismo religioso e ipotesi “riformiste”. E’ chiaro che è questo network ad avere più appeal tra i giovani musulmani immigrati di seconda generazione o terza generazione che vivono nei paesi europei o negli stessi Stati Uniti o che potrebbero rimanere delusi dagli esiti incompiuti delle rivolte nel Maghreb e in MedioOriente.</p>
<p>Non solo strumenti della CIA ma neanche compagni di strada</p>
<p>Sul piano teorico almeno due di questo network islamici (quello iraniano e quello qaedista) sono in conflitto con i progetti degli USA in tutto l’Arco di Crisi, mentre il terzo – quello saudita – è organicamente collegato e subalterno con gli interessi di Washington. In realtà le cose si presentano in modo meno lineare perché la strumentalizzazione da parte degli Stati Uniti della frammentazione dell’islam politico è evidente, così come sono evidenti gli ormai numerosi incidenti di percorso degli spregiudicati doppi giochi o cambi di alleanza da parte degli USA in tutto il Medio Oriente. Ma liquidare tutto questo come azioni della CIA dice solo una piccola parte della verità e rischia di nascondere all’analisi tutto il resto e ciò sarebbe imperdonabile per i movimenti antimperialisti.</p>
<p>Il dettaglio da non trascurare assolutamente sulla entrata in scena dell’islam politico nelle relazioni internazionali, è che nessuno dei tre network islamici, in quanto tale, può essere considerato compagno di strada di una ipotesi di trasformazione sociale di segno progressista come quella che perseguiamo.</p>
<p>All’interno di essi agiscono anche forze di ispirazione religiosa che hanno dimostrato di essere realtà non sempre reazionarie come Hezbollah in Libano o l’esperienza di Hamas nel periodo della direzione di Rantisi (ucciso però dagli israeliani come tanti altri leader musulmani più avanzati), ma sono esperienze ampiamente circoscritte.</p>
<p>E’ innegabile ad esempio che la presenza e la competizione tra i tre network della Jihad abbia indebolito enormemente il carattere nazionalista della resistenza in Irak, che era invece prevalente nella prima fase della lotta contro l’occupazione statunitense ed alleata. Allo stesso modo il movimento di liberazione palestinese è ormai schiacciato tra l’opzione capitolazionista dell’ANP e quella sempre più confessionale di Hamas, riducendo al minimo la forza e il ruolo dell’opzione nazionalista e di sinistra che pure tra i palestinesi ha avuto in passato un forte seguito. C’è dunque ampia materia su cui cominciare a ragionare e a confrontarsi senza tesi auto-consolatorie.</p>
<p>Vittorio Arrigoni, generoso attivista che ha condiviso con i palestinesi di Gaza l’assedio, i bombardamenti, l’isolamento internazionale appare al momento l’ennesima vittima di questa aperta e feroce competizione tra i vari nerwork dell’islam politico e dell’uso strumentale che ne fanno gli Stati Uniti, Israele ed ora anche le potenze dell’Unione Europea. E’come se la ruota della storia abbia cominciato a girare all’indietro di almeno un secolo (5).</p>
<p><span style="font-size: x-small;">NOTE:</span><br />
<span style="font-size: x-small;">[1] La definizione di Arco di Crisi, da Rabat a Jakarta, è individuato, spiegato ed esemplificato nel libro di Zbignew Brzezinski“La Grande Scacchiera” pubblicato nel 1997</span><br />
<span style="font-size: x-small;">[2] Vedi l’operazione Iran-Contras e parallelamente le forniture di armi all’Iraq. Gli USA accetteranno senza battere ciglio il bombardamento e l’affondamento della fregata statunitense“Stark” nel Golfo Persico da parte degli iracheni ma accetteranno e diffonderanno la bufola mediatica dei curdi gasati da Saddam Hussein mentre è emerso che in realtà erano stati gli iraniani. Israele da parte sua appoggia l’Iran in quanto paese non arabo, così come farà con i maroniti in Libano, la Turchia, i curdi. Israele bombarda il centro nucleare iracheno di Osirak e venderà armi all’Iran, il quale nonostante i proclami antisionisti le accetterà. L’Arabia Saudita sosterrà economicamente e militarmente l’Iraq</span><br />
<span style="font-size: x-small;">[3] Il giornalista tedesco Jurgen Elsasser negli anni ha documentato molto bene le attività di Al Qaida in Bosnia e Kosovo. Vedi il suo capitolo nel recente libro “Zero” sull’11 settembre</span><br />
<span style="font-size: x-small;">[4] Indicativo e decisamente pedagogico per comprendere anche queste dinamiche è il film “Syriana”</span><br />
<span style="font-size: x-small;">[5] Con tutte le precauzioni del caso, è decisamente utile rileggersi “I Sette pilastri della saggezza”, il diario di Lawrence d’Arabia per capire il meccanismo di cooptazione delle elìte nel mondo arabo da parte delle potenze coloniali. Scritto poco meno di un secolo fa, il diario mantiene una straordinaria attualità.</span></p>
<p><a href="http://www.contropiano.org/archivio-news/editoriale/item/797-cosa-c%E2%80%99%C3%A8-dietro-il-sequestro-di-vittorio-arrigoni-a-gaza?lang=it">da Contropiano</a></p>
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		<title>Colombia, i segreti di Pulcinella</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Apr 2011 18:43:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ter</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
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		<description><![CDATA[Wikileaks conferma quanto le organizzazioni in difesa dei diritti umani vanno denunciando da sempre: i legami pericolosi tra Santos e Israele e fra Uribe e i paramilitari. di Stella Spinelli da PeaceReporter del 28 marzo 2011 Un cablogramma datato novembre 2008 e inviato dall&#8217;allora ambasciatore Usa in Colombia, William Brownfield, è stato pubblicato di recente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4>Wikileaks conferma quanto le organizzazioni in difesa dei diritti umani vanno denunciando da sempre: i legami pericolosi tra Santos e Israele e fra Uribe e i paramilitari.</h4>
<h5>di Stella Spinelli </h5>
<p><a href="http://it.peacereporter.net/articolo/27642/Colombia,+i+segreti+di+Pulcinella">da PeaceReporter del 28 marzo 2011</a><br />
Un cablogramma datato novembre 2008 e inviato dall&#8217;allora ambasciatore Usa in Colombia, William Brownfield, è stato pubblicato di recente da Wikileaks in quanto svela un legame tanto stretto quanto allarmante fra l&#8217;esercito di Bogotà e Israele. Il tutto coordinato da quello che al tempo era il ministro della Difesa e che oggi altro non è che il presidente della Repubblica, Juan Manuel Santos. Emersi anche legami fra governo e paramilitarismo.<br />
<span id="more-4350"></span><br />
Nel testo emerge che fra il 2005 e il 2006, gli alti comandi militari erano alquanto frustrati per l&#8217;impossibilità di localizzare gli esponenti dello Stato Maggiore delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc), e per questo Santos pensò bene di contattare gli esperti israeliani affinché addestrassero e guidassero le forze speciali con lo scopo di scovare i numero uno della guerriglia. Ne nacque un accordo alquanto complesso, che prevedeva anche un supporto contro &#8220;le minacce esterne&#8221;, rappresentato dal Venezuela di Hugo Chavez, e dall&#8217;Ecuador di Correa.</p>
<p>A rappresentare Israele, il generale Yisrael Ziv, amico personale di Santos, già viceministro della Difesa dello stato ebraico e direttore delle operazioni militari. Ziv fu anche il comandante delle forze israeliane nella Striscia di Gaza quando nel 2002 vennero sterminate numerose famiglie palestinesi che si trovavano nella abitazioni abbattute senza pietà dai militari, i quali asserirono: &#8220;Pensavamo si trattasse di case vuote&#8221;.<br />
L&#8217;allora ambasciatore Usa a Bogotà stilò anche un rapporto sui diversi accordi commerciali colombiani che comprendevano l&#8217;acquisto di 24 caccia Kfir ed altri armamenti militari, il 38 percento dei quali da Israele.</p>
<p>Un triangolo, quello Washington &#8211; Bogotà &#8211; Tel Aviv, che di certo non è nuovo, ma che adesso è comprovato. È dagli anni Ottanta che le tre capitali sono strettamente legate da fini e mezzi, ma è solo negli ultimi tempi che questa coalizione si è rafforzata, esprimendosi al massimo nella presenza e nelle attività operative e di intelligence nelle città e nella selva colombiana.</p>
<p>Ma Wikileaks ci racconta anche altro su Palazzo Narino, confermando persino quanto ampiamente denunciato da molte Ong colombiane e estere in difesa dei diritti umani. La legge Giustizia e Pace, ideata e messa in atto dal governo Alvaro Uribe a partire dal 2005, e che prevedeva una graduale smobilitazione dei paramilitari in nome della pace, altro non era che una farsa. Secondo i documenti pubblicati dall&#8217;organizzazione mediatica no-profit di Juliane Assange, quella Ley non fu altro che una mossa funzionale alla politica governativa, con tre obiettivi precisi: costruire la facciata di una fittizia politica di pace, permettere il riciclaggio di enormi capitali (si parla di 10 miliardi di dollari) accumulati in anni di soprusi, e ripulire le fedine penali di paramilitari la cui organizzazione, Auc, non era che il braccio del terrorismo di Stato.</p>
<p>A confermare questa documentazione, i fatti attuali. La Colombia è a oggi infestata da almeno 21 nuovi gruppi, le cosiddette Bacrim, Bande criminali emergenti, che di emergente non hanno proprio nulla. Si tratta degli esperti esponenti delle Auc che non hanno fatto altro che smobilitarsi per mobilitarsi nuovamente e in tutta tranquillità. A confermarlo un altro documento diplomatico inviato dall&#8217;ambasciata Usa in Colombia nel 2007, che precisa come i leader delle nuove formazioni paramilitari altro non sono che ex paramilitari di livello medio, senza preparazione ideologica, ma ben armati e supportati da altri ex dei blocchi delle Auc. O dell&#8217;esercito. Perché, a quanto affermato da un ufficiale della Brigata XVII dell&#8217;Esercito all&#8217;ambasciatore Usa &#8211; Brigata responsabile di massacri inenarrabili &#8211; almeno 250 esponenti delle nuova bande che operano in Urabá hanno già esperienze come militari. E a questo si aggiunge il contenuto di un altro cablo pubblicato da Wikileaks che riporta le dichiarazioni della cupola delle Auc, le quali confermano l&#8217;accordo fra paracos e governo Uribe. Si tratta delle dichiarazioni di Carlos Mario Jiménez, alias &#8216;Macaco&#8217;, Freddy Rendón, alias &#8216;El Alemán&#8217;, e Rodrigo Tovar, alias &#8216;Jorge 40&#8242;.</p>
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		<title>Israele manovra per bloccare il riconoscimento dello Stato Palestinese</title>
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		<pubDate>Sun, 03 Apr 2011 13:55:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ter</dc:creator>
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		<category><![CDATA[ANP]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Stato Palestinese]]></category>
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		<description><![CDATA[Abu Mazen, almeno a parole, afferma che a settembre dichiarerà l’indipendenza . Alcuni Stati, anche europei, sarebbero pronti a riconoscerla. Intanto un sondaggio rivela che la maggioranza dei ragazzi ebrei israeliani vorrebbe limitare i diritti politici agli arabo-israeliani. Gerusalemme, 01 aprile 2011, Nena News Non è chiaro quanto stia facendo sul serio il presidente dell’Anp [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="https://lh6.googleusercontent.com/_aT71utejorw/TBMzjF42GkI/AAAAAAAAAoY/Ek0O3yKutLs/s288/Mother_Palestine_Two_States_by_Latuff2.jpg" alt="" width="288" height="203" /></p>
<h4>Abu Mazen, almeno a parole, afferma che a settembre dichiarerà l’indipendenza . Alcuni Stati, anche europei, sarebbero pronti a riconoscerla. Intanto un sondaggio rivela che la maggioranza dei ragazzi ebrei israeliani vorrebbe limitare i diritti politici agli arabo-israeliani.</h4>
<p>Gerusalemme, 01 aprile 2011, Nena News<br />
Non è chiaro quanto stia facendo sul serio il presidente dell’Anp Abu Mazen che, da qualche settimana, attraverso i suoi collaboratori,  segnala di voler proclamare l’indipendenza palestinese in Cisgiordania, Gaza con capitale Gerusalemme Est, il prossimo settembre, davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. <span id="more-4295"></span>Più volte in passato Abu Mazen ha agitato la «minaccia» della proclamazione unilaterale d’indipendenza di fronte all’intransigenza del governo Netanyahu e in risposta alla ripresa della colonizzazione israeliana in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Ma ogni volta ha fatto puntualmente marcia indietro. Israele invece sembra prenderlo molto sul serio e sta predisponendo «contromisure».</p>
<p>La stampa israeliana riferisce che Israele ha avviato trattative segrete con la Russia per impedire il riconoscimento internazionale di una proclamazione d’indipendenza palestinese. L’appoggio americano è assicurato da tempo visto che l’Amministrazione Obama ha più volte ammonito Abu Mazen da compiere un atto unilaterale e ha ribadito con forza che l’unica possibilità di soluzione è il negoziato, anche se quest’ultimo è totalmente paralizzato da anni e non offre alcuna prospettiva.</p>
<p>Il quotidiano di Tel Aviv Haaretz  aggiunge oggi che Isaac Molho, consigliere del premier Netanyahu e capo negoziatore, mercoledì è andato segretamente a Mosca per incontrare il ministro degli esteri Sergei Lavrov allo scopo di dissuadere la Russia dall’appoggiare quei paesi dell’Unione europea che intenderebbero, secondo indiscrezioni, lanciare entro due settimane un piano per la creazione di uno Stato palestinese indipendente entro i confini del 1967, con capitale Gerusalemme Est, che garantisca «sicurezza» a Israele senza violare il diritto alla sovranità dei palestinesi.</p>
<p>A premere per questa iniziativa europea sarebbero in particolare Francia, Germania e Gran Bretagna, convinte che la proposta fatta da Netanyahu di uno Stato palestinese «provvisorio» sia insufficiente mentre a settembre scadrà l’anno di tempo che l’Amministrazione Obama si era data per arrivare ad un accordo tra le due parti in conflitto da decenni.</p>
<p>Israele teme che questa iniziativa finisca per rappresentare un sostegno alla proclamazione unilaterale di indipendenza palestinese che potrebbe essere riconosciuta subito anche da alcuni paesi europei, prima fra tutti la Francia.</p>
<p>Nei mesi scorsi diversi Stati sudamericani hanno riconosciuto lo Stato di Palestina. Israele ha reagito con moderazione a queste scelte in considerazione del peso diplomatico internazionale di questi paesi. Ben altra cosa viene considerata in casa israeliana un riconoscimento europeo o russo dell’indipendenza, che metterebbe sotto forte pressione Israele e gli alleati statunitensi. Ecco perché il governo Netanyahu sta manovrando con decisione per vanificare gli sforzi palestinesi. Israele nei mesi scorsi ha messo in chiaro che adotterà pesanti misure di boicottaggio nei confronti di un autoproclamato Stato palestinese.</p>
<p>Se il governo agisce per far deragliare i propositi di Abu Mazen, la popolazione israeliana nel frattempo si sposta sempre più a destra, in particolare i più giovani, con effetti sempre più negativi per la minoranza araba.  Secondo una indagine svolta condotta dalla Friedrich Ebert Foundation in cooperazione con il Dahaf Institute, al 60% dei ragazzi israeliani ebrei di età compresa fra 15 e 18 anni, piace l’immagine dell’uomo forte in politica e il 70% ritiene che la sicurezza dello Stato debba prevalere sui valori democratici. <em>Dulcis in fondo</em> la maggioranza dei ragazzi intervistati vorrebbe limitare i diritti della comunità arabo-israeliana (i palestinesi con cittadinanza israeliana, 1,5 milioni) e il 46% vorrebber vietarne pure la rappresentanza parlamentare.  <a href="http://www.nena-news.com/?p=8572">Nena News</a></p>
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		<title>L&#8217; &#8220;industria dell&#8217;Olocausto&#8221; in tribunale</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Nov 2010 20:35:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ter</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Sionismo]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>

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		<description><![CDATA[Finisce davanti al tribunale di New York l&#8217;industria dell&#8217;Olocausto denunciata da Norman Filkestein nel suo libro* da Il Sole 24 Ore dell&#8217;11 novembre «Truffa al fondo per la Shoah» di Claudio Gatti I falsi invalidi, i falsi braccianti agricoli, i falsi pensionati, tutto già visto e già fatto. Ma i falsi superstiti dell&#8217;Olocausto? Spacciarsi per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>Finisce davanti al tribunale di New York l&#8217;industria dell&#8217;Olocausto denunciata da Norman Filkestein nel suo libro*</h3>
<h5>da Il Sole 24 Ore dell&#8217;11 novembre<br />
«Truffa al fondo per la Shoah» di Claudio Gatti</h5>
<p>I falsi invalidi, i falsi braccianti agricoli, i falsi pensionati, tutto già visto e già fatto. Ma i falsi superstiti dell&#8217;Olocausto? Spacciarsi per invalido al fine di incassare un&#8217;indennità non dovuta è prassi diffusa un po&#8217; ovunque, ma farsi passare per ebreo e vittima della persecuzione nazista per truffare il governo tedesco non è da tutti.<br />
<span id="more-3458"></span><br />
Mercoledì scorso la procura di New York ha accusato 17 persone proprio di questo. Sei di loro erano dipendenti della Conference On Jewish Material Claims Against Germany, un ente creato dal governo tedesco nel 1951 per compensare gli ebrei sopravvissuti all&#8217;Olocausto con sedi a New York, in Germania e in Israele.</p>
<p>«Se ci sono fondi che dovrebbero essere immuni dalla frode, sono quelli creati per compensare e assistere i superstiti della persecuzione nazista», ha commentato il procuratore federale di Manhattan, Preet Bharara.</p>
<p>Gli inquirenti hanno invece scoperto ben 5.615 pratiche fraudolente, per un valore totale di oltre 42 milioni di dollari. Sostenute da una moltitudine di drammi e disgrazie inventate. Storie di fuga sotto i bombardamenti, di sopravvivenza nelle foreste o in nascondigli di ogni genere, dagli scantinati alle stalle. Tutte frutto della fantasia degli imputati. Però meticolosamente supportate da documenti contraffatti, fotografie di persone già morte e testimonianze non vere.</p>
<p>L&#8217;agente speciale dell&#8217;Fbi Steven Wintonick ha scoperto anche casi di vittime vere alle quali è stata invece negata l&#8217;indennità che spettava. Una di queste, dopo aver presentato una richiesta di compenso, aveva ricevuto una telefonata da Polina Breyter, un&#8217;impiegata della Conference, che l&#8217;aveva invitata a farsi aiutare nella pratica da un suo amico. Costui aveva poi avanzato una richiesta inaspettata: ti aiuto ma per velocizzare la pratica voglio una percentuale dell&#8217;indennità che avrai.</p>
<p>La persona aveva chiamato Breyter per dirle che non avrebbe mai accettato un ricatto del genere e questa, indispettita, aveva annunciato che avrebbe inviato la pratica in Germania affinché fossero i tedeschi a prendere la decisione finale, una procedura del tutto anomala visto che la sede di New York della Conference aveva il compito precipuo di selezionare e approvare le pratiche. Dieci mesi dopo, non avendo avuto notizie, la superstite aveva richiamato la Breyter per sollecitare una risposta e aveva scoperto che la pratica non era mai stata inviata in Germania e che senza l&#8217;aiuto del facilitatore consigliato non sarebbe mai andata avanti.</p>
<p>In combutta con i dipendenti della Conference c&#8217;era una mezza dozzina di persone che attraverso contatti personali o annunci su giornali in lingua russa per anni hanno setacciato la zona di Brighton Beach, un quartiere di Brooklyn popolato da ebrei russi e ucraini alla ricerca di persone a cui far presentare domanda di indennità o pensione. La maggior parte di queste erano di origine ebraica, anche se non tutte, ma non avevano i requisiti previsti per ottenere il risarcimento una tantum di 3.600 dollari o la pensione mensile di 411. A sistemare tutto con documenti contraffatti e poi approvare le pratiche ci pensavano Breyter e i suoi colleghi. In cambio, i beneficiari dovevano cedere la metà dell&#8217;indennità fraudolentemente ottenuta.</p>
<p>Ma che succederà adesso alle migliaia di falsi superstiti scoperti? Il procuratore Bharara è stato vago. Si è limitato a dire che l&#8217;inchiesta «è tuttora in corso».</p>
<p>_________________________________________</p>
<h4>Per leggere il libro di Norman Filkestein su &#8220;L&#8217;industria dell&#8217;Olocausto&#8221; clicca su:<br />
<a href="http://www.arcipelago.org/palestina/nostro_no_alla_censura_sionis.htm">http://www.arcipelago.org/palestina/nostro_no_alla_censura_sionis.htm</a></h4>
<p><a href="http://picasaweb.google.com/lh/photo/CFlfttWADhaF1M6d_S7qPonjvNrusdmYrCR_FSAlJP4?feat=embedwebsite"><img src="http://lh5.ggpht.com/_aT71utejorw/TN8DyvyfEWI/AAAAAAAAAzc/quJHiIoH_6c/s400/Palestine194.jpg" height="261" width="400" /></a></p>
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		<title>Decreto apartheid, espulsi i primi due palestinesi</title>
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		<pubDate>Sun, 25 Apr 2010 11:05:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ter</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Michele Giorgio Non ha frenato le autorità di occupazione israeliane la manifestazione unitaria Hamas-Fatah dell&#8217;altro giorno ad Erez (Gaza) contro il recente «decreto militare 1650» che potrebbe causare la deportazione di migliaia di palestinesi della Cisgiordania descritti come «infiltrati». Poche ore dopo il corteo, due palestinesi sono stati espulsi verso Gaza. Mercoledì Ahmad Sabbah, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h5>di Michele Giorgio</h5>
<p>Non ha frenato le autorità di occupazione israeliane la manifestazione unitaria Hamas-Fatah dell&#8217;altro giorno ad Erez (Gaza) contro il recente «decreto militare 1650» che potrebbe causare la deportazione di migliaia di palestinesi della Cisgiordania descritti come «infiltrati». Poche ore dopo il corteo, due palestinesi sono stati espulsi verso Gaza.<span id="more-2250"></span><br />
Mercoledì Ahmad Sabbah, che aveva appena finito di scontare un periodo di 10 anni di reclusione in un carcere israeliano, si preparava a tornare a Tulkarem (Cisgiordania) ma al momento del rilascio è stato trasferito a Erez. «Non potete farlo, è mio diritto andare a casa, dai miei familiari», ha protestato Sabbah, «reo» di possedere una carta di identità emessa a Gaza. A nulla sono servite anche le proteste di Saber al Beyari che da 15 anni viveva a Giaffa con la moglie, una palestinese israeliana. L&#8217;uomo è stato prelevato in un ospedale, dove era ricoverato da alcuni giorni, e portato a Erez, dove ieri sera era ancora bloccato. Il governo di Hamas ha negato il suo ingresso spiegando che Gaza non diventerà il «contenitore» degli espulsi da Israele.<br />
È da escludere che il decreto militare 1650 rientri nei temi al centro dei colloqui che l&#8217;inviato americano George Mitchell, atteso ieri sera a Tel Aviv, avrà con i dirigenti israeliani. Mitchell è giunto senza nuove idee Usa e, alla vigilia del suo arrivo, Netanyahu ha respinto nettamente le richieste di Washington di sospendere la costruzione di colonie ebraiche nel settore palestinese (est) di Gerusalemme. Obama negli ultimi giorni, in varie occasioni, ha ribadito la stretta alleanza strategica tra Usa e Israele ma le polemiche tra le due parti non cessano come conferma la presenza nello Stato ebraico anche del massimo esperto in Medio Oriente della Casa Bianca in appoggio ai colloqui che porterà avanti Mitchell.<br />
L&#8217;Amministrazione Usa al suo interno appare divisa. Accanto a chi preme per contenere i dissensi con Netanyahu, c&#8217;è chi critica apertamente il governo dello Stato ebraico. Come l&#8217;ex ambasciatore a Tel Aviv Martin Indyk, oggi consigliere di Mitchell, che ha invitato il premier israeliano a rilanciare il negoziato con i palestinesi. In una intervista radiofonica e in un articolo pubblicato sul New York times, Indyk ha spiegato che «se Israele è una superpotenza e non necessita della protezione degli Usa, che pure isolano e premono sull&#8217;Iran, allora faccia quello che crede. Ma se ha bisogno degli Stati Uniti &#8211; ha aggiunto l&#8217;ex ambasciatore &#8211; allora deve tener conto degli interessi americani».</p>
<h4><a href="http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20100423/pagina/08/pezzo/276743/">da il Manifesto del 23 aprile 2010</a></h4>
<p><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="http://www.addtoany.com/share_save#url=http%3A%2F%2Fwww.palestinalibera.org%2F2010%2F04%2Fdecreto-apartheid-espulsi-i-primi-due-palestinesi%2F&amp;title=Decreto%20apartheid%2C%20espulsi%20i%20primi%20due%20palestinesi" id="wpa2a_20"><img src="http://www.palestinalibera.org/wp-content/plugins/add-to-any/share_save_171_16.png" width="171" height="16" alt="Share"/></a></p>]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>La questione palestinese imbrigliata dentro i problemi regionali</title>
		<link>http://www.palestinalibera.org/2010/04/la-questione-palestinese-imbrigliata-dentro-i-problemi-regionali/</link>
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		<pubDate>Wed, 21 Apr 2010 13:27:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ter</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Sergio Cararo La quiete prima della tempesta. E’ questa l’impressione che molti osservatori stanno ricavando dalla situazione in Medio Oriente. Molti sono i fattori che indicano come le contraddizioni che si vanno accumulando in uno dei principali teatri di crisi mondiali abbiano tutte le potenzialità per creare “un incidente della storia” capace di inviare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h5>di Sergio Cararo</h5>
<p>La quiete prima della tempesta. E’ questa l’impressione che molti osservatori stanno ricavando dalla situazione in Medio Oriente. Molti sono i fattori che indicano come le contraddizioni che si vanno accumulando in uno dei principali teatri di crisi mondiali abbiano tutte le potenzialità per creare “un incidente della storia” capace di inviare a tutto campo la sua onda lunga destabilizzante. La questione palestinese appare oggi fortemente ipotecata da questo scenario regionale.<br />
<span id="more-2185"></span></p>
<p>Volendo schematizzare i problemi incancrenitisi nell’area possiamo indicare i seguenti:</p>
<ol>
<li>Le difficoltà dell’amministrazione USA di Obama nell’esercitare ancora la propria egemonia sui processi nella regione. L’oltranzismo di Israele ha infatti depotenziato ogni ambizione della nuova amministrazione della Casa Bianca mentre l’effetto del discorso di Obama a Il Cairo si è già dissolto senza produrre alcun recupero di credibilità ideologica da parte degli USA nel mondo arabo e islamico;</li>
<li>La perdita israeliana dell’unico alleato nell’area ossia la Turchia. La nuova linea politica di Ankara rivela le sue ambizioni a giocare un ruolo regionale più attivo e meno subalterno. Allo stesso modo la crisi diplomatica tra Israele e Turchia ha congelato le possibilità di riaprire il negoziato con la Siria nel tentativo di staccarla dall’alleanza con l’Iran;</li>
<li>Il rischio sempre più concreto di un attacco militare israeliano e statunitense contro l’Iran che ha tutte le potenzialità di estendersi ad un più devastante conflitto regionale con  immediate conseguenze in Iraq e in Libano;</li>
<li>Lo stallo nel negoziato tra Israele e ANP e la cristallizzazione della spaccatura interpalestinese tra il governo di Ramallah e il governo di Gaza;</li>
<li>La perdita di credibilità dell’Egitto come paese leader del mondo arabo decisivo ai fini di un negoziato complessivo sugli assetti della regione. L’appiattimento egiziano ai diktat israeliani e USA (vedi il Muro al confine con Gaza e la complicità con l’assedio dei palestinesi nella Striscia) ne ha delegittimato la credibilità.</li>
<p>E’ evidente come un contesto regionale così compromesso possa riattivizzarsi solo attraverso una svolta sul piano negoziale tra i palestinesi e Israele che riconsegni la centralità al ruolo degli USA oppure attraverso uno “scossone” che molti intravedono nell’ipotesi dell’attacco all’Iran o – in misura indiretta – con un nuovo attacco al Libano dove Hezbollah ha rafforzato molto sia sul suo peso politico entrando nel governo di unità nazionale sia – e non un dettaglio – le sue capacità militari. Quello che è certo, è che dentro questa situazione, la questione palestinese torna ad essere un vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro (e di fuoco) della regione mediorientale. Per le forze che in questi anni hanno sviluppato una intensa mobilitazione al fianco della resistenza palestinese – pur mantenendo la propria iniziativa contro l’apparato coloniale sionista &#8211; è quantomeno tempo di riflessione.</p>
<h4>Le ipoteche sulla questione palestinese</h4>
<p>Di fronte alla spaccatura della soggettività e della prospettiva politica del movimento di liberazione palestinese polarizzato tra Hamas e Al Fatah , oggi chiunque abbia a cuore le sorti della causa palestinese non può che auspicare la ricomposizione dell’unità nazionale nella prospettiva della resistenza e della ripresa dell’iniziativa politica a tutto campo contro l’occupazione israeliana. Esiste infatti il rischio concreto – come perseguito sistematicamente in altre realtà regionali sia da Israele che dagli USA &#8211; di una frantumazione dell’identità nazionale palestinese in diverse entità separate geograficamente e politicamente (Gaza, Cisgiordania, i palestinesi del ’48 residenti in Israele, la situazione specifica di Gerusalemme, i palestinesi dei campi profughi nella diaspora).</p>
<p>Fino ai primissimi anni Novanta l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina aveva in qualche modo assicurato una direzione e un coordinamento delle diverse realtà in cui era stato frantumato il popolo palestinese, ma gli accordi di Oslo e l’emergere della centralità dell’Autorità Nazionale Palestinese hanno depotenziato e liquidato sia l’OLP che la sua capacità di assicurare una direzione unitaria della resistenza palestinese in tutte le sue realtà.</p>
<p>In questi ormai quasi quaranta anni di sostegno alla lotta del popolo palestinese, abbiamo ritenuto che questo dovesse andare all’intero popolo palestinese ovunque collocato e indipendentemente dalla sua rappresentanza politica predominante in una fase o in un&#8217;altra. Certo, l’esperienza storica ci ha  portato a privilegiare il confronto con i compagni del FPLP o del FDLP piuttosto che con altre forze all’interno dell’OLP. Ci sentiamo di confermare questo approccio indicando come oggi la vera discriminante sia quella tra le forze che oppongono resistenza all’occupazione israeliana e chi invece vi collabora e questo non riguarda solo l’ANP.  Il problema semmai riguarda la liquidazione a cui è stata sottoposta l’OLP e che anche dentro l’ultimo congresso di Al Fatah non ha visto esprimersi una controtendenza abbastanza forte e capace da recuperare il terreno perduto.</p>
<h4>La Resistenza Globale e le forze in campo</h4>
<p>Questo indebolimento dell’OLP – perseguito scientificamente da Israele &#8211; ha visto crescere altre forze di carattere politico-religioso nel campo palestinese come Hamas che hanno via via acquisito una influenza crescente fino alla vittoria elettorale del 2006, una vittoria legittima che è stata negata frontalmente e criminalizzata dall’apparato coloniale israeliano e dalle sue complicità negli USA, Europa e mondo arabo, inclusi settori non irrilevanti dell’ANP. Oggi queste forze ispirate all’islam politico rivelano di disporre nell’intera regione mediorientale di maggiori risorse, coordinamento e progettualità rispetto a quelle eredi del nazionalismo arabo laico e progressista negli anni scorsi duramente attaccate dall’imperialismo e dai regimi arabi. Questa sensazione è emersa piuttosto chiaramente dal recente Forum della Resistenza svoltosi a Beirut che abbiamo avuto occasione di seguire direttamente e che è stato ampiamente resocontato su Contropiano online. Di questo indubbiamente occorre tenere conto per definire chiaramente i punti di confronto e quelli di divergenza sulle prospettive. A tale proposito è utile richiamare  le riflessioni fatte in questi anni sul significato di quello che abbiamo definito come il fronte della Resistenza Globale. “La lotta a difesa del diritto all’autodeterminazione, vera e non eterodiretta, ha perciò due percorsi da seguire in modo chiaro e parallelo. Il primo è quello del sostegno al diritto dei popoli e della necessità di contrastare l’intervento militare e politico delle grandi potenze e, per quanto ci riguarda direttamente, quello del nostro paese ed ora anche dell’ Unione Europea. Il secondo è quello di un’azione di solidarietà internazionale con tutte quelle forze politiche, sociali e di classe che spingono verso il superamento del sistema capitalistico, coscienti che le forze che stanno emergendo e reagendo alla devastante riorganizzazione planetaria dei paesi imperialisti non sono tutte protese verso uno sbocco progressista. In questo senso i giudizi sulla funzione delle religioni in queste lotte non possono essere politicamente predeterminati ma vanno valutati rispetto al contesto in cui agiscono ed è solo rispetto a questo che vanno prese posizioni politiche altrettanto non schematiche. Questo approccio ovviamente non può far sottacere la nostra convinzione che le religioni in quanto tali non possono essere una risposta ai problemi che lo sviluppo complessivo e mondiale pone oggi alla umanità”. (dal documento per la II Assemblea nazionale della Rete dei Comunisti, 2007).  E’ sulla base di questa chiarezza che in questi anni abbiamo costruito relazioni leali con molte forze politiche nell’area mediorientale, da quelle di ispirazione marxista a forze come Hezbollah.</p>
<h4>Lo Stato Unico come soluzione adeguata</h4>
<p>Alla luce delle considerazioni fin qui esposte, la posizione dei “due popoli due stati” come soluzione per il conflitto in Palestina non solo si è rivelata un tragico inganno e una proposta resa impraticabile dalla realtà sul campo, ma è una ipotesi che andrebbe a legittimare  proprio l’idea di uno “stato ebraico” in Israele eventualmente separato da un possibile “stato islamico” palestinese. In sostanza sarebbe la negazione di tutto il processo di autodeterminazione nazionale perseguito in questi decenni dalle forze più avanzate dello schieramento palestinese. Appare più convincente ed anche più coerente l’ipotesi dello Stato Unico per tutti coloro che abitano sul territorio della Palestina storica indipendentemente ed anzi in contrasto con ogni discriminazione di tipo religioso o etnico. Questa consapevolezza sembra ricominciare ad emergere come sbocco possibile in ambiti crescenti (seppur ancora minoritari) del movimento progressista palestinese e israeliano e viene percepita come seria minaccia dai gruppi sionisti e dalle autorità israeliane. In questo senso appare inevitabile che anche nella sinistra europea si riprenda e si approfondisca la lotta politica e culturale contro il sionismo inteso come progetto coloniale e apparato ideologico fondativo dell’occupazione israeliana della  Palestina.</p>
<p>In attesa che le soggettività politiche del popolo palestinese avvino un processo di rottura effettiva con la politica perseguita da Oslo in poi, occorre auspicare ed agire per sostenere – così per come può esprimersi qui ed ora &#8211; la resistenza attiva contro la crescente occupazione coloniale dei Territori Palestinesi, contro il rafforzamento del sistema di apartheid verso i palestinesi del ’48 residenti in Israele e porre con la dovuta forza la questione del diritto al ritorno dei profughi dei campi nella diaspora. La dimensione internazionale del sostegno alle forze che animano la resistenza popolare palestinese appare decisiva. I fatti ci indicano che ciò che l’apparato coloniale sionista al momento teme di più sono proprio le campagne internazionali &#8211; da quella contro il Muro alla campagna BDS (boicottaggio, disinvestimento, sanzioni) &#8211;  o le iniziative come Free Gaza. Non è un caso che la repressione israeliana in questa ultima fase si sia abbattuta contro gli attivisti palestinesi e israeliani attivi in queste campagne o contro giornalisti e attivisti internazionali attivi nei Territori Palestinesi. L’apparato coloniale israeliano è forte sul terreno del controllo militare del territorio ma estremamente vulnerabile nel contesto regionale e internazionale. Paradossalmente nasce da questa consapevolezza la debolezza e la pericolosità delle scelte che ha davanti l’establishment israeliano.</p>
<p>* da <a href="http://www.contropiano.org/">Contropiano</a> di febbraio 2010</ol>
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		<title>&#8220;Lo Stato più democratico del Medio Oriente&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Apr 2010 18:09:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ter</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;atomica? Non si discute Come sulle colonie, Tel Aviv non vuole negoziare sulle sue testate Il premier Netanyahu declina l&#8217;invito di Obama al vertice di Washington di Michele Giorgio Benyamin Netanyahu non ci sarà. Il premier israeliano ieri ha fatto sapere che il 12 e 13 aprile non prenderà parte al vertice per la sicurezza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>L&#8217;atomica? Non si discute</h3>
<h4>Come sulle colonie, Tel Aviv non vuole negoziare sulle sue testate Il premier Netanyahu declina l&#8217;invito di Obama al vertice di Washington</h4>
<h5>di Michele Giorgio</h5>
<p>Benyamin Netanyahu non ci sarà. Il premier israeliano ieri ha fatto sapere che il 12 e 13 aprile non prenderà parte al vertice per la sicurezza nucleare organizzato a Washington dal presidente Barack Obama. Con questa improvvisa «exit strategy», il premier israeliano riuscirà a sottrarsi al tentativo di Turchia ed Egitto di mettere al centro della discussione anche la questione dell&#8217;arsenale atomico israeliano e il rifiuto di Tel Aviv di firmare il Trattato di non proliferazione nucleare (Tnp).<span id="more-2150"></span><br />
Israele punta l&#8217;indice contro il programma atomico di Tehran ma tace sugli ordigni nucleari &#8211; tra 250 e 500, secondo le stime di GlobalSecurity.org &#8211; che si trovano nelle sue basi segrete. Sono 189 i paesi che aderiscono al Tnp e fra questi vi sono tutti i paesi arabi. Lo Stato ebraico non ha mai confermato né smentito di possedere bombe atomiche, limitandosi a dichiarare che non sarà il primo paese a usare queste armi nella regione. L&#8217;adesione al Tnp comporterebbe ispezioni internazionali nei siti nucleari ma Israele, grazie alla copertura ricevuta dagli Stati Uniti e dai principali paesi europei, ha potuto non firmare rimanendo da decenni l&#8217;unica potenza nucleare nel Medio Oriente.<br />
Netanyahu a Washington si farà rappresentare dal vicepremier e ministro per le questioni strategiche Dan Meridor, dal consigliere per la sicurezza nazionale Uzi Arad e dal direttore generale della commissione per l&#8217;energia atomica Shaul Chorev. Una partecipazione sottotono che Washington ha ugualmente definito «robusta», per evitare ulteriori polemiche con Tel Aviv. «Ovviamente ci sarebbe piaciuto avere il primo ministro, tuttavia il suo vice guiderà una delegazione israeliana che sarà robusta» ha spiegato il consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, il generale Jim Jones, aggiungendo che le relazioni tra gli Stati Uniti e Israele sono «strette, buone e continue». Per spiegare il passo indietro di Netanyahu, il quotidiano Israel ha-Yom ieri ha scritto che il premier era molto interessato a discutere della minaccia del cosiddetto «terrorismo nucleare». La sua presenza al summit avrebbe però potuto favorire pressioni di quei paesi che da tempo chiedono che le installazioni atomiche israeliane vengano finalmente sottoposte a controlli internazionali, non solo per ragioni politiche ma anche per tutelare i milioni di civili arabi nella regione. In un primo momento gli americani avevano garantito a Netanyahu che una eventualità del genere non si sarebbe concretizzata ma giovedì Uzi Arad ha appreso &#8211; si sussurra da proprio fonti Usa &#8211; che Egitto e Turchia al vertice vorrebbero discutere anche del nucleare israeliano. Dalla parte di Netanyahu si sono subito schierati i repubblicani americani. Liz Cheney, la figlia dell&#8217;ex vicepresidente Dick Cheney, ha accusato Obama «di voler indebolire i legami con Israele» e ha definito giusta la decisione del primo ministro israeliano di annullare la visita a Washington, dove peraltro Netanyahu, dietro le quinte del summit avrebbe anche dovuto cominciare a dare qualche risposta sul futuro della politica di colonizzazione ebraica portata avanti dal suo governo nel settore palestinese (Est) di Gerusalemme.<br />
Politica che non conosce soste. La tensione è tornata a salire a Gerusalemme est dopo che qualche giorno fa un gruppo di coloni israeliani ha presentato in tribunale la richiesta di sfratto per altre due famiglie palestinesi del quartiere arabo di Sheikh Jarrah. Un&#8217;iniziativa che rientra in un più vasto piano per la demolizione delle case palestinesi in quella zona, da sostituire con 200 abitazioni per coloni.<br />
«Questo è il modus operandi dei coloni &#8211; ha denunciato il pacifista israeliano Avner Inbar &#8211; prima piazzano degli estremisti nel cuore di un quartiere palestinese che minacciano i residenti, poi si rivolgono ai tribunali e chiedono di sfrattare i palestinesi con il pretesto che disturbano e intimoriscono i vicini ebrei». Ieri centinaia di attivisti palestinesi, israeliani e stranieri hanno manifestato a Sheikh Jarrah contro i coloni, tra di essi anche lo scrittore David Grossman e l&#8217;ex presidente della Knesset Avraham Burg. La polizia ha arrestato quattro manifestanti.</p>
<h4>da <a href="http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20100410/pagina/08/pezzo/275810/">il Manifesto del 10 aprile 2010</a></h4>
<h3>Israele sottrae le imposte all&#8217;Autorità Nazionale Palestinese</h3>
<p>Alcuni media israeliani hanno rivelato che il governo ha sottratto milioni di shekel dalle tasse versate in Cisgiordania, i quali invece dovevano andare all&#8217;ANP.<br />
&#8220;Haaretz&#8221; riferisce che il consigliere legale del governo israeliano ha disposto che questi provvedimenti siano bloccati e che venga studiato il modo di risarcire l&#8217;amministrazione civile palestinese per tutti questi anni, destinando perciò queste somme ai palestinesi della Cisgiordania. Il quotidiano israeliano aggiunge che contravvenendo agli accordi e alle leggi internazionali, da ben quindici anni, il governo israeliano non destina alla Cisgiordania le risorse esatte dall&#8217;amministrazione civile palestinese nella Cisgiordania stessa dalle imposte di produzione e da altre imposte sulle attività economiche. Si stima che le somme sottratte in questo modo in un solo anno ammontino a circa 80 milioni di shekel. Israele, fino agli &#8220;accordi di Oslo&#8221;, trasferiva queste somme nelle casse dell&#8217;amministrazione civile, che le utilizzava per finanziare i suoi &#8220;apparati di sicurezza&#8221;, ma dopo quegli &#8220;accordi&#8221; l&#8217;amministrazione civile palestinese in Cisgiordania ha rinunciato a quei fondi, che invece sono stati trasferiti alle casse pubbliche israeliane. Ma il diritto internazionale vieta ad uno Stato occupante di trasferire alle sue casse i frutti delle attività economiche che si svolgono in aree sotto occupazione. Il ministero delle Finanze israeliano si oppone a che queste risorse vengano trasferite all&#8217;amministrazione civile palestinese in Cisgiordania, asserendo che per i &#8220;territori occupati&#8221;, nei passati quindici anni, Israele ha speso il doppio delle somme raccolte dalle tasse lì raccolte.</p>
<h4>da <a href="http://www.forumpalestina.org/news/2010/Aprile10/09-04-10IsraeleSottraeImposte.htm">Forum Palestina del 9 aprile 2010</a></h4>
<h3>Ministro israeliano minaccia i palestinesi di tagliargli l&#8217;acqua</h3>
<p>Il ministro israeliano delle infrastrutture Uzi Landau ha minacciato ritorsioni nelle forniture d’acqua ai palestinesi in Cisgiordania accusandoli di inquinare i fiumi e le falde sotterranee (che scendono verso Israele) scaricandovi acque reflue non trattate. Secondo i dati del ministero, solo il 5% delle acque reflue palestinesi della regione viene trattato, contro il 70% delle acque reflue degli insediamenti ebraici. &#8221;I palestinesi devono assumersi le loro responsabilità e collegarsi agli impianti di depurazione”, ha detto Landau alla radio Galei Tzahal.</p>
<h4>da <a href="http://www.forumpalestina.org/news/2010/Aprile10/08-04-10MinistroIsraeliano.htm">Forum Palestina dell&#8217;8 aprile 2010</a></h4>
<h3>Strasburgo accoglie ricorso di mercenario israeliano contro estradizione in Colombia</h3>
<p>Un mercenario israeliano, accusato dalla Colombia di aver addestrato squadre paramilitari negli anni Ottanta, ha vinto l&#8217;appello alla Corte Europea dei Diritti dell&#8217;Uomo di Strasburgo contro l&#8217;estradizione dalla Russia. Gal Yair Klein è stato processato in contumacia nel 2001 per aver addestrato gli &#8220;squadroni della morte&#8221; usati da Gonzalo Rodriguez Gacha e Pablo Escobar, leader del cartello di Medellin. Tra il 1999 e il 2000, Yair Klein ha scontato anche sedici mesi di reclusione in Sierra Leone per aver contrabbandato armi alla guerriglia del Revolutionary United Front (Ruf).</p>
<p>Klein è stato arrestato nel 2007 in Russia sulla base di un mandato di cattura dell&#8217;Interpol, ma ha presentato ricorso contro l&#8217;estradizione in Colombia, sostenendo di essere a rischio di maltrattamenti nella detenzione. La Corte ha accolto la tesi difensiva di Klein, soprattutto in riferimento alle dichiarazioni minacciose rilasciate dopo il suo arresto dal vicepresidente colombiano, Humberto De la Calle Lombana. I giudici di Strasburgo hanno aggiunto inoltre che la situazione complessiva dei diritti umani in Colombia è tutt&#8217;altro che positiva.</p>
<h4>da <a href="http://www.forumpalestina.org/news/2010/Aprile10/02-04-10StrasburgoColombia.htm">Forum Palestina del 2 aprile 2010</a></h4>
<h3>Tensione per il blocco imposto dagli israeliani su tutti i Territori Palestinesi</h3>
<p>È grande la frustrazione degli abitanti dei Territori Palestinesi Occupati, soprattutto cristiani, ma anche musulmani, sottoposti in questo periodo pasquale &#8211; come spesso accade durante le festività religiose &#8211; a rafforzate limitazioni di circolazione e a divieti d’ingresso verso i luoghi sacri di Terra Santa imposti da Israele. “Circa 15.000 cristiani vorrebbero venire in questi giorni a Gerusalemme dai Territori palestinesi, ma il governo israeliano ha concesso solo poche centinaia di permessi” riferisce alla MISNA Yusef Daher, direttore del ‘Jerusalem Inter-Church Center’, turbato dai nuovi provvedimenti limitativi imposti da Tel Aviv in questa settimana, che per motivi di calendario coincide quest’anno con la Pasqua ebraica. “Dal 15 Marzo fino a pochi giorni fa – precisa Daher, un laico della comunità greco-cattolica – i rappresentanti delle comunità ortodosse arabe e di altre comunità cristiane hanno negoziato con il governo israeliano, chiedendo la libertà di poter raggiungere i luoghi di culto, ma non è servito a nulla, non siamo stati ascoltati”. Per molti fedeli cristiani non sarà quindi possibile partecipare a momenti importanti di comunione, ma le restrizioni colpiscono anche la comunità musulmana, che nei territori israeliani deve recarsi per lavoro o altri motivi; è stato anche ridotto l’accesso alla Moschea di Al-Aqsa, luogo sacro per eccellenza della comunità islamica locale. “Anche i cittadini provvisti di regolari permessi avranno dei problemi” fa eco, da Ginevra, Michel Nseir, incaricato delle questione mediorientali per il Consiglio ecumenico delle Chiese (Cec/Wcc), unendo la sua voce a chi chiede già la libera circolazione durante il periodo di Pasqua. Domenica scorsa (Domenica delle Palme), riferisce Nseir alla MISNA, l’organizzazione cattolica ‘Holy land Trust’ ha guidato un gruppo di dimostranti, cristiani e musulmani che, sfidando le forze di sicurezza israeliane, hanno superato per una breve distanza un check-point verso Gerusalemme, cogliendo alla sprovvista i soldati di Tel Aviv, troppo poco numerosi per fermare il gruppo composto da un centinaio di persone. I dimostranti si sono poi fermati, obbedendo alle ingiunzioni delle guardie che nei momenti successivi hanno chiuso totalmente il posto di blocco, procedendo inoltre al fermo di diverse persone. “I cristiani chiedono ai capi delle loro rispettive Chiese di non stare alle regole dei ‘permessi’ imposti dagli israeliani perché, dicono, viola il diritto internazionale” continua Nseir. Da Gerusalemme, Yusef Daher rivolge un messaggio ben più determinato: “Le condanne della comunità internazionale non bastano: servono fatti. Il mondo deve considerare il governo israeliano alla pari di qualsiasi altro governo, che può essere processato, sanzionato per le sue azioni” dice ancora alla MISNA. Dagli Stati Uniti, il Consiglio nazionale delle Chiese (Ncc) ha ufficialmente chiesto a Tel Aviv di “consentire l’accesso ai cristiani palestinesi” desiderosi di recarsi nei luoghi di culto durante la Settimana Santa. “Spero che il governo d’Israele riconoscerà che è inaccettabile per i cristiani vedersi negato il diritto di pregare a Gerusalemme, in particolare di quelli che hanno radici nella regione risalgono sin dai tempi di Cristo” ha scritto il reverendo Michael Kinnamon, segretario generale del Ncc, chiedendo l’immediata apertura dei passaggi dai territori palestinesi. Due capi religiosi ebraici, i rabbini Steve Gutow e David Saperstein, hanno fatto eco all’appello del Ncc.</p>
<h4>da <a href="http://www.forumpalestina.org/news/2010/Aprile10/01-04-10TensioneTerritori.htm">Forum Palestina dell&#8217;1 aprile 2010</a></h4>
<p><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="http://www.addtoany.com/share_save#url=http%3A%2F%2Fwww.palestinalibera.org%2F2010%2F04%2Flo-stato-piu-democratico-del-medio-oriente%2F&amp;title=%26%238220%3BLo%20Stato%20pi%C3%B9%20democratico%20del%20Medio%20Oriente%26%238221%3B" id="wpa2a_24"><img src="http://www.palestinalibera.org/wp-content/plugins/add-to-any/share_save_171_16.png" width="171" height="16" alt="Share"/></a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Una mortale eredità lasciata da Israele si aggira ancora di soppiatto in Libano</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Apr 2010 18:02:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ter</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Natacha Yazbeck da Uruknet.info Tyro, Libano (AFP, Agence France Presse) – Dopo quasi quattro anni da quando Israele, durante la sua guerra devastante con Hezbollah, ha cosparso il Sud del Libano di mine, con grande difficoltà si riesce a far parlare il ragazzetto Mohammed al-Hajj Mussa del giorno in cui ha perso le sue [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h5>di Natacha Yazbeck<br />
da <a href="http://www.uruknet.info?p=64776">Uruknet.info</a></h5>
<p>Tyro, Libano (AFP, Agence France Presse) – Dopo quasi quattro anni da quando Israele, durante la sua guerra devastante con Hezbollah,  ha cosparso il Sud del Libano di mine, con grande difficoltà si riesce a far parlare il ragazzetto Mohammed al-Hajj Mussa del giorno in cui ha perso le sue gambe.<span id="more-2157"></span></p>
<p>L’11 agosto 2006, il magro ragazzo dai capelli neri era a cavallo di una motocicletta, dietro a suo padre, per consegnare del cibo ad una città vicina gravemente colpita nei raid israeliani, quando una bomba a grappolo andò a finire sotto uno dei copertoni.</p>
<p>“Più tardi mi venne detto che, circa quattro ore dopo l’esplosione, mi avevano trovato in un torrente,” ha raccontato ad AFP Mohammed, ora 15-enne, nella sua casa deteriorata all’interno del campo profughi palestinese di Al-Bass situato nella città costiera di Tyro, nel sud del Libano.</p>
<p>“Ripresi i sensi quando mi tirarono fuori dall’acqua e me ne resi conto. Potevo vedere le mie gambe che si erano rotte.”</p>
<p>La notte stessa, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite all’unanimità approvò la Risoluzione 1701 che richiedeva la fine delle ostilità e tre giorni dopo la guerra che era durata un mese  cessò.</p>
<p>Ma Israele lasciò un’eredità mortale: la Nazioni Unite stimano che nella battaglia estiva gli aerei israeliani abbiano sganciato nel sud del Libano più di 4 milioni di bombe a grappolo.</p>
<p>Le Nazioni Unite affermano che il 90 % delle bombe venne fatta cadere dopo che la Risoluzione 1701 era già stata approvata, nelle ultime 72 ore prima del cessate il fuoco.</p>
<p>Circa il 40 % delle munizioni non esplose nell’impatto, tanto da trasformarle di fatto in mine anti-uomo.</p>
<p>Secondo l’esercito libanese ed i dati delle Nazioni Unite,  queste munizioni, a partire dal 2006, hanno ucciso 46 civili e ne hanno mutilati più di 300.</p>
<p>La maggior parte delle vittime è data da genieri, da agricoltori e da bambini ignari, che hanno fatto l’errore di scambiare quegli oggetti luccicanti per giochi.</p>
<p>Il 4 di Aprile si celebra la Giornata Internazionale per la Consapevolezza delle Mine e l’Assistenza  per gli Effetti delle Mine e degli attivisti hanno in progetto di piantare in Libano alberi nei campi ripuliti dalle mine.</p>
<p>Ma con la nuova crisi umanitaria che attraversa il mondo e la svolta negativa dell’economia globale, l’aspettativa per le vittime delle mine nel sottile paese mediterraneo è in calo per il prosciugarsi dei finanziamenti.</p>
<p>Vittime quali Mohammed sono in lista d’attesa per protesi ortopediche, mentre le attività di sminamento sono rallentate in quanto l’esercito e le organizzazioni internazionali sono costrette a ridurre la manodopera.</p>
<p>“Stiamo affrontando una grave carenza di finanziamenti,” ha dichiarato il Colonnello Rolly Fares, che dirige il programma di assistenza alle vittime delle mine.</p>
<p>Sin dalla fine della guerra del 2006, sono state disinnescate più di 197.000 bombe a grappolo, ha affermato Fares, ma centinaia di migliaia costituiscono tuttora una minaccia per la gente del sud del Libano.</p>
<p>“Abbiamo bonificato circa il 52 % di un’area interessata estesa 45 chilometri quadrati, ma – ha detto &#8211; per la scarsità di denaro abbiamo un minor numero di squadre di sminamento”.</p>
<p>&#8211;“Sono terrorizzati dall’idea di un’altra guerra” – ha dichiarato Maha Shuman Jebahi, dell’Associazione Libanese  di Assistenza agli Handicappati, la mancanza di finanziamenti ha comportato che un numero molto grande di vittime è rimasto in attesa di arti ortopedici.</p>
<p>“Come si fa a dire loro,” continua. “Che noi possiamo fornire assistenza psicologica, ma non siamo in grado di dare loro una gamba?”</p>
<p>Ma Mohammed , che è oltretutto profugo palestinese, si rifiuta di appuntare con uno spillo le sue speranze di avere un nuovo paio di gambe. Egli ritiene che in quel modo sia più facile farcela.</p>
<p>E’ stato curato per le sue ferite in Germania e in Malesia, ma ora, ritornato in Libano, l’adolescente in fase di sviluppo sta lottando per ottenere arti ortopedici adeguati.</p>
<p>“Questi non vanno bene,” ha asserito, indicando un paio di gambe artificiali appoggiate ad un angolo, con i jeans drappeggiati attorno le caviglie e scarpe da ginnastica ad entrambi i piedi. “ Fanno male e cominciano a rompersi.</p>
<p>“Non sono le gambe che voglio,” ha aggiunto. “Tutto ciò che voglio è una vita, un’ istruzione, una ragazza.”</p>
<p>Khaled Yamout, che dirige il programma di intervento riguardante le mine nel terreno per conto dell’Aiuto del Popolo Norvegese, ha detto che la sua organizzazione ha subito quest’anno una decurtazione del suo stanziamento del 25 %  ed un taglio del 50 % per il prossimo anno.</p>
<p>“Il solo governo libanese non è in grado di provvedere a garantire la sicurezza del terreno per i civili,” ha dichiarato Yamout all’AFP. “Il peso è oltre ogni dubbio enorme.”</p>
<p>L’utilizzo delle bombe a grappolo in Libano da parte di Israele, risale a decenni addietro. Secondo lo Human Rights Watch (HRW), Israele ha usato tali munizioni durante la guerra civile del Libano (1975 – 1990) e poi ancora  nel 2006.</p>
<p>Anche gli Stati Uniti, secondo lo HRW, nel 1983 sganciarono queste bombe mortali sull’esercito siriano di stanza vicino a Beirut.</p>
<p>Sebbene lo scorso anno lo stato ebraico abbia fornito le mappe sull’ubicazione delle bombe a grappolo e delle mine nel terreno, l’esercito libanese ha dichiarato che tali mappe sono imperfette ed incomplete.</p>
<p>Il mese scorso, in un’importante iniziativa, le Nazioni Unite hanno comunicato che un nuovo paese, il 30°, ha sottoscritto la convenzione internazionale sul bando delle bombe a grappolo, preparando così la strada per il documento che entrerà in vigore  il 1° di agosto.</p>
<p>Gli Stati Uniti e Israele non sono tra i firmatari.</p>
<p>Ma per la gente del sud del Libano, la convenzione è in ritardo di anni ed offre poche speranze a chi vive nella paura che una nuova guerra stia aleggiando, minacciando nuove devastazioni.</p>
<p>Oggi il contadino settantenne Ibrahim Ramadan può fissare con lo sguardo la sua terra solo da lontano. I gruppi di assistenza lo hanno avvertito che è ancora disseminata di mine; egli teme per la sicurezza dei suoi nipoti e preferisce tenerli dentro, in casa.</p>
<p>Nella sua casa, nella ventosa città meridionale di Ghanduriyeh, bersagliata in malo modo durante la guerra del 2006, Ramadan ha confessato ad AFP: “Nessuno osa ora toccare questa terra, i campi sui quali noi ed i nostri antenati prima di noi, abbiamo coltivato ulivi, tabacco e frumento.”</p>
<p>Oggi, egli dice, le tensioni sono nuovamente elevate e la gente della sua città si sta preparando per un&#8217;altra fase di violenza.</p>
<p>“La popolazione è spaventata,” sostiene.” E’ atterrita del doversi avventurare entro i loro stessi campi.</p>
<p>“E’ terrorizzata dalla paura di un’altra guerra.”</p>
<h4>tradotto da Mariano Mingarelli &#8211; <a href="http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=1870:notizie-dal-libano-la-mortale-eredita-lasciata-da-israele&amp;catid=26:dal-medio-oriente&amp;Itemid=76">Associazione Amicizia Italo &#8211; Palestinese</a></h4>
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		<title>Verità e conseguenze dell&#8217;invasione di Gaza</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Mar 2010 23:18:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ter</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8220;Questa volta siamo andati troppo in là&#8221; di Norman Finkelstein* Lo sdegno dell&#8217;opinione pubblica suscitato dall&#8217;invasione di Gaza non è arrivato inaspettato, piuttosto ha segnato il nadir, il punto più basso di una curva che rappresenta il costante declino dell&#8217;appoggio ad Israele. Come suggerito dai dati di inchieste condotte da Statunitensi ed Europei, sia Gentili [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>&#8220;Questa volta siamo andati troppo in là&#8221;</h3>
<h5>di Norman Finkelstein*</h5>
<p>Lo sdegno dell&#8217;opinione pubblica suscitato dall&#8217;invasione di Gaza non è arrivato inaspettato, piuttosto ha segnato il nadir, il punto più basso di una curva che rappresenta il costante declino dell&#8217;appoggio ad Israele. Come suggerito dai dati di inchieste condotte da Statunitensi ed Europei, sia Gentili che Ebrei, negli ultimi dieci anni la pubblica opinione è diventata sempre più critica nei confronti della politica di Israele. Le immagini orrende di morte e di distruzione diffuse in tutto il mondo durante e dopo l&#8217;invasione hanno accelerato questo sviluppo di criticità.<br />
Un anno dopo, il britannico Financial Times in un suo editoriale recitava: &#8220;Il ripetersi sempre più pesante e la brutalità della guerra in questa regione instabile ha spostato l&#8217;opinione pubblica internazionale, rammentando ad Israele di non essere sopra alla legge.  Israele non può più a lungo dettare i termini della discussione e del confronto.&#8221;<span id="more-2046"></span><br />
Un sondaggio negli Stati Uniti, che registrava le reazioni dopo l&#8217;attacco a Gaza, metteva in evidenza come gli USAmericani che si esprimevano dichiarandosi sostenitori di Israele precipitavano dal 69% di prima dell&#8217;attacco al 49% nel giugno 2009, mentre coloro che ritenevano che gli USA dovevano appoggiare Israele piombavano dal 69% al 44%.<br />
Consumato dall&#8217;odio, sospinto da autogiustificazioni e confidando di poter controllare o intimidire la pubblica opinione, Israele procedeva a Gaza come se potesse farla franca per un assassinio di massa alla piena luce del giorno. Ma, mentre il sostegno ufficiale dell&#8217;Occidente ad Israele restava fedelmente compatto, la carneficina scatenava un&#8217;ondata di sdegno popolare in tutto il mondo.<br />
Che questo derivasse dal fatto che l&#8217;aggressione era avvenuta sulla scia della devastazione procurata da Israele in Libano, o per la spietata persecuzione di Israele nei confronti della gente di Gaza, o per la pura vigliaccata dell&#8217;assalto, l&#8217;invasione di Gaza è sembrata segnare un punto di svolta nell&#8217;opinione pubblica, richiamando immediatamente alla mente la reazione internazionale al massacro del 1960 a Sharpeville nel Sud-Africa dell&#8217;apartheid.</p>
<p>Era prevedibile che organizzazioni ufficiali delle comunità della diaspora ebraica, con collegamenti di vecchia data con Israele, conferissero un appoggio a scatola chiusa. Ma, allo stesso tempo, organizzazioni ebraiche progressiste di nuova costituzione prendevano le distanze in misura più o meno rilevante.<br />
Mentre nel passato gli Ebrei avevano tradizionalmente appoggiato le guerre di Israele, durante questa invasione la maggior parte esprimeva perplessità, fatta eccezione per una minoranza sempre più ridotta di anziani che si schierava prendendo le difese di Israele e una minoranza in espansione di giovani che causticamente lo denunciavano.<br />
Fra il dissociarsi crescente degli Ebrei più giovani dalla bellicosità di Israele e l&#8217;aumento generale delle perplessità degli Ebrei nel fornire ad Israele appoggio, il massacro di Gaza registrava il crollo del sostegno fino a questo momento incondizionato alle guerre di Israele.<br />
Per giunta, mentre le dimostrazioni contro la guerra in molti paesi occidentali erano etnicamente eterogenee (includevano una significativa presenza di Ebrei!), le dimostrazioni &#8220;pro&#8221; Israele erano composte quasi esclusivamente da Ebrei.<br />
Per esempio, nei campus universitari, il fatto che l&#8217;opposizione attiva alla politica di Israele, prima riservata a nuclei arabo-musulmani, si sia diffusa verso la generalità di opinione, mentre l&#8217;appoggio energico ad Israele era ristretto solo ad una frazione della comunità etnico-ebraica, questo è un evidente indicatore di quale direzione hanno preso le cose.<br />
È passato il tempo dello &#8220;splendore&#8221; di Israele, sembra irrevocabilmente, e l&#8217;Israele deturpato, che in anni recenti è andato a sostituirsi nella assunzione pubblica di consapevolezza, è motivo di crescente imbarazzo. Non è che il comportamento di Israele sia divenuto tanto peggiore di quello in precedenza, ma piuttosto è la documentazione di questo comportamento che, finalmente, è venuta alla luce ed è andata diffondendosi.</p>
<p>La verità non può più a lungo essere negata o venire respinta. La documentazione del conflitto arabo-israeliano esposta da valenti storici è in netto contrasto con la versione volgarizzata del calibro di Exodus di Leon Uris.<br />
Le prove delle violazioni dei diritti umani da parte di Israele raccolte da importanti organizzazioni degne di fiducia non possono conciliarsi con il suo decantato impegno alla &#8220;purezza delle armi.&#8221;<br />
Le deliberazioni di istituzioni politiche e giudiziali di assoluto rilievo pongono pesanti dubbi sull&#8217;impegno conclamato da Israele per una risoluzione pacifica del conflitto.<br />
Per tanto tempo i &#8220;supporter&#8221; di Israele hanno svicolato dall&#8217;impatto di questa raccolta di prove documentali, brandendo le spade gemelle dell&#8217;Olocausto e del &#8220;neo anti-Semitismo.&#8221; Lo scopo prefisso era che gli Ebrei non dovessero sottostare agli standard convenzionali morali/legali, dopo le sofferenze uniche che avevano dovuto sopportare nel corso della Seconda Guerra Mondiale, e si affermava che il criticismo nei confronti della politica di Israele era motivato da un odio sempre virulento contro gli Ebrei.<br />
Tuttavia, a parte l&#8217;inevitabile indebolimento derivato da un&#8217;overdose di strumentalizzazione, queste armi si sono dimostrate molto meno efficaci, una volta che l&#8217;insieme delle critiche verso Israele ha fatto irruzione nel flusso delle informazioni con destinazione l&#8217;opinione pubblica.<br />
Incapaci di smussare le critiche contro Israele, ora gli apologeti come per magia fanno spuntare bizzarre teorie per giustificare questo ostracismo.</p>
<p>George Gilder, guru della reaganomics, postula che un sistema di libero mercato in maniera unica libera potenziale umano e allora in un tale sistema gli Ebrei sono e devono essere &#8220;rappresentati in modo elitario nelle gerarchie più alte&#8221;, dato che loro sono forniti di maggior talento.<br />
Per converso, se gli Ebrei non esercitano il predominio, questo succede in quanto viene imposto un sistema economico men-che-ideale.<br />
L&#8217;anti-Semitismo scaturisce dal risentimento procurato dalla &#8220;superiorità e eccellenza ebraica&#8221; e dalla &#8220;manifesta supremazia degli Ebrei su tutti gli altri gruppi etnici,&#8221; mentre l&#8217;odio per Israele è dettato dal fatto che Israele si è evoluto (sotto la tutela ispirata di Benjamin Netanyahu) in un perfetto sistema a libero mercato che &#8220;condensa il genio degli Ebrei,&#8221; rendendolo &#8220;una delle potenze capitaliste guida &#8221; ed oggetto delle invidie nel mondo: &#8220;Israele è odiato soprattutto per le sue virtù.&#8221; Se figurano Ebrei in posizione preminente addirittura fra i critici di Israele, questo è dovuto al fatto che &#8220;eccellono senza alcuna difficoltà in tutti i settori intellettuali, tanto da sorpassare tutti i rivali anche nell&#8217;arena dell&#8217;anti-Semitismo.&#8221;<br />
Invece, l&#8217;Occidente deve preservare e proteggere Israele dal &#8220;mondo delle chimere e delle fantasie a somma-zero della vendetta jihadista e di morte &#8221; e dalle &#8220;masse di barbari&#8221;, perché il genio ebraico ha permesso all&#8217;umanità di &#8220;svilupparsi e prosperare&#8221;: gli Ebrei sono &#8220;essenziali alla razza umana.&#8221;<br />
&#8220;Se Israele venisse distrutto, l&#8217;Europa capitalista andrebbe incontro alla stessa sorte e l&#8217;America, come epitome di capitalismo produttivo e creativo stimolato dagli Ebrei, si troverebbe in pericolo&#8221;; &#8220;Israele si trova all&#8217;avanguardia della generazione tecnologica del prossimo futuro e sulla linea del fronte di una nuova guerra razziale contro il capitalismo e l&#8217;individualità e il genio ebraico&#8221;; &#8220;Proprio come le economie liberiste sono necessarie per la sopravvivenza del genere umano del pianeta, così la sopravvivenza degli Ebrei risulta vitale per il trionfo delle economie liberiste. Se Israele venisse schiacciato o distrutto, dovremo soccombere alle forze che ovunque prendono come obiettivo il capitalismo e la libertà.&#8221;</p>
<p>Dall&#8217;altra parte dell&#8217;Atlantico, Robin Shepherd, direttore per gli affari internazionali alla Henry Jackson Society, con sede a Londra, afferma che Israele ha dovuto subire forti critiche in Occidente non tanto per il suo atteggiamento rispetto ai diritti umani ma in quanto si tratta di uno Stato democratico, capitalista, che combatte in prima linea a fianco degli Stati Uniti contro la minaccia portata alla &#8220;civiltà&#8221; dall&#8217; Islam radicale:<br />
&#8220;Israele è divenuto un nemico non per qualcosa che ha fatto&#8221; ma &#8220;perché si trova dalla parte opposta della barricata.&#8221; La &#8220;principale piattaforma che genera tensioni in Occidente&#8221; per questa &#8220;ondata travolgente di isteria, inganno e distorsione contro lo Stato ebraico&#8221; è costituita da marxisti totalitaristi e da simpatizzanti liberal-sinistrorsi che, delusi dal proletariato occidentale ed insoddisfatti per le lotte di liberazione nel Terzo Mondo, hanno fatto causa comune con l&#8217;&#8221;Islam militante&#8221; per distruggere l&#8217;ordine mondiale liberal-capitalista. Quantunque questi critici di Israele non siano anti-Semiti nel senso tradizionale &#8220;soggettivo&#8221; di disprezzare gli Ebrei in quanto tali, costoro sono colpevoli di anti-Semitismo &#8220;oggettivo&#8221;, visto che Israele è assolutamente centrale per l&#8217;identità ebraica nel mondo contemporaneo. Ma l&#8217;opposizione ad Israele molto probabilmente proviene anche dai sangue blu dell&#8217;ancien régime che desiderano restaurare le gerarchie del vecchio mondo, prima che gli Ebrei arrivassero a sconvolgerle. Questa cospirazione &#8220;neo-anti-Semitica&#8221; largamente diffusa comprende &#8220;la maggior parte&#8221; di coloro che accusano Israele di commettere crimini di guerra e altre violazioni del diritto internazionale. Allora, è ben inteso che dietro alla condanna di Israele da parte di Amnesty International e della Corte Internazionale di Giustizia, dei Nobel per la pace Jimmy Carter e Mairead Corrigan Maguire, del Financial Times e della BBC si nasconde la mano diabolica della congrega fra radicali di sinistra, fanatici islamici ed aristocratici latifondisti.<br />
Per quelli che desiderano saperne di più, Shepherd &#8220;caldamente&#8221; raccomanda il film The Case for Israel &#8211; La causa in favore di Israele di Alan M. Dershowitz.</p>
<p>Sebbene queste giustificazioni dell&#8217;isolamento di Israele siano carenti di credibilità, è fuori dubbio che le azioni di Israele siano in caduta precipitosa. Mentre Israele aveva guadagnato in Occidente molti simpatizzanti dopo le sue splendide vittorie nel giugno 1967, in anni recenti Israele è stato relegato in uno status quasi di paria, specialmente in Europa.<br />
Una ricerca del 2003 dell&#8217;Unione Europea ha definito Israele come la più grande minaccia alla pace mondiale. Un sondaggio di opinione del 2008 indicava Israele come il più grosso ostacolo al conseguimento della pace nel conflitto israelo-palestinese. In un&#8217;inchiesta Servizi dal Mondo della BBC realizzata alla vigilia dell&#8217;invasione di Gaza, non meno di 19 su 21 paesi presi in considerazione esprimevano un predominante punto di vista negativo su Israele.</p>
<p>Intanto, in un articolo dal titolo &#8220;Second Thoughts about the Promised Land &#8211; Ripensamenti sulla Terra Promessa,&#8221; l&#8217;Economist riportava nel 2007 che, sebbene &#8220;molti Ebrei della diaspora ancora danno un loro forte sostegno ad Israele.il loro grado di incertezza sta aumentando.&#8221;<br />
Voci di Ebrei in dissenso hanno cominciato a coagularsi in Gran Bretagna, Germania e in tutto il mondo, sfidando l&#8217;egemonia delle organizzazioni ufficiali ebraiche che ripetono a pappagallo la propaganda di Israele.<br />
Negli Stati Uniti quello che appare nel complesso e le tendenze in atto forse non sono così pronunciati, ma non meno sono degni di nota.<br />
Sulla base di dati forniti da sondaggi si può ampiamente affermare che gli USAmericani avevano su Israele punti di vista favorevoli in maniera consistente e simpatizzavano molto più per Israele che per i Palestinesi. Ora anche gli Statunitensi in modo schiacciante appoggiano un approccio USA imparziale nell&#8217;ambito del conflitto israelo-palestinese e più di recente hanno espresso &#8220;equanimi livelli di simpatia &#8221; per entrambe le parti, mentre una sostanziale minoranza ritiene che la politica degli USA sia incline (od oscilli troppo) a favore di Israele; una robusta maggioranza di Statunitensi &#8220;pensano che Israele non stia facendo bene la sua parte nel metttere in atto tentativi di risolvere il conflitto&#8221;; e in certe occasioni gli Statunitensi hanno sostenuto l&#8217;uso di sanzioni per frenare Israele.<br />
Significativamente, una maggioranza di Statunitensi inoltre sono favorevoli all&#8217;insediamento di due Stati sui confini del giugno 1967, fatto che comporta il totale ritiro di Israele dai territori occupati durante la guerra del giugno.<br />
&#8220;Sì, i sondaggi rilevano un forte appoggio per Israele,&#8221; osservava nel 2007 M. J. Rosenberg, direttore per l&#8217;analisi politica del Forum sulle Politiche di Israele, a proposito delle recenti tendenze; comunque, &#8220;questo appoggio ad Israele, che ben esiste, è largo ma non troppo radicato.&#8221;<br />
Questo fenomeno può essere riscontrato quasi ogni giorno nelle rubriche &#8220;Lettere alla Redazione&#8221;. Ogni volta che appare un editoriale su Israele, specialmente se contiene critiche, vengono indirizzate al direttore tantissime lettere. Molte appoggiano le posizioni di Israele. E quasi senza eccezione, queste lettere sono scritte da Ebrei. Quella larga maggioranza [di USAmericani non Ebrei] che presumibilmente è sostenitrice di Israele in effetti non interviene mai.<br />
Secondo un sondaggio del 2007 della Lega Anti-Diffamazione (ADL), l&#8217;opinione favorevole degli Statunitensi nei confronti di Israele si trova segnatamente ad un livello inferiore rispetto alla loro favorevole opinione verso la Gran Bretagna e il Giappone, mentre è allo stesso livello di quella relativa all&#8217;India e al Messico. Quasi la metà di coloro che hanno risposto al sondaggio ritiene che gli USA dovrebbero collaborare con gli Stati arabi &#8220;moderati&#8221;, &#8220;anche a spese di Israele.&#8221;<br />
La metà o più degli interpellati ritenevano di stigmatizzare Israele ed Hezbollah allo stesso modo per la guerra in Libano dell&#8217;estate 2006 ed appoggiavano una (più) neutrale presa di posizione degli Stati Uniti.<br />
Per di più, in anni recenti, influenti congregazioni religiose, come la Chiesa Presbiteriana USA, il Consiglio Mondiale delle Chiese, la Chiesa Unita di Cristo e la Chiesa Unita Metodista, tutte hanno sostenuto iniziative, compreso il disinvestimento azionario e dismissioni d&#8217;impresa, per forzare Israele a mettere fine all&#8217;occupazione.</p>
<p>Un&#8217;indagine del 2005 condotta dal sondaggista ebreo Steven M. Cohen rilevava che &#8220;l&#8217;attaccamento degli Ebrei statunitensi ad Israele si è indebolito sensibilmente negli ultimi due anni., dando continuità ad un andamento che dura da tempo.&#8221;<br />
Gli interpellati dal sondaggio che ribadivano le loro preoccupazioni per Israele erano in numero inferiore rispetto ad altri di sondaggi precedenti di analoga natura.<br />
Sorprendentemente, non vi è un parallelo declino nelle altre dimensioni di identità ebraica, compresa l&#8217;osservanza religiosa e l&#8217;affiliazione comunitaria.<br />
La ricerca riscontrava che era solo un 26% ad affermare di essere &#8220;veramente&#8221; attaccato emozionalmente ad Israele, in confronto al 31% che aveva dichiarato lo stesso sentimento in una simile inchiesta condotta nel 2002.<br />
Circa i due terzi, il 65%, ribadiva di seguire attentamente le notizie riguardanti Israele, in diminuzione dal 74% del 2002, mentre il 39% dichiarava di discutere frequentemente sulla questione Israele con amici ebrei, in diminuzione dal 53% del 2002.<br />
Inoltre, Israele veniva meno come componente dell&#8217;identità ebraica personale di coloro che erano stati interessati all&#8217;inchiesta. Quando veniva loro proposta una selezione di fattori, come la religione, la comunità e la giustizia sociale, così come &#8220;l&#8217;atteggiamento generoso nei confronti di Israele,&#8221; e si richiedeva, &#8220;Per lei personalmente, l&#8217;essere ebreo comporta qualche conseguenza?,&#8221; il 48% dichiarava che Israele aveva una &#8220;qualche&#8221; importanza, rispetto al 58% del 2002.<br />
Ancora, il 57% affermava che &#8220;l&#8217;atteggiamento generoso nei confronti di Israele è una parte veramente importante del mio essere ebreo,&#8221; confrontato con il 73% di una inchiesta consimile del 1989.<br />
Un sondaggio del 2007 del Consiglio Ebraico Americano rilevava che il 30% di Ebrei si sentiva &#8220;abbastanza distante&#8221; o &#8220;decisamente distante&#8221; da Israele.<br />
Cohen pronostica: &#8220;A lungo andare, prevedo una polarizzazione nella comunità ebraica degli USA, da una parte un piccolo numero più devoto e attaccato ad Israele, d&#8217;altro canto un gruppo più ampio che si lascia trasportare lontano.&#8221;<br />
Un sondaggio del 2006 metteva in evidenza che, fra gli Ebrei statunitensi sotto i 40 anni, almeno un terzo si sentiva &#8220;abbastanza distante&#8221; o &#8220;decisamente distante&#8221; da Israele, mentre un sondaggio del 2007 trovava che fra gli Ebrei di età inferiore ai 35 anni un buon 40% registrava uno &#8220;scarso attaccamento&#8221; a Israele (solo un 20% dimostrava un &#8220;alto attaccamento&#8221;).<br />
E, cosa straordinaria, meno della metà rispondeva affermativamente che &#8220;la distruzione di Israele sarebbe stata una tragedia personale.&#8221;<br />
L&#8217;ex presidente dell&#8217;Agenzia Ebraica recentemente suonava l&#8217;allarme per il fatto che &#8220;meno del 24% dei giovani Ebrei nel Nord America fanno parte di organizzazioni ebraiche. Meno del 50% degli Ebrei del Nord America sotto i 35 anni provano un forte senso di appartenenza al popolo ebraico. Meno del 25% di Ebrei del Nord America sotto i 35 anni si definiscono Sionisti.&#8221;<br />
Nei campus nazionali l&#8217;appoggio ad Israele si limita a quegli studenti ebrei che fedeli al Sionismo sono riuniti nelle Hillel. Uno studio commissionato da organizzazioni di sostegno ebraico riporta : &#8220;Gli studenti ebrei dei college sono indiscutibilmente meno attaccati ad Israele rispetto a quelli delle generazioni precedenti. Israele sta perdendo la battaglia nei cuori e nelle menti di questa schiera.&#8221; Infatti, di quasi mezzo milione di studenti ebrei che frequentano istituti di studi superiori, &#8220;solo circa il cinque per cento hanno qualche frequentazione con la comunità ebraica.&#8221;</p>
<p>Perplessità nei confronti di Israele, che confina con la disaffezione, può essere riscontrata anche in influenti settori della società statunitense, nel pubblico dei lettori e sempre nelle personalità di spicco della vita intellettuale degli Stati Uniti.<br />
Un recente sondaggio ha riscontrato che la maggioranza degli opinion-leader negli USA considera l&#8217;appoggio ad Israele come la &#8220;ragione più importante dei contrasti che gli Stati Uniti devono affrontare in tutto il mondo.&#8221;<br />
In un saggio del 2003 sulla Review of Books di New York, lo storico ebreo Tony Judt sosteneva che &#8220;Israele oggi è un male per gli Ebrei &#8221; e metteva in dubbio sia la vitalità economica che l&#8217;appetibilità di uno Stato ebraico.<br />
John J. Mearsheimer dell&#8217;Università di Chicago e Stephen M. Walt dell&#8217;Harvard Kennedy School, erano i coautori nel 2006 di un autorevole documento che riportava alle giuste proporzioni la storia idealizzata dell&#8217;immagine di Israele e in cui si asseriva che Israele era diventata una &#8220;passività strategica &#8221; per gli Stati Uniti.<br />
Un libro dell&#8217;ex Presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter, provocatoriamente intitolato Palestine Peace Not Apartheid &#8211; Pace in Palestina, no Apartheid, deplorava la politica di Israele nei Territori Occupati di Palestina e assegnava ad Israele la diretta responsabilità di avere trascinato il processo di pace in un vicolo cieco.<br />
Sebbene la lobby ebraica abbia scatenato contro questi interventi contrattacchi al vetriolo, le sue solite calunnie presuntive di anti-Semitismo e di negazionismo dell&#8217;Olocausto non hanno fatto breccia.<br />
Quando, nel 2006, le pressioni della lobby hanno portato alla cancellazione di una conferenza già programmata di Tony Judt, egli ha assunto immediata celebrità nei circoli intellettuali degli Stati Uniti. I suoi critici, come quel Abraham H. Foxman della Lega Anti-Diffamazione, venivano derisi per &#8220;scagliare spaventose accuse di anti-Semitismo&#8221; e per essere un &#8220;anacronismo.&#8221;<br />
Carter, nondimeno, veniva accusato di essere un plagiario, in paga degli sceicchi arabi, un anti-semita, un apologeta del terrorismo, un simpatizzante dei Nazi e un negazionista dell&#8217;Olocausto al limite del lecito.<br />
Tuttavia, il libro di Carter è finito nella lista dei bestseller del New York Times e vi è rimasto per mesi, vendendo qualcosa come 300.000 copie in brossura. Sebbene snobbato dal presidente della Brandeis University, al contrario Carter riceveva una standing ovation dal corpo studentesco quando si era recato a parlare presso quella istituzione ebraica storica. (Metà dell&#8217;auditorio usciva dalla sala quando il professore di diritto di Harvard Alan M. Dershowitz si era alzato per replicare a Carter).<br />
Mearsheimer e Walt hanno dato alle stampe per i tipi della casa editrice Farrar, Straus e Giroux, il loro libro, The Israel Lobby and U.S. Foreign Policy &#8211; La Israel Lobby e la politica estera degli Stati Uniti, che è diventato anch&#8217;esso un bestseller del Times. [N.d.tr.: sorprendentemente edito in italiano da Mondadori]<br />
Si tratta di un&#8217;ulteriore testimonianza delle fortune declinanti di Israele; nel corso della durata in carica del primo ministro Ehud Olmert, anche Foxman e il sempiterno supporter di Israele Elie Wiesel si sono dati a stigmatizzare Israele per avere mancato di perseguire la pace.</p>
<p>Il malcontento pubblico, che iniziava a ribollire nei confronti della politica di Israele in anni recenti, ha raggiunto il punto di ebollizione dell&#8217;indignazione nel corso dell&#8217;invasione di Gaza.<br />
Malgrado il blitz propagandistico orchestrato da Israele con estrema oculatezza; malgrado la tendenza, in modo schiacciante filo israeliana, dei servizi di informazione dei media, specialmente durante i primi giorni dell&#8217;aggressione; e malgrado il sostegno all&#8217;assalto dichiarato in via ufficiale in Occidente &#8211; malgrado tutto questo, grandi manifestazioni popolari in tutta l&#8217;Europa Occidentale (Spagna, Italia, Germania, Francia, e Gran Bretagna) hanno fatto scomparire per dimensioni le dimostrazioni in favore di Israele.<br />
Un&#8217;ondata di occupazioni studentesche si è propagata rapidamente per tutta la Gran Bretagna, comprendendo Oxford, Cambridge, Manchester, Birmingham, London School of Economics, School of Oriental and Asian Studies, Warwick, King&#8217;s, Sussex, e Cardiff.<br />
Perfino in tradizionali bastioni di appoggio ad Israele come il Canada, dove la propensione filo israeliana del sistema politico di estrema destra e dei media è particolarmente intensa, una pluralità di settori dell&#8217;opinione pubblica ha disapprovato l&#8217;aggressione e l&#8217;Unione canadese del Pubblico Impiego ha approvato una mozione che proponeva un boicottaggio accademico di Israele.<br />
Dichiarando dopo il cessate-il-fuoco che &#8220;gli avvenimenti di Gaza ci hanno colpito profondamente,&#8221; un gruppo di 16 fra giudici e inquirenti di tutto il mondo di grandissima esperienza &#8211; fra cui Antonio Cassese (Primo Presidente e Giudice del Tribunale Internazionale per i Crimini nella ex Jugoslavia e Presidente della Commissione di Inchiesta dell&#8217;ONU per il Darfur) e Richard Goldstone (Procuratore Generale del Tribunale Internazionale per i Crimini nella ex Jugoslavia e nel Rwanda e Presidente della Commissione di Inchiesta dell&#8217;ONU per il Kosovo) facevano appello per un&#8217;&#8221;inchiesta internazionale sulle gravi violazioni delle leggi di guerra commesse da tutte le parti in conflitto a Gaza.&#8221;</p>
<p>Non stupisce il fatto che gli apologeti di Israele attribuiscano la diffusa indignazione per l&#8217;invasione di Gaza all&#8217;anti-Semitismo. Può essere postulata la norma generale che, più profondo è l&#8217;abisso in cui affonda la condotta criminale di Israele, più alto è il livello dei decibel degli strilli di anti-Semitismo.<br />
Abraham H. Foxman dichiarava che &#8220;gli Ebrei devono affrontare una epidemia, una pandemia di anti-Semitismo. Si tratta di un anti-Semitismo il più intenso, il più diffuso, il peggiore che si possa ricordare in tempi recenti.&#8221; Questo fomentare paure da parte di Foxman non era una novità, visto che aveva pronosticato tempo addietro nel 2003 che l&#8217;anti-Semitismo stava sollevando &#8220;una grave minaccia alla sicurezza del popolo ebraico, come quella che si era dovuto affrontare negli anni Trenta.&#8221;<br />
Proprio come nel passato, i risultati di sondaggi usati per dare fondamento a queste esagerazioni registravano &#8220;indicatori&#8221; di &#8220;opinioni del più pernicioso anti-Semitismo,&#8221; tali da concludere che &#8220;larghi settori dell&#8217;opinione pubblica in Europa continuano a ritenere che gli Ebrei ancora parlino troppo di quello che è capitato loro durante l&#8217;Olocausto.&#8221;<br />
Per il &#8220;filosofo&#8221; della comunicazione Bernard-Henri Lévy, di Parigi, chi mette in dubbio che l&#8217;olocausto nazista abbia costituito uno &#8220;spartiacque morale nella storia dell&#8217;uomo&#8221; dovrebbe essere considerato un anti-Semita.<br />
Alcuni episodi, certamente sgradevoli, di presunto anti-Semitismo in Europa si sono manifestati in e-mail e scritte murali, comunque l&#8217;anti-Semitismo europeo, nonostante la montatura propagandistica, impallidisce rispetto al pregiudizio contro i Musulmani. (Un aumento di animosità nei confronti di Ebrei e Musulmani, negli ultimi anni le due curve tendono a correlarsi, appare in parte dovuto ad una rinascita di etnocentrismo fra gli Europei più anziani, meno educati e politicamente conservatori.)<br />
Tuttavia è più vicino al vero che l&#8217;esecuzione da parte di uno Stato, auto-proclamatosi ebraico, di azioni sfrenate omicide, ripetute in Libano e a Gaza, e l&#8217;aperto sostegno a questi comportamenti violenti conferito da parte di organizzazioni ufficiali ebraiche di tutto il mondo, siano stati la causa di deplorevoli, anche se completamente prevedibili, &#8220;esternazioni&#8221;, secondo le quali tutti gli Ebrei in generale dovevano essere ritenuti responsabili.<br />
Se, come ha asserito il Forum israeliano di Coordinazione dell&#8217;Opposizione all&#8217;anti-Semitismo, vi è stata &#8220;una rapida impennata in numero e in intensità dei casi di anti-Semitismo&#8221; durante il massacro di Gaza; se &#8220;con il cessate-il-fuoco vi è stato un marcato decremento in numero e in intensità dei casi di anti-Semitismo&#8221;; e se &#8220;un&#8217;altra vampata nella regione, simile all&#8217;operazione scatenata contro Gaza, probabilmente causerebbe una ancor più severa esplosione di attività anti-Semite contro le comunità ebraiche nel mondo,&#8221; allora un metodo efficace per combattere l&#8217;anti-Semitismo potrebbe essere per Israele quello di smetterla con i massacri.<br />
È anche vero che il divario crescente fra il sostegno ufficiale ad Israele guerrafondaio e la repulsione popolare contro questo può alimentare teorie di complotti anti-Semitici.<br />
Ad esempio, in Germania la dirigenza politica e l&#8217;insieme dei mezzi di comunicazione non sopportano alcuna posizione critica nei confronti di Israele, a causa della &#8220;speciale relazione&#8221; che vede la sua origine nella &#8220;storica responsabilità&#8221; della Germania.<br />
Il cancelliere Angela Merkel ha superato gli altri leader europei nell&#8217;abbracciare la causa di Israele durante l&#8217;invasione di Gaza.<br />
Tuttavia, recenti sondaggi hanno mostrato come il 60% dei Tedeschi respinge la nozione di obblighi particolari della Germania nei confronti di Israele, (i giovani rifiutano tutto questo per il 70%), il 50% ritiene che Israele sia un paese aggressivo e il 60% pensa che Israele persegua i propri interessi in modo spietato.<br />
Più in generale, Gideon Levy richiamava alla mente &#8220;la scena surreale al momento culminante del brutale assalto a Gaza, quando i capi dell&#8217;Unione Europea si erano recati in Israele e pranzavano con il primo ministro facendo bella mostra di un appoggio unilaterale per la parte cha stava provocando morte e distruzione.&#8221; E sebbene fosse stato Israele a rompere la tregua e a scatenare l&#8217;invasione, i leader europei intrattenevano colloqui con gli Stati Uniti (e con il Canada) su come ostacolare l&#8217;accesso alle armi non agli aggressori ma alle vittime!<br />
È solo questione di tempo prima che gli Europei comincino a chiedersi, se non lo hanno già fatto, per ordine di chi la loro politica estera si muova con queste modalità.</p>
<p>Ascrivere il disgusto popolare dei Gentili per il massacro di Gaza all&#8217;anti-Semitismo si è dimostrato del tutto irrazionale a fronte del diffuso e palese dissenso ebraico.<br />
Mentre organizzazioni ebraiche ufficiali delle comunità diffondevano dichiarazioni in favore di Israele, proliferavano organizzazioni ebraiche ad hoc che presentavano istanze per deplorare l&#8217;invasione.<br />
Più significativamente, Ebrei di notevole importanza nella vita delle comunità ebraiche censuravano le azioni di Israele, sebbene con toni in generale smorzati. Quando Israele era pronto a lanciare l&#8217;offensiva di terra dopo una settimana di attacchi aerei, un gruppo di Ebrei fra i più illustri della Gran Bretagna, pur dichiarandosi &#8220;profondi e appassionati sostenitori&#8221; di Israele, esprimevano &#8220;orrore&#8221; all&#8217;aumentare &#8221; delle perdite di vite umane da entrambe le parti &#8221; e raccomandavano ad Israele di cessare immediatamente le operazioni militari contro Gaza.<br />
In una nota più aspra, Gerald Kaufman, membro del Parlamento britannico ed ex ministro ombra per gli affari esteri, dichiarava durante un dibattito sulla questione di Gaza alla Camera dei Comuni: &#8220;Mia nonna si trovava ammalata a letto quando i Nazisti fecero irruzione nella sua città natale di Staszow. Un soldato tedesco la colpì a morte nel suo letto. Mia nonna non è morta per fornire una copertura ai soldati di Israele per andare ad ammazzare nonne palestinesi a Gaza.&#8221;<br />
Kaufman arrivava ad accusare il governo di Israele di avere &#8220;crudelmente e cinicamente sfruttato il continuo senso di colpa fra i Gentili per il massacro di Ebrei nell&#8217;Olocausto come giustificazione dei loro assassini di Palestinesi.&#8221;<br />
Intanto, in Francia, il popolare scrittore ebreo Jean-Moïse Braitberg richiedeva al presidente di Israele di rimuovere il nome di suo nonno dal momumento di Yad Vashem dedicato alle vittime dell&#8217;Olocausto nazista, &#8220;cosicché non possa essere usato per giutificare l&#8217;orrore che viene riversato sui Palestinesi.&#8221;<br />
In Germania, Evelyn Hecht-Galinski, figlia dell&#8217;ex presidente del Consiglio Centrale degli Ebrei in Germania, scriveva : &#8220;Non il governo di Hamas eletto regolarmente, ma il brutale occupante.deve essere posto sul banco degli imputati all&#8217;Aja,&#8221; mentre la sezione germanica degli Ebrei europei per una Pace Giusta pubblicava una dichiarazione che sottolineava come &#8220;gli Ebrei Tedeschi Dicono NO alle Uccisioni commesse dall&#8217;Esercito Israeliano.&#8221;<br />
In Canada, otto donne ebree che occupavano il Consolato di Israele invitavano &#8220;tutti gli Ebrei a pronunciarsi contro questo massacro,&#8221; e il celebre pianista canadese Anton Kuerti dichiarava:<br />
&#8220;Gli incredibili crimini di guerra che Israele sta commettendo a Gaza . . .mi fanno vergognare di essere ebreo.&#8221;<br />
In Australia, due romanzieri di fama ed un ex ministro del governo federale firmavano un appello di Ebrei che condannavano Israele per la sua aggressione gravemente spropositata.<br />
L&#8217;amministrazione Bush e il Congresso degli Stati Uniti sostenevano Israele in modo inqualificabile nel corso di tutta l&#8217;invasione. Una risoluzione, che assegnava ad Hamas la totale colpevolezza delle morti e delle distruzioni, passava all&#8217;unanimità al Senato e alla Camera con 390 voti a favore e 5 contrari.<br />
Molto del flusso di informazioni nei media negli Stati Uniti, in modo altrettanto sfacciato, era in linea con la parte in causa israeliana.<br />
Il giornalista Max Blumenthal osservava : &#8220;Dal capodanno, un drappello osannante Israele ha trasformato le pagine di opinione dei maggiori quotidiani usamericani in uno spazio personale dei più violenti e rumorosi. Di tutti i contributi editoriali pubblicati dal Washington Post, Wall Street Journal, e New York Times, da quando Israele ha iniziato la guerra contro Gaza, . . . solo uno ha offerto uno scettico punto di vista sull&#8217;aggressione.&#8221;<br />
La concezione del New York Times di editoriali. equilibrati veniva conseguita giustappunto mediante le fantasie di Jeffrey Goldberg sul male non redimibile di Hamas e con le raccomandazioni di Thomas Friedman per Israele ad infliggere &#8220;pesanti sofferenze alla popolazione di Gaza.&#8221;<br />
Il suo rivale cittadino, il New York Daily News, pubblicava un editoriale di apertura del Rabbino Marvin Hier che incalzava i leader mondiali a &#8220;non. . . ricostruire più Gaza &#8221; anche se &#8220;molti civili soffriranno &#8220;, dato che &#8220;i terroristi e coloro che li appoggiano non hanno diritto a ricevere aiuti importanti per la loro crudeltà, per i loro misfatti e per la loro omertà.&#8221; E questo è il fondatore e decano del Centro Simon Wiesenthal e del suo Museo della Tolleranza!<br />
Nel bel mezzo di questa atmosfera da linciaggio anche organizzazioni per i diritti umani, come Human Rights Watch, riservavano per Hamas la loro più forte condanna.<br />
Nonostante questa elite riversasse torrenti di veleno, i sondaggi dell&#8217;opinione pubblica mostravano che, pur con dure critiche ad Hamas, solo circa il 40% degli Statunitensi approvavano l&#8217;attacco di Israele, mentre fra coloro che votavano Democratico (il partito di affiliazione di molti Ebrei) il consenso crollava al 30%.<br />
In una teatrale esibizione di indipendenza, che richiamava alla mente Jimmy Carter come autore di Palestine Peace Not Apartheid, l&#8217;icona liberal Bill Moyers stigmatizzava Israele sul suo popolare programma di questioni pubbliche Bill Moyers Journal, quantunque in un contesto assai critico nei confronti di Hamas: &#8220;Uccidendo indiscriminatamente vecchi, bambini, intere famiglie, distruggendo scuole ed ospedali, Israele ha fatto esattamente ciò che fanno i terroristi.&#8221;<br />
Come Carter, anche Moyers immediatamente finiva sotto il tiro di Abraham H. Foxman, che lo accusava di &#8220;razzismo, revisionismo storico ed indifferenza al terrorismo,&#8221; e del professore di diritto ad Harvard Alan M. Dershowitz, che screditava Moyers per &#8220;la sua falsa moralistica equidistanza &#8221; fra il terrorismo di Hamas e l&#8217;esercito di Israele, che &#8220;inavvertitamente aveva ammazzato qualche civile palestinese, però usato da Hamas come scudo umano.&#8221;<br />
Ma ancora come Carter, Moyers riusciva a guadagnare terreno, visto che altri liberal si sono levati in sua difesa, e ad uscire illeso dopo la raffica di diffamazioni.</p>
<p>Quando si scatenò l&#8217;invasione di Gaza e le immagini sconvolgenti del massacro trasmesse dal vivo da Al-Jazeera non potevano più oltre essere ignorate, cominciarono ad apparire crepe nel flusso delle informazioni dei media moderati.<br />
Sotto il titolo inquietante &#8220;Si sta esaurendo il tempo di una soluzione a due Stati?&#8221; il notiziario televisivo più seguito negli Stati Uniti 60 Minutes mandava in onda un segmento di programma devastante sui coloni ebrei nella West Bank, che includeva scene strazianti di &#8220;Arabi che subivano l&#8217;occupazione delle loro abitazioni &#8221; da parte di soldati israeliani.<br />
La pagina editoriale del Wall Street Journal pubblicava un articolo del professore di diritto George E. Bisharat dal titolo di testa &#8220;Israele sta commettendo crimini di guerra.&#8221;<br />
Il giornalista del New York Times Roger Cohen, di solito tanto compassato, confessava in un paio di colonne di &#8220;vergognarsi per le azioni di Israele.&#8221; In un secondo articolo, Cohen considerava che &#8220;l&#8217;espansione continua di Israele mediante gli insediamenti, l&#8217;assedio a Gaza, la West Bank rinchiusa da muri e lo sfrenato ricorso alla forza ad alta tecnologia&#8221; era &#8220;progettata precisamente per colpire a randellate, indebolire e umiliare il popolo palestinese, fino a far svanire la sua dignità e il sogno di uno Stato palestinese.&#8221;<br />
L&#8217;ex editore della New Republic e lo scrittore conservatore Andrew Sullivan giudicava che l&#8217;attacco israeliano era &#8220;tutt&#8217;altro che una esigenza moralmente stringente.Si tratta di una guerra decisamente unilaterale,&#8221; ed etichettava come &#8220;thugs&#8221; [N.d.tr. : i thugs erano membri di una setta religiosa indiana di strangolatori] i sodali con la destra ebraica per &#8220;il terribile massacro di uomini che ora veniva inflitto da Israele (e finanziato in parte dagli USAmericani).&#8221;<br />
Philip Slater, autore dello studio sociologico The Pursuit of Loneliness, dichiarava: &#8220;La Striscia di Gaza è poco più di un grande campo di concentramento israeliano, in cui i Palestinesi vengono aggrediti a piacere, privati di cibo, carburante, energia, perfino privati di strutture ospedaliere.Diventerebbe difficile provare una qualche stima per i Palestinesi, se non sparassero in risposta qualche razzo!&#8221;<br />
Intanto il Consiglio Comunale di Cambridge, Massachusetts, un enclave liberal e sede dell&#8217;Università di Harvard, adottava una risoluzione &#8220;che condannava gli attacchi e l&#8217;invasione di Gaza da parte dell&#8217;esercito israeliano e il lancio di razzi contro la gente di Israele,&#8221; e un gruppo di professori universitari statunitensi lanciava una campagna nazionale che faceva appello al boicottaggio accademico e culturale di Israele.<br />
Un sondaggio condotto fra Ebrei statunitensi riscontrava che il 47% approvava con forza l&#8217;aggressione israeliana, ma, in netto contrasto con la usuale solidarietà sempre e comunque, il 53% era o equidistante (il 44% approvava &#8220;solo un po&#8217;&#8221; o disapprovava &#8220;solo un po&#8217;&#8221;) o decisamente disapprovava (il 9%).<br />
Osservatori di esperienza nel settore concernente le comunità ebraiche statunitensi sottolineavano un &#8220;cambio di marea dopo Gaza.&#8221;<br />
A prescindere dai &#8220;settori più conservatori filo-israeliani delle comunità,&#8221; M. J. Rosenberg del Israel Policy Forum notava che &#8220;si faceva poca mostra di sostegno a questa guerra. A New York, una città in cui nel passato erano state fate marce di &#8216;solidarietà&#8217; che avevano visto la partecipazione anche di 250.000 persone, solo 8.000 persone si erano recate a Manhattan per una dimostrazione della comunità in una domenica soleggiata.&#8221;<br />
In pubblico contrasto con la leadership tradizionale ebraica, organizzazioni ebraiche di recente costituzione come J Street [N.d.tr. : un gruppo di pressione politica con l'obiettivo di rappresentare gli Ebrei usamericani di sinistra] delimitavano un terreno di mediazione che &#8220;riconosceva che né gli Israeliani né i Palestinesi avevano il monopolio di essere nel giusto o nell&#8217;errore,&#8221; e raccomandavano &#8220;di liberare il Medio Oriente dall&#8217;approccio piuttosto limitato di noi-contro-loro.&#8221;<br />
Costituito nel 2008, J Street si propone come controparte liberal dell&#8217;American Israel Public Affairs Committee (AIPAC).<br />
È ancora troppo presto per prevedere se J Street, che attualmente si uniforma ad una agenda politica vagamente progressista, sebbene si definisca anche &#8220;vicinissimo&#8221; a Kadima, il partito politico israeliano guidato da Tzipi Livni, si calcificherà in una &#8220;leale opposizione&#8221; o accentuerà il suo criticismo nei confronti della politica di Israele, quando la spaccatura che divide gli Ebrei statunitensi da Israele si allargherà.<br />
Anche l&#8217;organizzazione &#8220;American Jews for a Just Peace&#8221; metteva in circolazione una petizione rivolta ai &#8220;Soldati Israeliani per Cessare i Crimini di Guerra,&#8221; e &#8220;Jews Say No&#8221; manifestava davanti all&#8217;Organizzazione Sionista Mondiale e agli uffici dell&#8217;Agenzia Ebraica, e &#8220;Jews against the Occupation&#8221; calavano uno striscione sull&#8217;autostrada nella West Side di New York City che affermava &#8220;Jews Say: End Israel&#8217;s War on Gaza NOW! &#8211; Gli Ebrei affermano: la Guerra di Israele contro Gaza deve finire ORA!&#8221;<br />
Negli ambienti intellettuali ebraici liberal, solamente alcuni perenni fautori di Israele, la maggior parte dei quali si erano imbarcati a destra dopo il giugno 1967, si sono avventurati a vele spiegate in difesa dell&#8217;invasione.<br />
Era del tutto ovvio per il filosofo morale Michael Walzer che Israele avesse esaurito le opzioni non-violente prima dell&#8217;aggressione e che Hamas portasse la responsabilità per la morte di civili. Per Walzer la sola &#8220;difficile questione&#8221; consisteva nel fatto se Israele si fosse impegnato al massimo per ridurre il numero di queste vittime.<br />
Era del tutto ovvio per Alan M. Dershowitz che Israele avesse fatto &#8220;tutti gli sforzi possibili per evitare l&#8217;uccisione dei civili&#8221; e che in questo non fosse riuscita perché Hamas aveva ricercato una strategia del tipo &#8220;bimbo morto&#8221;, vale a dire quella di costringere Israele ad ammazzare bambini palestinesi in modo da raccogliere le simpatie internazionali.<br />
Era del tutto ovvio per l&#8217;editore di New Republic Martin Peretz che l&#8217;assedio di Gaza non risultasse così tanto spietato, dal suo attento esame delle scarpe dei Palestinesi: &#8220;Bisogna guardare attentamente alle loro scarpe &#8216;sneakers&#8217;, visibilmente nuove e, senza dubbio, costose.&#8221;<br />
Era del tutto ovvio per lo scrittore Paul Berman che, se una &#8220;possibilità&#8221; esiste per Hamas di minacciare di genocidio Israele in un giorno futuro, &#8220;se ad Hamas e ai suoi alleati e a coloro che la pensano nello stesso modo come Hezbollah viene permesso di prosperare senza alcun ostacolo, e se allo stesso modo viene concesso al governo dell&#8217;Iran e al suo programma nucleare di progredire,&#8221; allora Israele aveva il diritto di scatenare subito un attacco.<br />
Dopo un tale ammasso di ipotetici affastellati di condizionali è difficile immaginare quale paese al mondo potrebbe dirsi al sicuro da un attacco proditorio e quale paese potrebbe non ricevere giustificazioni nel lanciare arbitrariamente un attacco.<br />
Se, a prescindere da questa congrega di difensori di Israele, Ebrei liberal riconoscevano che l&#8217;attacco di Israele costituiva un problema di natura morale, cionondimeno non potevano sopportare che i loro panni sporchi venissero messi in piazza alla vista dei Gentili.<br />
Dunque, riviste e giornali di opinione destinati ad un pubblico di Ebrei dell&#8217;alta borghesia cittadina, come il New Yorker e il New York Review of Books, sorvolavano sul massacro di Gaza.<br />
Comunque, un folto gruppo molto influente di intellettuali Ebrei, di dominio pubblico liberal, non sono stati in silenzio: la nuova generazione di bloggers ebraici liberal e collaboratori regolari con siti web liberal-democratici, come Salon.com e Huffington Post, meno dipendenti dalla classe dirigente, editori ebrei, inserzionisti, finanziatori e social networks, parlava da e per una generazione che ha raggiunto la maggiore età quando in larga misura la mitologia sionista è stata espulsa e sostituita da equilibrate ricerche storiche.<br />
La classe dirigente politica di Israele è andata evolvendo con modalità reazionarie e squallide. La documentazione sui diritti umani in Israele è stata sottoposta ad inchieste laceranti da parte delle organizzazioni sociali per i diritti umani.<br />
La paranoia Olocausto-indotta e lo spaccio di accuse di anti-Semitismo tangibilmente contrastano con la quotidiana realtà di una assimilazione ebraica ovunque trionfante, dalla Ivy League [N.d.tr.: lega delle otto principali università del nord-est degli Stati Uniti] a Wall Street, da Hollywood a Washington, dai circoli d&#8217;élite all&#8217;altare del matrimonio.<br />
Professionalmente, mentalmente ed emozionalmente emancipati dai ceppi del passato, questi Ebrei frequentatori assidui di Internet sono passati all&#8217;offensiva denunciando l&#8217;invasione di Gaza dal suo inizio.<br />
Il simbolismo potrebbe a mala pena essere evitato. Mentre i sostenitori di Israele, che non si danno mai per vinti, come Walzer, Dershowitz, e Peretz sono stati abbarbicati fin dalla loro gioventù alla barca sionista, la generazione di giovani intellettuali noti ebrei che ora si presentano su Internet ne sono saltati fuori. &#8220;Li compatisco per il loro odio nei confronti del loro retaggio,&#8221; Peretz ha sibilato. &#8220;Sono solo strida fastidiose.&#8221;</p>
<p>Ecco le strida fastidiose nelle loro parole!<br />
Ezra Klein (età 25 anni; blogger per American Prospect) nel secondo giorno dell&#8217;invasione così diffondeva: &#8220;Il lancio di razzi risulta senza dubbio &#8216;profondamente disturbante&#8217; per gli Israeliani. Ma hanno fatto traboccare il vaso i tanti checkpoints, le strade chiuse o riservate, la limitazione dei movimenti, la terribile disoccupazione, l&#8217;oppressione inflessibile, le umiliazioni quotidiane, gli insediamenti illegali &#8211; ah, scusate! &#8216;avamposti&#8217; &#8211; costruzioni &#8216;profondamente disturbanti&#8217; per i Palestinesi, e decisamente molto più lesive ed oltraggiose. E i 300 morti Palestinesi dovrebbero creare qualche disturbo anche a noi tutti!&#8221;<br />
Adam Horowitz (età 35 anni; blogger per Mondoweiss) nel quarto giorno dell&#8217;invasione, in risposta ad un editoriale di Benny Morris in prima pagina del New York Times, diffondeva: &#8220;Evidentemente, lei vede solo le reazioni e non le cause. Lei elenca le reazioni ad Israele e alla colonizzazione ebraica della Palestina storica portata avanti da Israele senza citare l&#8217;elefante nella stanza, che le mura che avviluppano Israele sono del tutto auto-prodotte.&#8221;<br />
Matthew Yglesias (età 28 anni; blogger per Think Progress) nel sesto giorno dell&#8217;invasione diffondeva: &#8220;Mentre Israele dichiarava il desiderio di abbandonare i Palestinesi di Gaza nella loro enclave minuscola, sovrappopolata, economicamente non vitale, il &#8216;disimpegno&#8217; del 2005 da Gaza non ha mai comportato il permesso ai Palestinesi di controllare i confini o di esercitare la piena sovranità su questa loro area. Il progetto fondamentalmente prospettava che, se i Palestinesi cessavano le violenze contro Israele, allora la Striscia di Gaza avrebbe avuto un trattamento simile a quello di una riserva indiana.&#8221;<br />
Dana Goldstein (età 24 anni; blogger per American Prospect) nel dodicesimo giorno dell&#8217;invasione diffondeva: &#8220;Io voglio credere che l&#8217;esperienza storica, collettiva, dell&#8217;Ebraismo e del Sionismo produca qualcosa di meglio, qualcosa di più umano di ciò per cui siamo stati testimoni in Medio Oriente in questa ultima settimana.&#8221;<br />
Glenn Greenwald (età 42 anni; blogger per Salon.com) nel tredicesimo giorno dell&#8217;invasione diffondeva: &#8220;Questa non può più dirsi una guerra, questo è un massacro unilaterale senza pari,&#8221; e il<br />
30 gennaio 2009, &#8220;Proprio non è possibile compiere effettivi progressi nelle nostre intenzioni domestiche di rinvigorire la Costituzione e di revocare le nostre espansioni militari e di intelligence, se allo stesso tempo siamo impotenti e ciecamente sosteniamo Israele nelle sue varie guerre (e di conseguenza trasciniamo anche noi stessi in queste guerre).&#8221;<br />
Il 20 febbraio 2009 Greenwald rispondeva ad una insinuazione mossagli da Jeffrey Goldberg di essere un &#8220;picchiatore contro Israele che odia gli Ebrei&#8221;: &#8220;la gente come Jeffrey Goldberg . . . ha così tanto abusato, manipolato e sfruttato le accuse di &#8216;anti-Semitismo&#8217; e di &#8216;anti-Israele&#8217; per fini scorretti e scopertamente politici che questi termini si sono svuotati di significato, hanno perso quasi del tutto il loro stimolo e di fatto sono diventati così banali da assumere caratteristiche caricaturali.Infatti, gente come Goldberg è diventata extra rancida e sprezzante nella sua retorica, precisamente perché sa che questi espedienti retorici hanno cessato di funzionare.&#8221; &#8220;Vi è un deciso cambio di marea quando la politica usamericana discute di Israele,&#8221; concludeva Greenwald, &#8220;Queste persone non possiedono più la capacità di soffocare il dissenso tramite tattiche di criminale intimidazione e sanno che è per questo che ora non possono fare altro che alzare il volume dei loro attacchi insultanti. La devastazione di Gaza da parte di Israele, con l&#8217;uso di bombe, armamenti, denaro e copertura diplomatica statunitense, e l&#8217;intrappolamento della popolazione civile di Gaza priva di difese sono così brutali ed orrendi da guardare che era inevitabile un cambiamento del punto di vista della gente sul conflitto in Medio Oriente.&#8221;<br />
Subito dopo la fine dell&#8217;invasione di Gaza, la falange dei blogger liberal ebrei ancora una volta ha reso pan per focaccia alla lobby israeliana quando questa ha cercato di bloccare la nomina da parte dell&#8217;amministrazione Obama di Chas Freeman, un funzionario critico nei confronti della politica di Israele.<br />
Un altro indizio decisamente eclatante è stato uno sketch dal titolo &#8220;Strip Maul &#8211; Colpi di maglio sulla Striscia&#8221; mandato in onda su Daily Show di Comedy Channel, il 5 gennaio 2009.<br />
Il conduttore del programma televisivo, il comico Jon Stewart, è ebreo ed ha un enorme seguito fra i giovani. Egli metteva in ridicolo l&#8217;appoggio unanime, instupidito e dominato da stereotipi, dei politici verso Israele, ricevendo boati di approvazione dal pubblico in studio (&#8220;Questo è come il nastro di Möbius dei problemi in discussione &#8211; esiste solo un&#8217;unica parte!&#8221;); [N.d.tr.: il nastro di Möbius, dal nome del matematico tedesco August Ferdinand Möbius, è un esempio di superficie non orientabile. Le superfici ordinarie, intese come le superfici che nella vita quotidiana siamo abituati ad osservare, hanno sempre due "lati" (o meglio, facce), per cui è sempre possibile percorrere idealmente uno dei due lati senza mai raggiungere il secondo, salvo attraversando una possibile linea di demarcazione costituita da uno spigolo (chiamata "bordo"). Per queste superfici è possibile stabilire convenzionalmente un lato "superiore" o "inferiore", oppure "interno" o "esterno". Nel caso del nastro di Möbius, invece, tale principio viene a mancare: esiste un solo lato e un solo bordo.]; rivolgeva l&#8217;attenzione verso &#8220;la segmentazione e l&#8217;assedio di Gaza che schiacciavano le persone&#8221;; e paragonava la situazione di un Palestinese a quella di qualcuno costretto &#8220;a vivere nel mio corridoio di ingresso e obbligato a passare attraverso posti di controllo ogni volta che deve prendere un s**t. (Una qualsiasi cosa in qualche altra parte della casa) &#8221;</p>
<p>La metamorfosi generazionale che ha riguardato Israele si è resa molto più evidente nei campus universitari.<br />
Inside Higher Ed riportava in un articolo: &#8220;In molti campus è stato riscontrato un deciso slittamento verso un più evidente sentimento filo palestinese e anti-Israele, causato, in parte, dall&#8217;aggressione bellica a Gaza di questo inverno.&#8221;<br />
Ampie sale per conferenze di collegi universitari traboccavano di partecipanti alle assemblee che condannavano il massacro a Gaza. Mentre i gruppi &#8220;filo&#8221; israeliani, che di solito erano usi protestare dentro e fuori le conferenze, ora praticamente non si facevano vedere.<br />
Gli studenti della Cornell University delineavano dei tracciati con 1.300 bandiere nere in commemorazione dei morti di Gaza. (Più tardi, l&#8217;esposizione veniva distrutta da un atto vandalico).<br />
Gli studenti dell&#8217;Università di Rochester, dell&#8217;Università del Massachusetts, della New York University, della Columbia University, dell&#8217;Haverford College, del Bryn Mawr College, e dell&#8217;Hampshire College organizzavano lanci di petizioni, proteste e sit-in per raccogliere contributi finanziari in favore di studenti palestinesi e per sostenere il disinvestimento dalle imprese di armamenti e dalle compagnie che facevano affari con gli insediamenti illegali di Israele.<br />
Gli studenti dell&#8217;Hampshire College esercitavano con successo pressioni sugli amministratori del college per disinvestire dalle corporation statunitensi che traevano direttamente vantaggi dall&#8217;occupazione.<br />
Sebbene le organizzazioni filo-israeliane dichiarassero che &#8220;i campus dei college e delle università.erano diventati focolai di una nuova virulenta pressione di anti-Semitismo,&#8221; in molti campus a giocare un ruolo guida erano stati gli studenti ebrei attraverso i comitati locali di &#8220;Students for Justice in Palestine &#8221; e giovani attivisti ebrei creativi ed impegnati in &#8220;Birthright Unplugged&#8221; e in &#8220;Anarchists Against the Wall&#8221;, a fianco di singoli personaggi come Anna Baltzer, autrice del saggio Witness in Palestine, che era andata scuola per scuola offrendo la sua personale testimonianza sugli orrori giornalieri a cui aveva assistito in Palestina.</p>
<p>I legami di solidarietà che sono andati ad instaurarsi tra giovani Ebrei e giovani Musulmani in opposizione all&#8217;occupazione &#8211; i gruppi animatori in molti campus erano costituiti da radicali ebrei laici e giovani donne musulmane osservanti &#8211; danno ragione alla speranza che una giusta pace duratura possa ora essere acquisita.<br />
Dopo avere parlato del massacro di Gaza presso un&#8217;università del Canada, gli organizzatori mi hanno offerto un distintivo che recava la scritta &#8220;I ? GAZA.&#8221; Ho appuntato il distintivo sul mio zainetto e mi sono diretto all&#8217;aeroporto. Quando stavo in coda per salire in aereo, un passeggero dietro di me mi sussurrò &#8220;Mi piace il suo distintivo.&#8221; Eh sì, ho pensato, i tempi stanno proprio cambiando. Un paio di ore più tardi chiedevo un bicchiere d&#8217;acqua all&#8217;assistente di volo. Porgendomi il bicchiere si chinava verso di me e anche lui mi sussurrava &#8220;Mi piace il suo distintivo.&#8221; Eh sì, ho pensato, qui sta succedendo veramente qualcosa!</p>
<h4>Questo articolo è stato estratto dal nuovo importante libro di Norman Finkelstein sull&#8217;aggressione a Gaza,&#8221;This Time We Went Too Far &#8211; Questa volta siamo andati troppo in là&#8221; pubblicato questo mese da OR Books. Per acquistare una copia del libro si prega di consultare OR Books. Questo volume non è disponibile nelle librerie o presso altri rivenditori online.</h4>
<p>*Norman Finkelstein è autore di cinque libri, compreso Image and Reality of the Israel-Palestine Conflict, Beyond Chutzpah e The Holocaust Industry, che sono stati tradotti in più di 40 edizioni straniere. Questo articolo è un capitolo del suo nuovo libro &#8220;This Time We Went Too Far &#8211; Truth and Consequences of the Gaza Invasion.&#8221;</p>
<p>Global Research, 7 marzo 2010; Counterpunch, 3 marzo 2010<br />
(Traduzione di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova)<br />
<a href="http://www.forumpalestina.org/news/2010/Marzo10/27-03-10VeritaInvasioneGaza.htm">da Forum Palestina</a></p>
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		<title>Crisi sulle colonie, Bibi convoca ministri ma tira dritto</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Mar 2010 22:36:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ter</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Michele Giorgio Non ha perduto tempo il premier israeliano Benyamin Netanyahu. Appena rientrato, ieri sera, dai colloqui avuti negli Stati uniti con Barack Obama ha convocato a Gerusalemme una riunione urgente con i sei ministri del gabinetto di sicurezza per fare il punto della situazione e valutare le possibili conseguenze delle polemiche in atto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h5>di Michele Giorgio</h5>
<p>Non ha perduto tempo il premier israeliano Benyamin Netanyahu. Appena rientrato, ieri sera, dai colloqui avuti negli Stati uniti con Barack Obama ha convocato a Gerusalemme una riunione urgente con i sei ministri del gabinetto di sicurezza per fare il punto della situazione e valutare le possibili conseguenze delle polemiche in atto con l&#8217;Amministrazione americana sull&#8217;espansione delle colonie ebraiche a Gerusalemme, il settore palestinese della città che Israele ha occupato nel 1967. Polemiche che, in ogni caso, non hanno frenato la stretta collaborazione militare tra Washington e Tel Aviv. Mentre nei giorni scorsi Netanyahu discuteva con Obama, il ministro della difesa israeliano Ehud Barak raggiungeva un accordo con il Pentagono per l&#8217;acquisto di tre nuovissimi aerei da trasporto Hercules C-130J realizzati dalla Lockheed Martin sulla base delle esigenze israeliane. Barak ha poi discusso con gli americani dell&#8217;accordo che permetterà a Israele nel 2014 di ricevere il primo F-35, il più sofisticato degli aerei da combattimento di ultima generazione.<span id="more-2038"></span><br />
Tra quelli che non hanno perduto tempo ci sono anche i coloni che ieri, a piccoli gruppi, hanno esplorato l&#8217;area dello Shepherd Hotel, nel quartiere palestinese di Sheikh Jarrah, dove è stata annunciata costruzione di 20 appartamenti per israeliani. E&#8217; stato un trauma per la popolazione di Sheikh Jarrah, sotto pressione per le espulsioni di diverse famiglie palestinesi dalle loro case, lo sblocco di questo progetto colonico di cui si parla dal 1985, da quando l&#8217;albergo e l&#8217;area circostante furono comprati per un milione di dollari da Irving Moskowitz, ricchissimo uomo d&#8217;affari americano e finanziatore dell&#8217;associazione Ataret Cohanim (il braccio esecutivo dei coloni a Gerusalemme Est). Il progetto cambierà faccia all&#8217;intero quartiere.<br />
La riunione di gabinetto ha visto i ministri israeliani congratularsi con Netanyahu che ha saputo «tenere testa» ad Obama, un presidente Usa che la destra israeliana considera un nemico solo per il fatto di aver osato chiedere una sospensione delle costruzioni nelle colonie, per favorire il negoziato con i palestinesi, senza mettere realmente in discussione i fondamenti della politica di insediamenti nei Territori occupati e, più di tutto, la stretta alleanza strategica tra Usa e Israele. «La nostra politica (di colonizzazione a Gerusalemme Est) ha il consenso della maggioranza degli israeliani», ha affermato il vice premier Silvan Shalom, «e gli americani devono comprendere che anche noi abbiamo delle linee rosse invalicabili». I giornali locali ieri hanno titolato sul fallimento del tentativo di Netanyahu di riconciliazione con Obama ma negli editoriali, nei commenti, tanti si sono espressi per il «pugno di ferro» nei confronti di Washington perché, hanno spiegato, nessuno può imporre compromessi su Gerusalemme che Israele &#8211; contro la posizione della comunità internazionale &#8211; ha proclamato (unilateralmente) sua capitale.<br />
E mentre si dubita delle possibilità (e delle intenzioni) di Netanyahu di rinnovare, o a creare, un livello di fiducia con l&#8217;Amministrazione Obama, la destra estrema di nuovo innamorata del primo ministro parla di «complotto». Gli Usa, scrivono i media ultranazionalisti, avrebbero tramato con la leader dell&#8217;opposizione Tzipi Livni (Kadima) per provocare la caduta del governo Netanyahu. Qualcuno ha anche ricordato che un deputato di Kadima, Joel Hasson, dai microfoni della radio statale Reshet Bet, aveva previsto la crisi Usa-Israele sulle colonie a Gerusalemme Est poco prima dell&#8217;arrivo del vice presidente americano Joe Biden e dell&#8217;annuncio delle contestate costruzioni nell&#8217;insediamento di Ramat Shlomo.</p>
<p><a href="http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20100326/pagina/08/pezzo/274569/">da il manifesto del 26 marzo 2010</a></p>
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		<title>«Così bloccate il negoziato»</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Mar 2010 23:39:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ter</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Israele]]></category>
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		<description><![CDATA[di Michele Giorgio Washington prova a imporre il suo stato palestinese provvisorio Hillary Clinton all&#8217;assemblea dell&#8217;Aipac striglia l&#8217;alleato sulle colonie Benyamin Netanyahu ha rinunciato alla visita a Bruxelles, dove avrebbe dovuto incontrare il presidente del Consiglio Europeo Herman van Rompuy e altri dirigenti dell&#8217;Ue, e prolungherà il suo soggiorno negli Stati Uniti. Scelte che non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h5>di Michele Giorgio</h5>
<h4>Washington prova a imporre il suo stato palestinese provvisorio  Hillary Clinton all&#8217;assemblea dell&#8217;Aipac striglia l&#8217;alleato sulle colonie</h4>
<p>Benyamin Netanyahu ha rinunciato alla visita a Bruxelles, dove avrebbe dovuto incontrare il presidente del Consiglio Europeo Herman van Rompuy e altri dirigenti dell&#8217;Ue, e prolungherà il suo soggiorno negli Stati Uniti.<span id="more-1999"></span> Scelte che non sorprendono, perché il premier israeliano assegna un&#8217;importanza eccezionale all&#8217;incontro che avrà oggi con il presidente americano Barack Obama. In discussione non c&#8217;è l&#8217;alleanza strategica tra il suo paese e gli Usa. Il Segretario di stato Hillary Clinton, intervenendo ieri alla conferenza annuale dell&#8217;Aipac, la potente lobby filo-israeliana, ha confermato che l&#8217;impegno di Washington per la sicurezza di Israele è «saldo ed incrollabile». Sul tavolo del quarto incontro in un anno tra Obama e Netanyahu ci sono piuttosto le pressanti richieste che l&#8217;Amministrazione Usa rivolge al governo israeliano per facilitare l&#8217;inizio il negoziato indiretto tra lo Stato ebraico e l&#8217;Anp di Abu Mazen in modo che si arrivi alla creazione entro due anni di uno Stato palestinese con sovranità limitata.<br />
Per questo ieri il Segretario di stato Hillary Clinton ha scelto proprio la rappresentazione più compiuta dell&#8217;alleanza tra la comunità ebraica americana ed Israele, la conferenza dell&#8217;Aipac, per tornare sulla spinosa questione dell&#8217;ulteriore espansione della colonizzazione della zona palestinese (est) di Gerusalemme che ha arroventato i rapporti tra Israele e Usa nelle ultime due settimane. Guardando negli occhi il nuovo presidente dell&#8217;Aipac, Lee Rosenberg, considerato un «buon amico» di Obama, Clinton ha affermato che la costruzione di nuove abitazioni per israeliani a Gerusalemme est «danneggia la fiducia reciproca e mette a rischio i colloqui indiretti (israelo-palestinesi)» e, inoltre, indebolisce la capacità degli Stati Uniti di giocare «un ruolo unico e essenziale» nel processo di pace. Parole forti se si considera il luogo dove sono state pronunciate e il fatto che la Clinton è una stretta alleata e amica di Israele. Ma che solo in apparenza sono una condanna della colonizzazione israeliana che, in realtà, gli Usa non mettono in discussione nei suoi principi. L&#8217;Amministrazione americana chiede a Israele prudenza, di evitare annunci provocatori, passi incauti, nel momento in cui Abu Mazen e l&#8217;Anp, con la benedizione della Lega araba controllata dagli alleati egiziani, sono pronti ad andare alla trattativa.<br />
Netanyahu, accompagnato dal ministro della difesa Ehud Barak, ieri sera ha visto Hillary Clinton, il capo del Pentagono Robert Gates, e ha cenato con il vice presidente Joe Biden. Ma già domenica scorsa Netanyahu aveva ribadito le sue posizioni: Israele muoverà passi concilianti verso i palestinesi ma continuerà a costruire ovunque a Gerusalemme «così come avviene a Tel Aviv». Non devierà, se non in minima parte, dal programma del suo governo di destra nella convinzione, diffusa tra i suoi consiglieri e tra i leader dei partiti della maggioranza, che gli Usa ridurranno la pressione sulle colonie non appena avrà inizio il negoziato israelo-palestinese.<br />
A poche ore dall&#8217;uccisione di quattro palestinesi, quasi tutti giovanissimi, nella zona di Nablus, da parte dell&#8217;esercito israeliano (l&#8217;Anp ha accusato i soldati di aver sparato a sangue freddo contro almeno due delle vittime), il Segretario di stato Clinton ha puntato l&#8217;indice proprio contro i palestinesi, accusandoli di fomentare una escalation per aver presentato, a suo dire, «in modo falso e deliberato», la recente inaugurazione di una sinagoga nel settore ebraico della Città Vecchia di Gerusalemme come un attacco, «creando tensione inutile e incitando alla violenza».<br />
La Clinton ha dedicato parte del suo discorso all&#8217;Iran, ribadendo la determinazione degli Stati Uniti nell&#8217;impedire a Teheran di entrare in possesso di armi nucleari. «Oltre a minacciare Israele, un Iran dotato dell&#8217;arma nucleare sarebbe un incoraggiamento per i terroristi e causerebbe una corsa al riarmo destabilizzante per la regione», ha sostenuto tra gli applausi della folta platea dell&#8217;Aipac.</p>
<h4>da <a href="http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20100323/pagina/04/pezzo/274267/">il manifesto</a> del 23 marzo 2010</h4>
<p><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="http://www.addtoany.com/share_save#url=http%3A%2F%2Fwww.palestinalibera.org%2F2010%2F03%2F%25c2%25abcosi-bloccate-il-negoziato%25c2%25bb%2F&amp;title=%C2%ABCos%C3%AC%20bloccate%20il%20negoziato%C2%BB" id="wpa2a_32"><img src="http://www.palestinalibera.org/wp-content/plugins/add-to-any/share_save_171_16.png" width="171" height="16" alt="Share"/></a></p>]]></content:encoded>
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		<title>«Pacifisti, fari nella notte»</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Mar 2010 22:37:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ter</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Enrico Campofreda L&#8217;INTERVISTA. Paola Canarutto, della Rete ebrei contro l’occupazione, parla del conflitto in Palestina. «Netanyahu è prigioniero di una maggioranza ancor più estremista e teme che gli alleati l‘abbandonino facendo cadere l’esecutivo». Sul critico momento nei rapporti diplomatici fra Stati Uniti e Israele abbiamo interpellato Paola Canarutto della Rete ebrei contro l’occupazione. «E’ [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Enrico Campofreda</p>
<h4>L&#8217;INTERVISTA. Paola Canarutto, della Rete ebrei contro l’occupazione, parla del conflitto in Palestina. «Netanyahu è prigioniero di una maggioranza ancor più estremista e teme che gli alleati l‘abbandonino facendo cadere l’esecutivo».</h4>
<p>Sul critico momento nei rapporti diplomatici fra Stati Uniti e Israele abbiamo interpellato Paola Canarutto della Rete ebrei contro l’occupazione. «E’ evidente come Obama si trovi in difficoltà col mondo arabo per i comportamenti del governo d’Israele. Io non ho simpatie per la politica estera statunitense che da anni porta guerre, come in Agfghanistan e Iraq, però più fonti hanno rivelato come Biden senza mezzi termini abbia detto a Netanyahu che la linea del suo governo sugli insediamenti diventa insostenibile per l’amministrazione Obama. Perché non scompaia del tutto la prospettiva dei due stati, in Israele-Palestina, gli USA dovrebbero mantener fede alle proprie parole: se chiudessero i rubinetti, Israele non resisterebbe cinque minuti.<span id="more-1990"></span></p>
<p>Sul fronte interno Netanyahu, destromane già di suo, è prigioniero d’una maggioranza ancor più estremista e teme che gli alleati l&#8217;abbandonino facendo cadere l’Esecutivo. Parlo di Yishai dello Shas e di Lieberman, i fondamentalisti e i fascisti che puntellano il governo del Likud. Questo influenza la sua politica. Purtroppo Obama è messo sotto pressione dall’estrema destra neocon, non ha il coraggio né la forza per spezzare il cerchio e rischia anche lui. È noto che il 79% degli ebrei USA alle ultime elezioni ha votato Democratico, e cioè Obama; ma un neocon importante, tal Podhoretz, ha recentemente invitato di finanziatori di Obama a destinare d&#8217;ora in poi i loro assegni ai Repubblicani; e gli eletti al Congresso a votare contro la sua proposta di riforma sanitaria. Tutto questo per contrastare le sue posizioni su Israele. Insomma un problema interno influenza la politica estera anche a Washington».</p>
<h5>Cosa pensa del sostegno di Netanyahu alla “riconquista” dei luoghi sacri?</h5>
<p>E’ utile ricordare come gli ebrei avessero l’orrore dell’idolatria e quello che sta avvenendo è idolatria allo stato puro. Nessuno rivela come la Tomba di Rachele è una tomba d’uno sceicco islamico del 1700. La rincorsa al sacro serve per riappropriarsi di della zona di Betlemme dove c’è questo sito oppure della Moschea di Abramo a Hebron. Per decenni i governi d’Israele hanno disneyzzato Gerusalemme, stravolto gran parte della Cisgiordania, ora si inventano origini bibliche, quando nessuno sa se un Abramo sia davvero esistito, e nel caso, da dove sia passato. Denominare luoghi di Gerusalemme &#8216;Città di Davide&#8217; o &#8216;Porta di Salomone&#8217; serve solo a impadronirsi della città, e ora lo stesso lavoro &#8216;archeologico&#8217; serve ad impadronirsi della Cisgiordania. Però bisogna prendere sul serio gli israeliani quando parlano dei loro programmi: Weisglass (consigliere di Sharon, ndr) aveva detto che l’uscita da Gaza avrebbe messo in formaldeide il processo di pace. Così è stato.</p>
<h5>Ma la nascita dello Stato d’Israele nel 1948 era incentrata sulla stessa tattica, prendere il posto dei palestinesi, e quei padri della patria erano laburisti non fascisti.</h5>
<p>E’ vero, è la vittoria del sionismo che proclamava “un popolo senza terra per una terra senza popolo”. Se lì c’è un altro popolo lo butti fuori e fine del discorso. Per farlo ti appropri prima delle case poi dei luoghi santi. E’ ciò che è accaduto e continua ad accadere.</p>
<h5>Il processo di pace è diventato davvero impossibile?</h5>
<p>Qualche movimento per la pace è rimasto, so di manifestazioni settimanali a Sheikh Jarrah, quartiere di Gerusalemme est su cui hanno mire i coloni, purtroppo restano pochi fari nella notte. Non dimentichiamo che quasi il 95% degli israeliani ebrei ha approvato l’attacco a Gaza dell’anno scorso. A differenza degli italiani, gli israeliani sanno l&#8217;inglese: hanno così accesso anche a fonti mediatiche non del loro Paese. Eppure proseguono ad approvare quel che fa il proprio governo, questo davvero lascia un profondo pessimismo sul futuro.</p>
<h4>da <a href="www.terranews.it/news/2010/03/%C2%ABpacifisti-fari-nella-notte%C2%BB">TERRA</a> di marzo 2003</h4>
<p><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="http://www.addtoany.com/share_save#url=http%3A%2F%2Fwww.palestinalibera.org%2F2010%2F03%2F%25c2%25abpacifisti-fari-nella-notte%25c2%25bb%2F&amp;title=%C2%ABPacifisti%2C%20fari%20nella%20notte%C2%BB" id="wpa2a_34"><img src="http://www.palestinalibera.org/wp-content/plugins/add-to-any/share_save_171_16.png" width="171" height="16" alt="Share"/></a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Nessun limite alle colonie</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Mar 2010 00:19:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ter</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[colonie]]></category>
		<category><![CDATA[Gerusalemme]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>

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		<description><![CDATA[di Michelangelo Cocco da Il Manifesto del 15/03/2010 L&#8217;ambasciatore in Usa: rapporti con Washington ai minimi storici Negli ultimi 42 anni nessun governo israeliano ha mai limitato la costruzione nei quartieri di Gerusalemme». È arrivata direttamente dai banchi della Knesset, il parlamento israeliano, la risposta di Benyamin Netanyahu all&#8217;ira dell&#8217;Amministrazione statunitense per lo schiaffo subito [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>di Michelangelo Cocco</em> <a href="http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20100316/pagina/09/pezzo/273736/">da Il Manifesto del 15/03/2010</a></p>
<p><em>L&#8217;ambasciatore in Usa: rapporti con Washington ai minimi storici</em></p>
<p>Negli ultimi 42 anni nessun governo israeliano ha mai limitato la costruzione nei quartieri di Gerusalemme». È arrivata direttamente dai banchi della Knesset, il parlamento israeliano, la risposta di Benyamin Netanyahu all&#8217;ira dell&#8217;Amministrazione statunitense per lo schiaffo subito martedì scorso, quando &#8211; col vice di Obama in visita a Gerusalemme &#8211; erano stati annunciati altri 1.600 appartamenti nella colonia ebraica di Ramat Shlomo, nell&#8217;area della Città santa che secondo il diritto internazionale deve essere restituita ai palestinesi.<span id="more-1710"></span><br />
Il segretario di stato Usa, Hillary Clinton, aveva definito «un insulto» l&#8217;accoglienza riservata a Joe Biden, spedito in Medio Oriente per riavviare il negoziato e costretto a fronteggiare l&#8217;ennesima crisi. Gli americani speravano in una dietrofront di Netanyahu. E invece ieri il premier &#8211; alla guida di una coalizione di partiti di destra ed estrema destra con l&#8217;apporto cosmetico dei laburisti &#8211; tra il sostegno di Obama e quello della sua maggioranza ha scelto il secondo. «Le colonie dentro e attorno a Gerusalemme &#8211; ha aggiunto il leader del Likud &#8211; rimarranno parte dello stato d&#8217;Israele» in qualsiasi futuro accordo di pace. E quindi «la costruzione a Gerusalemme e in tutti gli altri posti continuerà nello stesso modo in cui è andata avanti negli ultimi 42 anni».<br />
Secondo l&#8217;ambasciatore israeliano negli Usa, i rapporti tra Tel Aviv e Washington sono «ai minimi storici». In una videoconferenza con i diplomatici israeliani in nordamerica, Michael Oren ha detto che «la crisi è molto seria e siamo di fronte a un periodo molto difficile per le nostre relazioni». Venerdì scorso Oren era stato convocato, e bacchettato, al Dipartimento di Stato.<br />
Il quotidiano Yedioth Ahronoth ieri ha scritto che Oren ha spiegato che «i legami con gli Usa affrontano la crisi più seria dal 1975», quando il segretario di stato Usa Kissinger chiese al premier israeliano Rabin di ritirare le truppe dal Sinai occupato durante la Guerra dei sei giorni del 1967.<br />
La minaccia di sospendere l&#8217;assistenza economica contribuì già a convincere Israele ad abbandonare il territorio occupato in Egitto nel corso della Guerra di Suez del 1956. Tre anni prima il segretario di stato Dulles aveva annunciato la sospensione degli aiuti per bloccare il progetto israeliano di deviare l&#8217;acqua del fiume Giordano. Obama, alle prese con la crisi economica e un congresso sempre meno amico, ha l&#8217;intenzione e la forza di fare altrettanto?<br />
Secondo Dror Etkes &#8211; per anni a capo dell&#8217;apposito dipartimento di «Peace Now» e tra i principali conoscitori della politica israeliana sulle colonie &#8211; «bisognerà aspettare settembre, quando scadrà la moratoria di dieci mesi sulla costruzione degli insediamenti strappata da Obama a Netanyahu (in cui non rientra Gerusalemme, ndr), per capire se il premier vuole arrivare allo scontro totale con Washington» rimettendo in moto le ruspe in tutta la Cisgiordania. «Per ora quello che è certo &#8211; continua Etkes &#8211; è che la pressione demografica e politica esercitata dagli ebrei ultraortodossi è fortissima». E gli haredim hanno un rappresentante di punta nel ministro dell&#8217;interno e leader dello Shas (sefarditi) Eli Yishai, campione della colonizzazione a oltranza.<br />
Nei giorni scorsi il generale Petraeus, a capo del Comando centrale Usa, ha lamentato che l&#8217;esercito Usa è indebolito, agli occhi dei leader arabi, per l&#8217;«incapacità» del governo d&#8217;imporre i suoi interessi allo Stato ebraico.<br />
Ma anche Phyllis Bennis non è convinta che «questa crisi, che è una vera crisi» si traduca in azione da parte di Obama. Per Bennis &#8211; esperta di Medio Oriente del Transnational institute &#8211; «l&#8217;Amministrazione è paralizzata dalla vecchia idea per cui opporsi a Israele equivale a un suicidio politico. Un presupposto vecchio, perché il discorso politico negli Stati Uniti &#8211; con lo sviluppo di una campagna nazionale anti-apartheid, con i massacri di Gaza e la nascita di una lobby filo-israeliana alternativa all&#8217;Aipac &#8211; è cambiato radicalmente.</p>
<p><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="http://www.addtoany.com/share_save#url=http%3A%2F%2Fwww.palestinalibera.org%2F2010%2F03%2Fnessun-limite-alle-colonie%2F&amp;title=Nessun%20limite%20alle%20colonie" id="wpa2a_36"><img src="http://www.palestinalibera.org/wp-content/plugins/add-to-any/share_save_171_16.png" width="171" height="16" alt="Share"/></a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Di fatto, gli Stati Uniti hanno dato il via libera a Israele per nuovi insediamenti a Gerusalemme Est</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Mar 2010 22:47:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ter</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Occupazione]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>

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		<description><![CDATA[di Akiva Eldar* Per ridimensionare l’affronto ricevuto dal governo Netanyahu, Biden ha dovuto lodare la decisione del primo ministro israeliano di fare in modo che approvazioni di nuovi insediamenti non si ripetano in occasione di importanti visite di responsabili americani; ma un atteggiamento del genere sottintende che nuovi insediamenti di fatto sono tollerati dagli Stati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">di Akiva Eldar*</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Per ridimensionare l’affronto                      ricevuto dal governo Netanyahu, Biden ha dovuto lodare la                      decisione del primo ministro israeliano di fare in modo che                      approvazioni di nuovi insediamenti non si ripetano in occasione                      di importanti visite di responsabili americani; ma un atteggiamento                      del genere sottintende che nuovi insediamenti di fatto sono                      tollerati dagli Stati Uniti – scrive il giornalista                      israeliano Akiva Eldar<span id="more-1691"></span></em></p>
<p style="text-align: justify;">Le scuse presentate dal primo ministro Benjamin                      Netanyahu e dal ministro degli interni Eli Yishai ricordano                      la barzelletta del servo che pizzicò il fondoschiena                      del re. Sulla via del patibolo, il servo si scusò:                      pensava si trattasse di quello della regina.</p>
<p style="text-align: justify;">La dichiarazione emessa dall’ufficio                      di Netanyahu affermava che, alla luce dell’attuale controversia                      tra Israele e gli Stati Uniti sulla costruzione di nuove abitazioni                      a Gerusalemme Est, si sarebbe dovuto evitare che i piani per                      le nuove case nel quartiere di Ramat Shlomo fossero approvati                      proprio questa settimana. La dichiarazione affermava anche                      che il premier aveva ordinato a Yshai di mettere a punto delle                      procedure che avrebbero evitato il ripetersi di un simile                      incidente. In altre parole, Yishai avrà tutta la libertà                      di proporre ulteriori progetti per l’edificazione di                      abitazioni ebraiche a Gerusalemme Est la settimana prossima,                      ovvero quando il vicepresidente americano Joe Biden non sarà                      più in Israele.</p>
<p style="text-align: justify;">Sulla base della reazione di Biden, sembra                      che egli (e, verosimilmente il suo capo, il presidente Barack                      Obama) abbia deciso che era preferibile ripartire con pochi                      grappoli d’uva acerba piuttosto che litigare con il                      guardiano della vigna. Nel suo discorso all’Università                      di Tel Aviv, Biden ha detto di aver apprezzato l’impegno                      di Netanyahu a garantire che incidenti del genere non si ripeteranno.                      Ma che cosa significa ciò, esattamente? Che la prossima                      volta che egli tornerà in Israele, alla Commissione                      di pianificazione e edificazione verrà richiesto di                      rimandare la discussione di simili progetti finché                      il gentile ospite non sarà ripartito?</p>
<p style="text-align: justify;">Con la tempesta mediatica che si sta placando,                      Netanyahu può tirare un sospiro di sollievo. In un                      certo senso, questo clamore in realtà lo ha aiutato:                      per asciugarsi lo sputo in faccia che aveva ricevuto, Biden                      ha dovuto dire che si trattava solo di pioggia. Di conseguenza,                      egli ha lodato l’affermazione di Netanyahu secondo cui                      l’effettiva edificazione delle nuove abitazioni a Ramat                      Shlomo sarebbe cominciata solo dopo diversi anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Così Israele ha di fatto ricevuto                      il via libera americano ad approvare un numero ancora maggiore                      di progetti di costruzione a Gerusalemme Est.</p>
<p style="text-align: justify;">Biden potrebbe non esserne a conoscenza,                      ma i palestinesi sicuramente ricordano che questo è                      esattamente il modo in cui cominciò la costruzione                      del quartiere di Har Homa, a Gerusalemme Est: anche allora                      Netanyahu persuase la Casa Bianca che l’edificazione                      sarebbe cominciata solo dopo diversi anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando Biden è arrivato in Israele,                      la Lega Araba aveva appena raccomandato che Mahmoud Abbas,                      il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese                      (ANP), accettasse la proposta di Washington di colloqui indiretti                      con Israele. Ma, invece di potersene andare con l’annuncio                      che i colloqui erano ufficialmente iniziati, Biden se n’è                      andato con la notizia che la Lega Araba aveva sospeso la sua                      raccomandazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Netanyahu può così sperare                      che il pasticcio di Ramat Shlomo abbia rinviato il momento                      della verità, quando egli dovrà rivelare la                      propria interpretazione del principio dei “due stati                      per due popoli”. E qualora nessuno si fosse reso conto                      di quanto sono “imparziali” gli Stati Uniti come                      mediatori, nel suo discorso di Tel Aviv Biden ha affermato                      che per gli USA non esiste “un amico migliore”                      di Israele.</p>
<p style="text-align: justify;">Per Netanyahu, il fatto che l’onere                      di far progredire i negoziati adesso sia ricaduto sulle spalle                      degli stati arabi è stato la ciliegina sulla torta                      – proprio due settimane prima del vertice della Lega                      Araba a Tripoli, dove l’iniziativa di pace araba del                      2002 sarà di nuovo messa in discussione. Per mesi,                      il presidente americano Barack Obama ha tentato di persuadere                      i leader arabi a non privare questa importante iniziativa                      del loro sostegno vitale. La sua argomentazione è che                      niente renderebbe più felice il presidente iraniano                      Mahmoud Ahmadinejad di un colpo di grazia inferto al processo                      di pace, e dello scoppio di una terza intifada. E la sua gioia                      sarebbe raddoppiata se essa divampasse a Gerusalemme.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma se per il momento gli Stati Uniti stanno                      cercando di ricucire lo strappo, alcuni diplomatici occidentali                      dicono che il conto da pagare arriverà una volta avviati                      i colloqui con l’ANP (ammesso che abbiano inizio). Gli                      Stati Uniti hanno già detto che durante questi colloqui                      sosterranno proprie proposte di mediazione, e la loro rabbia                      e frustrazione per l’incidente di Ramat Shlomo probabilmente                      li renderà molto più vicini alle posizioni dei                      palestinesi – sostengono questi diplomatici.</p>
<p style="text-align: justify;">Ad esempio, una fonte israeliana sostiene                      che Netanyahu vorrebbe che la questione della sicurezza di                      Israele fosse collocata in cima all’ordine del giorno                      dei colloqui. Ma i palestinesi vogliono che il primo problema                      da affrontare sia quello dei confini, Gerusalemme compresa.                      E l’Unione Europea, che per questa settimana aveva in                      programma il potenziamento di diversi accordi con Israele                      in onore della ripresa dei colloqui, adesso ha posticipato                      questa decisione finché non sarà chiaro se i                      colloqui riprenderanno effettivamente.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>* Akiva Eldar è                      un analista politico israeliano; scrive abitualmente sul quotidiano                      “Haaretz”</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>da Haaretz del 13 marzo tradotto e pubblicato                      in <a href="http://www.medarabnews.com">www.medarabnews.com</a></em></p>
<p><a class="a2a_dd a2a_target addtoany_share_save" href="http://www.addtoany.com/share_save#url=http%3A%2F%2Fwww.palestinalibera.org%2F2010%2F03%2Fdi-fatto-gli-stati-uniti-hanno-dato-il-via-libera-a-israele-per-nuovi-insediamenti-a-gerusalemme-est%2F&amp;title=Di%20fatto%2C%20gli%20Stati%20Uniti%20hanno%20dato%20il%20via%20libera%20a%20Israele%20per%20nuovi%20insediamenti%20a%20Gerusalemme%20Est" id="wpa2a_38"><img src="http://www.palestinalibera.org/wp-content/plugins/add-to-any/share_save_171_16.png" width="171" height="16" alt="Share"/></a></p>]]></content:encoded>
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		<title>Gli scontri continuano. Netanyahu ribadisce: gli insediamenti vanno avanti</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Mar 2010 14:59:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Ter</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La rabbia di Gerusalemme Decine di palestinesi hanno partecipato agli scontri con la polizia israeliana a Gerusalemme est il 16 marzo, proclamata “giornata della rabbia” da Hamas in protesta per la riconsacrazione di un’antica sinagoga nella città. &#8230; leggi tutto su Internazionale Varie da Forum Palestina (News del 16 marzo 2010): Anche oggi scontri con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center;"><span style="color: #b40404;">La rabbia di Gerusalemme </span></h3>
<p style="text-align: justify;">Decine di palestinesi hanno partecipato agli scontri con la polizia israeliana a Gerusalemme est il 16 marzo, proclamata “giornata della rabbia” da Hamas in protesta per la riconsacrazione di un’antica sinagoga nella città.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.internazionale.it/home/?p=19264#more-19264"><em>&#8230; leggi tutto su Internazionale</em></a></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: center;"><em>Varie da <a href="http://www.forumpalestina.org/">Forum Palestina</a> (News del 16 marzo 2010):</em></p>
<h3 style="text-align: center;"><span style="color: #b40404;">Anche oggi scontri con le truppe israeliane, è la &#8220;giornata della rabbia&#8221; palestinese</span></h3>
<p style="text-align: justify;">Violenti scontri                      sono in corso tra centinaia di giovani palestinesi e le forze                      dell&#8217;ordine israeliane in numerosi quartieri di Gerusalemme                      est: lo hanno riferito alcuni testimoni. <span id="more-1679"></span>Il movimento islamico                      palestinese Hamas ha proclamato per oggi la &#8220;Giornata                      della rabbia&#8221; in risposta all&#8217;inaugurazione della sinagoga                      Hurva nella Città vecchia. Scrive il quotidiano israeliano                      Haaretz che 3.000 poliziotti e soldati supplementari sono                      stati dispiegati a Gerusalemme e nei posti di frontiera con                      la Cisgiordania. Hamas ha proclamato la &#8220;giornata della                      rabbia&#8221; in risposta all&#8217;inaugurazione della sinagoga                      Hurva nella Città vecchia. Ieri le proteste si erano                      limitate a lanci di pietre nei pressi del Monte degli Ulivi.                      Oggi, per il quinto giorno consecutivo, è stato vietato                      l&#8217;accesso ai fedeli musulmani al MOnte del Tempio. La richiesta                      avanzata dagli Stati Uniti a Israele di rinunciare al suo                      piano di sviluppo coloniale a Gerusalemme est è &#8220;irragionevole&#8221;:                      ha affermato oggi il ministro israeliano degli Affari esteri,                      Avigdor Lieberman. La richiesta della comunità occidentale                      &#8220;è irragionevole per quanto ci riguarda&#8221;,                      ha detto il capo della diplomazia d&#8217;Israele alla radio locale.                      Ieri il primo ministro Benjamin Netanyahu ha ribadito che                      la costruzione di nuovi insediamenti a Gerusalemme est continuerà.</p>
<p style="text-align: justify;">
<h3 style="text-align: center;"><span style="color: #095509;">Netanyahu annuncia: gli insediamenti israeliani a Gerusalemme Est andranno avanti lo stesso</span></h3>
<p style="text-align: justify;">Il primo ministro israeliano Benjamin                      Natanyahu è tornato ieri ad assumere un atteggiamento di                      sfida sulla questione degli insediamenti ebraici a Gerusalemme                      est, condannati da tutta la comunità internazionale. &#8221;Le                      costruzioni a Gerusalemme andranno avanti come è stato negli                      ultimi 42 anni&#8221;, ha detto Netanyahu, facendo riferimento                      all&#8217;annessione israeliana della zona est di Gerusalemme conquistata                      dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967. La decisione di Israele                      di costruire nuove colonie a Gerusalemme est «è                      illegale e mette in pericolo e mette in pericolo» la                      ripresa dei colloqui tra israeliani e palestinesi, ha dichiarato                      al Cairo l’alto rappresentante per la Politica estera                      dell’Unione europea, Catherine Ashton. «La posizione                      dell&#8217;UE è chiara: gli insediamenti costituiscono un                      ostacolo per la pace e minano la possibilità di costituire                      due Stati», ha detto Ashton.</p>
<p style="text-align: justify;">
<h3 style="text-align: center;"><span style="color: #b40404;">L&#8217;ambasciatore israeliano a Washington è preoccupato per la crisi tra USA e Israele, ma il Dipartimento di Stato USA getta acqua sul fuoco<br />
</span></h3>
<p style="text-align: justify;">La crisi diplomatica tra Israele e Stati                      Uniti, esplosa dopo l&#8217;annuncio di Tel Aviv del nuovo piano                      edilizio ebraico a Gerusalemme est, &#8221;è la più grave dal                      1975&#8221;. Lo scrive il quotidiano &#8216;Yediot Aharonot&#8217; citando                      l&#8217;ambasciatore israeliano a Washington Michael Oren. L&#8217;ambasciatore                      avrebbe ammesso la gravità della situazione, la più profonda                      da 35 anni a questa parte, nel corso di una conversazione                      telefonica con i consoli israeliani negli Usa. Nel 1975 le                      relazioni tra i due alleati subirono un pesante contraccolpo                      quando l&#8217;allora segretario di Stato Henry Kissinger minacciò di riprendere in considerazione i rapporti con lo Israele                      a causa del rifiuto da parte di Tel Aviv di accettare un piano                      di ritiro delle sue truppe armate dalla Penisola del Sinai                      (insediatesi ai tempi della Guerra dei Sei giorni nel 1967).                      Le tensioni di questi giorni sono iniziate quando Israele                      ha dato luce verde alla costruzione di 1.600 nuove unita&#8217;                      abitative ebraiche a Gerusalemme est. L&#8217;annuncio venne fatto                      martedi&#8217; scorso proprio nel corso della visita del vice presidente                      americano Joe Biden nella regione volta alla promozione dei                      proximity talks, i colloqui indiretti tra israeliani e palestinesi.                      Ma malgrado le controversie fra Washington e Tel Aviv sugli                      insediamenti ebraici a Gerusalemme est, Israele resta un alleato                      strategico degli Stati Uniti ha detto il portavoce del Dipartimento                      di Stato americano, Philip Crowley. &#8221;Il nostro impegno per                      la sicurezza di Israele rimane un punto fermo&#8221;, ha detto                      Crowley, ammettendo che esistono comunque &#8221;motivi di preoccupazione&#8221;                      legati a questioni specifiche.<strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align: center;">
<h3 style="text-align: center;"><span style="color: #095509;">Scontri tra studenti palestinesi e soldati israeliani vicino Gerusalemme</span></h3>
<p style="text-align: justify;">Dieci studenti palestinesi dell&#8217;università                      cisgiordana di Bir Zeit sono stati feriti in scontri con l&#8217;esercito                      israeliano nei pressi del check-point di Atara, fra la Cisgiordania                      e Gerusalemme. Lo hanno reso noto fonti palestinesi, precisando                      che in due sono stati feriti da proiettili. Gli studenti manifestavano                      per &#8220;la difesa di Gerusalemme est&#8221;, la zona araba                      annessa da Israele nel 1967, e contro l&#8217;inaugurazione ufficiale,                      in programma questo pomeriggio, della sinagoga di Hourva,                      nel quartiere ebraico della Città vecchia, considerata                      una provocazione dai palestinesi. L&#8217;ospedale di Ramallah,                      situato nelle vicinanze dell&#8217;università di Bir Zeit,                      ha confermato di aver ricevuto sei studenti, &#8220;due dei                      quali presentavano ferite da arma da fuoco, uno allo stomaco                      e l&#8217;altro al collo&#8221;. Il nosocomio ha precisato che altri                      quattro studenti, fra questi una donna, sono stati feriti                      proiettili di gomma e che altri quattro sono stati medicati                      sul posto dopo essere rimasti leggermente feriti negli scontri.                      L&#8217;esercito dello Stato ebraico ha reso noto, da parte sua,                      il ferimento di quattro palestinesi ma non ha confermato l&#8217;uso                      di proiettili. Secondo una portavoce di Tsahal, un soldato                      israeliano, preso a sassate dagli studenti, è rimasto                      lievemente ferito. La portavoce ha precisato che una settantina                      di palestinesi hanno aggredito a sassaiole i soldati israeliani                      che hanno risposto con &#8220;mezzi anti-sommossa&#8221;.<em><br />
(fonte Afp) </em></p>
<h3 style="text-align: center;"><span style="color: #b40404;">Manifestazioni anti-israeliane a Il Cairo. 15 arresti</span></h3>
<p style="text-align: justify;">La polizia egiziana ha arrestato 15 studenti                      nel corso di una manifestazione nei pressi dell&#8217;Universita&#8217;                      del Cairo organizzata per protestare contro i nuovi insediamenti                      coloniali israeliani a Gerusalemme Est. Lo ha reso noto una                      fonte della sicurezza. Centinaia di studenti hanno manifestato                      oggi in diverse universita&#8217; dell&#8217;Egitto contro il progetto                      edilizio israeliano che prevede la costruzione di 1.600 nuovi                      insediamenti a Gerusalemme est. Gli scontri tra polizia e                      manifestanti e gli arresti sono stati registrati nella sola                      università del Cairo.</p>
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